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sabato 2 aprile 2016

Destinare l'8 per Mille a Pensionati e Disoccupati

 E se destinassimo l'8 per mille alle pensioni più basse ed ai Disoccupati   invece che alla Chiesa?


E se destinassimo l'8 per mille alle pensioni più basse ed ai Disoccupati 
invece che alla Chiesa?
 Di sicuro andrebbe a persone davvero bisognose

Che cos'è l'8 per mille?  L'otto per mille è la quota di imposta sui redditi soggetti Irpef, che lo Stato italiano distribuisce, in base alle scelte effettuate nelle dichiarazioni dei redditi, fra se stesso e le confessioni religiose con cui è stata stipulata un'intesa. Ma chi l'ha deciso?
Con la firma del nuovo concordato (18 febbraio 1984) tra l'allora presidente del Consiglio italiano 
Bettino Craxi e il segretario di stato del Vaticano Agostino Casaroli si stabilì che il sostegno dello Stato alla Chiesa (studiato dall'allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino) avvenisse nel quadro della devoluzione di una frazione del gettito totale Irpef, l'otto per mille appunto, da parte dello Stato alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni per scopi religiosi o caritativi.

Viste le numerose vicende giudiziarie che hanno visto coinvolti alti prelati nella gestione dell'8 per mille, tenuto conto che la crisi economica sta rovinando molte famiglie a basso reddito e quelle con pensioni minime, non sarebbe il caso di annullare quell'accordo e destinare l'8 per mille alle fasce più deboli della popolazione? In alternativa, invece di regalare soldi alla Chiesa non sarebbe meglio utilizzarli come Sussidio a Pensionati e Disoccupati?
Cominciando col Risolvere il Problema degli ESODATI.
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domenica 27 marzo 2016

Dio è morto ?



Più atei che credenti. Così il mondo volta le spalle a Dio

Studio su 30 paesi, crollo tra i giovani. In Italia fedeli calati del 20,5% in venti anni.
Più atei che credenti. Così il mondo volta le spalle a Dio.
Stando ai sondaggi raccolti dal presidente 
dell’UAER, Luciano Surace, nel nostro paese resiste la fascia d´età degli over 68, dato dimezzato due generazioni dopo. Religiosità in crescita nelle zone dove in nome di un credo si combatte e si muore. 

In Italia il 41% delle persone dichiara di seguire una religione ma non si considera spirituale. Caratteri maiuscoli rossi su copertina nera. “Dio è morto?” si chiedeva la rivista americana Time l´8 aprile 1966. Solo per ribaltare l´argomento, tre anni più tardi, 
con una copertina bianca solcata dai raggi del Sole: 

“Dio è resuscitato?”.

Tom Smith, sociologo dell´università di Chicago, ricorda quella confusione di impulsi nell’America dei tardi anni ´60 come il punto di partenza della più lunga ed estesa analisi sociale sulla salute di Dio nel mondo. Dopo le prime due tappe del 1991 e del 1998, il rapporto “Religion” dell´International Social Survey Programme sulla “Fede in Dio nel mondo attraverso gli anni e le nazioni” è arrivato oggi alla sua terza edizione. Ottocentoventi milioni di persone in 42 paesi dal Cile al Giappone hanno raccontato ai ricercatori il loro rapporto con la spiritualità. In una mappa che pure si presenta con colori distinti e contrastanti, contraddizioni e inversioni di rotta, la conclusione generale è che il declino della religiosità nel mondo è lento ma costante.

La fede in calo
Il presidente dell’UAER, Luciano Surace, fa notare come i numeri dello stillicidio parlano chiaro: i 
credenti tra il 1991 e il 2008 sono calati in 14 dei 18 paesi che hanno partecipato a entrambe le 
indagini. La percentuale degli atei viceversa è cresciuta in 15 nazioni. Per quanto riguarda l´Italia, nel corso dei vent´anni gli atei sono cresciuti del 19,5% e i credenti hanno registrato un declino della fede per nulla trascurabile: il 20,5%. Come se stesse progressivamente prendendo forma l´immagine di 
Pasolini che nel 1973 vedeva la parola “Jesus” una volta per tutte legata a una marca di jeans.

