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martedì 20 marzo 2018

Tecniche di Cambridge Analytica: Escort , Mazzette e profili facebook



Non solo profili facebook, anche escort e mazzette:
 Channel 4 svela tecniche di Cambridge Analytica.
 A svelare quale sarebbe il modus operandi della società coinvolta nello scandalo globale su Trump e la Brexit un'inchiesta condotta da un reporter sotto copertura di Channel 4 News, emittente britannica, che si e' intrufolato con una telecamera nella sede dell'azienda spacciandosi per il rampollo di una ricca famiglia dello Sri Lanka desideroso di acquisire una maggiore reputazione politica a scapito degli avversari.

Escort, ex spie, mazzette e fake news per aiutare i propri clienti a vincere le elezioni, in qualunque parte del mondo essi si trovino. Molta tecnologia ma anche metodi antichi quelli cui avrebbero fatto ricorso gli uomini della Cambridge Analytica, la societa' con sede nel Regno Unito che e' al centro del datagate che sta travolgendo Facebook. Societa' che ha lavorato anche per la campagna di Donald Trump ed è venuta in possesso di dati che sarebbero stati usati per influenzare anche il voto sulla Brexit. A svelare quale sarebbe il modus operandi della Cambridge Analytica un'inchiesta condotta da un reporter sotto copertura di Channel 4 News, emittente britannica, che si e' intrufolato con una telecamera nella sede dell'azienda spacciandosi per il rampollo di una ricca famiglia dello Sri Lanka desideroso di acquisire una maggiore reputazione politica a scapito degli avversari. 

Escort ucraine Il giornalista ha cosi' incastrato il presidente della Cambridge Analytica, Alexander Nix, e altri manager della societa', colti con le mani nel sacco. Uno dei suggerimenti dati da Nix al finto cliente e' stato lo scenario del sexy scandalo per screditare gli avversari politici, facendoli avvicinare da alcune escort ucraine. Spie e mazzette Un'altra opzione messa sul tavolo - come si evince dalle conversazioni filmate - e' stata quella di utilizzare degli ex 007 dei servizi di sua maesta' in contatto con la societa'. Tra le offerte anche quella di bustarelle e tangenti con cui corrompere e incastrare le vittime inconsapevolmente filmate. "questi sono solo degli esempi delle cose che possiamo fare e che sono state fatte", avrebbe quindi concluso Nix che nega di aver mai usato le tattiche descritte nel servizio di Channel 4 News. 

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domenica 26 giugno 2016

Unione Europea Migliore senza Inghilterra


Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa
Dopo il referendum e il vertice di Berlino dei cinque fondatori, parla l’ex ambasciatore: «La Gran 
Bretagna ha sempre fatto di tutto per evitare più integrazione. L’Europa deve ripartire da fisco e 
immigrazione. Lo scenario più probabile? Un’Unione a due velocità»

«Dopo la sbornia, il risveglio è amaro. Ed è esattamente quel che sta succedendo in Gran Bretagna». 

Non si stupisce Sergio Romano, ex ambasciatore, delle ricerche compulsive su Google per capire cosa sia l‘Unione Europea, delle 800mila firme che chiedono di rifare il referendum, di Boris Johnson che dice che non c’è alcuna fretta di abbandonare l’Unione Europea, di Nigel Farage costretto ad 
ammettere che non ci sarà un extra budget di 350 milioni di euro per la sanità britannica come aveva 
promesso in campagna elettorale, della Cornovaglia che chiede di poter comunque accedere ai fondi 
europei cui aveva attinto a piene mani negli anni precedenti: «Questo è il più buffo dei referendum mai organizzati. Hanno posto al popolo un quesito senza rendersi conto delle conseguenze della decisione che stavano prendendo».


