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mercoledì 7 novembre 2018

Referendum Atac a Roma 11-11-2018 ecco come e dove si Vota

Referendum Atac,   Roma alle urne domenica 11 novembre:   ecco come e dove si vota

Referendum Atac, 
Roma alle urne domenica 11 novembre:
 ecco come e dove si vota

Quasi 2,4 milioni di cittadini chiamati a rispondere a due quesiti 
per decidere se liberalizzare o meno il trasporto pubblico della Capitale

di SALVATORE GIUFFRIDA

Domenica 11 novembre sono chiamati a votare quasi 2,4 milioni di romani per decidere se liberalizzare il servizio di trasporto pubblico della Capitale - cioè affidarlo mediante gare pubbliche - e favorire la creazione di nuove modalità di trasporto collettivo non di linea come app o servizi a richiesta. Il referendum è promosso da Radicali italiani e Radicali Roma e dal Comitato "Mobilitiamo Roma", secondo cui il Comune potrà mantenere la gestione del servizio e dare il trasporto in concessione, aumentando l'efficacia del servizio grazie alla concorrenza. Favorevoli sono il Pd e Forza Italia, contrari il M5S, il Comitato Atac Bene Comune sostenuto da Stefano Fassina e Paolo Berdini, il Comitato "Mejo de no" e i sindacati che si oppongono alla privatizzazione del trasporto e temono che il costo del biglietto possa aumentare.   

COME SI VOTA Si voterà domenica 11 novembre dalle 8 alle 20 nei seggi normalmente usati per le elezioni politiche. L'elettore dovrà presentare un documento di identità e la propria tessera elettorale che però non sarà timbrata dagli scrutatori come avviene per le altre consultazioni elettorali. All'elettore saranno consegnate due schede di colore diverso, una per ciascun quesito. Si vota mettendo una croce sul sì o sul no. Lo spoglio inizierà alla chiusura delle urne.

I QUESITI Sono due le domande a cui l'elettore è chiamato a rispondere: la prima riguarda l'affidamento dei servizi di trasporto di linea mediante gare pubbliche. La seconda chiede la nascita di nuovi servizi di trasporto collettivo non di linea con app o a richiesta.

Il primo: "Volete voi che Roma Capitale affidi tutti i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e su rotaia mediante gare pubbliche, anche a una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa, nel rispetto della disciplina vigente a tutela della salvaguardia e la ricollocazione dei lavoratori nella fase di ristrutturazione del servizio?".

Il secondo: "Volete voi che Roma Capitale, fermi restando i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e rotaia comunque affidati, favorisca e promuova altresì l'esercizio di trasporti collettivi non di linea in ambito locale 
a imprese operanti in concorrenza?".

CHI PUO' VOTARE Possono votare tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali di Roma Capitale e i cittadini residenti all'estero informati a decorrere dal 45esimo giorno precedente alla votazione, con apposito avviso pubblicato sul sito di Roma Capitale. Possono votare anche i cittadini e gli studenti non residenti a Roma ma registrati entro il 31 dicembre 2017, che godono dei diritti di elettorato attivo ed esercitano la propria attività di lavoro o studio in città. I cittadini sprovvisti di tessera elettorale valida possono rivolgersi presso l'ufficio elettorale di via Petroselli 50 nei normali giorni lavorativi e nel giorno del referendum dalle 8 alle 20. 

IL QUORUM Secondo l'amministrazione comunale per il referendum dell'11 novembre, che è consultivo, vige il vecchio statuto di Roma Capitale e quindi è necessario il quorum del 33,3%: per essere valido il referendum deve essere votato da un terzo degli aventi diritto, ovvero 759mila cittadini su quasi 2,4 milioni di aventi diritto. Ma il giorno in cui è stato proclamato il referendum è il 31 gennaio 2018, stesso giorno in cui è stato approvato il nuovo statuto che non prevede il quorum: per questo motivo il Comitato sostiene che non si dovrebbe porre alcun quorum e si riserva di sottoporre la questione al Tar.



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giovedì 1 settembre 2016

Noi votiamo NO

al referendum.
PERCHE'

1) Non è una riforma scritta in modo chiaro e semplice e, soprattutto, non è stata prodotta per iniziativa libera del parlamento, ma sotto dettatura del governo;

2) il bicameralismo non viene davvero superato, come dice il governo, bensì reso più confuso creando conflitti di competenza tra Stato e Regioni e tra Camera e nuovo Senato;

3) non crea semplificazioni per quanto riguarda il processo di produzione delle norme, anzi lo complica: dalle nuove norme su Senato e procedura legislativa deriverebbero almeno 7 procedimenti legislativi differenti;

4) i costi della politica non vengono dimezzati: con la riforma si andrà a risparmiare circa il 20%, ma in realtà sono in arrivo nuove indennità al rialzo per i funzionari parlamentari;

5) l’ampliamento della partecipazione diretta dei cittadini comporterà l’obbligo di raggiungimento di 150mila firme (attualmente ne servono 50mila) per i disegni di legge di iniziativa popolare;

6) non garantisce la sovranità popolare: insieme alla legge Italicum, che mira a trasformare una minoranza in maggioranza assoluta di governo, espropria il popolo dei suoi poteri e consegna la sovranità nelle mani di pochi.


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domenica 26 giugno 2016

Unione Europea Migliore senza Inghilterra


Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa
Dopo il referendum e il vertice di Berlino dei cinque fondatori, parla l’ex ambasciatore: «La Gran 
Bretagna ha sempre fatto di tutto per evitare più integrazione. L’Europa deve ripartire da fisco e 
immigrazione. Lo scenario più probabile? Un’Unione a due velocità»

«Dopo la sbornia, il risveglio è amaro. Ed è esattamente quel che sta succedendo in Gran Bretagna». 

