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domenica 26 giugno 2016

Unione Europea Migliore senza Inghilterra


Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa
Dopo il referendum e il vertice di Berlino dei cinque fondatori, parla l’ex ambasciatore: «La Gran 
Bretagna ha sempre fatto di tutto per evitare più integrazione. L’Europa deve ripartire da fisco e 
immigrazione. Lo scenario più probabile? Un’Unione a due velocità»

«Dopo la sbornia, il risveglio è amaro. Ed è esattamente quel che sta succedendo in Gran Bretagna». 

Non si stupisce Sergio Romano, ex ambasciatore, delle ricerche compulsive su Google per capire cosa sia l‘Unione Europea, delle 800mila firme che chiedono di rifare il referendum, di Boris Johnson che dice che non c’è alcuna fretta di abbandonare l’Unione Europea, di Nigel Farage costretto ad 
ammettere che non ci sarà un extra budget di 350 milioni di euro per la sanità britannica come aveva 
promesso in campagna elettorale, della Cornovaglia che chiede di poter comunque accedere ai fondi 
europei cui aveva attinto a piene mani negli anni precedenti: «Questo è il più buffo dei referendum mai organizzati. Hanno posto al popolo un quesito senza rendersi conto delle conseguenze della decisione che stavano prendendo».


C’è chi dice che la responsabilità di Cameron sia quella di aver promosso il referendum, 
non di averlo perso…
È vero. Le responsabilità maggiori sono sue. 
Un referendum del genere è populismo, non è democrazia. 
I trattati internazionali sono argomenti troppo complessi per dire dei sì o dei no. La gente non sa che 
cosa sta andando a votare. E il bello è che a Cameron non pensava all’Europa. Ha creato il caos per 
risolvere un suo problema personale.
Cioè?
Il suo partito era spaccato in due, l’Ukip erodeva voti a destra: Cameron ha promosso il referendum per rimanere al governo e avere un ruolo politico nel futuro. Risultato? Il suo partito è ancora diviso in due, l’Ukip è risorto dopo la batosta alle ultime elezioni e lui, prima o dopo, dovrà dimettersi.
È solo lui il colpevole?
È il principale, ma non il solo.
Chi altri, allora?
Cameron, promuovendo il referendum, ha messo l’Unione Europea in grave imbarazzo, costringendola a offrire alla Gran Bretagna condizioni ancora migliori di quelle precedenti, in caso avesse vinto il Remain.
In che senso l’Europa è stata costretta?
Non l’avessero fatto, in caso di Brexit sarebbero passati come i responsabili dell’uscita dall’Unione 
Europea della Gran Bretagna. È stato un errore, a posteriori: dovevamo essere più duri, rischiando di 
prenderci la colpa. Nessuno se l’è sentita e abbiamo pure noi giocato il gioco di Cameron, 
perdendo insieme a lui.
E adesso?
Adesso la palla è nelle mani di chi ha a cuore le sorti dell’Unione. Francia e Germania, soprattutto, ma anche noi italiani. Non fosse altro per il fatto che siamo i paesi che più degli altri hanno scommesso su questo disegno.


Cosa vuol dire aver la palla tra le mani?
Vuol dire prendere iniziative che abbiano un contenuto. Non c’è momento migliore per farlo.
Perché?
Perché la Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è 
opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate 
impossibili, diventeranno possibili.
Ad esempio?
Ad esempio, nel coordinamento fiscale. Quando si stava costruendo il mercato unico, Mario Monti, 
allora commissario, mi diceva spesso che gli inglesi erano i suoi migliori alleati. Ma quando cominciò a parlare di coordinamento fiscale, gli alleati diventarono avversari. Ora è fondamentale che vi sia una politica fiscale comune e un ministro che sovrintenda l’economia europea. In questo senso, l’assenza degli inglesi facilita i processi.
E poi?
Dobbiamo occuparci seriamente di immigrazione.
Perché dice così?
Perché è l’origine di tutti i malumori di cui stiamo soffrendo. E sta nutrendo il campo dei nazionalismi populisti. Li dobbiamo lavorare, senza avere l’illusione che vi siano soluzioni miracolistiche.Ecco: come?
Bisogna creare una frontiera comune. Il grosso errore di Schengen è stato quello di non affrontare 
questo problema. Se gli immigrati, quando entrano, possono girare dappertutto, ogni frontiera 
appartiene a tutti, non solo agli stati nazionali. Di conseguenza, ognuna di quelle frontiere deve avere le medesime guardie di frontiera, i medesimi principi di accoglienza. E invece, finora, ognuno ha fatto quel che voleva. Ricordo ancora, nel 2011, Roberto Maroni che favorisce il viaggio verso la Francia dei profughi tunisini provoca le indispettire reazioni francesi…