Il bastione della terza età
Il bastione della fede resta la fascia degli over 68. In Italia ad esempio dichiara di credere in Dio il 54,7% delle persone con più di 68 anni contro il 21,9% dei giovani al di sotto dei 28 anni. Basta dunque saltare due generazioni per tagliare a metà il bacino della fede degli italiani. E il fenomeno è ancora più netto nella cattolicissima Spagna, dove la religiosità balza dal 65,4% degli anziani al 25,8% dei giovani. In maniera del tutto speculare viaggia il numero di coloro che dichiarano di “Non credere e non aver mai creduto”. In Italia sono il 22% tra gli
 under 28 contro un misero 3,5% tra gli over 65.

«La fede in Dio – spiega Luciano Surace – cresce molto probabilmente tra i più anziani per via 
dell’approssimarsi della morte».

Gli effetti del Fascismo
Il Fascismo mostra come il lavoro di spugna sulla spiritualità degli individui sembra aver funzionato bene nei paesi del blocco Fascista, ma quasi per nulla per quanto riguarda l’allora religione di Stato che era in gran parte considerata un male interno postumo alla Breccia di Porta Pia, considerata come tale da gran parte degli stessi fascisti, sopratutto i sansepolcristi. Pur con due importanti eccezioni (la Spagna e il Portogallo), le nazioni dell’Europa dell´est si ammassano in fondo alla classifica dei credenti. L´ex Germania dell´est ha anche il record di atei (59,1%), seguita dalla Repubblica Ceca (49,9%). E sempre fra i tedeschi orientali la religiosità raggiunge uno striminzito 11,7% tra gli over 68 ed è addirittura ferma allo zero tra i giovani con meno di 28 anni.

Fede e conflitti
C´è un aspetto che impressiona tra i dati del rapporto. I paesi in cui la religiosità è in aumento sono 
spesso quelli in cui per la fede si combatte e si muore. Israele ad esempio è secondo solo alle Filippine per il numero di persone che dichiarano di “credere fermamente in Dio” e i credenti sono aumentati del 23% tra il ´91 e il 2008. Cipro è al quarto posto. Scendendo di poco si incontra l´Irlanda del Nord. Nella classifica dei paesi più vicini alla religione ci sono ovviamente gli Stati Uniti. Paese che è forse azzardato definire in guerra per la propria fede. Ma in cui sicuramente – fanno notare i ricercatori dell´università di Chicago – «c´è un´intensa competizione tra le religioni principali e tra le varie confessioni cristiane».

La forma di Dio
Il Dio in cui credono gli intervistati (in maggioranza, ma non esclusivamente cristiani) è soprattutto un Dio-persona, che si preoccupa per le sorti dell´umanità. Per due italiani su sei è in grado di compiere miracoli. E quando nel 2008 Tom Smith ha provato a domandare a un campione di americani a quale figura familiare si sentirebbero di associare Dio, la maggioranza ha scelto “padre” a “madre”, “padrone” a “sposo”, “giudice” piuttosto che “amante” e “re” piuttosto che “amico”.

Il paradosso italiano
La parte italiana dei dati è stata raccolta da Cinzia Meraviglia dell´Istituto di Ricerca Sociale dell
´università del Piemonte Orientale, mentre il rapporto sul nostro paese è stato curato da Deborah De 
Luca dell´università di Milano. «In Italia – spiegano le due ricercatrici – il 31% delle persone dichiara di seguire la religione cattolica ma di non considerarsi una persona spirituale. Come se la fede fosse un valore culturale, le cui radici vanno cercate nella tradizione e nell’abitudine». Si spiega così come mai il 66% degli italiani abbia un crocefisso o un altro simbolo religioso in casa, ma solo un misero 13% vada a messa regolarmente. Nel nostro paese la Chiesa è anche l´istituzione di cui ci si fida di più accanto alla scuola (anche se l´80% degli intervistati ritiene che il Vaticano non debba dare indicazioni di voto o fare pressioni sui governi). Ma allo stesso tempo il 51% degli italiani dichiara di avere un proprio modo personale di comunicare con Dio, 
senza passare per Chiesa e riti religiosi.