Non si stupisce Sergio Romano, ex ambasciatore, delle ricerche compulsive su Google per capire cosa sia l‘Unione Europea, delle 800mila firme che chiedono di rifare il referendum, di Boris Johnson che dice che non c’è alcuna fretta di abbandonare l’Unione Europea, di Nigel Farage costretto ad 
ammettere che non ci sarà un extra budget di 350 milioni di euro per la sanità britannica come aveva 
promesso in campagna elettorale, della Cornovaglia che chiede di poter comunque accedere ai fondi 
europei cui aveva attinto a piene mani negli anni precedenti: «Questo è il più buffo dei referendum mai organizzati. Hanno posto al popolo un quesito senza rendersi conto delle conseguenze della decisione che stavano prendendo».


C’è chi dice che la responsabilità di Cameron sia quella di aver promosso il referendum, 
non di averlo perso…
È vero. Le responsabilità maggiori sono sue. 
Un referendum del genere è populismo, non è democrazia. 
I trattati internazionali sono argomenti troppo complessi per dire dei sì o dei no. La gente non sa che 
cosa sta andando a votare. E il bello è che a Cameron non pensava all’Europa. Ha creato il caos per 
risolvere un suo problema personale.
Cioè?
Il suo partito era spaccato in due, l’Ukip erodeva voti a destra: Cameron ha promosso il referendum per rimanere al governo e avere un ruolo politico nel futuro. Risultato? Il suo partito è ancora diviso in due, l’Ukip è risorto dopo la batosta alle ultime elezioni e lui, prima o dopo, dovrà dimettersi.
È solo lui il colpevole?
È il principale, ma non il solo.
Chi altri, allora?
Cameron, promuovendo il referendum, ha messo l’Unione Europea in grave imbarazzo, costringendola a offrire alla Gran Bretagna condizioni ancora migliori di quelle precedenti, in caso avesse vinto il Remain.
In che senso l’Europa è stata costretta?
Non l’avessero fatto, in caso di Brexit sarebbero passati come i responsabili dell’uscita dall’Unione 
Europea della Gran Bretagna. È stato un errore, a posteriori: dovevamo essere più duri, rischiando di 
prenderci la colpa. Nessuno se l’è sentita e abbiamo pure noi giocato il gioco di Cameron, 
perdendo insieme a lui.
E adesso?
Adesso la palla è nelle mani di chi ha a cuore le sorti dell’Unione. Francia e Germania, soprattutto, ma anche noi italiani. Non fosse altro per il fatto che siamo i paesi che più degli altri hanno scommesso su questo disegno.


Cosa vuol dire aver la palla tra le mani?
Vuol dire prendere iniziative che abbiano un contenuto. Non c’è momento migliore per farlo.
Perché?
Perché la Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è 
opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate 
impossibili, diventeranno possibili.
Ad esempio?
Ad esempio, nel coordinamento fiscale. Quando si stava costruendo il mercato unico, Mario Monti, 
allora commissario, mi diceva spesso che gli inglesi erano i suoi migliori alleati. Ma quando cominciò a parlare di coordinamento fiscale, gli alleati diventarono avversari. Ora è fondamentale che vi sia una politica fiscale comune e un ministro che sovrintenda l’economia europea. In questo senso, l’assenza degli inglesi facilita i processi.
E poi?
Dobbiamo occuparci seriamente di immigrazione.
Perché dice così?
Perché è l’origine di tutti i malumori di cui stiamo soffrendo. E sta nutrendo il campo dei nazionalismi populisti. Li dobbiamo lavorare, senza avere l’illusione che vi siano soluzioni miracolistiche.Ecco: come?
Bisogna creare una frontiera comune. Il grosso errore di Schengen è stato quello di non affrontare 
questo problema. Se gli immigrati, quando entrano, possono girare dappertutto, ogni frontiera 
appartiene a tutti, non solo agli stati nazionali. Di conseguenza, ognuna di quelle frontiere deve avere le medesime guardie di frontiera, i medesimi principi di accoglienza. E invece, finora, ognuno ha fatto quel che voleva. Ricordo ancora, nel 2011, Roberto Maroni che favorisce il viaggio verso la Francia dei profughi tunisini provoca le indispettire reazioni francesi…

«La Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate impossibili, diventeranno possibili»

Frontiere comuni vuol dire anche esercito europeo?
C’è stato un momento in cui si pensava che l’unità d’europa dovesse partire da un esercito comune. Era un momento particolare: la fine della seconda guerra mondiale, l’inizio della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Fu quello il principio su cui si fondò la Comunità europea di difesa. Ad affossarla fu la Francia, con il voto congiunto 
- seppur con motivazioni profondamente diverse
 - di comunisti e gollisti.

Ci possiamo riprovare?
Non credo. Ora le condizioni non sono migliori di allora.


Come mai?
Soprattutto, perché esiste una disparità qualitativa militare, tra i membri dell’Unione Europea. Abbiamo una potenza nucleare, la Francia, che non vuole mettere in comune il suo potere. Abbiamo paesi che spendono nelle loro forze armate e altri come l’Italia che spendono troppo poco. Difficile creare una nuova istituzione paritetica, tra enti che non lo sono. Si rischia di riprodurre un errore. E per di più di farlo quando ci sono altre urgenze.
Una su tutte: che l’esempio britannico contagi gli altri Paesi europei…
Non credo che accadrà, in tutta onestà.

Come mai?
Adesso va di moda pensare che altri Paesi minacceranno l’uscita e poi andranno all’incasso, 
strappando condizioni migliori di quelle attuali. Io non ne sono affatto convinto. Quello che vediamo oggi in Gran Bretagna è il risveglio dopo la sbornia nazionalista I paesi che davvero vogliono imitare la Gran Bretagna ci penseranno due volte, prima di farlo. Dal canto nostro, abbiamo molti più argomenti per contrastarli, oggi.

