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sabato 9 dicembre 2017

Berlusconi paga i boss di Cosa nostra



Mafia, l’appunto dimenticato nello studio di Giovanni Falcone:
 “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

"Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano". È il contenuto di un foglietto trovato all'interno di quello che è stato l'ufficio del giudice ucciso a Capaci, all'interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A fare la scoperta è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri

Un appunto rimasto per trent’anni dimenticato. Un foglio di carta utilizzato come block notes probabilmente durante un interrogatorio e rimasto poi disperso tra i faldoni senza che nessuno ci facesse mai caso. Eppure il suo contenuto è rilevante. C’è scritto: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Parole tracciate con la calligrafia di Giovanni Falcone ed emerse all’interno di quello che è stato l’ufficio del giudice, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A riportare la notizia dell’esistenza dell’appunto è il giornalista Salvo Palazzolo sul quotidiano la Repubblica. A fare la scoperta, invece, è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, che dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i visitatori.

Qualche giorno fa, Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone conservati al museo, quelli che contengono le vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, utilizzate ormai in centinaia di processi. All’ improvviso, si è imbattuto nell’appunto che parla di Berlusconi: mai nessuno se n’era accorto prima. Paparcuri ha subito informato la procura. Quelle parole annotate da Falcone, infatti, sembrano confermare quanto già emerso durante il processo a Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva – e attualmente detenuto – a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Recentemente sia Berlusconi che il suo storico braccio destro sono stati nuovamente iscritti tra gli indagati per le stragi di mafia del 1993 come possibili mandanti occulti degli attentati a Firenze, Roma e Milano dalla procura del capoluogo toscano. 

Gaetano Cinà – che nell’appunto viene indicato come “in buoni rapporti con Berlusconi” – è un mafioso molto amico di Dell’Utri, ed è l’uomo che nel 1987 gli annuncia al telefono l’arrivo a Milano di un’enorme cassata con il simbolo della Fininvest. Mafioso è anche Gaetano Grado, un uomo d’onore spesso di stanza a Milano negli anni ’70. Vittorio Mangano è il noto stalliere di Arcore, capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova a Palermo, assunto da Berlusconi nel 1974 a Villa San Martino ufficialmente come fattore. Tutti personaggi e fatti ormai già noti, dunque, quelli appuntati da Falcone. Il problema è che nei verbali del collaboratore di giustizia Mannoia non c’è traccia di riferimenti a Berlusconi. Interpellato da Repubblica su questo appunto Mannoia ha risposto: “Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”. Al processo Dell’Utri Mannoia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Dallo stesso procedimento è emerso, però, come il capo di Mannoia, Stefano Bontate, nel 1974 incontrò Berlusconi a Milano, grazie alla mediazione di Dell’Utri. La Cassazione ha considerato provato che Berlusconi stipulò un patto di protezione con Cosa nostra, prima per evitare i sequestri di persona negli anni ’70 a Milano, poi per la “messa a posto” dei ripetitori tv in Sicilia. “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”, ha detto intercettato in carcere il boss Totò Riina. 

La scoperta dell’appunto di Falcone, però, genera un ulteriore domanda: davvero il giudice non ha mai approfondito quei collegamenti tra Berlusconi e Cosa nostra messi nero su bianco in quel foglio di carta? Prima del 1994, a Palermo non è mai risultata alcuna indagine su Dell’Utri e quindi su Berlusconi. Eppure in un’intervista rilasciata il 21 maggio del 1992, cioè due giorni prima della strage di Capaci, Paolo Borsellino parla chiaramente di collegamenti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Lo fa parlando con i giornalisti Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi in quella che è diventata una delle interviste più misteriose degli ultimi trent’anni. I giornalisti chiedono notizie di Vittorio Mangano, visto che Borsellino aveva indagato su di lui nel 1975. Poi, a una domanda su Dell’ Utri, Borsellino risponde: “So che esistono indagini che lo riguardano e che lo riguardano insieme a Mangano. Credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”. Quell’indagine, però, ufficialmente non è mai esistita. Come l’appunto di Falcone.