«La Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate impossibili, diventeranno possibili»

Frontiere comuni vuol dire anche esercito europeo?
C’è stato un momento in cui si pensava che l’unità d’europa dovesse partire da un esercito comune. Era un momento particolare: la fine della seconda guerra mondiale, l’inizio della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Fu quello il principio su cui si fondò la Comunità europea di difesa. Ad affossarla fu la Francia, con il voto congiunto 
- seppur con motivazioni profondamente diverse
 - di comunisti e gollisti.

Ci possiamo riprovare?
Non credo. Ora le condizioni non sono migliori di allora.


Come mai?
Soprattutto, perché esiste una disparità qualitativa militare, tra i membri dell’Unione Europea. Abbiamo una potenza nucleare, la Francia, che non vuole mettere in comune il suo potere. Abbiamo paesi che spendono nelle loro forze armate e altri come l’Italia che spendono troppo poco. Difficile creare una nuova istituzione paritetica, tra enti che non lo sono. Si rischia di riprodurre un errore. E per di più di farlo quando ci sono altre urgenze.
Una su tutte: che l’esempio britannico contagi gli altri Paesi europei…
Non credo che accadrà, in tutta onestà.

Come mai?
Adesso va di moda pensare che altri Paesi minacceranno l’uscita e poi andranno all’incasso, 
strappando condizioni migliori di quelle attuali. Io non ne sono affatto convinto. Quello che vediamo oggi in Gran Bretagna è il risveglio dopo la sbornia nazionalista I paesi che davvero vogliono imitare la Gran Bretagna ci penseranno due volte, prima di farlo. Dal canto nostro, abbiamo molti più argomenti per contrastarli, oggi.

Quindi che succederà, allora?
Non lo sappiamo. Certo, non me la sentirei di escludere l’ipotesi che l’Europa finisca per procedere a 
due velocità, costruendo la propria unione politica attorno al nucleo stretto dei Paesi fondatori, forse ad esclusione della sola Olanda.
Tagliando fuori l’est, insomma…
L’allargamento a est è figlio di un’idea di John Major, Primo ministro britannico dopo le dimissioni di Margaret Thatcher. Più si allargava l’Europa, meno sarebbe stato possibile integrarla a livello federale. La Gran Bretagna, di fatto, è entrata in Europa per impedirci di fare l’Europa. Adesso che loro non ci sono più, ci sono anche le condizioni per ripensare l’allargamento. Alcuni paesi dell’est come l’Ungheria, peraltro, giustificano il ripensamento, chiedendoci cose che vanno contro i principi fondativi dell’Unione.

«L’allargamento a est è figlio di un’idea di John Major. Più si allargava l’Europa, meno sarebbe stato 
possibile integrarla a livello federale. La Gran Bretagna, di fatto, 
è entrata in Europa per impedirci di fare l’Europa»
La cosa incredibile è che di questa “prima Europa potrebbero far parte anche la Scozia. E pure, 
incredibile a dirsi, l’Irlanda unita, se è vero che la Brexit metterà in moto pure un referendum per la 
separazione dell’Ulster dal Regno Unito…
La situazione irlandese è tanto spinosa quanto paradossale. Dopo essersi ammazzati a vicenda per 
decenni, potrebbero sposarsi per l’unica delle ragioni che non era stata prevista. Mentre riguardo alla 
Scozia, confesso che sono diviso tra due sentimenti opposti.
Cioè?
Mi piacerebbe che se ne andassero dal Regno Unito. Sarebbe una lezione della Storia, un altro modo 
per fare capireall’Inghilterra che ha sbagliato tutto. L’Unione Europea però non è nata per spaccare gli Stati. Il giorno in cui se ne va la Scozia, come fa un leader catalano ad accontentarsi di meno?

Un altro effetto paradossale della Brexit è che finirà per mettere in crisi gli stati nazionali?
L’Unione Europea doveva essere la soluzione razionale per la promozione degli autonomismi all’interno di una casa comune. 
Oggi c’è il rischio che prevalga quella irrazionale. L’ennesimo effetto del 
“capolavoro” di David Cameron.