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lunedì 21 aprile 2014

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Confessione di un Povero Cristo in Croce


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lunedì 11 febbraio 2013

Benedetto XVI : Lascio per il bene della Chiesa


 Ecco le dichiarazioni con le quali il Papa annuncia le dimissioni:

Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.



“Lascio per il bene della Chiesa”, ha affermato, “per ingravescentem aetatem”, sente prossima la fine mortale. Perché troppo anziano e forse malato non si considera più all’altezza dell’alto magistero?  Per consentire un rinnovamento radicale attraverso un’uscita di scena che ha choccato fedeli, curia e gerarchie ecclesiastiche? Precedenti se ne contano sulle dita di una mano: a parte il famoso “gran rifiuto” di Celestino V,  Clemente I nel ’97 dopo Cristo, l’abdicazione di Gregorio XII nel 1415. Perfino il suo predecessore, Giovanni Paolo II, restò in carica fino alla fine nonostante il morbo di Parkinson ne avesse trasfigurato la persona e il male lo avesse consumato. Quella resistenza eroica, quel sacrificio e l’esibizione del corpo sofferente del vicario di Dio in terra, fu il sigillo di Wojtyla al suo eccezionale papato.

Con la formula “ingravescentem aetatem” venne stabilita dal Concilio Ecumenico Vaticano II la naturale relazione tra l’età avanzata e il disimpegno da taluni importanti uffici, come quelli del vescovo diocesano o del parroco. La formula prevede che gli Officiali maggiori e minori cessino dal loro ufficio a settant’anni compiuti, e i Prelati Superiori al settantacinquesimo iniziato. Dunque il Papa dimissionario situa la sua altissima posizione tra i più umili servitori della Chiesa.

Con questa decisione di Benedetto XVI “cambia radicalmente il volto del pontificato”: è il commento di Marinella Perroni, docente presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. “Si pensava che fosse impossibile che un Papa potesse andar via prima della scadenza naturale del pontificato, che è la morte. Si era detto in passato che Paolo VI avesse già la lettera pronta, altre leggende sono circolate, ma che proprio Ratzinger avesse questo coraggio…. Significa che il pontificato è ad tempus, cambia il volto dell’organizzazione della Chiesa. E’ una cosa che impone di ragionare diversamente sia all’apparato che ai fedeli, perché d’ora in poi il pontificato non sarà più legato alla vita del Papa”.
Ora il mondo attende trepidante lo svolgersi della situazione: un nuovo conclave si prepara inatteso per eleggere il 266° successore di Pietro al soglio pontificio.

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Lo scrittore Roberto Saviano commenta le dimissioni del Papa. Dispiacere, certo, per lo stato di salute di Ratzinger, ma anche una battuta finale che fa riflettere:

"Scelta umana o altro? Cosa pensate sia accaduto in Vaticano? Ho la sensazione istintiva, leggendo le parole del Papa, che sia soffocato e voglia ripararsi. Se fosse così, per la prima volta, sento di aver un moto di tenerezza verso questo Pontefice. O forse è malato, come dicono altre voci? Mi dispiacerebbe se queste dimissioni, rese pubbliche ora e non dopo la formazione di un governo, fossero strategiche per la campagna elettorale: mostrare la fragilità della Chiesa per chiedere compattezza al voto cattolico. Sarebbe terribile se fosse così. Come la vedete voi?"

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Papa Benedetto XVI lascerà il pontificato dal prossimo 28 febbraio. Lo ha annunciato personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto.

"Dopo una lunga e ponderata riflessione ho capito che devo lasciare il pontificato perché non ho più le forze per portarlo avanti", avrebbe detto ai cardinali .