Quindi che succederà, allora?
Non lo sappiamo. Certo, non me la sentirei di escludere l’ipotesi che l’Europa finisca per procedere a 
due velocità, costruendo la propria unione politica attorno al nucleo stretto dei Paesi fondatori, forse ad esclusione della sola Olanda.
Tagliando fuori l’est, insomma…
L’allargamento a est è figlio di un’idea di John Major, Primo ministro britannico dopo le dimissioni di Margaret Thatcher. Più si allargava l’Europa, meno sarebbe stato possibile integrarla a livello federale. La Gran Bretagna, di fatto, è entrata in Europa per impedirci di fare l’Europa. Adesso che loro non ci sono più, ci sono anche le condizioni per ripensare l’allargamento. Alcuni paesi dell’est come l’Ungheria, peraltro, giustificano il ripensamento, chiedendoci cose che vanno contro i principi fondativi dell’Unione.

«L’allargamento a est è figlio di un’idea di John Major. Più si allargava l’Europa, meno sarebbe stato 
possibile integrarla a livello federale. La Gran Bretagna, di fatto, 
è entrata in Europa per impedirci di fare l’Europa»
La cosa incredibile è che di questa “prima Europa potrebbero far parte anche la Scozia. E pure, 
incredibile a dirsi, l’Irlanda unita, se è vero che la Brexit metterà in moto pure un referendum per la 
separazione dell’Ulster dal Regno Unito…
La situazione irlandese è tanto spinosa quanto paradossale. Dopo essersi ammazzati a vicenda per 
decenni, potrebbero sposarsi per l’unica delle ragioni che non era stata prevista. Mentre riguardo alla 
Scozia, confesso che sono diviso tra due sentimenti opposti.
Cioè?
Mi piacerebbe che se ne andassero dal Regno Unito. Sarebbe una lezione della Storia, un altro modo 
per fare capireall’Inghilterra che ha sbagliato tutto. L’Unione Europea però non è nata per spaccare gli Stati. Il giorno in cui se ne va la Scozia, come fa un leader catalano ad accontentarsi di meno?

Un altro effetto paradossale della Brexit è che finirà per mettere in crisi gli stati nazionali?
L’Unione Europea doveva essere la soluzione razionale per la promozione degli autonomismi all’interno di una casa comune. 
Oggi c’è il rischio che prevalga quella irrazionale. L’ennesimo effetto del 
“capolavoro” di David Cameron.

LEGGI ANCHE SE L'ITALIA USCISSE DALL'EURO

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mercoledì 15 giugno 2016

Brexit in Gran Bretagna Referendum



BREXIT
''IN UK SI TENGONO STRETTA LA STERLINA''

In Gran Bretagna è tempo di Brexit, referendum consultivo senza quorum non legalmente vincolante per il Governo sulla permanenza o sull’uscita dell'UK dall’Unione Europea. 

Il prossimo 23 giugno, oltremanica ci si esprimerà su un tema che “preoccupa sostanzialmente il 
capitale internazionale, che teme l’uscita dall’Unione Europea dell'UK in quanto dalla Brexit potrebbe scaturire un effetto domino che creerebbe dei grossissimi problemi soprattutto all'Unione”, come spiega ad AbruzzoWeb Giuseppe Palma, giurista e scrittore, autore del blog ScenariEconomici.it e dei libri “Figli destituenti. I gravi aspetti di criticità della riforma costituzionale”, “Il tradimento della Costituzione. 
Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa: la rinuncia alla sovranità nazionale” e "Il male assoluto. Dallo Stato di diritto alla modernità Restauratrice. L'incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell'UE. Aspetti di criticità dell'Euro". 

“Se la Gran Bretagna esce – il pensiero di Palma – dà un esempio di libertà a tutti. A ruota, potrebbero seguire altri Paesi dell’Unione che non hanno la moneta unica, vedi Svezia o Polonia, i quali eviterebbero la continuazione del massacro di chi invece è incastrato nell'eurozona”.

“Questo effetto a catena darebbe un colpo durissimo a chi investe in borsa, con miliardi bruciati in un attimo – prosegue il giurista –. Pochi giorni fa, le borse europee - alla sola notizia che nuovi sondaggi davano la brexit in vantaggio - hanno perso circa 3-4 punti ciascuna, a parte quella di Londra che ne ha persi neanche un paio. La paura, dunque, è più per ‘noi’ che per ‘loro’”.

Ma la guerra psicologica via media prosegue, con annunci di catastrofi per i cittadini britannici e con 
pochi esempi contrari, come l’editore e produttore televisivo Rupert Murdoch che invece spinge per 
l’uscita, così come il leader dell’Ukip Nigel Farage, che considera l’uscita dalla UE dei suoi connazionali “il primo passo verso la disintegrazione dell’Unione stessa”.
“Che però devono vedersela con chi, come il multimilionario George Soros, ha impostato una 
campagna mediatica enorme a favore della permanenza della Gran Bretagna nella UE”, precisa Palma.“E la Regina Elisabetta II, che vede di buon occhio la scelta fatta anni fa da Margaret Thatcher di restare fuori dall’Euro, non si è esposta sul tema – continua –. Eppure, basterebbe una parola da parte sua e i cittadini credo che la seguirebbero senza pensarci un attimo”. 

In ogni caso, è il versante economico a preoccupare chi siede nei posti che contano, “perché, se si 
uscisse, la Sterlina si svaluterebbe subito, con effetti positivi per l’economia reale, con la ripresa 
immediata delle esportazioni britanniche, e negativi per chi ha ingenti capitali investiti, che si vedrebbe il giorno dopo l’uscita il capitale rosicchiato dalla svalutazione della sterlina”.