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venerdì 29 aprile 2016

INTERNET nei Paesini Italiani GRATIS


Il social web di Verrua Savoia: 
Internet a costo (quasi) zero per tutti.
Primo caso in Italia: un gruppo di cittadini fonda un’associazione no profit con lo scopo di gestire la rete senza bisogno dei tradizionali provider. Il ministero approva: costerà 4 euro al mese.
Cinque anni fa era una sfida: portare Internet là dove i provider non arrivano perché non conviene, c’è troppo poco da guadagnare. Oggi è ben più di un esperimento. È una breccia, una strada aperta che migliaia di comuni potranno replicare. 

Tra due giorni Verrua Savoia, paese di 1.477 abitanti a 60 chilometri da Torino, sarà il primo comune italiano a essere considerato un provider, ovvero un fornitore di servizi Internet, sul modello delle compagnie telefoniche cui tutti noi siamo abbonati. Meglio, il provider non sarà il Comune (la legge lo vieta) ma un’associazione di cittadini creata ad hoc. L’hanno chiamata «Senza Fili, Senza confini», progetto culturale senza fini di lucro con un unico scopo: «sostenere la crescita e il rafforzamento della cultura locale e il sostegno di Internet come strumento di promozione e tutela delle identità culturali». Fornirà una connessione Internet a 20 Mb/s a qualunque abitante di Verrua Savoia lo richieda. Non più gratuitamente, come avveniva finora, ma in cambio della quota d’iscrizione annuale all’associazione: 50 euro, ovvero 4 al mese, prezzo imbattibile per una connessione che nessuna compagnia telefonica riuscirebbe a garantire in un comune di montagna. 

A capo di questo esperimento dirompente c’è Daniele Trinchero, professore del Politecnico di Torino e fondatore del laboratorio i-Xem. L’hanno soprannominato «mister Wireless» perché da qualche anno si è fissato con un’idea che persegue tenacemente: portare i collegamenti Internet nei luoghi più remoti che, proprio perché isolati, sono poco convenienti. Lui ci riesce. Spendendo pochissimo. Ha portato Internet a Capanna Margherita, sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa. L’ha portato nella foresta amazzonica, 
in Ecuador; e l’ha portato alle isole Comore. Poi ha deciso di portarlo a casa sua, a Verrua Savoia. «Un giorno, nel 2009, incontro il sindaco, mi racconta di aver ricevuto un preventivo di 30 mila euro per portare l’adsl. Uno sproposito». Trinchero riunisce i ragazzi di i-Xem e cerca un’alternativa. Quale? Recuperare vecchi pc, schede radio come quelle montate nei router e alcune antenne recuperate da un vecchio provider che faceva comunicazioni radio fm. Tanto basta per creare due ponti radio da quaranta chilometri ciascuno portando la banda larga nel 97% del territorio comunale. Il tutto spendendo quasi nulla. 



Il progetto funziona, il Politecnico lo sostiene, il Comune ovviamente anche: in pochi mesi 260 famiglie di Verrua si garantiscono una connessione veloce alla rete che altrimenti non avrebbero avuto. Ora, però, l’esperimento si è esaurito. «Ma noi non potevamo chiudere questa storia con un bollo ministeriale apposto su una relazione tecnico-accademica. Volevamo trovare il modo di dargli continuità mantenendo inalterate, anzi rafforzando, tutte le caratteristiche sociali e comunitarie che hanno animato la sua esistenza», racconta Trinchero.  

Nei mesi scorsi raduna un team: i suoi collaboratori, un esperto di Internet e di tutte le sue implicazioni come Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, l’avvocato Marco Ciurcina e Tiziana Sorriento, vicepresidente del Codacons: Cercano una soluzione. La trovano: trasformare l’esperimento in un’associazione di cittadini e registrarla come provider. Nessuno l’ha mai fatto in Italia. Ma il ministero dello Sviluppo economico accoglie la richiesta e concede tutte le autorizzazioni. Venerdì si parte. Con tecnologie commerciali, non più quelle fai da te di cinque anni fa, ma con la stessa vocazione sociale: un gruppo di cittadini (l’associazione ha 29 soci) si unisce facendosi carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo con costi più accessibili ed evitando agli operatori tradizionali investimenti dedicati. «Può diventare un modello dirompente, soprattutto nelle zone rurali», ragiona Trinchero. Per portare il web - e, con esso, informazioni, cultura, opportunità - a chi vive isolato dai grandi centri. Se si pensa che 3.521 degli 8.092 comuni italiani hanno meno di 2 mila abitanti, la portata di quanto sta per accadere a Verrua Savoia diventa subito lampante. 