C’è chi dice che la responsabilità di Cameron sia quella di aver promosso il referendum, 
non di averlo perso…
È vero. Le responsabilità maggiori sono sue. 
Un referendum del genere è populismo, non è democrazia. 
I trattati internazionali sono argomenti troppo complessi per dire dei sì o dei no. La gente non sa che 
cosa sta andando a votare. E il bello è che a Cameron non pensava all’Europa. Ha creato il caos per 
risolvere un suo problema personale.
Cioè?
Il suo partito era spaccato in due, l’Ukip erodeva voti a destra: Cameron ha promosso il referendum per rimanere al governo e avere un ruolo politico nel futuro. Risultato? Il suo partito è ancora diviso in due, l’Ukip è risorto dopo la batosta alle ultime elezioni e lui, prima o dopo, dovrà dimettersi.
È solo lui il colpevole?
È il principale, ma non il solo.
Chi altri, allora?
Cameron, promuovendo il referendum, ha messo l’Unione Europea in grave imbarazzo, costringendola a offrire alla Gran Bretagna condizioni ancora migliori di quelle precedenti, in caso avesse vinto il Remain.
In che senso l’Europa è stata costretta?
Non l’avessero fatto, in caso di Brexit sarebbero passati come i responsabili dell’uscita dall’Unione 
Europea della Gran Bretagna. È stato un errore, a posteriori: dovevamo essere più duri, rischiando di 
prenderci la colpa. Nessuno se l’è sentita e abbiamo pure noi giocato il gioco di Cameron, 
perdendo insieme a lui.
E adesso?
Adesso la palla è nelle mani di chi ha a cuore le sorti dell’Unione. Francia e Germania, soprattutto, ma anche noi italiani. Non fosse altro per il fatto che siamo i paesi che più degli altri hanno scommesso su questo disegno.


Cosa vuol dire aver la palla tra le mani?
Vuol dire prendere iniziative che abbiano un contenuto. Non c’è momento migliore per farlo.
Perché?
Perché la Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è 
opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate 
impossibili, diventeranno possibili.
Ad esempio?
Ad esempio, nel coordinamento fiscale. Quando si stava costruendo il mercato unico, Mario Monti, 
allora commissario, mi diceva spesso che gli inglesi erano i suoi migliori alleati. Ma quando cominciò a parlare di coordinamento fiscale, gli alleati diventarono avversari. Ora è fondamentale che vi sia una politica fiscale comune e un ministro che sovrintenda l’economia europea. In questo senso, l’assenza degli inglesi facilita i processi.
E poi?
Dobbiamo occuparci seriamente di immigrazione.
Perché dice così?
Perché è l’origine di tutti i malumori di cui stiamo soffrendo. E sta nutrendo il campo dei nazionalismi populisti. Li dobbiamo lavorare, senza avere l’illusione che vi siano soluzioni miracolistiche.Ecco: come?
Bisogna creare una frontiera comune. Il grosso errore di Schengen è stato quello di non affrontare 
questo problema. Se gli immigrati, quando entrano, possono girare dappertutto, ogni frontiera 
appartiene a tutti, non solo agli stati nazionali. Di conseguenza, ognuna di quelle frontiere deve avere le medesime guardie di frontiera, i medesimi principi di accoglienza. E invece, finora, ognuno ha fatto quel che voleva. Ricordo ancora, nel 2011, Roberto Maroni che favorisce il viaggio verso la Francia dei profughi tunisini provoca le indispettire reazioni francesi…

«La Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate impossibili, diventeranno possibili»

Frontiere comuni vuol dire anche esercito europeo?
C’è stato un momento in cui si pensava che l’unità d’europa dovesse partire da un esercito comune. Era un momento particolare: la fine della seconda guerra mondiale, l’inizio della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Fu quello il principio su cui si fondò la Comunità europea di difesa. Ad affossarla fu la Francia, con il voto congiunto 
- seppur con motivazioni profondamente diverse
 - di comunisti e gollisti.