La procura toscana ha ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo sui mandanti occulti dopo aver ricevuto la registrazione dei colloqui in carcere del boss, di cui Sekret, il nuovo format di inchiesta di Marco Lillo disponibile sulla piattaforma Loft, ha diffuso l'audio sul nostro sito. Il legale dell’ex premier Ghedini: “Notizie infamanti prima del voto”
DA  https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/31/stragi-di-mafia-berlusconi-e-dellutri-indagati-firenze-dopo-le-intercettazioni-di-graviano-audio-esclusivo/3946945/

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martedì 10 maggio 2016

Cocaina da Roba per Ricchi a Sballo di Massa


La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa

Il fiume di cocaina che segna il perimetro dell’omicidio di Luca Varani, della violenza fredda e paranoide di Marco Prato e Manuel Foffo costituendone il presupposto, alimenta le voglie e le ossessioni quotidiane di tre milioni di italiani e ne scatena l’aggressività nelle strade e nelle case, esondando dai suoi argini da Milano a Roma, da Bologna a Siena, da Napoli a Palermo, per ritrovare la sua fonte rigeneratrice nella Locride e consegnare alle cosche calabresi un tesoro da trenta miliardi l’anno. È quello che il magistrato Nicola Gratteri definisce 
«il più grande affare nella storia della ‘ndrangheta».  

Tutto comincia e finisce in questa striscia di terra incantata tra lo Ionio e il Tirreno, dove la natura vince, l’uomo perde, lo Stato è ridotto a comparsa e le regole non valgono. A meno che non siano quelle delle famiglie mafiose, confuse da tempo con la buona borghesia cittadina e ormai composte da avvocati, notai, imprenditori e commercialisti. È la ‘ndrangheta con le scarpe lucide, quella che, per chiudere il cerchio, si è alleata anche con la massoneria. «Migliaia di uomini e donne che mangiano negli stessi ristoranti, dividono gli stessi affari e gli stessi discorsi, gli stessi teatri e le stesse parrocchie delle famiglie perbene, rendendo sempre più difficile la possibilità di distinguere il bene dal male. Solo una cosa è certa nel reggino: nulla è possibile senza che la ‘ndrangheta abbia dato il suo benestare», dice il procuratore capo della Repubblica Federico Cafiero de Raho.
 E mentre parla sembra appesantito. 

Come se avesse guardato una cosa nera e lontana e all’improvviso fosse stato costretto a ingoiarla.  
 «La scorsa settimana abbiamo arrestato i vertici del sistema Reggio a cominciare dall’avvocato Giorgio De Stefano, dimostrando una volta di più che in questa provincia la ‘ndrangheta non è presente solo nei grandi appalti, ma costringe le persone a piegarsi ai propri voleri anche per le singole ristrutturazioni casalinghe. Devi cambiare gli infissi? In quella via c’è la nostra azienda. Alberghi, ristoranti, negozi, nulla sfugge. E nessuno può crescere in un sistema in cui molti imprenditori vanno a cercare le famiglie prima che le famiglie cerchino loro. Chi può manda i figli a studiare altrove. Chi non può si adegua. La paura ha spinto tanti ad arrendersi. Eppure noi siamo qui. E qualcosa piano piano si muove». Ma come lo Stato si muove la ’ndrangheta reagisce. Come in questi giorni. Colpi d’arma da fuoco, minacce fisiche, auto in fiamme e biglietti intimidatori che contengono un ultimo avviso. «Viri chi porci campanu pocu». 
Vedi che i maiali hanno vita breve  
Per combattere le organizzazioni mafiose il governo investe due miliardi e mezzo l’anno. La sola 
‘ndrangheta ne fattura 44. La capacita economica delle famiglie è enorme. E il 66% di queste entrate è fatto di cocaina. Tre milioni di italiani comprano, le famiglie prosperano e un pezzo del paese va alla deriva, tanto che Anna Rita Leonardi, giovane dirigente del Pd, è costretta a dire nelle interviste: «Se resto viva una cosa è certa, sono candidata sindaco e porterò Platì alle elezioni». Se resto viva. Platì, come San Luca, dove sono i carabinieri, secondo la procura, «ad essere circondati dalla ‘ndrangheta e non loro a circondare i mafiosi».
 Quanto è alto il prezzo della coca? E chi lo paga veramente? 

Anche la camorra ci si è messa d’impegno, ma nessuno è bravo come i calabresi sul mercato 
internazionale della coca, nessuno conta quanto loro, capaci di stringere rapporti blindati con i 
colombiani, considerati duri quanto i messicani e però più affidabili. «Non amo fare l’elogio della 
criminalità, ma la considerazione internazionale della ‘ndrangheta è legata a due motivi: ha meno 
collaboratori di giustizia ed è solvibile. Paga fino all’ultimo centesimo», dice Gratteri. Così la cocaina, distribuita in ogni angolo d’Europa e del pianeta, arriva in Italia senza soluzione di continuità, passando dall’Africa, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio e dall’Olanda e inondando i nostri porti. «Nei primi due mesi del 2016 ne abbiamo sequestrati settecento chili solo a Gioia Tauro», dice Cafiero de Raho.  