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lunedì 28 luglio 2014

Sardegna : Campo di Guerra Permanente



La Sardegna è usata da 60 anni da tutti i Paesi Nato come campo di guerra permanente dove la gente, gli animali e perfino i militari in breve addestramento contraggono malattie, leucemie, generano bambini malformati e uccidono gli abitanti delle zone interessate.

L’isola del segreto militare

Arrèxini | Acque cristalline, spiagge di madreperla e un entroterra che ragala straordinari gioielli solo a chi mostra di saperli apprezzare. Andate in Sardegna, magari evitando il mese di agosto, è meraviglioso. Eppure dovete sapere che chi vive qui non subisce solo le offese di un turismo quasi sempre irresponsabile ma quelle, ben più avvelenate, di una vera e propria occupazione militare. È impossibile sapere cosa, come e per quanto tempo è stato usato, sperimentato e testato per decenni nei poligoni presenti sull’isola. Oltre al segreto militare che vieta di fatto la conoscenza delle misure da prendere per proteggere la popolazione ed effettuare bonifiche, si aggiunge quello delle industrie belliche che a Quirra, per 50.000 euro l’ora (che incassa il ministero italiano), possono sperimentare ogni arma letale libere da qualsiasi vincolo nei confronti di territorio e popolazione

L’attuale occupazione militare della Sardegna scaturisce (in parte) dal ruolo fondamentale attribuito all’isola nello scacchiere internazionale nel dopoguerra.

La Sardegna, pur non essendo in guerra con nessun popolo al mondo, è la terra più militarizzata d’Europa: con 37374 ettari di territorio sotto controllo militare (23766 di demanio militare e 13608 di servitù militare) ospita, suo malgrado, i due terzi circa delle servitù militari presenti nello stato italiano. A questi vanno aggiunti gli spazi aerei e marittimi sottoposti a schiavitù militare che sono di fatto incommensurabili: solo l’immenso tratto di mare annesso al poligono Salto di Quirra con i suoi 2.840.000 ettari supera la superficie dell’intera Sardegna (kmq 23.821). Sull’Isola ci sono poligoni missilistici (Perdasdefogu), per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), poligoni per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari) alimentati da una condotta che attraversa la città, oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina). Si tratta di diverse decine di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato.

La Sardegna è usata da 60 anni da tutti i Paesi Nato come campo di guerra permanente dove la gente, gli animali e perfino i militari in breve addestramento contraggono malattie, leucemie, generano bambini malformati e uccidono gli abitanti delle zone interessate.

In Sardegna dal 2001 si documenta e si denuncia la “Sindrome di Quirra”, l’espressione include le popolazioni decimate dalle stesse patologie, esposte ai veleni dei poligoni di Capo Teulada, Capo Frasca e della ex base nucleare US Navy di La Maddalena. In barba alla costituzione ed alle leggi internazionali.

In barba anche alla stessa Nato: i regolamenti Nato impongono la bonifica subito dopo ogni esercitazione, in Sardegna non sono mai stati applicati, la bonifica non è mai stata fatta.

Tre generali comandanti del Pisq sono rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio plurimo volontario, disastro ambientale e numerosi altri reati. Tre responsabili di due indagini “scientifiche” gestite da Nato e ministero della Difesa sono accusati di falso ideologico e collusione d’interessi.

Il nocciolo del problema: l’incompatibilità in uno stesso luogo tra attività della popolazione e attività di guerra.

Allo stato attuale è impossibile sapere cosa, come e per quanto tempo è stato usato, sperimentato e testato per decenni nei poligoni presenti in Sardegna. Oltre al segreto militare che impedisce di fatto qualsiasi conoscenza delle misure da adottarsi, degli strumenti per proteggere la popolazione, delle bonifiche da effettuare, si aggiunge il segreto militare delle industrie belliche che a Quirra, per 50.000 euro all’ora (che incassa il Ministero italiano) di fatto possono sperimentare qualsiasi arma letale in una zona della Sardegna che è il caso di definire una vera e propria zona franca, libera (per eserciti e industrie) da qualsiasi vincolo nei confronti di territorio e popolazione.

Allo stesso modo è sotto gli occhi di tutti la mancata decontaminazione dell’area, usata per 35 anni dalla US Navy come base nucleare, situata nel cuore del Parco Nazionale Arcipelago della Maddalena e dei parchi internazionali Bocche di Bonifacio e Santuario dei Cetacei.