“Nel giro di pochissimo tempo – fa presente poi Palma – le cose tornerebbero alla normalità. Anche 
perché da quelle parti hanno la sovranità monetaria. Hanno la Sterlina, la gestiscono come vogliono, 
sempre stando fuori da certi parametri forcaioli anche nel caso di creazione degli Stati Uniti d’Europa. E basta parlare di peggioramenti della situazione, non è che il loro welfare migliora se restano dentro”.Ma, secondo Palma, c’è un altro fattore che farà la differenza in questo referendum, ed è l’immigrazione, considerata da larghe fette di popolazione come “incontrollabile”.

“Se usciranno, sarà per questo capitolo che viene considerato sempre di più un problema”, assicura 
l’esperto. “Ed è sicuro che, seppur consultivo, il referendum darà una indicazione politica molto forte che le istituzioni britanniche non potrebbero non rispettare. A quel punto, il parlamento dovrà soltanto organizzarsi per ratificare”, specifica il giurista, il quale vede decisivo per il risultato referendario la pesante spaccatura sul tema in seno al partito conservatore, il cui numero due, Boris Johnson, già sindaco di Londra, sta conducendo - insieme ad alcuni ministri di David Cameron - una incisiva campagna elettorale per l'uscita. 


Il giurista ritiene inoltre che un referendum di questo tipo non sia possibile in un Paese che ha l’Euro, in quanto, in caso di campagna elettorale, i mercati di organizzerebbero e farebbero di tutto per 
terrorizzare la popolazione e farle male, come già avvenuto in Grecia. 

Palma è tuttavia convinto che la Brexit non ci sarà, ma non esclude sorprese.
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martedì 10 maggio 2016

Referendum: Le 10 idee dei sostenitori del "SI"



Referendum: 
Le 10 idee dei sostenitori del "SI" alla riforma Boschi

Al referendum si vota per abolire il Senato».

Falso. Il Senato, seppur ridotto di poteri e per numero di senatori, continuerà a esistere, nello stesso 
Palazzo in cui si trova. Sembra ovvio, ma solo pochi giorni fa una tivù nazionale ha mostrato un cartello secondo il quale si sarebbe votato «per abolire il Senato». Lo stesso Renzi oggi a Firenze ha detto testualmente che «non esisteranno più i senatori», un'evidente falsità.

2. «Con la riforma si faranno le leggi più in fretta».

Falso. A parte le materie in cui il Senato mantiene funzione legislativa paritaria ("leggi bicamerali"), negli altri casi il Senato può proporre modifiche per una seconda lettura alla Camera e in molti casi la Camera, per approvare le leggi senza conformarsi al parere del Senato, deve poi riapprovarle a 
maggioranza assoluta dei suoi componenti (non basta quella dei presenti in aula). In tutto, sono una 
decina le diverse modalità possibili di approvazione di una legge. Il che porterà non solo a una serie di rimpalli, ma soprattutto a conflitti sulla tipologia a cui appartiene una proposta di legge,
 quindi sul suo iter.


3. «Il nuovo Senato abbatterà i costi della politica».

Parzialmente falso e di sicuro molto esagerato. I risparmi consistono nel fatto che i nuovi senatori (in 
quanto consiglieri regionali o sindaci) non saranno pagati per le loro funzioni senatoriali, ma avranno 
comunque le spese di trasferta a Roma dalle Regioni di provenienza e probabili forme di rimborso. Il 
personale di palazzo Madama che non resterà al Senato verrà trasferito. Si calcola ottimisticamente che il risparmio sulle spese oggi a carico di Palazzo Madama sarà di circa il 20 per cento rispetto alle spese attuali. Una riforma che avesse avuto come obiettivo il risparmio sui costi della politica avrebbe potuto dimezzare il numero complessivo dei parlamentari (315 deputati e 150 senatori, totale 450) ottenendo risparmi molto maggiori. Con questa riforma i parlamentari stipendiati restano infatti 630 (i deputati), più i rimborsi e le trasferte a Roma dei 100 senatori.


4. «Il nuovo Senato non sbilancia i contrappesi democratici».

Falso, se combinato con l'Italicum. La legge elettorale per la Camera (Italicum) assegna al partito 
vincente e al suo leader il controllo di 340 seggi. Data l'assenza di un'altra Camera con funzioni 
legislative altrettanto forti, ne consegue un accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del 
premier. Inoltre nelle elezioni in seduta comune con i senatori (ad esempio per la scelta del Presidente della Repubblica e dei membri non togati del Csm) questo meccanismo consegna al premier un potere molto maggiore. La possibilità che il Quirinale diventi un'espressione più diretta della sola maggioranza rende a sua volta maggiori i poteri del premier anche nell'elezione dei giudici della Consulta: la maggioranza di governo ne esprimerebbe direttamente 3 (tramite la Camera) e altri 5 attraverso il Presidente della Repubblica (se questi fosse espressione della sola maggioranza), più altri 2 se la maggioranza al Senato è la stessa che c'è alla Camera. Quindi su 15 giudici della Consulta un numero tra 8 e 10 (su 15) rischia di essere scelto direttamente o indirettamente
 dalla maggioranza di governo.


5. «Con il nuovo Senato ci sarà più stabilità».

Potenzialmente falso. La maggiore stabilità c'è se al ballottaggio per la Camera vince lo stesso partito 
che ha già la maggioranza al Senato, il che non è scontato. Ad esempio, se nascesse domani, il Senato previsto dalla riforma Boschi sarebbe a grande maggioranza Pd (in quanto eletto dai consigli regionali quasi tutti Pd) ma se poi al ballottaggio per la Camera vincesse il Centrodestra o il M5S si creerebbe una conflittualità perenne tra Camera e Senato.