Nel porto di Gioia Tauro, il più grande terminal per trasbordo del Mediterraneo, passano tre milioni di container ogni dodici mesi. Controllarli tutti è impossibile ma dentro quei giganteschi parallelepipedi di metallo, assieme alla merce che finisce nelle nostre case, si trovano armi, rifiuti radioattivi e tonnellate di cocaina, che in genere vengono caricate all’insaputa di chi compie il trasporto manomettendo i sigilli dei container. Le cooperative addette allo scarico sono spesso infiltrate dalla ‘ndrangheta, o addirittura sono state fondate dalle famiglie..  
Perché non sciogliete le cooperative e ripartite da zero? «Legalmente non si può. Perché ne prendi due o tre e magari ti dicono che tutti gli altri sono sani. Che fai mandi tutti a casa? Porti via lavoro?», 
risponde Cafiero de Raho. Così polizia, carabinieri e guardia di finanza combattono una guerra che non possono vincere e per ogni container che viene scoperto ce ne sono nove - secondo le dichiarazioni dei pochi collaboratori di giustizia - che passano indenni. «Non c’è nessuna merce al mondo con un rapporto così smisurato tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita», ha spiegato il professor Isaia Sales, esperto di criminalità economica.  
Il business mondiale della droga supera i 500 miliardi di dollari e a favorire il giro dei narco-euro sono funzionari di banca, avvocati e broker, perciò, secondo Giuseppe Lombardo, magistrato a Reggio Calabria: «dobbiamo essere consapevoli che contrastare le mafie significa impedire, in un certo senso, che l’economia riparta». È il suo modo per segnalare quello che forse è il punto più controverso del problema: siamo sicuri che l’economia legale riesca a sopravvivere senza quella illegale? E chi si porta dentro questo dubbio ha voglia di mettere la criminalità organizzata con le spalle al muro? «La crescita della criminalità economica non è stata ostacolata dall’economia legale. I soldi della cocaina fanno gola a molti, non soltanto in Italia. Io e il professor Nicaso lo sosteniamo da tempo: è necessaria una azione di contrasto a livello internazionale», chiosa Gratteri. 

Esiste lo spaventoso giro d’affari con le conseguenze fuori controllo sull’organizzazione di regioni come la Calabria e la Campania ed esistono gli effetti che la cocaina, considerata una droga socialmente accettabile, produce sui consumatori. «Io temo che i consumatori di cocaina nel nostro paese superino abbondantemente i tre milioni», dice il colonnello Paolo Iannucci, della direzione centrale dei servizi antidroga. Solo a Roma, nel corso del 2015, sono stati sequestrati 310 chili di polvere bianca e secondo Michele Andreano, legale di Manuel Foffo, il suo cliente «non avrebbe ucciso se non fosse stato un cocainomane». Difficile stabilire se abbia ragione, più facile notare la distanza che corre tra la straordinarietà dell’omicidio Varani e la diffusione «epidemica» - secondo Federico Tonioni, responsabile dell’area dipendenze del policlinico Gemelli - della cocaina. «Una sostanza che in fase acuta produce una sospensione della capacità di fare esami di realtà». Il collega Luigi Janiri, direttore dell’unità di psichiatria del policlinico, racconta che la cocaina «è il più potente antidepressivo che ci sia, ma ha un effetto così forte che non può essere usato come farmaco». La cocaina non solo non cura la depressione ma produce dipendenza, può causare ictus, infarti, crisi epilettiche e certamente moltiplica esponenzialmente l’aggressività. «I cocainomani sviluppano idee paranoidi, diffidenza, ostilità. Immaginano di essere seguiti dalla polizia. O magari spiati dai genitori. Noi li trattiamo come se fossero pazienti psicotici, per esempio bipolari o schizofrenici. E sappiamo bene che una bella responsabilità sui comportamenti antisociali che registriamo per strada sono addebitabili alla cocaina», dice Janiri.  
Mattia F. ha 49 anni ed è cresciuto alla Magliana. Era bambino quando la banda prendeva il controllo 
della Capitale, ma è con loro che è cresciuto e a sedici anni ha cominciato a tirare. Ha continuato fino al 2011 e solo adesso sta finendo il suo ciclo di disintossicazione. «Per la prima volta in vita mia riesco a fare i conti con me stesso. Sto imparando a capire chi sono, che cosa voglio, che cosa è importante per me». Come se avesse sempre vissuto in una dimensione parallela.  

Elegante, i capelli chiari, una faccia da duro buono, 
Nicola ripercorre le curve della sua vita complicata. 


