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domenica 26 giugno 2016

Uscita Italiana dall’Euro è un SUICIDIO ?


DALL'EURO SI ESCE PER DECRETO ED A MERCATI CHIUSI 

Se da un lato i Trattati europei prevedono espressamente la facoltà per ciascuno Stato membro di 
recedere dall’Unione - articolo 50 del Tfue, Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea - ponendo come solo obbligo il rispetto delle disposizioni costituzionali e non anche – ad esempio - la 
predisposizione di un atto motivato (questo vuol dire che il recesso può avvenire senza che ricorra un 
legittimo o giustificato motivo di autotutela della sovranità e dell’ordine pubblico interno propri di un determinato Stato membro), 
dall’altro l’uscita dall’euro presenta certamente maggiori problemi (ma solo in apparenza). 
I Trattati, infatti, non sono così chiari come nel caso di recesso dall'Unione. 


Se da un lato gli artt. 139 e 140 del Tfue, prevedendo la distinzione tra Stati “la cui moneta è l'euro” e Stati in deroga, non escludono la possibilità per ciascuno degli Stati “la cui moneta è l'euro” di tornare allo status di Stato in deroga (in tal caso le predette norme andrebbero lette in parallelo con la 
Convenzione di Vienna), dall'altro il recesso dalla moneta unica può avvenire attraverso un atto di 
imperio da parte del Governo italiano, cioè un decreto legge emanato dall'esecutivo – che il Parlamento dovrebbe convertire in legge secondo il dettato costituzionale entro sessanta giorni – attraverso il quale si preveda il ritorno ad una moneta nazionale (da convertire 1:1 con l'euro) provvedendo altresì alla parallela e indispensabile conversione del nostro debito pubblico (il cui ammontare è per circa il 96% ancora sotto giurisdizione italiana) in nuova moneta nazionale (alla quale il Governo dovrebbe ovviamente attribuire valore intrinseco, 
cioè fissare l'imposizione fiscale in nuova moneta nazionale). 

Il tutto, ovviamente, dovrebbe essere accompagnato dal necessario superamento dello scellerato 
divorzio avvenuto nel 1981 tra Banca d'Italia e Tesoro (per cui la Banca d'Italia dovrebbe tornare ad 
esercitare l'importantissima ed irrinunciabile funzione di prestatrice di ultima istanza) e dalla 
nazionalizzazione delle banche, le quali, invece di perseguire lo scopo della speculazione, dovrebbero tornare ad esercitare la funzione per la quale furono costituite, cioè quella di finanziare cittadini e 
imprese nell'interesse nazionale e nel perseguimento delle finalità costituzionali (lavoro, uguaglianza 
sostanziale, risparmio, credito e libera iniziativa economica)!

Del resto, nel caso si decidesse di far leva sul combinato disposto rappresentato dagli artt. 139 e 140 
del Tfue e dalla Convenzione di Vienna, uscire dall'euro restando nell'Ue (vestendo quindi lo status di Stato in deroga) non risolverebbe affatto i nostri problemi in quanto saremmo comunque legati ai vincoli esterni, salvo si decidesse di non rispettarli più, ma in tal caso saremmo comunque esposti a procedure di infrazione da parte di Bruxelles. 

Ciò detto, al fine di poter porre in essere tutte le misure necessarie allo scopo di risolvere le gravissime problematiche economiche e occupazionali cui versa il nostro Paese, la strada consigliata sarebbe quella dell'uscita dall'UE facendo leva sull'art. 50 del Tue e della parallela uscita dall'euro per decreto, con necessaria conversione del debito pubblico in nuova moneta nazionale e applicando - nell’interesse nazionale e secondo quanto già previsto dal codice civile
 – il principio della Lex Monetae.

A tal proposito si precisa che l'eventuale ritorno ad una moneta nazionale non significa tornare alla 
vecchia lira come l'abbiamo conosciuta, bensì ad una nuova moneta (da convertire 1:1 con l'euro e il cui cambio sarebbe stabilito di volta in volta dal mercato) 
che può chiamarsi in qualsiasi modo: nuova lira, 
fiorino, scudo, ducato, grano, eccetera.

A questo punto, una delle argomentazioni che gli euristi contrappongono all’uscita dall’euro è quello che gli italiani si vedrebbero impennare la rata del mutuo. Una sciocchezza che non ha senso. 

E vi spiego il perché grazie al principio della Lex Monetae (combinato disposto degli artt. 1277, 1278 e 1281 co. I del codice civile).

Ma leggiamo l’art. 1277 co. I e II c.c. 
“I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso 
legale al tempo del pagamento, 
questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima”. 


Questo articolo si applicherebbe qualora deflagrasse l’intera Eurozona con la conseguenza che non vi sarebbe più la moneta unica e quindi questa non avrebbe più corso legale in nessuno degli Stati che vi avevano aderito. 

