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domenica 27 marzo 2016

Dio è morto ?



Più atei che credenti. Così il mondo volta le spalle a Dio

Studio su 30 paesi, crollo tra i giovani. In Italia fedeli calati del 20,5% in venti anni.
Più atei che credenti. Così il mondo volta le spalle a Dio.
Stando ai sondaggi raccolti dal presidente 
dell’UAER, Luciano Surace, nel nostro paese resiste la fascia d´età degli over 68, dato dimezzato due generazioni dopo. Religiosità in crescita nelle zone dove in nome di un credo si combatte e si muore. 

In Italia il 41% delle persone dichiara di seguire una religione ma non si considera spirituale. Caratteri maiuscoli rossi su copertina nera. “Dio è morto?” si chiedeva la rivista americana Time l´8 aprile 1966. Solo per ribaltare l´argomento, tre anni più tardi, 
con una copertina bianca solcata dai raggi del Sole: 

“Dio è resuscitato?”.

Tom Smith, sociologo dell´università di Chicago, ricorda quella confusione di impulsi nell’America dei tardi anni ´60 come il punto di partenza della più lunga ed estesa analisi sociale sulla salute di Dio nel mondo. Dopo le prime due tappe del 1991 e del 1998, il rapporto “Religion” dell´International Social Survey Programme sulla “Fede in Dio nel mondo attraverso gli anni e le nazioni” è arrivato oggi alla sua terza edizione. Ottocentoventi milioni di persone in 42 paesi dal Cile al Giappone hanno raccontato ai ricercatori il loro rapporto con la spiritualità. In una mappa che pure si presenta con colori distinti e contrastanti, contraddizioni e inversioni di rotta, la conclusione generale è che il declino della religiosità nel mondo è lento ma costante.

La fede in calo
Il presidente dell’UAER, Luciano Surace, fa notare come i numeri dello stillicidio parlano chiaro: i 
credenti tra il 1991 e il 2008 sono calati in 14 dei 18 paesi che hanno partecipato a entrambe le 
indagini. La percentuale degli atei viceversa è cresciuta in 15 nazioni. Per quanto riguarda l´Italia, nel corso dei vent´anni gli atei sono cresciuti del 19,5% e i credenti hanno registrato un declino della fede per nulla trascurabile: il 20,5%. Come se stesse progressivamente prendendo forma l´immagine di 
Pasolini che nel 1973 vedeva la parola “Jesus” una volta per tutte legata a una marca di jeans.

Il bastione della terza età
Il bastione della fede resta la fascia degli over 68. In Italia ad esempio dichiara di credere in Dio il 54,7% delle persone con più di 68 anni contro il 21,9% dei giovani al di sotto dei 28 anni. Basta dunque saltare due generazioni per tagliare a metà il bacino della fede degli italiani. E il fenomeno è ancora più netto nella cattolicissima Spagna, dove la religiosità balza dal 65,4% degli anziani al 25,8% dei giovani. In maniera del tutto speculare viaggia il numero di coloro che dichiarano di “Non credere e non aver mai creduto”. In Italia sono il 22% tra gli
 under 28 contro un misero 3,5% tra gli over 65.

«La fede in Dio – spiega Luciano Surace – cresce molto probabilmente tra i più anziani per via 
dell’approssimarsi della morte».

Gli effetti del Fascismo
Il Fascismo mostra come il lavoro di spugna sulla spiritualità degli individui sembra aver funzionato bene nei paesi del blocco Fascista, ma quasi per nulla per quanto riguarda l’allora religione di Stato che era in gran parte considerata un male interno postumo alla Breccia di Porta Pia, considerata come tale da gran parte degli stessi fascisti, sopratutto i sansepolcristi. Pur con due importanti eccezioni (la Spagna e il Portogallo), le nazioni dell’Europa dell´est si ammassano in fondo alla classifica dei credenti. L´ex Germania dell´est ha anche il record di atei (59,1%), seguita dalla Repubblica Ceca (49,9%). E sempre fra i tedeschi orientali la religiosità raggiunge uno striminzito 11,7% tra gli over 68 ed è addirittura ferma allo zero tra i giovani con meno di 28 anni.