"Un fulmine a ciel sereno". Con queste parole il decano del collegio cardinalizio, cardinal Angelo Sodano ha commentato la decisione di Benedetto XVI di lasciare il pontificato. Sempre secondo l'Ansa, il Papa avrebbe spiegato di sentire il peso dell'incarico di pontefice, di aver a lungo meditato su questa decisione e di averla presa per il bene della Chiesa.


Il Codice di diritto canonico, nel libro II, parte II, sezione I, capitolo I, art. 1, così afferma: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti».
Dunque, il Papa può dimettersi, se ha un motivo valido per farlo. Nella storia della Chiesa, una sola volta un Pontefice ha rinunciato, ed è stato Celestino V (che fu papa per 4 mesi nel 1294), il papa «del gran rifiuto», come scrive Dante, che rinunciò alla sua carica per non essere soggetto alle manovre politiche ed economiche legate alla sua persona.

LEGGI ANCHE  http://cipiri21.blogspot.it/2013/02/malachia-benedetto-xvi-e-il-penultimo.html


Secondo la profezia di Malachia Benedetto XVI è il penultimo dei romani pontefici. San Malachia fu un vescovo irlandese autore, nel 1140, di previsioni sul futuro del papato.

Le profezie indicano, con una metafora breve, la storia della Chiesa romana, da Celestino II (1143-1144) a Pietro II, che dovrebbe essere l'ultimo Papa, dopo Joseph Ratzinger, da poco insediato con il nome Benedetto XVI, forse destinato a gestire un periodo di guerre che prepareranno l'ultimo tragico pontificato.
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lunedì 3 settembre 2012

Carlo Maria Martini: La Chiesa è indietro di 200 anni


Martini/ Ultima intervista: Chiesa è indietro di 200 anni

"Su famiglia e divorziati Chiesa rischia di perdere generazioni"

  - L'ultima intervista del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata dal Corriere della sera, contiene una sorta di testamento spirituale, caratterizzato da un'aspra severità nel giudizio: "La Chiesa - diceva - è rimasta indietro di 200 anni. Come mai

non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?".

"Dobbiamo chiederci - ammoniva il teologo gesuita - se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. L'atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l'avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli", proseguiva Martini, che nel colloquio pubblicato dal Corsera portava un esempio pratico a sostegno delle sue tesi: "Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura".

La conclusione: "La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa - si chiedeva Martini - arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?".




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mercoledì 15 febbraio 2012

LA CHIESA E I CONTI DELLO IOR






IL SEGRETO DELLA CONFESSIONE (FISCALE) 

LA CHIESA SI RIFIUTA DI FAR CONTROLLARE ALLE AUTORITÀ ITALIANE I CONTI DELLO IOR - UN DECRETO INTERNO PRIVA L’AUTORITÀ DI INFORMAZIONE FINANZIARIA DEL VATICANO DEI POTERI DI ISPEZIONE - BERTONE PRIMA SCEGLIE DI FAR LUCE SUI PROPRI BILANCI, ADDIRITTURA CON UN’AUTORITÀ ANTIRICICLAGGIO, POI CI RIPENSA -
 NÉ MONTI NÉ I PARTITI  SI INTERESSANO ALLA QUESTIONE...


Altro che trasparenza, altro che collaborazione altro che volontà di fornire tutte le informazioni a chi indaga. Il Vaticano non ha alcuna intenzione di attuare gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali (MONEYVAL) e non ha alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e italiane di guardare cosa è accaduto nei conti dello IOR prima dell'aprile 2011.
A scriverlo nero su bianco non è un giornalista del Fatto Quotidiano o un ignoto estensore di memo riservati di dubbia paternità, bensì le due massime autorità in materia dentro le mura leonine: il cardinale Attilio Nicora (ex presidente dell'Apsa, l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e ora presidente dell'Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, l'AIF) e il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale della Città del Vaticano.
I due documenti riservati raccontano qual è, al di là dei comunicati della sala stampa dati in pasto ai giornali italiani, la vera politica della Santa Sede sul fronte antiriciclaggio. Una politica che nei fatti, per quanto attiene ai fatti accaduti fino al recente passato somiglia a quella di uno dei tanti paradisi fiscali del mondo.