Ci possiamo riprovare?
Non credo. Ora le condizioni non sono migliori di allora.


Come mai?
Soprattutto, perché esiste una disparità qualitativa militare, tra i membri dell’Unione Europea. Abbiamo una potenza nucleare, la Francia, che non vuole mettere in comune il suo potere. Abbiamo paesi che spendono nelle loro forze armate e altri come l’Italia che spendono troppo poco. Difficile creare una nuova istituzione paritetica, tra enti che non lo sono. Si rischia di riprodurre un errore. E per di più di farlo quando ci sono altre urgenze.
Una su tutte: che l’esempio britannico contagi gli altri Paesi europei…
Non credo che accadrà, in tutta onestà.

Come mai?
Adesso va di moda pensare che altri Paesi minacceranno l’uscita e poi andranno all’incasso, 
strappando condizioni migliori di quelle attuali. Io non ne sono affatto convinto. Quello che vediamo oggi in Gran Bretagna è il risveglio dopo la sbornia nazionalista I paesi che davvero vogliono imitare la Gran Bretagna ci penseranno due volte, prima di farlo. Dal canto nostro, abbiamo molti più argomenti per contrastarli, oggi.

Quindi che succederà, allora?
Non lo sappiamo. Certo, non me la sentirei di escludere l’ipotesi che l’Europa finisca per procedere a 
due velocità, costruendo la propria unione politica attorno al nucleo stretto dei Paesi fondatori, forse ad esclusione della sola Olanda.
Tagliando fuori l’est, insomma…
L’allargamento a est è figlio di un’idea di John Major, Primo ministro britannico dopo le dimissioni di Margaret Thatcher. Più si allargava l’Europa, meno sarebbe stato possibile integrarla a livello federale. La Gran Bretagna, di fatto, è entrata in Europa per impedirci di fare l’Europa. Adesso che loro non ci sono più, ci sono anche le condizioni per ripensare l’allargamento. Alcuni paesi dell’est come l’Ungheria, peraltro, giustificano il ripensamento, chiedendoci cose che vanno contro i principi fondativi dell’Unione.

«L’allargamento a est è figlio di un’idea di John Major. Più si allargava l’Europa, meno sarebbe stato 
possibile integrarla a livello federale. La Gran Bretagna, di fatto, 
è entrata in Europa per impedirci di fare l’Europa»
La cosa incredibile è che di questa “prima Europa potrebbero far parte anche la Scozia. E pure, 
incredibile a dirsi, l’Irlanda unita, se è vero che la Brexit metterà in moto pure un referendum per la 
separazione dell’Ulster dal Regno Unito…
La situazione irlandese è tanto spinosa quanto paradossale. Dopo essersi ammazzati a vicenda per 
decenni, potrebbero sposarsi per l’unica delle ragioni che non era stata prevista. Mentre riguardo alla 
Scozia, confesso che sono diviso tra due sentimenti opposti.
Cioè?
Mi piacerebbe che se ne andassero dal Regno Unito. Sarebbe una lezione della Storia, un altro modo 
per fare capireall’Inghilterra che ha sbagliato tutto. L’Unione Europea però non è nata per spaccare gli Stati. Il giorno in cui se ne va la Scozia, come fa un leader catalano ad accontentarsi di meno?

Un altro effetto paradossale della Brexit è che finirà per mettere in crisi gli stati nazionali?
L’Unione Europea doveva essere la soluzione razionale per la promozione degli autonomismi all’interno di una casa comune. 
Oggi c’è il rischio che prevalga quella irrazionale. L’ennesimo effetto del 
“capolavoro” di David Cameron.