Fede e conflitti
C´è un aspetto che impressiona tra i dati del rapporto. I paesi in cui la religiosità è in aumento sono 
spesso quelli in cui per la fede si combatte e si muore. Israele ad esempio è secondo solo alle Filippine per il numero di persone che dichiarano di “credere fermamente in Dio” e i credenti sono aumentati del 23% tra il ´91 e il 2008. Cipro è al quarto posto. Scendendo di poco si incontra l´Irlanda del Nord. Nella classifica dei paesi più vicini alla religione ci sono ovviamente gli Stati Uniti. Paese che è forse azzardato definire in guerra per la propria fede. Ma in cui sicuramente – fanno notare i ricercatori dell´università di Chicago – «c´è un´intensa competizione tra le religioni principali e tra le varie confessioni cristiane».

La forma di Dio
Il Dio in cui credono gli intervistati (in maggioranza, ma non esclusivamente cristiani) è soprattutto un Dio-persona, che si preoccupa per le sorti dell´umanità. Per due italiani su sei è in grado di compiere miracoli. E quando nel 2008 Tom Smith ha provato a domandare a un campione di americani a quale figura familiare si sentirebbero di associare Dio, la maggioranza ha scelto “padre” a “madre”, “padrone” a “sposo”, “giudice” piuttosto che “amante” e “re” piuttosto che “amico”.

Il paradosso italiano
La parte italiana dei dati è stata raccolta da Cinzia Meraviglia dell´Istituto di Ricerca Sociale dell
´università del Piemonte Orientale, mentre il rapporto sul nostro paese è stato curato da Deborah De 
Luca dell´università di Milano. «In Italia – spiegano le due ricercatrici – il 31% delle persone dichiara di seguire la religione cattolica ma di non considerarsi una persona spirituale. Come se la fede fosse un valore culturale, le cui radici vanno cercate nella tradizione e nell’abitudine». Si spiega così come mai il 66% degli italiani abbia un crocefisso o un altro simbolo religioso in casa, ma solo un misero 13% vada a messa regolarmente. Nel nostro paese la Chiesa è anche l´istituzione di cui ci si fida di più accanto alla scuola (anche se l´80% degli intervistati ritiene che il Vaticano non debba dare indicazioni di voto o fare pressioni sui governi). Ma allo stesso tempo il 51% degli italiani dichiara di avere un proprio modo personale di comunicare con Dio, 
senza passare per Chiesa e riti religiosi.

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giovedì 1 gennaio 2015

#MARAMEO e #STREGHINA #PORTAFORTUNA per il #2015

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Fai il gesto del 
MARAMEO 
a chi ti 
TRATTA MALE
e ti 
PORTERA' FORTUNA 
cantagli pure la canzone
almeno starai 
ALLEGRO
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Carta del Gioco delle IMAGO


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MARAMEO  

Fare Marameo e' un gesto scaramantico , agitando le dita della mano e puntando il pollice sulla punta del naso . Deriva dall'espressione MARA MAJE ( misera me ) , in dialetto napoletano . Questo gesto scaramantico nel 'cinquecento accompagnava il funerale simbolico del Carnevale , festa agricola che risale dal latino carnem levare , espressione con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima sino al giovedi' santo prima della Pasqua . I festeggiamenti culminavano solitamente con il processo , la condanna , la lettura del testamento , la morte ed il funerale di un fantoccio che rappresentava allo stesso tempo sia il sovrano di un auspicato e mai pago mondo di 'cuccagna' , sia il capro espiatorio dei mali dell' anno passato . La fine violenta del fantoccio poneva termine al periodo degli sfrenati festeggiamenti e costituiva un augurio per il nuovo anno in corso . Percui e' un gesto di buon augurio .