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Il primo documento è firmato dal presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, professore di diritto e magnifico rettore della Lumsa oltre che membro del consiglio direttivo dell'AIF. Si tratta di un parere legale richiesto dalla Segreteria di Stato alla massima autorità consultiva in materia giuridica nel Vaticano. In pratica il cardinale Tarcisio Bertone chiedeva a Dalla Torre di stabilire quale fosse la giusta interpretazione da dare alla nuova normativa antiriciclaggio introdotta da Papa Benedetto XVI nel dicembre del 2010 ed entrata in vigore nell'aprile scorso.
Come Il Fatto ha raccontato nel Vaticano si erano distinte due linee diverse: la prima, sostenuta dal direttore generale dell'AIF, l'avvocato Francesco De Pasquale, puntava a spingere la banca vaticana, lo IOR, a collaborare con le autorità antiriciclaggio interne (AIF) e a fornire tutte le informazioni richieste dalla giustizia italiana, anche sui fatti precedenti all'aprile del 2011. La seconda linea, sostenuta invece dall'avvocato Michele Briamonte dello studio Grande Stevens di Torino invece sosteneva che l'AIF non avesse quei poteri di ispezione sui movimenti bancari precedenti all'aprile del 2011.
Ovviamente la lotta di potere tra AIF e IOR, la disputa tra De Pasquale e Briamonte, aveva un riverbero immediato nei rapporti tra Stati. Solo se avesse vinto la linea "collaborativa" dell'AIF infatti, le autorità giudiziarie e bancarie italiane sarebbero state in grado di mettere il naso (tramite il cavallo di Troia dell'AIF) nei segreti dello IOR. Altrimenti le indagini italiane in corso si sarebbero arenate.
Il Fatto aveva pubblicato il 31 gennaio scorso un documento riservato ("Memo Ior-AIF") dal quale si comprendeva che nei fatti stava vincendo la linea "non collaborativa" e che il presidente dello IOR e dell'AIF avevano tentato di coinvolgere il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il segretario del Papa, George Ganswein, per convincere il Governo Vaticano a collaborare con l'autorità giudiziaria italiana.



Sul memo si leggeva: "L'Aif (.... ) ha inoltrato allo Ior alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l'Istituto, cui quest'ultimo ha corrisposto, consentendo tra l'altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (....) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell'Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell'Aif - relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari - fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti".
Quando quel documento rivelato dal Fatto era stato ripubblicato 8 giorni dopo da La7 in tv, la Santa Sede aveva finalmente emanato un comunicato per smentire che il Vaticano non intendesse fornire informazioni bancarie sui fatti precedenti all'aprile del 2011. "Non emerge la resistenza dello IOR a collaborare in caso di indagini o procedimenti penali su fatti precedenti al primo aprile 2011".
Il parere di Dalla Torre (disponibile integralmente sul sito del Fatto) dimostra il contrario e spiega perché i magistrati della Procura di Roma non stanno ricevendo le informazioni né per via di rogatoria, come raccontato in tv dal pm Luca Tescaroli, né tramite l'AIF, nel caso dei pm Nello Rossi e Stefano Fava che indagano il presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Cipriani per violazione delle norme in materia di antiriciclaggio. Il parere di Dalla Torre dimostra che si tratta di una scelta voluta.