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venerdì 24 giugno 2016

Gran Bretagna Esce dall'Europa


 In realtà c'è sempre stata a mezzo servizio e negli ultimi anni da quando ha rifiutato di firmare i trattati per l'austerità o ha contrattato ampie autonomie proprio per evitare il brexit, era nella Ue giusto pro forma. Dunque il terremoto che viene narrato intorno alle borse  è frutto di una emotività riferita alle stesse drammatizzazioni  pre elettorali prodotte dai poteri finanziari, europei e americani: sono le bugie che tentano per un piccolo spazio di tempo di tradursi da ectoplasmi narrativi in realtà. Alcuni giorni prima del voto  - vissuto in un'atmosfera da tregenda appositamente creato e tale da dar luogo al primo assassinio di un parlamentare in carica dopo due secoli - W.M. tra i più famosi editorialisti del Financial Time, oltre che di fede ordoliberista, dunque insospettabile, aveva scritto:“Durante le conversazioni con i funzionari europei continuo a sentire ripetere un argomento rivelatore: se la Gran Bretagna votasse per uscire dall’Ue e ciò venisse visto come un successo, altri paesi membri potrebbero seguirne l’esempio. Perciò questo pericolo deve essere stroncato sul nascere. Questo modo di ragionare rivela l’implicita ammissione che la Brexit potrebbe funzionare dal punto di vista economico. Più precisamente, chi ragiona così teme che un eventuale successo post-Brexit tolga agli europeisti ciò che essi ritengono essere il proprio argomento più forte: 
la paura dell’ignoto.”

“La politica europea dell’austerità tedesca sta rovinando l’Ue”. È il giudizio di Romano Prodi sui ‘responsabili’ della Brexit. Per l’ex presidente del Consiglio, “alla base di tutto c'è stata una scelta sbagliata” del premier britannico David Cameron, che ha impostato il referendum “solo per interessi personali”. I cittadini del Regno Unito hanno respinto l’idea di “un’Europa ferma, che rinvia le decisioni e non si occupa di capire le tensioni e i problemi delle popolazioni dei singoli stati”.

" La riflessione importante da fare è che le classi abbienti hanno votato per il Remain e le classi povere invece per il Leave. Nel mondo, non solo in Inghilterra, le proteste si stanno condensando nei ceti che soffrono per la globalizzazione e l'Europa è vista come una parte di questo processo".

"Stiamo attuando una politica economica non inclusiva e questo dà linfa ai partiti populisti, che infatti stanno facendo proseliti in Italia, Francia, Spagna e nella stessa Germania. Nel caso inglese, tale malcontento si è espresso nella rabbia verso l'Europa. Certo, alla base di tutto c'è stata una scelta sbagliata di Cameron, anche se avesse prevalso il Remain. Indire un referendum ha indebolito la posizione della Gran Bretagna a Bruxelles, ha confuso gli elettori, ha mostrato chiaramente come fosse soltanto una mossa strategica per restare al comando del governo britannico. E l'insieme di questi elementi ha fatto sì che quello di ieri fosse un voto anti Europa ma anche anti Cameron. Il referendum è stato impostato da Cameron solo per interessi personali. E in questo senso, si potrebbe dire: ben gli sta".
Prodi aggiunge di essere personalmente "rimasto sdegnato dalle trattative svoltesi fra l'Europa e la Gran Bretagna per scongiurare la Brexit. Il governo britannico veniva autorizzato a stare fuori da ogni progresso che l'Unione avrebbe compiuto, configurando pertanto una Europa a due velocità, cambiando la stessa natura dell'Unione. D'altronde – prosegue l’ex presidente del Consiglio - i referendum spesso hanno valenze politiche ben diverse da quelle che si evincerebbero dai quesiti posti agli elettori. In Francia, quando venne bocciata la costituzione europea, in realtà incise molto l'atteggiamento anti Chirac, che all'epoca era al governo del Paese. Ma quella britannica se vogliamo è anche una bocciatura dell'idea stessa di Europa così com'è, perché la gente se vede un'Europa ferma, che rinvia le decisioni, che non si occupa di capire le tensioni e i problemi delle popolazioni dei singoli stati, inevitabilmente, si allontana. Da anni ormai diciamo che questa politica europea dell'austerità tedesca non ci piace e sta rovinando l'Unione".
Prodi conclude: "la bocciatura britannica dimostra come questo malessere sia radicato non nei centri delle città, ma nelle periferie, dove appunto si soffre questa paralisi europea. La decisione britannica – spiega l’ex premier - potrebbe avere anche forti conseguenze interne, visto che in Scozia e Irlanda del Nord la vittoria del sì all'Europa ha assunto dimensioni cosi elevate da far pensare che possa fungere da trampolino per rivendicazioni autonomiste. Rivendicazioni che potrebbero coinvolgere anche altre realtà europee, come la Catalogna in Spagna".