In tal caso i pagamenti andrebbero fatti in moneta legale (ad esempio la nuova Lira) ragguagliata per 
valore all’Euro, e il rapporto di cambio sarebbe uno a uno (il cosiddetto changeover, cioè il cambio “in uscita” e non, come sostengono alcuni sprovveduti, il cambio “in entrata”).

Ciò detto, qualora vi fosse una deflagrazione di tutta l’Eurozona (e quindi la fine dell’Euro), per noi non vi sarebbero eccessivi problemi perché troverebbe applicazione la norma di cui all’art.1277 c.c.! 

I problemi sorgerebbero invece – quantomeno in apparenza – qualora ad uscire fosse l’Italia con parallela sopravvivenza dell’Eurozona e quindi della moneta unica.

A tal proposito leggiamo l’art. 1278 c.c. “Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento”.

In tal caso il debitore potrebbe optare di pagare in Euro (e ciò sarebbe una iattura) oppure in moneta 
legale (la nuova Lira), con il rischio della svalutazione di questa nuova moneta (svalutazione che in 
questo preciso caso rappresenterebbe un’ulteriore iattura). 
Per dirla con parole povere, ecco un esempio pratico: chi ha acceso un mutuo a tasso variabile, in caso di uscita dell’Italia dall’Euro potrebbe scegliere di pagare in Euro (che però non avrebbe più corso legale in Italia e quindi sarebbe difficile da procurare), oppure potrebbe optare di pagare in nuova moneta nazionale che tuttavia sarebbe soggetta a svalutazione, con conseguenze molto pesanti 
sull’ammontare delle rate di mutuo. 

Ed è proprio qui che trova applicazione un altro dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico, ossia lex specialis derogat generali (la norma speciale deroga quella generale), richiamato 
espressamente in merito a tale argomento dall’art. 1281 co. I c.c.: “Le norme che precedono si 
osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali”. 

Il che vuol dire che il Governo, con il medesimo decreto di uscita, deve prevedere che i rapporti di 
debito e credito espressi in euro siano regolati in nuova moneta nazionale al cambio previsto alla data del changeover (1:1), e non a quella della scadenza del debito/credito (che ovviamente incorporerebbe la svalutazione della nuova lira). 

Uscire dall’euro è possibile. Basta Volerlo. 
E non mi si parli di referendum. 

Se qualche forza politica italiana proponesse seriamente un referendum consultivo sull’euro (che al 
momento non è giuridicamente praticabile), dovremmo sostenere una campagna elettorale sotto il 
ricatto violento dei mercati, che spingerebbe i cittadini a votare
 (sotto costrizione) per la permanenza nell’eurozona. 

Non credo proprio che gli italiani sarebbero disposti a sopportare un mese di campagna elettorale con lo spread alle stelle e con prelievi limitati agli sportelli bancari.

Per di più, dal punto di vista strettamente giuridico, la nostra Costituzione vieta espressamente 
referendum abrogativi sui Trattati internazionali, oltre a non prevedere alcuna forma di referendum 
consultivo. 

Quindi quando sento qualcuno parlare di referendum sull’euro mi viene da ridere! Tuttavia, per onestà intellettuale, è bene ammettere che, se la riforma costituzionale renziana superasse la prova 
referendaria di ottobre, questa introduce referendum popolari propositivi e di indirizzo senza preclusioni su alcuna materia, ma in ogni occorrerebbe una successiva legge costituzionale che ne disciplini sia l’introduzione che la normativa.

In pratica, nelle migliore delle ipotesi, occorrerebbero almeno altri 3-4 anni perché si giunga ad una 
eventuale consultazione sull’euro come quella proposta ad esempio dal Movimento 5 Stelle, con tutti i problemi sopra richiamati. 

Ciò detto, io mi sto impegnando in prima persona perché la riforma non passi il referendum 
confermativo di ottobre, non perché non voglia l’introduzione di referendum cosiddetti “consultivi”, ma perché si tratta di una riforma pessima che presenta una pericolosa e grave assenza di pesi e 
contrappesi.
Dall’euro, quindi, si può uscire solo per decreto, da emanarsi un sabato o una domenica, cioè a mercati chiusi. Punto. 
Chi afferma il contrario non sa che cosa dice. 
di Giuseppe Palma : giurista e scrittore, autore del blog ScenariEconomici.it e dei libri "Figli destituenti. I gravi aspetti di criticità della riforma costituzionale”, "Il tradimento della Costituzione. Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa: la rinuncia alla sovranità nazionale" e "Il male assoluto. Dallo Stato di diritto alla modernità Restauratrice. L'incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell'UE. Aspetti di criticità dell'Euro" ed "€uroCrimine. Cos'è la moneta unica e come funziona. Soluzioni giuridiche per uscire dall'euro"?.

