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domenica 6 giugno 2010

PREGIUDIZIO LIBERISTA sul fallimento finanziario dell’Ungheria

La recente notizia di un possibile “fallimento” finanziario dell’Ungheria ha drammatizzato le sedute di borsa nei giorni scorsi generando, insieme alla riduzione di circa il 5% del valore del fiorino, rovinose cadute degli indici (in particolare bancari) in tutta Europa e contribuendo all’ulteriore riduzione del rapporto di cambio dell’euro con il dollaro, il franco svizzero e altre valute. Da oltre un anno l’Ungheria segue un programma di risanamento finanziario richiestole dal Fmi e la situazione della sua finanza pubblica non sembrava drammatica. Benché il rapporto deficit-pil sia sempre stato alto (6,3% già nel 2004 e probabilmente il 7% adesso), il rapporto debito-pil è ancora oggi analogo a quello tedesco (circa il 79%). La Commissione europea aveva recentemente esaminato la situazione di Ungheria, Lettonia, Lituania e Malta ed aveva concluso che tutti e quattro i paesi avevano preso i provvedimenti necessari per ridurre il loro disavanzo di bilancio. Al punto che Ungheria e Lettonia erano state invitate a perseverare nei loro sforzi. Per Malta e Lituania, invece, i ministri delle finanze dell’Ue erano stati invitati a prorogare di un anno, quindi rispettivamente al 2011 e al 2012, i termini loro impartiti per il risanamento del bilancio. Con le entrate fiscali in caduta libera e un numero crescente di disoccupati, anche l’Ungheria ha dovuto aumentare l’indebitamento. Il partito che ha vinto le elezioni ha poi promesso un ulteriore taglio delle tasse. Rimborsare il debito sarà più oneroso, anche se i tassi d’interesse sono bassi.
E’ il forte coinvolgimento delle banche europee nella situazione ungherese che rende la situazione meritevole di attenzione. La crisi ungherese ha fatto aumentare in modo brusco gli indici che misurano la “costosità” dei titoli Cds che sono vere e proprie polizze negoziate al fine di assicurarsi sulle perdite legate a contratti finanziari privati; ma anche gli indici dei Cds sui titoli di stato di Spagna e Italia sono significativamente aumentati.
Se tendenze del genere dovessero proseguire la conseguenza più immediata sarebbe che la creazione del fondo europeo anti crisi da oltre 400 miliardi di euro a cui sta lavorando la Bce, e sui cui si dovrebbero pronunciare la settimana prossima i ministri finanziari, diventerebbe più difficile e più costosa. Una quantità sempre maggiore di risorse dovrà essere sottratta ad impieghi potenzialmente produttivi e di welfare in una situazione europea di ridotta crescita media, e destinata a puro soccorso finanziario. Persino la tanto discussa tassa sulle banche, con cui finanziare in parte il fondo di salvataggio, potrebbe rivelarsi una specie di partita di giro: il suo gettito tornerebbe in buona misura alle banche stesse fatte oggetto di salvataggio.
La crisi ungherese rende evidente l’assenza di un centro politico che gestisca in modo coordinato gli interventi nell’area euro e che permetta di seguire una strada comune di crescita e risanamento. Se tale centro esistesse le prospettive di una condivisa politica economica di crescita sarebbero maggiori, ma anche le stesse politiche di risanamento potrebbero avere un respiro migliore. Ad esempio, le misure antispeculative della Germania, in sé condivisibili ma pericolose quando adottate da puri battitori liberi, sarebbero estensibili all’intera area euro; un’imposta sulle transazioni finanziarie a breve, del tipo di quella proposta dalla Linke, potrebbe essere introdotta allo scopo di rimpinguare i fondi europei per le aree arretrate e periferiche; altre politiche di gestione della circolazione dei capitali nell’area euro sarebbero possibili. Paghiamo però gli effetti del vecchio pregiudizio liberista e monetarista che ha accompagnato la nascita della moneta europea: una moneta può esistere senza stato (anzi così vive ancor meglio!) e la politica è meglio che lasci perdere la moneta, oltre che le tasse, le banche, l’occupazione, il welfare, etc. Il mercato basterà per tutto. Si vede come sta andando, ma purtroppo non basterà una nuova crisi finanziaria in Europa a far cambiare questa deriva culturale.

di Bruno Bosco, docente Università di Milano-Bicocca

Editoriale di "LIBERAZIONE"

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