Dà l’impressione di essersi tolto la cravatta un minuto prima, anche se forse non l’ha mai portata e di 
venire da un ambiente più elevato. Un paradosso ambulante. Un padre violento, i primi reati, i lavori per il cinema. «Guadagnavo bene. Anche perché poi integravo andando a lavorare nei locali. Mi alzavo e il mio primo pensiero era la cocaina. Lo stesso che avevo prima di andare a letto. Quando ci andavo. In una sera ero in grado di prenderne anche 25 grammi». I rapporti personali che vanno a pezzi, il bisogno di denaro costante, il consumo che si aggiunge allo spaccio. «Ne avevo quanta ne volevo e la prendevo nei posti giusti. Pura all’83%. Un giorno mi hanno arrestato con sette grammi in tasca. Il giudice mi ha chiesto: dove l’hai presa? A Termini. Quello ha riso: vai in galera, va». Cocaina così pura può arrivare solo dal grossista, ‘ndrangheta o camorra. Nelle dosi standard il grado di purezza può toccare il 15% se sono per le periferie, il 45% se sono per i quartieri bene. E i prezzi possono ballare tra i 15 e i 200 euro. 

«La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa», dice Gratteri. Uno 
sballo perfetto per la modernità. Mattia, che oggi fa l’artigiano, in galera ci è rimasto due anni. E’ uscito e ha ricominciato. «Mi sono rovinato fisicamente. Scatenavo risse con chiunque, ogni motivo era buono per fare a pugni, in strada, nelle discoteche, nei bar». Una donna l’ha spinto a cambiare vita. A scoprire finalmente la sua. «Con lei è finita. Ma oggi so chi sono. E mi piace».

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mercoledì 27 aprile 2016

Tutti devono rispettare la legge persino quelli che le fanno



«Tutti devono rispettare la legge persino quelli che le fanno»
Il presidente dell’Anm Davigo parla di lotta alla corruzione:
 «Dobbiamo avere regole che aiutano a comportarsi bene».

Se abbiamo regole che prevedono misure 
premiali per gli imputati che collaborano i collaboratori aumentano»:Piercamillo Davigo, presidente 
dell’Anm, lo ha affermato a proposito della lotta alla corruzione incontrando gli studenti del Master in analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata
 e della corruzione dell’Università di Pisa.

La caratteristica dello stato di diritto è che la legge vincola tutti», ha spiegato il magistrato.
 «E la separazione dei poteri serve a garantire la libertà. 

Per un paio di decenni invece l’attività di questo Paese non è stata quella di contrastare la corruzione 
ma le indagini processuali su di essa. E questo è stato un messaggio fortissimo. La corruzione è un 
reato particolarmente segreto, occulto, non si fa davanti a testimoni,
 è noto solo a corrotti e corruttori, 
non viene quasi mai denunciato». Infine, comparando la situazione italiana alle recenti indagini in 
Brasile, ha affermato:
 «Là la prescrizione è di 10 anni: mi viene da dire beati loro. Da noi è molto più corta».

Sentenze, magistrati, pescatori e lucci enormi
In compenso, il magistrato è stato molto meno loquace con i giornalisti che l’attendevano a Pisa: «Non rilascio dichiarazioni», ha chiarito sulle polemiche suscitate dalla sua intervista pubblicata il 22 aprile dal Corriere della Sera. Quanto al fatto che di magistrati debbano parlare solo con le sentenze, ha commentato: «equivale a dire che devono stare zitti». Per poi aggiungere a proposito del presunto 
protagonismo dei magistrati: «Le avete mai lette le sentenze? come quando sui giornali di provincia 
qualche volta c’è il pescatore che ha pescato un luccio enorme. Io dico: è il pescatore affetto da 
protagonismo o è il luccio che è enorme?».
#Davigo: l’hashtag in primo piano sui social
Intanto l’intervista di Piercamillo Davigo al Corriere della Sera, ha conquistato un posto in primo piano sui social media: l’hashtag #Davigo è nella top ten di Twitter da mezzogiorno. I tweet si dividono tra favorevoli e contrari e sono soprattutto di giornalisti e cittadini: pochissimi quelli dei politici. In generale, in appoggio di Davigo da parte degli esponenti di M5s, mentre più critici quelli degli esponenti della maggioranza.
Interviene il Csm
Interviene anche il Csm. «Il Consiglio Superiore della Magistratura, nell’esercizio delle proprie funzioni costituzionali, lavora per il prestigio e l’autorevolezza di tutta la magistratura», ha scritto in una nota il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. «Le dichiarazioni del presidente Davigo rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno tanto più nella difficile fase che viviamo nella quale si sta tentando di ottenere, con il dialogo ed il confronto a volte anche critico riforme, personale e mezzi per vincere la battaglia di una giustizia efficiente e rigorosa, a partire dalla lotta alla corruzione e al malaffare».


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