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martedì 3 gennaio 2012

La Prof. Napoleoni chiede l’uscita dell’Italia dall’Euro

La Prof. Napoleoni chiede l’uscita dell’Italia dall’Euro

InGlass-Steagall su ottobre 25, 2011 a 9:52 AM
 
 http://nobigbanks.it/2011/10/25/la-prof-napoleoni-chiede-luscita-dellitalia-dalleuro/

“Contro la crisi torniamo alla lira. Conviene più salvare l’euro, anche a rischio di provocare una crisi finanziaria della portata del ’29, o orchestrare il default controllato dei paesi deficitari dell’Unione Europea?”. E’ quanto si chiede la Prof. Loretta Napoleoni, docente alla Judge Business School di Cambridge.
La Napoleoni sottolinea quali siano i rischi della cura “monetarista” che le principali banche centrali del pianeta stanno adottando dallo scoppio della crisi: aumentare ancor più i debiti pubblici nazionali come già avvenuto col Giappone, che oggi è secondo solo allo Zimbabwe in termini di rapporto pil/debito pubblico (200%, mentre quello dell’Italia è intorno al 120%).
“Le politiche di austerità in difesa dell’euro hanno peggiorato la situazione”, continua Napoleoni. La Grecia infatti, pur seguendo le indicazioni di Bce, Commissione europea ed Fmi, ha visto contrarre in 12 mesi il pil del 7,3%.
L’alternativa secondo Napoleoni sarebbe quella di suddividere il debito pubblico in due parti: debito interno e debito estero. “Lo Stato garantisce quel 50% che deve alle banche nazionali e agli italiani e lo fa con una patrimoniale una tantum del 5% e con la vendita di una modesta percentuale” dell’oro di Bankitalia. “Il debito estero si ristruttura, si negozia con i creditori uno sconto e se ne dilaziona il pagamento nel tempo. Infine, grazie a un avanza primario (le entrate superano le spese), l’Italia può fare a meno nel breve periodo del mercato dei capitali.
Tutto ciò presuppone il ritorno alla moneta nazionale che si svaluterà rispetto all’euro dando una spinta poderosa alle esportazioni e quindi all’economia”. #Nick Cusa


IL VIDEO QUI :
 http://cipiri.blogspot.com/2011/11/litalia-e-fallita-si-torna-alla-lira.html

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venerdì 28 maggio 2010

Vie d'uscita dalla crisi a Terra futura

Vie d'uscita dalla crisi a Terra futura


La Fortezza da Basso di Firenze si trasforma in un grande laboratorio di economia antiliberista per la settima edizione di Terra futura, dal 28 al 30 maggio

Le comunità sostenibili: questo il tema di Terra futura [Tf] 2010, la mostra-convegno internazionale sulla buone ospitata a Firenze dal 28 al 30 maggio. «A Firenze vogliamo ribadire come resti fondamentale il ruolo del cittadino responsabile – ha detto Ugo Biggeri, appena eletto presidente di Banca etica [il principale promotore di Tf], durante la presentazione di Tf a Roma -e della società civile organizzata nel promuovere nuova cultura e nel dar vita ad esperienze che generano sui territori percorsi virtuosi e possono spingere la politica a occuparsi di tante questioni spesso gravemente trascurate».

Terra futura, che sette anni fa quando è nata [dopo lo straordinario Forum sociale europeo di Firenze] era l’unico evento di questo tipo, è promossa e organizzata da Fondazione culturale del gruppo Banca etica, insieme a Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’economia sociale, ma anche Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente [e numerosi media partner tra cui Carta].
Pace, diritti umani, giustizia sociale, sostenibilità: ancora una volta Terra Futura chiede una svolta e impegni concreti su questi temi.

Il programma di quest’anno prevede seicento aree espositive [con circa cinquemila enti rappresentati, ci sarà anche lo stand di Carta], oltre duecento appuntamenti culturali che vedranno l’intervento di ottocento relatori, quaranta presentazioni di libri, duecentocinquanta animazioni e laboratori. Tra gli altri, ci saranno Susan George, Euclides Mance, Vanda Shiva, Alex Zanotelli e Wolfgang Sachs [il programma culturale completo è on line].

Tra le numerose iniziative in programma segnaliamo: il convegno Ricostruire economie sane e responsabi dal basso [venerdì ore 10, con Susan George, Euclides André Mance, Ugo Biggeri e altri], l’assemblea annuale dell’associazione Comuni virtuosi [venerdì, ore 10, sala 13 Palazzina Lorenese], la presentazione del Manifesto sul futuro deu sistemi di conoscenza [a cura di Arsia Toscana, con Vandana Shiva, venerd’ ore 16, sala della Polveriera], la Carovana toscana dell’acqua per la raccolta firme sul referendum [venerd’, ore 16], I Gas si presentano [sabato ore 15, a cura dei Gas fiorentini].
E ancora, la domenica: [ore 11] Diritti globali e controllo delle filiere. La Cgil incontra i Gas [a cura della Cgil nazionale];

Uno degli eventi più attesi alla settima edizione di Terra futura, è la Borsa delle imprese responsabili. Uno spazio dove associazioni, imprese ed enti locali di incontrano per costruire inedite alleanze sui temi sociali e ambientali. Alla Fortezza da Basso che ospita anche quest’anno Tf ci sarà anche lo stand di Carta.

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