A questo aggiungiamo l’avvenuto smaltimento della spazzatura bellica Italia-Nato, sia in discariche fuorilegge, sia con i brillamenti fuorilegge, e conseguente contaminazione di aria, suolo, acque; le emissioni radar; il torio radioattivo sparso dai missili, accumulato e conservato nelle povere ossa degli uccisi.

quirra - Il Governo italiano ha l’obbligo impellente di sospendere subito le attività dei poligoni che devastano la Sardegna, non solo in base al principio di precauzione, ma anche in osservanza degli atti parlamentari d’indirizzo per l’Esecutivo, datati 23/2/2011, che gli hanno impartito la direttiva di chiudere i poligoni “ove emergessero oggettive situazioni di rischio” o “qualora risultasse un collegamento con l’alta incidenza dei tumori registrata”.

Le due mozioni complementari del centrodestra e del centrosinistra, approvate dal Senato all’unanimità, sono ad un punto fermo.

Aggiungiamo a ciò il fatto, inaccettabile, che questi poligoni vengono utilizzati per programmare guerre in giro per il mondo. Un esempio su tutti: fin dal 2005 è operativo uno scellerato accordo di “cooperazione militare”, economica e scientifica tra il nostro Paese ed Israele. Un accordo che non è stato scalfito neppure dall’ “Operazione piombo fuso” del dicembre 2008 – gennaio 2009, che ha visto Israele colpire con il suo “potere aereo” la popolazione palestinese civile inerme (1400 uccisi, di cui circa 400 bambini). Un’ azione militare brutale, senza giustificazioni, nella quale sono state usate anche armi sconosciute o già vietate dalle Convenzioni internazionali (fosforo bianco, bombe D.I.M.E., uranio impoverito) e nella quale Israele ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità (come documentato dall’ ONU nel “Rapporto Goldstone”). Israele ogni anno si esercita nei poligoni sardi. Le stesse armi vengono testate nei poligoni sardi.

La beffa degli “indennizzi”:

Quando si parla di indennizzi ai comuni interessati non si conosce spesso l’entità delle cifre. Si tratta di complessivi 15,1 milioni di indennizzo riferiti a 5 anni, attengono 24.000 ettari di demanio (il 91% è adibito a poligono) e circa 11.000 di servitù. A questi andrebbero sommate le sterminate zone classificate “Interdette o Pericolose per la navigazione aerea e marittima”, solo uno dei 4 tratti di mare annesso al poligono Salto di Quirra con i suoi 2.840.000 hm supera la superficie della Sardegna. Per semplificare arrotondiamo, con forte ribasso, a 3.000.000 hm di mare e terra.

Risulta che il prezzo del servaggio militare si aggira su 0,083 centesimi di euro al mese ad ettaro. Se invece si considera solo la terra si arriva alla “vertiginosa” somma di € 7,14 mese-ettaro.

La beffa delle “Bonifiche”

Nella finanziaria 2007, grazie soprattutto all’impegno dell’allora senatore Bulgarelli, si strappò lo stanziamento di 25 milioni per tre anni, una goccia, ma il governo successivo (2008, Berlusconi) dirottò anche la goccia su altre “priorità”.

Sono cifre comunque molto lontane dalla realtà. A proposito si può prendere in esame uno studio del CNR di Ancona del 2005 titolato “Studio per la riduzione dei vincoli permanenti nell’area marina di Teulada”, commissionato dal ministero della Difesa, con diverse indicazioni su tempi e modalità d’intervento per la rimozione dei residuati bellici, dell’esploso e inesploso. Lo studio prevede un tempo di circa trenta anni per portare a termine l’operazione e la stima non si discosta da quella standard dei centri studi delle forze armate degli Stati Uniti per casi simili. Un caso assimilabile alla Sardegna è infatti quello di Vieques, Portorico. Il poligono caraibico, dismesso nel 2003, per tipo di attività e dimensioni (kmq 55) può considerarsi il gemello minore di quello di Capo Teulada (kmq 72), per estensione è poco più di un terzo del Poligono di Quirra. A Vieques è stato ufficialmente ammesso l’utilizzo di “alcune”munizioni all’uranio. La bonifica ha avuto inizio nel 2002, stando al programma terminerà nel 2022. Finora però è stato ripulito solo un terzo. Il budget standard degli Usa per la bonifica di siti militari è stato presto sforato rendendo necessario istituire un “Superfund”, finora sono stati investiti 486 milioni di dollari.