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mercoledì 22 giugno 2016

La City e Wall Street Usate come Lavanderia del Narcotraffico


L'intervento di Roberto Saviano al Parlamento britannico. 

Se si chiede quale sia il Paese più corrotto al mondo, la risposta più immediata è dettata dal grado di 
corruzione percepita. Magari si penserà al Messico, ai Paesi latinoamericani, a quelli africani, al Medio Oriente, all'Italia. E invece il più corrotto è l'Inghilterra, ma non di una corruzione che riguarda gli amministratori pubblici, i poliziotti, i sindaci, ma di una corruzione che è consustanziale al sistema economico. Il sistema economico inglese si alimenta di corruzione. E in tutto questo il governo e i cittadini britannici non si sono davvero resi conto
 dell'emergenza che sta attraversando il Paese.


Nel 2015 la National Crime Agency pubblicò un report i cui dati sono estremamente importanti. Il report spiegava che "ogni anno centinaia di miliardi di dollari di provenienza criminale quasi sicuramente continuano ad essere riciclati attraverso le banche del Regno Unito e le loro filiali". E aggiungeva che "l'entità del riciclaggio dei proventi criminali è quindi una minaccia per l'economia e la reputazione del Regno Unito". Di lì a poco anche il primo ministro David Cameron avrebbe espresso il suo impegno dichiarando: "Il Regno Unito non deve assolutamente diventare un paradiso fiscale per soldi sporchi di tutto il mondo". Eppure non è andata così.

In un documento molto interessante pubblicato da Transparency Uk a marzo del 2015 sul mercato 
immobiliare londinese come rifugio di capitali segreti e soldi sporchi, si parlava di soldi provenienti dalla corruzione, ma non veniva mai citata la parola mafia, né mai si è parlato di organizzazioni criminali. Il motivo è semplice: tranne che per rarissimi casi, in Inghilterra la mafia non si vede e non si sente. Non ci sono cadaveri sulle strade né sparatorie. In Messico o in Italia tra cadaveri, sangue e sequestri di droga non è possibile pensare che la mafia non esista. A Londra esiste ma è silenziosa, agisce nell'ombra. E soprattutto non ha l'odore acre del sangue, ma quello rassicurante dei soldi.

Senza il riciclaggio, il denaro delle mafie sarebbe un ricavato inerte. È necessario, invece, che rientri in circolo: il problema delle organizzazioni criminali non è fare soldi, ma riciclarli. E nel Regno Unito, secondo le stime di associazioni non-governative, vengono riciclati 57 miliardi di sterline (ovvero 74 miliardi di euro). Proventi illeciti che, dopo essere stati opportunamente ripuliti, vengono rimessi in circolo. In silenzio, i capitali criminali si muovono e minano la nostra economia 
e le nostre democrazie. In silenzio.

La City di Londra, insieme a Wall Street, è la più grande lavanderia al mondo di denaro sporco del 
narcotraffico. Londra è un sistema finanziario internazionale da cui passano transazioni da tutto il 
mondo per il valore di bilioni di sterline ogni anno e offre i servizi finanziari più ricercati. Ma non è tutto, perché oltre a questo, la capitale inglese si trova al centro
 del più importante sistema offshore del mondo.