6. «Il nuovo Senato ricalca il modello tedesco».

Falso. In Germania i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di provenienza. In altre parole, devono votare come deciso dai loro Länder e così ne rispecchiano la volontà, ne sono espressione diretta: in modo da costituire un contrappeso federale e locale al potere 
centrale. Secondo la riforma Boschi, invece, i senatori non hanno alcun vincolo di mandato rispetto alla regione di provenienza, quindi non ne esprimono le volontà: sono solo espressioni dello loro 
appartenenze politico-partitiche.


7. «Il nuovo Senato aumenta la rappresentanza locale quindi il federalismo»

Falso. Al contrario, la riforma Boschi toglie alle regioni molti margini legislativi e ne riduce autonomia (salvo le Regioni a Statuto speciale). L'ambiguità del testo e il rimando a leggi ordinarie aumenterà inoltre il contenzioso tra Stato e Regioni.


8. «La Costituzione è uguale da 70 anni, basta!».

Falso. Dal 1948 a oggi la Costituzione è già stata modificata diverse volte anche su questioni importanti: dall'istituzione delle Regioni al pareggio di bilancio, dal Titolo V sulla struttura dello Stato fino all'abolizione completa della pena di morte. Si può discutere se una modifica è o è stata un 
miglioramento, ma è difficile sostenere che la Costituzione italiana sia inerte
 e uguale a se stessa da 70 anni.


9. «Se vincono i no Renzi si dimette e sarà il caos».

Falso e ricattatorio. Non è costituzionalmente un referendum su Renzi: nessuno lo obbliga a dimettersi se vincono i no. Quello che sta facendo il premier è quindi un ricatto politico che distorce il voto su una cosa più importante di qualsiasi premier "pro tempore", cioé la Costituzione. I premier passano, la Costituzione li trascende. In ogni caso, anche se Renzi si dimettesse, il presidente Mattarella potrebbe dare un altro incarico per terminare la legislatura, che del resto ha già avuto un altro governo con la stessa maggioranza prima che ci fosse quello di Renzi.


10. «Questo referendum è la scelta tra l'Italia che dice sì al futuro e l'Italia che sa dire solo no»

Falso. Questo referendum è solo la scelta tra chi ritiene che la riforma Boschi sia migliorativa della 
Carta attuale e chi ritiene che sia peggiorativa. La formuletta mediatica "Italia dei sì contro Italia dei no" è, di nuovo, svilente rispetto alla rilevanza della Costituzione, legge fondamentale del nostro vivere comune che non ha nulla a che fare con la narrazione renziana, con la presunta o reale modernità del premier. Allo stesso modo, questo referendum non ingabbia chi è contrario alla riforma Boschi tra quanti ritengono immodificabile e non migliorabile la Costituzione: semplicemente, chi vota no ritiene che queste modifiche non siano migliorative ma
 (nel loro complesso e fatto il bilancio) prevalentemente peggiorative.

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mercoledì 4 maggio 2016

REFERENDUM e la DEMOCRAZIA del COMPROMESSO



REFERENDUM E LA DEMOCRAZIA DEL COMPROMESSO

Un intervento di Stefano Rodotà . 
Sul nesso tra riforma/deforma della costituzione, su cui voteremo a ottobre, e la legge elettorale.

La campagna elettorale per il referendum costituzionale, già cominciata da tempo, ha avuto una forte e prevedibile accelerazione dopo i risultati del referendum sulle trivelle. E dalle polemiche e dai conflitti di questi giorni già vengono indicazioni che consentono di avanzare ipotesi sui caratteri che assumerà la campagna elettorale e sugli effetti che via via si produrranno
 nel sistema politico-istituzionale.

Si deve partire da una constatazione. I referendum sono un gioco a somma zero, un sì contro un no, un vincitore e un vinto, e quindi il conflitto è nella loro stessa natura.

Fatta questa ovvia constatazione, si tratta poi di stabilire per ciascun referendum come si strutturi 
concretamente il conflitto, con quali caratteristiche e intorno a che cosa. E, facendo questo, si scopre 
che i referendum possono incidere sul funzionamento del sistema politico al di là della conferma o dell’ abrogazione di una legge. Più d’ una volta, negli anni passati, si è ritenuto che un voto referendario potesse avere un effetto destabilizzante del sistema politico al punto tale che, pur di evitarlo, in alcuni casi si è preferito sciogliere le Camere.

Considerando le ultime vicende, i critici dell’ utilità del voto sulle trivelle hanno insistito sul fatto che ben cinque dei sei quesiti predisposti dalle regioni avevano trovato una risposta positiva da parte del 
governo, sì che non valeva più la pena di andare a votare su un caso residuale. Valutazioni a parte su 
questo giudizio, questa vicenda mostra come una semplice richiesta referendaria possa modificare l’ 
agenda politica, stabilire priorità. Inoltre, la mobilitazione sociale necessaria già al momento della 
raccolta delle firme può dare origine ad un vero e proprio movimento, a forme di intervento alle quali i cittadini ricorrono quando appaiono chiusi gli altri canali di partecipazione politica.

Questo sfaccettarsi delle funzioni del referendum diviene ancor più evidente se si considera l’ imminente referendum costituzionale. All’ abituale polarizzazione referendaria, infatti, si è questa volta aggiunta una chiara personalizzazione del voto perché, con l’ annunciata decisione di dimettersi in caso di bocciatura della riforma, il presidente del Consiglio ha ormai trasformato l’ occasione referendaria in un vero e proprio voto di fiducia.