È evidente quindi che prima di stanziare dei soldi si deve sapere cosa è da bonificare, da cosa e come bonificare (e se; non è da escludere che esistano aree che vadano interdette permanentemente).

La beffa del “Monitoraggi”

Forze Armate, ministero della Difesa e Nato si sono arrogati e mantengono saldo il doppio ruolo, scandalosamente inossidabile, di controllore e controllato, giudice e parte in causa.

Loro hanno predisposto e gestiscono il Piano di Monitoraggio, di fatto un piano d’acquisto di strumentazioni e connessi servizi di esame ambientale, un esame che non può dare risposte alla “sindrome Quirra-Escalaplano” come ammettono le stesse forze armate e le cinque ditte che si sono aggiudicate l’appalto Nato .

Leggiamo testualmente.

L’obiettivo è stato esplicitato con incredibile candore o tracotanza: “Tranquillizzare (alias sedare, narcotizzare) la popolazione locale, nonché il personale del Pisq (..) acquisire la Certificazione ambientale”

Per salvare le apparenze si è assegnato il ruolo di controllore di facciata a una Commissione Tecnica Mista di Esperti, nominata a cose fatte, senza possibilità d’intervento sostanziale su metodologie e tecniche disposte dai contratti appaltati. La componente civile (cinque persone prive dell’indispensabile strumentazione tecnica e di supporti finanziari) ha rifiutato il ruolo di notaio compiacente e ha respinto al mittente l’incarico di validazione di servizi e forniture delle cinque ditte. La patata bollente è passata alla riluttante ARPAS, l’agglomerato di pezzi e funzionari delle ASL responsabili di 50 anni di mancati controlli, sponsor delle più cervellotiche teorie “scientifiche” salva-basimilitari: dall’asineria dell’arsenico killer di Quirra (Asl 8) alle alghe insaziabili mangiatrici del torio radioattivo, rigorosamente “naturale”, che abbonda nell’arcipelago maddalenino, base atomica Usa fino al 2008 (Asl 1).

La beffa di Cagliari porto nucleare

Nel febbraio del 2000 “il Manifesto” dà notizia che 11 città italiane, all’insaputa del Parlamento e della cittadinanza, sono classificate “porto a rischio nucleare”, condannate ad accogliere unità militari straniere a propulsione e armamento nucleare. Cagliari è tra queste (la nuclearizzazione di La Maddalena è nota da sempre).Conferma il Governo incalzato dai parlamentari di tutti gli schieramenti politici e dalle città/regioni coinvolte (i parlamentari sardi, come sempre, tacciono, tace la Regione Sardegna e tace il Comune). Conferma il Prefetto di Cagliari incalzato dalle richieste di associazioni di base di rendere noto il Piano di Emergenza nucleare come impone la normativa europea recepita con il dl 230/1990. Da allora nessuna novità in merito.

Tarros

Il ruolo della Regione Sardegna

Gli interventi che la Regione può fare, limitata dalla dipendenza dallo stato italiano in materia di poligoni militari, possono esser sintetizzati così:

La Regione apra una vertenza forte con lo Stato Italiano sulla questione basi e faccia valere in tutte le sedi e con tutti gli strumenti di sua competenza:

1. una richiesta ferma allo stato italiano di cessazione delle “iniziative ostili” del ministero della Difesa e delle FF.AA.; chiusura di Quirra, teulada, Capo Frasca, di tutte le esercitazioni militari in base anche alle leggi citate sopra.

2. istituzione di una commissione scientifica internazionale indipendente nominata dalla Regione Sardegna che abbia libero accesso ai siti e faccia uno studio su:

attività pericolose presenti

inquinamento del suolo aria ed acqua e conseguenti misure da mettere in atto per bonificare o chiudere i territori

3. istituzione di una commissione di studio internazionale che, recepiti i dati e le sintesi della commissione scientifica, calcoli il danno economico subito per decenni per la presenza delle basi ed il costo delle bonifiche.

4. quindi apertura di una vertenza con lo stato italiano per l’inizio delle bonifiche a carico dei responsabili e per il pagamento del danno economico.

5. la Regione si costituisca (seriamente, non con i goffi tentativi fatti dagli avvocati della giunta Cappellacci) parte civile nel processo in corso a Lanusei. A giugno verrà stabilito se si andrà a rinvio a giudizio o meno, ed in quel caso è ancora possibile costituirsi parte civile.