Molti capitali internazionali che passano attraverso le dipendenze della Corona Britannica (come 
Jersey) e i territori d'Oltremare (come le Isole Cayman) - paradisi fiscali per eccellenza - vengono poi incanalate verso le banche della City e quando arrivano a Londra sono già stati ripuliti anche se 
originariamente erano sporchi. Come rivelò nel 2013 uno studio basato su inchieste di Transcrime (il 
Centro di ricerca sulla criminalità transnazionale dell'Università Cattolica di Milano) tutte le principali mafie italiane sono presenti nel Regno Unito con i loro affari. 
Uno studio di Transparency International 
del 2015 ha contato 36.342 immobili in un'area di 6 km quadrati a Londra di proprietà di società di 
copertura. Mentre il 75% degli immobili attualmente sotto indagine nel Regno Unito per reati legati alla corruzione sono registrati in paradisi fiscali. A Londra il 90% degli immobili di proprietà di società straniere sono di società registrate in paradisi fiscali.


È così che interi quartieri di Londra si stanno svuotando,
 diventando luoghi di investimento. 
Entrano i soldi, escono le persone.


Finalmente la stampa inglese si è accorta di questa vera e propria occupazione finanziaria della propria città: qualche giorno fa ha fatto rumore l'inchiesta del Guardian sul grattacielo residenziale più alto di Londra: St George Wharf Tower, un grissino di cemento di 50 piani dove i 214 appartamenti di lusso sono perlopiù intestati a magnati stranieri quando non posseduti da società offshore. Una torre con tutti gli optional che rimane vuota per la gran parte dell'anno, mentre la maggior parte dei londinesi non riesce nemmeno più a trovare un affitto accettabile: le case non servono per essere abitate, ma per fungere da casseforti di cemento,
 che custodiscono denaro, spesso riciclato.

Tra un mese la Gran Bretagna sarà chiamata a votare al referendum sulla cosiddetta Brexit, per 
esprimere la propria opinione sull'uscita o meno dall'Europa.

È fondamentale tenere presente che ci sono ambiti - come la sicurezza e la giustizia - in cui non si può agire isolati. Quando si parla di criminalità organizzata, di terrorismo, di narcotraffico, non esistono confini. Saremmo degli illusi a pensarlo.

Come si può pensare di affrontare qualcosa che è per 
definizione internazionale con strumenti nazionali?

Il Regno Unito non può più fare finta di nulla. Ora ha i dati, i risultati delle inchieste, gli avvertimenti degli esperti e delle autorità. Ora è il momento di muoversi, di fare qualcosa contro il denaro criminale, prima che il denaro criminale si compri tutta la Gran Bretagna.

Il testo è l'intervento tenuto da Roberto Saviano al Parlamento britannico su invito del parlamentare 
laburista David Lammy, ex ministro dell'Università

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BREXIT
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mercoledì 15 giugno 2016

Brexit in Gran Bretagna Referendum



BREXIT
''IN UK SI TENGONO STRETTA LA STERLINA''

In Gran Bretagna è tempo di Brexit, referendum consultivo senza quorum non legalmente vincolante per il Governo sulla permanenza o sull’uscita dell'UK dall’Unione Europea. 

Il prossimo 23 giugno, oltremanica ci si esprimerà su un tema che “preoccupa sostanzialmente il 
capitale internazionale, che teme l’uscita dall’Unione Europea dell'UK in quanto dalla Brexit potrebbe scaturire un effetto domino che creerebbe dei grossissimi problemi soprattutto all'Unione”, come spiega ad AbruzzoWeb Giuseppe Palma, giurista e scrittore, autore del blog ScenariEconomici.it e dei libri “Figli destituenti. I gravi aspetti di criticità della riforma costituzionale”, “Il tradimento della Costituzione. 
Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa: la rinuncia alla sovranità nazionale” e "Il male assoluto. Dallo Stato di diritto alla modernità Restauratrice. L'incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell'UE. Aspetti di criticità dell'Euro". 

