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martedì 16 gennaio 2018

La Cina Blocca l’Import di Rifiuti


 caos riciclo in Europa

Allarme riciclo. L’Europa si sta intasando di imballaggi usati che la Cina non vuole più ricevere. Plastica, carta, metalli raccolti con diligenza da milioni di europei, italiani compresi, fino a pochi mesi fa riempivano le navi per andare in Cina a riciclare. Ora la Cina sta chiudendo le frontiere dei residui riciclabili. Il mercato europeo dei prodotti rigenerati è troppo piccolo rispetto all’offerta smisurata di materiali da riciclare. Così in tutta Europa e anche in Italia la rigenerazione rallenta e i magazzini si intasano di materiali da riciclare che non trovano sbocchi di mercato. La soluzione è ridurre la produzione di rifiuti riciclabili e lo strumento individuato dalla Ue e dal Governo inglese è puntare su tasse che frenino i consumi di imballaggi, come l’Italia per ridurre la quantità di residui ha preferito puntare non sul riciclo bensì sull’usa-e-getta delle plastiche biodegradabili per i bastoncini cotonati che sporcano le nostre spiagge o per i sacchetti di plastica.

Secondo dati dell’Onu, nel 2016 i produttori cinesi e di Hong Kong avevano importato dai Paesi industrializzati — compresi Europa, Usa e Giappone — 7,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, pari al 70% dei rifiuti plastici raccolti e selezionati.

In estate il Governo di Pechino aveva notificato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc-Wto) che dal gennaio 2018 avrebbe imposto divieti all’importazione di 24 tipologie di materiali da riciclare: plastica riciclabile, residui tessili, carta straccia di qualità inferiore, materiali spesso appesantiti da pietre, calcinacci se non peggio. È la campagna contro la yang laji, la spazzatura straniera, un mercato stimato nel 2016 in 17 miliardi di dollari (altri 4,6 miliardi la sola Hong Kong) soprattutto da Europa e Usa.


In termini di quantità, gli Stati Uniti nel 2016 hanno esportato verso la Cina 13,2 milioni di tonnellate di carta da macero e 1,42 milioni di tonnellate di residui di plastica da riciclare, materiali che dopo la rigenerazione tornano in Europa e negli Usa sotto forma di imballaggi dei prodotti cinesi.

La raccolta interna di materiali di risulta da rigenerare — afferma il Governo — è sufficiente a soddisfare la domanda cinese. In marzo comincerà un controllo sulla qualità dei rifiuti ricuperabili. L’obiettivo del divieto è proteggere l’ambiente «dai rifiuti sporchi o contenenti sostanze pericolose» che spesso arrivano ai porti cinesi. 
Non sarà accettato nei materiali un contenuto di scarto superiore allo 0,03%.

Senza mercato, in Europa i carichi di materiali diventati inutilizzabili vengono deviati verso gli inceneritori affinché almeno vengano ricuperati sotto forma di combustibile di qualità.

L’Italia è tra i ricuperatori e riciclatori più forti d’Europa: per esempio il 71% del vetro e l’83% della plastica immessi al consumo tornano al riciclo (fonte: «L’Italia del riciclo» 2017).

Per esempio nel 2016 l’industria cartaria italiana ha impiegato 4,9 milioni di tonnellate di carta da macero (fonte Assocarta) contro una raccolta nazionale di carta straccia assai più alta, circa 6,5 milioni di tonnellate: la Cina affamata di materie prime era fino a pochi mesi fa la destinazione ideale per il surplus di carta straccia raccolta in Italia.

I tedeschi sono raccoglitori formidabili di materie usate ma non sono riciclatori bravi come gli italiani, e così la Germania spedisce in mezz’Europa ma soprattutto verso l’Italia tutto ciò che non riescono a piazzare negli inceneritori tedeschi.


Accompagnano con incentivi economici importanti ogni tonnellata 
di plastica usata e di carta straccia.

In Italia, frenate le esportazioni di residui riciclabili e cominciato il flusso di importazione incentivata dalla Germania, si sono riempiti presto i pochi inceneritori, affamati di combustibile con cui sostenere la produzione di elettricità ma soprattutto per riscaldare le città come Milano, Venezia, Torino, Parma, Brescia e tante altre.

I pochi impianti italiani di ricupero energetico marciano a tutta forza e non bastano; in una situazione di forte domanda di incenerimento e di poca offerta di impianti di ricupero energetico le tariffe praticate dagli inceneritori salgono a prezzi sempre più alti, oltre i 140 euro la tonnellata.