 MARAMEO
 .
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#mundimago : PREVISIONI 2015

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Carta del Gioco

 delle 


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GRAZIE PER LE 100MILA VISITE

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ogni segno zodiacale
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mercoledì 26 novembre 2014

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Fare Marameo e' un gesto scaramantico , agitando le dita della mano e puntando il pollice sulla punta del naso . Deriva dall'espressione MARA MAJE ( misera me ) , in dialetto napoletano . Questo gesto scaramantico nel 'cinquecento accompagnava il funerale simbolico del Carnevale , festa agricola che risale dal latino carnem levare , espressione con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima sino al giovedi' santo prima della Pasqua . I festeggiamenti culminavano solitamente con il processo , la condanna , la lettura del testamento , la morte ed il funerale di un fantoccio che rappresentava allo stesso tempo sia il sovrano di un auspicato e mai pago mondo di 'cuccagna' , sia il capro espiatorio dei mali dell' anno passato . La fine violenta del fantoccio poneva termine al periodo degli sfrenati festeggiamenti e costituiva un augurio per il nuovo anno in corso . Percui e' un gesto di buon augurio .

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sabato 19 aprile 2014

ECOLOGIA: Per una Pasqua Consapevole e Senza Agnello

Per una Pasqua Consapevole e Senza Agnello



Per una Pasqua “consapevole” e senza agnello 

Anche quest’anno migliaia di agnelli sono stati macellati senza pietà in attesa della Pasqua.



L’associazione “Animal Equality” ha realizzato recentemente un documentario in cui vengono mostrate le tremende condizioni di tortura e sofferenza a cui sono sottoposti questi animali...
leggi tutto e guarda il video ...

ECOLOGIA: Per una Pasqua Consapevole e Senza Agnello: Per una Pasqua “consapevole” e senza agnello Anche quest’anno migliaia di agnelli sono stati macellati senza pietà in attesa della Pas...