Comune-info  http://comune-info.net/2014/07/lisola-segreto-militare/

Michele Atzori – Cìrculu Indipendentista Hugo Chavez, Casteddu Biddanoa

Arrèxini.info è un portale sardo di informazione dai territori in movimento attivo da febbraio 2013, al suo interno vengono affrontati i temi di attualità, cultura, sport e identità in Sardegna e non solo. Arrèxini promuove il giornalismo partecipato ed accoglie i contributi dai territori. “Organizziamo iniziative culturali, incontri, dibattiti e proiezioni in varie località sarde, in maniera totalmente volontaria”. In questi mesi di attività il portale ha dimostrato grandi potenzialità che vorremmo sfruttare: abbiamo acquistato uno spazio a pagamento sui server (fino a Novembre gratuiti) ed abbiamo bisogno di finanziare la nostra attività per sostenere il nostro progetto, dandoci la possibilità di ripagare le spese ed organizzare iniziative culturali nel territorio.


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domenica 15 giugno 2014

Paesi dove vivere con 300 euro al mese



Paesi dove vivere con 300 euro al mese


Ecco 5 Paesi esotici dove vivere con 300 euro al mese.

Si, ma dove? E quanti soldi ci vogliono per arrivare a fine mese?

Vi proponiamo cinque mete esotiche dove poter vivere con 300/350 euro al mese, magari in riva al mare, sorseggiando un cocktail e lavorando tramite internet da un comodissimo portatile con connessione super veloce. Un sogno irraggiungibile? No, è la pura realtà che si può realizzare con un pizzico di forza di volontà.

THAILANDIA - Voto 8

Con 350 euro al mese è difficile trovare una casetta sulla spiaggia ma i prezzi degli appartamenti sono davvero bassissimi e variano dai 10 euro al mese nelle zone più periferiche, fino ai 21 (euro al mese!) nella zona nord del Paese verso Chiang Mai o ai 60 (euro al mese!) in direzione costa. Per mangiare sappiate che con meno di un euro per pasto si può gustare un ottimo pollo con riso o noodles e altre sfizioserie simili che in Thailandia si possono acquistare per strada. Viaggi, ristoranti e shopping sono compresi nei 350 euro al mese...

CAMBOGIA - Voto 6,5

Insieme a Laos e Vietnam, la Cambogia presenta un costo della vita simile a quello della Thailandia, forse qualcosa in meno. Nonostante i prezzi siano in crescita, causa turismo poco sostenibile, anche qui si riesce a mangiare con poco più di 100 euro al mese e investire il resto per alloggio e divertimenti. Da visitare la capitale Phnom Penh.

FILIPPINE - Voto 7

Si tratta del Paese più "sputtanato" e turistico, tanto è vero che in zona capitale (Manila) si trovano campi da golf, spiagge lussuose e centri commerciali da far invidia all'Occidente. La provincia di Cebu, invece, altrettanto sviluppata, offre prezzi più contenuti tanto da riuscire ad affittare un appartamento per poco meno di 100 euro al mese e spendendone altrettanti per mangiare. Sulla sanità non garantiamo niente ma nel complesso le Filippine offrono scorci niente male (vedasi la spiaggia di Patoy) e uno stile di vita piuttosto libertino. Ma attenti a non farvi beccare dalla locale polizia, altrimenti andrete incontro a grossi guai.

COSTARICA - Voto 7,5

Sigarette a 90 centesimi di euro, banane a 30 centesimi, pranzo al ristorante con meno di 4 euro e appartamenti vista mare a circa 200 euro al mese. Clima in prevalenza tropicale, possibilità di fare surf e divertimento assicurato.

BELIZE - Voto 8,5

Il Paradiso quasi gratis. Spiagge bellissime, clima sub-tropicale, si parla inglese - siamo in America centrale - e ha un ecosistema marino tra i più belli del mondo. Il posto ideale per fare immersione. La capitale è Belize City ma in tanti scelgono di vivere nella zona di Cayo dove si trovano case sulla spiaggia a meno di 200 euro al mese. Per mangiare ci sono degli ottimi mercatini, economici e di qualità.