Si può dire, ed è stato detto, che un governo, se attribuisce una particolare importanza ad alcuni suoi 
provvedimenti, ben può ritenere che la loro cancellazione impedisca la prosecuzione della sua azione, annunciando preventivamente ai cittadini questa sua intenzione. Ma questo referendum non riguarda l’ indirizzo politico di maggioranza bensì, come è giusto dire, una massiccia riscrittura delle regole del gioco, con una modifica della forma di governo e del
 contesto democratico definito dalla Costituzione. 

Lo ha messo in evidenza efficacemente Romano Prodi, ricordando che «le riforme costituzionali 
debbono durare molto e non possono essere mirate solo all’ interesse di chi possiede la maggioranza 
del momento». Il riferimento ai soli interessi della maggioranza è, alla lettera, quello che si trova nelle pagine di Hans Kelsen dedicate alla virtù fondativa del «compromesso », dove si sottolinea che esso «fa parte della natura stessa della democrazia » e consiste, in primo luogo, nel risolvere «un conflitto mediante una norma che non è totalmente conforme agli interessi di una parte, né totalmente contraria agli interessi dell’ altra». Chi ha memoria della nostra storia costituzionale, cosa ben diversa dai troppi richiami sgangherati ai lavori dell’ Assemblea costituente fatti in questo periodo, ricorda che di un “compromesso costituzionale” si è molto parlato, anche con toni critici, ma in definitiva riconoscendo la saggezza politica dei costituenti che, attraverso un confronto serrato, erano giunti a sintesi assai elevate, garantendo l’ alta qualità della Costituzione.



Si dice che bisogna discutere nel merito la riforma sottoposta al voto. Ma non vi è merito più importante e ineludibile della valutazione della logica che la ha guidata e di quale risultato, in termini di democrazia, sia stato raggiunto. È bene ricordare, allora, che nel corso dell’ iter parlamentare, e in particolare in occasione delle audizioni di molti studiosi, proprio sul punto centrale della nuova disciplina del Senato vi erano state proposte assai circostanziate di modelli che avrebbero evitato non solo il pasticcio attuale, ma avrebbero consentito una soluzione davvero innovativa, con effetti di seria semplificazione e mantenimento di equilibri costituzionali che, soprattutto se si tiene conto dell’ intreccio con la nuova legge elettorale, vengono invece pregiudicati. Il buon “compromesso democratico” è lontano, e di questo si dovrà discutere.
Ma il riferimento alla democrazia torna, in maniera ancor più impegnativa, quando si constata che siamo di fronte al passaggio da una democrazia rappresentativa ad una democrazia d’ investitura, dunque ad un mutamento della forma di governo. Ancora una ineludibile questione di merito, se appena si considera che la sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato il “Porcellum” è sostanzialmente fondata sulla constatazione che non veniva garantita proprio la rappresentanza dei cittadini. E questo non è tema che riguarda il passato, perché la Corte costituzionale dovrà occuparsi della legittimità dell’ Italicum, contestata con argomenti che sottolineano come anche questa nuova legge elettorale sia viziata da un deficit di rappresentanza (e contro l’ Italicum si stanno anche raccogliendo le firme per un referendum abrogativo).

Vero è che ad ottobre non si voterà sulla legge elettorale. Ma è evidente che la discussione investirà 
anche questo aspetto della strategia istituzionale del governo, come peraltro sta già avvenendo, perché la stessa riforma costituzionale evoca il tema del potere dei cittadini con le nuove norme sui referendum e sulla iniziativa legislativa popolare, in sé deboli e comunque inadeguate per costituire un contrappeso ad un accentramento del potere che mette la maggioranza nella condizione di poter vanificare le iniziative popolari (altra cosa è la democrazia partecipativa considerata anche nella dimensione digitale). Giustificato con l’ argomento della semplificazione delle procedure di decisione (realizzata invece in forme confuse e contraddittorie), il moto ascendente del potere, la sua concentrazione in poche mani pongono chiaramente una questione di democrazia, già evidente in alcune inquietanti prassi dell’ attuale governo, o per meglio dire del presidente del Consiglio. Il giudizio degli elettori riguarderà inevitabilmente tutti questi aspetti della questione, che oggi si presenta con i tratti di una democrazia messa sotto tutela.

Diventa fondamentale, allora, il contesto nel quale si svolgerà la campagna elettorale. Uno storico come Emilio Gentile ha appena pubblicato un libro dal titolo “Il capo e la folla”, che riprende un tema trattato nel 1895 da Gustave Le Bon, analizzando “la psicologia delle folle”. La ricostruzione dei rapporti tra il leader e le masse, la personalizzazione del potere ci portano ai giorni nostri, che conoscono il pieno dispiegarsi di quella che Abramo Lincoln chiamò la “democrazia recitativa”. Varrà la pena di tornare su questo tema. Ma, considerando la campagna elettorale, bisognerà garantire subito che la “recita” non sia riservata ad un numero ristretto di personaggi. Questo chiama in causa particolarmente la televisione pubblica, ma implica una responsabilità dell’ intero sistema informativo. Una questione di democrazia, che si aggiunge alle altre appena ricordate.