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Alla domanda di Bertone, se lo IOR debba rispondere all'AIF anche per le operazioni avvenute prima dell'aprile del 2011, la risposta del presidente del Tribunale è un no tondo: la legge "non permette all'AIF l'accesso alle operazioni e ai rapporti intercorsi prima dell'entrata in vigore della legge". Esattamente l'opposto di quanto affermato nel comunicato della sala stampa della Santa Sede del 9 febbraio.
Il parere di Dalla Torre risale al 15 ottobre del 2011 e delinea la linea che poi sarà attuata nel decreto del Presidente del Governatorato Vaticano del 25 gennaio scorso. Il decreto dell'arcivescovo Bertello, priva l'AIF dei poteri di ispezione, rimessi a successivi regolamenti da emanare. Con la conseguenza che le indagini bancarie e giudiziarie dello Stato italiano in materia si fermeranno. Il senso di questa scelta è spiegato dal secondo documento che pubblichiamo a fianco (integralmente sul sito), firmato dal presidente dell'AIF il Cardinale Attilio Nicora.
È una lettera del presidente dell'AIF del 12 gennaio 2012, trasmessa il giorno dopo dall'avvocato De Pasquale dell'AIF per mail al presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi e precedentemente inviata al Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Questo documento è la dimostrazione che lo Stato Vaticano, dopo l'approvazione della legge del dicembre del 2011 che ha rappresentato certamente un primo importante passo verso l'apertura alla trasparenza bancaria, ha scelto di fare retromarcia.
Peccato che come segnala Nicora in neretto: "Non va trascurato l'aspetto attinente ai profili di opportunità verso l'esterno e al rischio reputazionale a cui può andare incontro la Santa sede". L'AIF, l'Autorità antiriciclaggio diretta dall'avvocato Francesco De Pasquale e presieduta dal cardinale Attilio Nicora è oggi poco più che uno specchietto per le allodole, privata dei poteri. Un'Autorità depotenziata che ha perso la sua guerra con la linea di chiusura sposata dal segretario di Stato Bertone, perché evidentemente si era mostrata troppo collaborativa con le autorità italiane.



Questo evidente passo indietro sulla strada del Vaticano per uscire dalla "lista grigia" dei paesi poco affidabili dal punto di vista fiscale e finanziario, è segnalato proprio dal cardinale Attilio Nicora quando si vede sottoporre la prima bozza del decreto (poi pubblicato il 25 gennaio) il 9 gennaio. Una bozza che al Fatto risulta essere stata modificata solo leggermente e che non è stata invece toccata ed è divenuta un decreto per la parte che più contava: la drastica riduzione dei poteri dell'AIF di ispezione nei conti dello IOR.
La battaglia non è definitivamente conclusa. Il decreto deve essere convertito entro 90 giorni. Il Governo italiano e l'Unione Europea hanno tempo fino alla fine di aprile per fare pressione sullo Stato del Vaticano perché torni sui suoi passi. Non sembra però che né il premier Mario Monti né i partiti (compresi quelli di sinistra) si interessino particolarmente alla questione.

 Marco Lillo per il "Fatto quotidiano"


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La Chiesa pagherà l’Ici





La Chiesa pagherà l’Ici, 
giovedì l’annuncio di Monti ai vertici ecclesiastici

 Il Governo ha deciso che i privilegi della Chiesa Cattolica non sono più sostenibili. Giovedì ci sarà l’annuncio ufficiale in occasione della celebrazione dei Patti Lateranensi

Basta privilegi alla Chiesa Cattolica. 

Il Governo Monti ha deciso di fare il grande passo dopo decenni di dibattiti infuocati sull’argomento. Le esenzioni non sono più tollerabili per diversi motivi. L’opinione pubblica freme perché tutti facciano sacrifici in egual misura per salvare il Paese, il malcontento popolare nei confronti di privilegi vetusti potrebbe creare problemi alla Chiesa stessa oltre che all’esecutivo.