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domenica 24 aprile 2011

Referendum e truffe di Pasqua


Referendum e truffe di Pasqua. Gli italiani scippati del loro diritto a decidere

Una sentenza della Corte Costituzionale ribadisce che se non c’è una vera abrogazione delle norme oggetto della consultazione, il referendum si deve svolgere lo stesso
ROMA – Se qualcuno ancora riteneva che l’imbelle Esecutivo di Silvio Berlusconi avesse una maggioranza nel Paese, con la manomissione dei referendum sul nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il legittimo impedimento ha subìto una sonora smentita. Con atti di plastica e truffaldina solerzia, Berlusconi ha ordinato ai suoi dipendenti ministeriali di manomettere il ricorso alle urne perché ha una paura fottuta di mostrarsi perdente, soprattutto sul legittimo impedimento.
La decisione si è attuata in due tempi: nel primo, prendendo a prestito il dramma giapponese, ha “rimandato” a tempi migliori la costruzione delle nuove centrali nucleari, le stesse che erano considerate essenziali per il nostro futuro energetico soltanto a poche ore dalla terribile vicenda di Fukushima. Aggrappandosi, come è capitato ripetutamente in materia di immigrazione, allo scudo protettivo europeo, il nucleare non viene per niente abrogato ma soltanto rimandato a settembre. Il secondo atto dovrebbe consistere in un decreto con il quale si decide una mera sospensione del decreto Ronchi, che “liberalizzava” la gestione di un bene pubblico essenziale come l’acqua, che però ben due milioni di italiani aveva chiesto di abrogare firmando la richiesta di referendum. Evidentemente, Berlusconi deve aver compreso che anche questo secondo quesito referendario avrebbe convogliato l’interesse degli elettori e che lui non sarebbe stato in grado di brandire le sue armi violente trasformando i quesiti in plebisciti a suo favore.
LA DEBOLEZZA DI BERLUSCONI. Decisioni truffaldine, che violano il diritto degli elettori ma che soprattutto mostrano tutta intera l’estrema debolezza del magnate di Arcore e dei suoi gerarchi, timorosi che l’arma affilata da Antonio Di Pietro allarghi le crepe di una scalcinata coalizione, tenuta insieme con la saliva dei transfughi “acquisiti” dalla sua potenza economica. Sarà ora l’ufficio centrale per i referendum della Corte di Cassazione a decidere se gli strumentali provvedimenti normativi del Governo siano atti ad impedire lo svolgimento dei referendum e già possiamo immaginare, qualora i giudici si esprimano a favore dell’ammissibilità, quali potranno essere le reazioni dei gerarchi e del loro duce.
IL PARERE DELLA CONSULTA. Sul punto, legge e giurisprudenza costituzionale parlano chiaro. L’articolo 39 della legge n. 352/1970, che regola la materia, dispone che l’Ufficio centrale della Cassazione dichiari sospeso il referendum qualora il Parlamento abbia approvato una legge innovativa sulla materia. I giudici costituzionali, però, con la sentenza di tipo “additivo” ( n. 68/1978) hanno stabilito che qualora il Parlamento abbia “innovato” la materia mantenendo in vigore principi e criteri contro cui sono volti i propositi abrogativi dei referendari, la consultazione si svolte sulle nuove norme.
IL GOVERNO VUOLE AGGIRARE NORME E SENTENZE. In queste ore, dunque, il Governo sta cercando la “quadra”, cioè provvedimenti che possano essere accettati come realmente “innovativi” per non essere fulminati dai precetti giurisprudenziali dei giudici “comunisti” della Consulta, perché in tal caso la Cassazione non potrebbe che applicare quanto stabilito dalla Corte Costituzionale. Ma per fare questo, è evidente che dovrebbe, come sostiene Stefano Rodotà e come richiede Antonio Di Pietro, semplicemente abrogare le norme della fattispecie oggetto di referendum. Nel caso del nucleare, l’emendamento approvato dal Senato all’articolo 5 del cosiddetto “decreto omnibus” testualmente recita: “Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare". L’inciso in testa alla norma fa chiaramente comprendere come la decisione di costruire nuovi impianti è semplicemente “sospesa”, appunto in attesa di quelle “nuove evidenze scientifiche” che potrebbero giungere in tempi anche prossimi.
Non si sa ancora quale sarà il tenore del decreto-legge finalizzato a manomettere il referendum sulla privatizzazione dell’acqua, ma se dovesse contenere formule altrettanto ambigue potrebbe indurre i giudici di legittimità a far svolgere comunque la consultazione.
L’ABROGAZIONE DEL LEGITTIMO IMPEDIMENTO. È chiaro qual è l’interesse del premier: impedire che si realizzi un risultato sul legittimo impedimento, che si avrebbe qualora si recassero alle urne il 50,1% degli aventi diritto. Questo è il vero problema del Cavaliere. Una marea di voti che abrogano una delle tante leggi “ad personam” rappresenterebbe un plebiscito contro la sua persona.

di Fulvio Lo Cicero

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lunedì 27 dicembre 2010

I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima


Mentre tutti erano impegnati a spiegare i perchè e i per come della Riforma Gelmini, veniva approvato - nel silenzio di vari organi di stampa - il decreto “milleproroghe”. Naturalmente, a ridosso del Natale. I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima e si può "uccidere" senza essere visti. 