“Se la Gran Bretagna esce – il pensiero di Palma – dà un esempio di libertà a tutti. A ruota, potrebbero seguire altri Paesi dell’Unione che non hanno la moneta unica, vedi Svezia o Polonia, i quali eviterebbero la continuazione del massacro di chi invece è incastrato nell'eurozona”.

“Questo effetto a catena darebbe un colpo durissimo a chi investe in borsa, con miliardi bruciati in un attimo – prosegue il giurista –. Pochi giorni fa, le borse europee - alla sola notizia che nuovi sondaggi davano la brexit in vantaggio - hanno perso circa 3-4 punti ciascuna, a parte quella di Londra che ne ha persi neanche un paio. La paura, dunque, è più per ‘noi’ che per ‘loro’”.

Ma la guerra psicologica via media prosegue, con annunci di catastrofi per i cittadini britannici e con 
pochi esempi contrari, come l’editore e produttore televisivo Rupert Murdoch che invece spinge per 
l’uscita, così come il leader dell’Ukip Nigel Farage, che considera l’uscita dalla UE dei suoi connazionali “il primo passo verso la disintegrazione dell’Unione stessa”.
“Che però devono vedersela con chi, come il multimilionario George Soros, ha impostato una 
campagna mediatica enorme a favore della permanenza della Gran Bretagna nella UE”, precisa Palma.“E la Regina Elisabetta II, che vede di buon occhio la scelta fatta anni fa da Margaret Thatcher di restare fuori dall’Euro, non si è esposta sul tema – continua –. Eppure, basterebbe una parola da parte sua e i cittadini credo che la seguirebbero senza pensarci un attimo”. 

In ogni caso, è il versante economico a preoccupare chi siede nei posti che contano, “perché, se si 
uscisse, la Sterlina si svaluterebbe subito, con effetti positivi per l’economia reale, con la ripresa 
immediata delle esportazioni britanniche, e negativi per chi ha ingenti capitali investiti, che si vedrebbe il giorno dopo l’uscita il capitale rosicchiato dalla svalutazione della sterlina”.

“Nel giro di pochissimo tempo – fa presente poi Palma – le cose tornerebbero alla normalità. Anche 
perché da quelle parti hanno la sovranità monetaria. Hanno la Sterlina, la gestiscono come vogliono, 
sempre stando fuori da certi parametri forcaioli anche nel caso di creazione degli Stati Uniti d’Europa. E basta parlare di peggioramenti della situazione, non è che il loro welfare migliora se restano dentro”.Ma, secondo Palma, c’è un altro fattore che farà la differenza in questo referendum, ed è l’immigrazione, considerata da larghe fette di popolazione come “incontrollabile”.

“Se usciranno, sarà per questo capitolo che viene considerato sempre di più un problema”, assicura 
l’esperto. “Ed è sicuro che, seppur consultivo, il referendum darà una indicazione politica molto forte che le istituzioni britanniche non potrebbero non rispettare. A quel punto, il parlamento dovrà soltanto organizzarsi per ratificare”, specifica il giurista, il quale vede decisivo per il risultato referendario la pesante spaccatura sul tema in seno al partito conservatore, il cui numero due, Boris Johnson, già sindaco di Londra, sta conducendo - insieme ad alcuni ministri di David Cameron - una incisiva campagna elettorale per l'uscita. 


Il giurista ritiene inoltre che un referendum di questo tipo non sia possibile in un Paese che ha l’Euro, in quanto, in caso di campagna elettorale, i mercati di organizzerebbero e farebbero di tutto per 
terrorizzare la popolazione e farle male, come già avvenuto in Grecia. 

Palma è tuttavia convinto che la Brexit non ci sarà, ma non esclude sorprese.
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