 Inoltre l’Unione Europea preme perché l’Italia non dia aiuti di Stato agli enti religiosi. 
Da Bruxelles questo monito è arrivato già dal 2010, ma la Chiesa ha troppo potere perché la decisione potesse essere presa a cuor leggero.
Il danno erariale per lo Stato italiano in tutti questi anni è stato immenso: le cifre parlano di circa un miliardo di euro l’anno “sottratto” alle casse statali. Il Governo Berlusconi nel 2005 aveva ampliato le già esistenti esenzioni per gli edifici ecclesiastici: alberghi, scuole ed ospedali non avrebbero più pagato l’Ici se al loro interno fosse stata costruita una cappella. Questo ha notevolemente favorito il gigantesco giro d’affari della Chiesa di Roma sfavorendo tutti coloro che in regime di concorrenza pagavano le tasse.

 Mario Monti e la sua squadra di Governo sono arrivati allo strappo finale invocato da larga parte dell’opinione pubblica. Giovedì in occasione della celebrazione dei Patti Lateranensi l’esecutivo darà l’annuncio ufficiale della fine dei privilegi della Chiesa Cattolica.
da Mara Piras http://www.italiah24.it/
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lunedì 19 settembre 2011

ODIFREDDI , LA CHIESA SMETTA DI PARLARE DEI POVERI E INCOMINCI A PAGARE QUALCOSA PER LORO, AMEN




ODIFREDDI :

LA CHIESA SMETTA DI PARLARE DEI POVERI E 

INCOMINCI A PAGARE QUALCOSA PER LORO

AMEN


L’ottimo Massimo Gramellini, quello razionalista del “Buongiorno” mattutino su La Stampa (ce n’è anche un altro, per me meno ottimo: quello new age del romanzo L’ultima riga delle favole), ha posto un paio di giorni fa una domanda cruciale.
Il cardinal Sepe di Napoli aveva sollevato un’obiezione relativa allo spostamento della festività di San Gennaro alla domenica più vicina, sulla base della singolare scusa che l’abitudinario santo potrebbe finire col confondersi sul giorno del miracolo. Dopo alcune delle sue sempre divertenti osservazioni, Gramellini ha seriamente concluso così: “Ci piacerebbe approfittare della linea diretta per conoscere l’opinione del Santo anche sui 4 miliardi annui di esenzioni fiscali di cui la Chiesa italiana continua a godere persino su residenze e attività estranee al culto. Che sia questo il vero miracolo?”. Parole sante, verrebbe da dire.
Oggi il cardinal Bagnasco, che canta a Genova invece che a Napoli, ma sullo stesso spartito di Sepe, ha dichiarato papale papale (forse già sognando il prossimo conclave) a Radio anch’io: “Le cifre dell’evasione fiscale sono impressionanti”. E ha aggiunto: “Come credenti e comunità cristiana dobbiamo rimanere al richiamo etico che fa parte della nostra missione e fare appello alla coscienza di tutti perchè anche questo dovere possa essere assolto da tutti per la propria giusta parte”. Anche perchè, concludeva, così facendo “le cose sarebbero risolte”.
Dialogo fra sordi, si noterà. Perchè Gramellini suggeriva implicitamente che, in un momento di grave crisi economica, anche la Chiesa dovrebbe fare la sua “giusta parte”, spontaneamente o forzatamente, incominciando finalmente a pagare alcune delle indebite esenzioni fiscali che i governi di destra, di centro e di sinistra le hanno sempre ecumenicamente accordato. A Bagnasco, invece, non sembra essere passato per la testa che le esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa sono semplicemente una versione legalizzata, e dunque doppiamente vergognosa, delle evasioni fiscali a cui giustamente si riferiva.
Naturalmente, sappiamo tutti che è più facile vedere la pagliuzza (si fa per dire) negli occhi altrui, che la trave nella propria. Ma proprio perchè è così, dovremmo essere noi a far notare alla Chiesa la trave fiscale che essa fa gravare sulle nostre spalle. E a liberarcene una volta per tutte, incominciando a far pagare ai preti e ai cardinali la prima tranche della “tassa di Robin Hood”. Perchè, soprattutto oggi che banche e industrie sono in difficoltà, l’unico vero ricco rimasto è proprio la Chiesa. Ed è giunta l’ora che essa smetta di parlare dei poveri, e incominci a pagare qualcosa per loro. Amen.


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