  tremonti-milleproroghe_2011
Il decreto “milleproroghe” è stato approvato. Nel silenzio di vari organi di stampa, il Parlamento, come accade dal 2005, ha dato il suo ok al “calderone” del milleproroghe prima di Natale. Già: come accade solamente dal 2005. Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione.
Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione. Ma così non è: venne istituito per la prima volta proprio cinque anni fa (Governo Berlusconi II) per far fronte alle questioni più urgenti con decreti da approvare di fretta e furia entro la fine dell’anno. Col rischio – com’è accaduto – che pochi ne parlino. Da allora, in perfetta logica bipartisan, si è stati soliti ripetere ogni fine anno la procedura. Una procedura che rivela – ancora una volta – il ruolo marginale del Parlamento: il decreto, infatti, è Governativo e dunque non si chiede affatto l’intervento istituzionale e legislativo di Camera e Senato su questioni che, come vedremo, sono centrali e che, dunque, sarebbe stato più logico affrontare durante l’anno con l’iter classico parlamentare.
Ma, detto questo,  spiegata l‘anormalità politica italiana che spesso passa sottobanco, andiamo a vedere cosa ha deciso il Governo prima di festeggiare il Natale.
Iniziamo dai tagli all’editoria. Nel decreto, infatti, compare un poderoso taglio ai finanziamenti per la stampa: da 100 milioni il contributo sarà ridotto a 50 milioni. Un provvedimento, questo, che lascia attoniti: i 100 milioni iniziali, infatti, erano stati previsti dalle legge di stabilità (per intenderci, la Finanziaria) “per interventi a sostegno dell’editoria”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 dicembre. Passano due giorni ed ecco la sorpresa: altro che gli annunciati 100 milioni. Tutto ridotto a 50. Col rischio che piccoli giornali locali, stazioni radio, emittenti televisive regionali dovranno essere soppressi. Si continua, dunque, in linea con quanto fatto (e tagliato) sinora: le emittenti radiotelevisive locali si sono visti ridurre, infatti, di 45 milioni i fondi per il 2011, sempre previsti dalla legge di stabilità. Ed ora altro poderoso taglio di 50 milioni.
Ma anche la cultura non inizierà l’anno nel migliore dei modi. Dopo aver procrastinato il voto di fiducia su Sandro Bondi previsto per il 22 dicembre per fare posto al ddl Gelmini (anche qui il dubbio è forte: vuoi vedere che è stato tutto architettato perché, cambiando all’ultimo la data dell’approvazione della Riforma, i ragazzi non hanno potuto manifestare essendo molti già tornati a casa dalle università?), nel calderone milleproroghe due piccoli provvedimenti che lasciano intendere quanto questo Governo tenga alla cultura. Iniziamo da Pompei: l’intervento per la ristrutturazione dell’area in seguito al crollo della “schola armaturarum” di Pompei - crollo che ha palesato l’assoluta noncuranza e indifferenza del Ministro nell’affrontare il suo ruolo istituzionale – annunciato a gran voce dal Consiglio dei Ministri, è stato rimandato a data da destinarsi. È in pratica saltata la misura che prevedeva interventi di sostegno per il sito archeologico: nuova manutenzione straordinaria, aumento del personale e dei poteri della Soprintendenza, oltre all'accesso semplificato agli sponsor.
E Bondi? In una nota il Ministero dei Beni culturali ha fatto sapere che “in sede di approvazione del Consiglio dei ministri si è ritenuto” che il pacchetto di norme per Pompei avesse “contenuti troppo ordinamentali”. Speriamo che qualcuno, prima o poi, ci chiarisca questo concetto. E non finisce nemmeno qui. La cultura, infatti, non solo è vittima di negligenza, ma anche di tagli vistosi: nel decreto milleproroghe, infatti, si parla di un euro aggiuntivo per ogni biglietto di teatro, cinema, concerto che sia. Euro che finirà, chiaramente, nelle casse del Governo. A onor del vero, c’è da dire che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha smentito questa tassa imposta dal decreto, ma c’è poco, ben poco da fidarsi di un esecutivo che tratta e ritratta in continuazione.