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lunedì 18 aprile 2016

UN MONDO MIGLIORE dopo la pubblicità




GRAZIE A TUTTI GLI ITALIANI CHE HANNO VOTATO.
GRAZIE ALLA ‪#‎BASILICATA‬ CHE HA RAGGIUNTO 
LO STRAORDINARIO RISULTATO DI SUPERARE 

IL QUORUM DEL 50%.
CHI PARTECIPA VINCE SEMPRE!
Grazie agli oltre 15 milioni di cittadini che hanno detto SI alla democrazia ed un futuro con mari puliti, energie rinnovabili, efficienza energetica e turismo sostenibile!
Sono tantissimi e hanno combattuto una battaglia da eroi della democrazia.
Hanno combattuto come milioni di semplici Davide del Mondo Pulito contro i Golia delle lobby del 
petrolio di Trivellopoli e della disinformazione.
Lo hanno fatto affrontando 8 mesi di totale disinformazione su questo referendum, con trasmissioni che dichiaravano che si votava solo in 9 Regioni , alle bufale sui ‘posti di lavoro a rischio’ oppure quella che 'si sono sprecati 300 milioni di euro', quando è stato il Governo a non volere l’accorpamento con le elezioni amministrative, proprio per evitare di raggiungere il quorum.
Lo hanno fatto affrontando il vergognoso Governo di Trivellopoli ed un vergognoso ex presidente della Repubblica, che violando la Costituzione sulla quale hanno giurato (“articolo 48: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”) hanno invitato all’astensione.
Invitavano al ‘non voto’ facendo leva, per il mancato raggiungimento del quorum, su quella parte di 
cittadini che si astengono in maniera "fisiologica" ( ed in questi tempi toccano il 40% dell’elettorato).
Il Movimento 5 Stelle da sempre si batte per l’abolizione del quorum nei referendum, perché negli 
strumenti di democrazia diretta solo chi partecipa deve contare e decidere.
Ma chi ama la democrazia, soprattutto diretta e lotta per questa ogni giorno partecipando, informandosi e attivandosi nelle proprie comunità, vince sempre.
Oggi chi ha perso, soprattutto la faccia, sono il Governo del Bomba e l’ex presidente della Repubblica che hanno dimostrato di non amare la democrazia, la partecipazione civica e la Costituzione sulla quale hanno giurato.
Questa sera si riparte verso il futuro. Da oltre 15 milioni di cittadini che vogliono un futuro diverso per portare il Paese verso uno sviluppo energetico differente, che può essere già realtà con le rinnovabili che producono il 40% dell’elettricità. Il M5S ha già un piano energetico nazionale frutto di un anno e mezzo di lavoro con esperti e confronti. Siamo pronti a dimostrare che con le tecnologie oggi disponibili è già possibile cambiare il Paese e liberarlo in pochi anni da carbone e inceneritori ed arrivare al 2050 senza petrolio.
"Non si può battere una persona che non si arrende mai” (Babe Ruth)

NON VOTARE , è la scelta dei fannulloni , quelli che delegano agli altri, POI SI LAMENTANO CHE LE COSE VANNO MALE . La battaglia delle donne per l'ottenimento del voto e le idee sull'emancipazione femminile che fine hanno fatto.
Ricordiamoci che sono 3 Governi che non votiamo , perchè  l'ultimo presidente che abbiamo avuto e votato è finito ai SEVIZI SOCIALI per EVASIONE FISCALE . E l' Italia che va al Centro Commerciale per passare la Domenica senza VOTARE ha esaurito ogni QUID del proprio cervello , pieno di FALSI IDOLI e tivù SPAZZATURA neanche differenziata , continueremo la nostra lotta per un MONDO MIGLIORE dopo la pubblicità , GRAZIE

CILIEGINA SULLA TORTA
Genova, esplosione alla raffineria: 
fuoriesce petrolio, dighe per fermarlo
Alle 20 un incidente alle condutture della Iplom, impianto con sede in Valle Scrivia: il greggio si è riversato nel torrente Polcevera in modo «cospicuo» e poi nelle acque del mar Ligure. Il tentativo dei vigili del fuoco di arginare la «marea» con delle barriere.




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domenica 2 agosto 2015

Piero Calamandrei in Difesa della Scuola


Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale «Facciamo l’ipotesi» Piero Calamandrei 1950


Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito […]. .... se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito....
Il pericolo è: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime. .... Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.


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giovedì 16 luglio 2015

REFERENDUM: SCUOLA, TRIVELLE, ITALICUM, JOBS ACT


referendum possibili

ITALICUM, 

JOBS ACT, 

SCUOLA, 

TRIVELLE


Siamo partiti il 13 maggio, quando a un seminario sulle riforme elettorali e costituzionali abbiamo lanciato i referendum sull’Italicum, iniziando a parlarne con diversi soggetti politici e associazioni per condividere il percorso sin dall’inizio.

Immediatamente abbiamo ritenuto di unire ai referendum in materia elettorale, con i quali puntiamo soprattutto ad aprire la strada a una legge di stampo maggioritario che riteniamo la più coerente con una scelta di governo da parte dei cittadini, altri quesiti sui provvedimenti più miopi che abbiamo visto approvare – sempre con strappi e forzature – negli ultimi mesi da una maggioranza raccogliticcia, ormai del tutto separata dal rapporto con gli elettori.

Abbiamo quindi ripreso la questione delle grandi opere (che hanno portato tanti sprechi e corruzione) e delle trivellazioni rinvigorite dallo “sblocca-Italia” e su questo abbiamo elaborato – con la collaborazione di Green Italia e di alcuni esperti – tre quesiti (su uno dei quali c’è anche piena convergenza con l’iniziativa delle Regioni), a conferma che per noi l’ambiente non è l’ultimo capitoletto da aggiungere – come da tradizione italiana – in fondo al programma, ma è la chiave per una riconversione ecologica dell’economia e quindi per lo sviluppo.

Ci siamo concentrati anche sul jobs act, che contiene regole addirittura in contrasto con il programma con cui lo stesso PD si è presentato alle elezioni, ottenendo anche il premio di maggioranza, e quindi sulla cui base i suoi parlamentari sono stati eletti. Non c’era certo bisogno – tanto più dopo gli interventi della Fornero – di indebolire ancora la tutela dei lavoratori dai licenziamenti illegittimi (sottolineiamo che il provvedimento vuole proteggere non chi licenzia, ma chi lo fa illegittimamente, il che pare davvero troppo). Né era pensabile che si arrivasse a poter stabilire il demansionamento dei lavoratori per mere esigenze di riorganizzazione aziendale.