Già in ottobre Andrea Fluttero, presidente di un’associazione di imprese del riciclo (Fise Unire), aveva avvertito che «purtroppo sta diventando sempre più difficile la gestione degli scarti da processi di riciclo dei rifiuti provenienti da attività produttive e da alcuni flussi della raccolta differenziata degli urbani, in particolare quelli degli imballaggi in plastica post-consumo».


I mari Se l’Europa ricupera gli imballaggi, il resto del mondo no.

Si stima che nel mondo di producano 8,3 miliardi di tonnellate l’anno di materie pladtiche. Ciabatte, cassette di plastica, polistirolo espanso, telefonini, paraurti, suole, tute sportive, imbottiture di poltrone e così via. In Europa 49 milioni di tonnellate nel 2015, e 7 in Italia. Gli 8,3 miliardi di tonnellate nel mondo generano 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici.

Lattine d’acciaio stagnato o di alluminio e bottiglie di vetro rimangono nel terreno o, nel mare, vanno a fondo; invece i rifiuti plastici galleggiano sui fiumi e arrivano ai mari, vengono trascinati dalle correnti, si concentrano nei colossali Ocean Plastic Vortex, le “isole di plastica”.

E quando ci sono mareggiate importanti, 
si rovescia sulle spiagge la schifezza del mondo che non ricicla.

Il 9% dei rifiuti plastici nel mondo viene raccolto e riciclato, soprattutto da Europa, Cina e pochi altri. Il 12% diventa combustibile pregiato. Il 79% soprattutto nei Paesi che non hanno servizi di raccolta viene disperso nell’ambiente. (Fonte: Science Magazine).

Le materie plastiche sono per tanti versi un toccasana ambientale.

Per esempio hanno permesso di ridurre l’impatto ambientale generato da altre risorse, come per esempio l’uso del ferro o del vetro. Inoltre gli imballaggi permettono di evitare nei consumatori pericolose tossinfezioni alimentari, contaminazioni ma soprattutto dove non si usano alimenti confezionati va in deperimento e non arriva a sfamare le persone il 50% delle derrate alimentari, mentre nei Paesi che hanno un sistema di imballaggi alimentari la quantità di cibo che si deteriora tra il raccolto agricolo e il momento del pasto è il 3%.

A titolo di esempio, nei supermercati medi il deterioramento di frutta e verdura non imballata è il 26% maggiore di quella imballata.

Ma se hanno diversi benefici ambientali rispetto ai materiali che sostituiscono, le materie plastiche quando diventano rifiuti devono essere raccolte e riciclate.

I rifiuti di plastica sono brutti e sporchi (non contaminano con veleni però sono rifiuti dall’impatto visivo molto rilevante) e, prendendo come motivo le spinte emotive del vasto pubblico europeo, la Commissione di Bruxelles ha annunciato il progetto di un’imposizione di tipo fiscale sugli imballaggi di plastica simile per certi versi a quella che esiste già in Italia da vent’anni

In Italia i consumatori pagano su tutte le merci imballate il contributo Conai che finanzia la raccolta differenziata e il riciclo.

Il peso del contributo è correlato con la riciclabilità del materiale.

La carta, più facile da rigenerare, ha un prelievo Conai più modesto; la plastica ha introdotto contributi differenziati secondo l’impatto ambientale. L’efficacia del sistema italiano Conai è tale che l’Italia è uno dei Paesi che hanno i costi più efficienti di raccolta e riciclo

Simile il progetto della Ue per una tassa sulla plastica, che però servirà a reperire risorse da destinare al bilancio europeo, stando a quanto ha annunciato il commissario al Bilancio Günter Öttinger.

«Dal 1° gennaio la Cina ha chiuso il mercato, non prende più plastica da riciclare», mentre in Ue ne «utilizziamo e produciamo troppa», ha detto.

La «tassa sulla plastica servirà per disincentivarne l’utilizzo come leva per ridurre la massa di rifiuti». Da valutare se il balzello andrà a colpire le materie prime o i prodotti finiti e se ci saranno esenzioni per prodotti di uso comun

Anche il Governo inglese, che si è visto fermare un flusso di 400mila tonnellate di rifiuti plastici verso la Cina, è pronto a imporre il pagamento di 5 pence (poco più di 5 centesimi di euro) per i sacchetti della spesa anche ai piccoli negozi.

Il ministro dell’Ambiente, Michael Gove, vuole presentare la misura all’interno del nuovo piano antinquinamento di lungo termine per porre fine alla «cultura dell’usa e getta».

Finora l’imposta inglese riguardava i punti vendita delle società con oltre 250 impiegati e quindi esclusivamente le grandi catene britanniche e aveva contribuito a ridurre del 90% 
l’uso dei sacchetti di plastica.


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