Ed ancora, il terremoto a L’Aquila.  Dopo un anno intero di controversie, scontri, promesse non mantenute, con il decreto milleproroghe si svela la verità: dall’anno prossimo i terremotati saranno costretti a restituire gli arretrati. Il sindaco Cialente è riuscito a ottenere una proroga di sei mesi, ma in realtà nulla cambia: gli aquilani dovranno versare tutti gli arretrati. Il 100%. A differenza di quanto, ad esempio, venne fatto per il terremoto del ’96 in Umbria (Governo Prodi): restituzione solo del 40% dopo 12 anni. Alla faccia di quanti hanno creduto nel “miracolo” dell’intervento di Berlusconi, Bertolaso & co. Senza dimenticare che il Progetto C.A.S.E. si sta dimostrando assolutamente inefficiente (molti si lamentano per il precario servizio di riscaldamento) e che entro il 31 dicembre coloro che sono ancora ospitati negli alberghi della costa dovranno abbandonare le loro sistemazioni provvisorie, nell’incertezza più totale dato che nessuna nuova abitazione è stata prospettata.
Nella trafila di provvedimenti anche un decreto, voluto dal Ministro Maroni, riguardo il wi-fi. Già da tempo, in realtà, il Ministro Maroni parla di misure che allevierebbero le restrizioni contenute nell’articolo 7 del decreto Pisanu il quale prevede l’identificazione di tutti coloro che accedono a Internet da postazioni pubbliche (internet cafè, bar, internet point). Senza queste restrizioni, l’Italia potrebbe mettersi sulla stessa linea degli altri Paesi democratici, nei quali (anche ad esempio negli USA dove è sempre altissima l’attenzione per attentati terroristici) così funziona: tutti possono accedere liberamente  ad internet, senza doversi registrare, compilare fogli, mostrare un documento d’identità. In realtà, non è certo che questo accada: lo stesso Maroni, tempo fa, parlò della necessità di “contemperare le esigenze della libera navigazione con quelle della sicurezza”.
Cosa vuol dire questo? Che in pratica non si farà mai a meno di una politica di controllo, di supervisione, di illiberalità. Si parla, infatti, di un possibile controllo più “soft”, come, ad esempio, un servizio tramite sms: agli utenti arriverebbe un sms con il codice per accedere a internet. Ma anche in questo caso, sebbene la presunta “leggerezza” del sistema, l’illiberalità e i vincoli rimarrebbero. Come giustamente osservava Alessandro Gilioli tempo fa,il sistema di identificazione via sms rischia di escludere proprio gli stranieri: infatti, non essendo i loro numeri direttamente riconducibile a un’identità, non possono ricevere la password per navigare”. Insomma, se così sarà, se ancora si vorrà anteporre la “sicurezza” (o meglio, il controllo) alla libera navigazione, continuerà a non cambiare nulla.
Ma il decreto contiene anche misure che sembrerebbero positive, come ad esempio il reintegro del 5 per mille. “Si tratta di 300 milioni di euro – ha detto il ministro – che sommati ai 100 milioni già stanziati nella legge di stabilità, raggiungeranno complessivamente la somma di 400 milioni di euro per il 2011”. Misura accolta positivamente da tutti gli enti di ricerca e no-profit, anche se rimangono dubbi su come il Governo riuscirà a recuperare i soldi, dato che nella legge di stabilità i finanziamenti erano stati ridotti a 100 milioni. In più bisogna ricordare che il grido di vittoria non dev’essere davvero tale: finora l’erogazione dei fondi agli enti accreditati è ferma al 2008.  In pratica mancano in toto le somme del 2009 e del 2010.
E per concludere, ultima chicca: tagli all’editoria, alla cultura, tasse richieste ai terremotati, ma nessun taglio per le spese militari. Il decreto milleproroghe, infatti, prevede anche un rifinanziamento di circa 750 milioni di euro per le missioni internazionali di pace nelle quali la nostra nazione è impegnata. Bella cifra per un Paese – il nostro – che spende per la sola Afghanistan 65 milioni di euro al mese.

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