Ultima, ma non per ultima, la riforma della scuola. Non più la scuola di una comunità di studenti e di insegnanti, realmente “aperta a tutti” – come dice la Costituzione – e quindi strumento per superare le disuguaglianze, ma una “scuola del preside-manager”, con un occhio (o anche tutti e due) di riguardo per le scuole dei quartieri alti. Il rovesciamento, in pratica, del disegno costituzionale.

Ecco, questo il quadro – che disegna nel merito un programma alternativo e partecipato, secondo l’impostazione di Possibile e i principi del Patto repubblicano – che potete chiarirvi ulteriormente guardando i quesiti qui. Sono quesiti che abbiamo elaborato con le nostre forze e il contributo di alcuni esperti, sempre con un lavoro artigiano e volontario, ma anche attento e generoso. Li mettiamo a disposizione di tutti, per una valutazione di merito, pronti ad accogliere i suggerimenti e le osservazioni che verranno.

Non abbiamo potuto iniziare prima perché attendevamo la riforma della scuola, come ci era stato da più parti chiesto e suggerito. Ma ora abbiamo pochi giorni. Questa settimana, infatti, dobbiamo presentarli in Corte di Cassazione per avviare il percorso. Il lungo e faticoso percorso che, chiudendo la raccolta delle 500.000 firme il 30 settembre, ci potrà portare a votare nella primavera 2016. 

Mancando questo obiettivo e questa tempistica i referendum rischiano seriamente di perdersi. Il voto nel 2017, che alcuni ci hanno prospettato anche con insistenza, che si renderebbe necessario se entro il 30 settembre le firme necessarie non fossero raccolte, sarebbe a forte rischio in caso di fine anticipata della legislatura e in ogni caso farebbe sì che questi brutti provvedimenti dispiegassero e consolidassero i propri effetti sulla pelle dei cittadini. Quei cittadini che noi vogliamo si pronuncino direttamente su questioni mai sottoposte loro, in nessun programma elettorale (neppure di quelle primarie da cui – caso unico al mondo – è direttamente nato un governo, senza passare attraverso elezioni vere e proprie).

Attendiamo tutti i riscontri possibili. Siamo pronti a partire.


Giuseppe Civati, Andrea Pertici




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mercoledì 1 aprile 2015

L'ex Cavaliere e il Ponte


Ponte Corsica-Sardegna Avvio lavori previsto nel 2017

L'ambizioso progetto proposto dall'amministrazione di Ajaccio per unire l'isola francese alla Gallura sarà sottoposto a referendum tra la popolazione.

Un avveniristico ponte sospeso sul mare per unire la Sardegna alla Corsica. Questo l’ambizioso progetto proposto dall’amministrazione di Ajaccio, che ha già ottenuto il placet dei vari organi competenti. Il ponte, che unirà la costa di Sperone alla Gallura scavalcando le Bocche di Bonifacio, sarà lungo 16 chilometri, avrà quattro corsie per le auto (due in entrata, due in uscita) e due piste ciclabili. Sarà realizzato quasi interamente in acciaio, con connotazioni architettoniche futuristiche ed esteticamente innovative.

Ribattezzato Suttania-Civita, dall’antico nome della Corsica e da Civita, sede del giudice di Gallura ai tempi del Giudicato, il ponte è stato progettato da un team engineering guidato dall’architetto francese Jean Paul Davril e dall’ingegnere australiano Robert Fisher. L’inizio dei lavori (che potrebbero essere assegnati per metà ad aziende corse e per metà a imprese sarde) è previsto nel 2017 e i cantieri dovrebbero chiudersi nel giro di cinque anni. Prima, però, il progetto dovrà essere sottoposto a referendum tra la popolazione. I primi ad esprimere il proprio parere saranno i cittadini corsi, entro la fine di quest’anno. Gli abitanti della Gallura, invece, dovrebbero andare alle urne, salvo ritardi e imprevisti, nell’autunno del 2015.


BUON Pesce d'APRILE

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Questa e' Verita'

1,2 miliardi per non costruirlo


Il Ponte sullo Stretto: 1,2 miliardi per non costruirlo. 
Grazie a Silvio Berlusconi .
Lo Stato dovrà spendere più di un miliardo di euro per non realizzare il Ponte sullo Stretto...

 Il fautore della più grave regressione antropologica, culturale, sociale, economica e legale della storia Italiana
 Un giorno dovremo vergognarci con i nostri figli di aver messo al potere per 12 anni e 4 governi 
un evasore fiscale frequentatore di prostitute minorenni

ALTRO

Donne non vi offendete ma la dottoressa K. W. ha recentemente dimostrato che guardare i SENI in movimento per 10 minuti al giorno può allungare la vita dell’uomo anche di 5 anni.




Lo studio è stato fatto su oltre 400 uomini che sono stati monitorati per sei anni...
leggi tutto :

http://cipiri2.blogspot.it/2015/03/vedere-i-seni-delle-donne-allunga-la.html




Reggiseno per Fare Sport



Un uomo non arriverà mai a capirlo, ma è così: il seno può essere un impedimento a fare sport.
 Se qualcuno non ci crede, c’è anche una ricerca, condotta dal Research Group in Breast Health dell’Università di Portsmouth e pubblicata sul Journal of Physical Activity and Health: una donna su cinque non corre, non va in palestra, non pratica sport a causa del proprio seno...
leggi tutto:

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