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venerdì 2 ottobre 2009

Clima, l'Onu: I paesi ricchi aiutare quelli poveri

Clima, l'Onu: «I paesi ricchi devono aiutare quelli poveri a difendersi»

Rosa Mordenti

Sisma in Indonesia, tsunami sulle Samoa, tempesta tropicale su Filippine, Vietnam, Cambogia e Laos: le catastrofi del sud est asiatico irrompono a Bangkok, dove sono in cosrso i negoziati di preparazione del summit di Copenaghen sul clima. L'Onu: i paesi poveri devono essere aiutati ad affrontare i cambiamenti climatici. La Banca mondiale ha già fatto i conti

Una catena di catastrofi e disastri naturali che sembra non avere fine sta colpendo i paesi del Pacifico e del sud est asiatico: prima l’alluvione nelle Filippine, poi lo tsunami che ha colpito le Samoa, le Samoa americane e Tonga, ora si contano i morti e i danni causati dal terremoto in Indonesia. E mentre si cerca di capire cosa sia successo nelle isole e negli atolli vicino all’epicentro dello tsunami, che il mare gonfiato dal global warming stava già inghiottendo poco per volta, continua a piovere anche oggi, giovedì, su Vietnam, Cambogia e Laos, a causa dalla tempesta tropicale Ketsana che tra sabato e domenica scorsa ha causato 277 morti e 42 dispersi nelle Filippine. Ma Ketsana in tutto ha provocato, finora, 383, vittime: in Vietnam i morti accertati sono 92, in Cambogia 14.
Se ne discute, e non potrebbe essere altrimenti, ai negoziati sul clima in corso a Bangkok fino al 9 ottobre, in vista del summit di Copenaghen sul clima di dicembre. Il capo della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici [Unfccc] Yvo de Boer, ha detto che «l’elemento chiave per ottenere un accordo a Copenhagen è aumentare il sostegno ai paesi in via di sviluppo, sia nella regione del sud est asiatico che altrove, per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Tifoni, inondazioni e fenomeni meteorologici estremi si stanno intensificando – ha aggiunto de Boer – Far fronte a situazioni di emergenza, riducendo i rischi di calamità e aumentando la ‘resistenza climatica’, è una necessità». Sempre a Bangkok, la Banca mondiale ha presentato uno studio commissionato dai governi di Olanda, Gran Bretagna e Svizzera, che prova a fare i conti: per adattarsi ai cambiamenti climatici, e cioè per difendersi da precipitazioni sempre più intense e dall’aumento del livello del mare, i paesi poveri dovrebbero ricevere tra i 75 e i 100 miliardi di dollari ogni anno fino al 2050.
Nelle Filippine, nonostante la fine delle piogge da giorni, la situazione intanto non accenna a migliorare. Gli sfollati sono almeno 700 mila. L’impatto maggiore dell’alluvione è stato nei pressi del fiume Pasing, dove sono state colpite sia le zone residenziali che le baraccopoli, queste ultime quasi spazzate via e dove c’è stato il maggior numero di vittime.
Come aveva riportato l’agenzia missionaria Misna due giorni fa, a causare molti danni nel paese sono state anche le tonnellate di rifiuti lasciate lungo le strade in discariche improvvisate o lungo corsi d’acqua. La presenza di cumuli di immondizia ha di fatto sigillato intere aree impedendo all’acqua piovana di defluire.
Il segretario all’ambiente ed ex-sindaco della città Lito Atienza ha detto che «siamo di fronte a un campanello d’allarme sugli effetti dei cambiamenti climatici» e sui disastri che possono derivarne quando sono combinati con l’urbanizzazione selvaggia. «A essere colpiti sono stati coloro che erano già i più poveri e che ora hanno perso tutto» ha detto alla Misna padre David Domingues, missionario comboniano che si trova a Manila. Il missionario ha spiegato che lungo i corsi d’acqua sorgono molte baraccopoli: «Un fatto che unito all’alta densità abitativa, all’assenza di colline o aree anche di poco elevate e a un sistema fognario inesistente o inadeguato, ha prodotto il risultato ora sotto i nostri occhi».
La Commissione europea ha stanziato 150 mila euro di aiuti urgenti per le vittime dello tsunami nelle isole Samoa nel Pacifico e 4 milioni di euro alle vittime del tifone Ketsana nelle Filippine, in Vietnam, in Cambogia e nel Laos.
Intanto, è scattato l’allarme siccità nelle campagne indiane, alla fine della stagione delle piogge: quello del 2009 è stato il monsone più avaro di acqua negli ultimi 40 anni. In India grandissima parte dei piccoli contadini che costituiscono la stragrande maggioranza degli abitanti delle campagne conta sul monsone per la riserva idrica annuale.

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