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mercoledì 28 marzo 2018

Credieuronord: quando la Lega aveva una Banca


Vi ricordate quando la Lega voleva un suo istituto di credito? 
Vi ricordate che finì nei guai per problemi molto simili a quelli di Banca Etruria? 
E vi ricordate chi salvò la banca e perché? No? Ecco perché date ancora retta a Salvini!

Matteo Salvini è stato chiaro e netto: quello di Luigino D’Angelo è stato un «suicidio di Stato». E ancora:  “Che cacchio fanno tutto il giorno quelli della Banca d’Italia? Il governatore Visco dovrebbe pagare di tasca sua”. Giusto, giustissimo. Solo che c’è un problema: nella storia della Lega Nord ci sono una banca e una storia che andrebbero ricordate. La banca risponde al nome di Credieuronord. E la storia del suo salvataggio fa ancora più ridere.

Tutto comincia nel novembre del 2000, quando Umberto Bossi annucncia che la vecchia filiale dismessa della Cariplo di via Galilei, a Milano, sarà la sede di una nuova banca uguale a tutte le altre, se non per il fatto che l’ha progettata e fermamente voluta il Carroccio. L’ok della Banca d’Italia è arrivato dopo un anno di attesa, e via fax. Ad annunciarlo è lo stesso Bossi all’assemblea dei soci, riuniti al teatro San Babila di Milano. Un successo, per i militanti, subito accorsi ai banchetti per ritirare e firmare i moduli di sottoscrizione.

“Pazienza se ci è toccato mettere di mezzo l’euro – ha commentato Bossi davanti ai suoi – l’importante è che sarà una grande banca”. Che non avrà vita facile, ha aggiunto il leader della Lega Nord: “La Banca dei soci della Lega raccoglierà molti quattrini che saranno tolti ad altre banche e darà fastidio al sistema bancario tradizionale”.

Venti miliardi di lire il capitale sociale, che la Lega conta di far salire in breve tempo a 35. Umberto Bossi conta sui militanti, che presto saranno chiamati a sottoscrivere azioni e obbligazioni dell’istituto di credito la cui missione “sarà quella di sostenere lo sviluppo della Padania, 
non solo di guadagnare”.

Presidente sarà Francesco Arcucci, suo vice Gian Maria Galimberti, che hanno già sottoscritto un accordo con le Poste italiane che offriranno ai soci della banca la possibilità di versare sul conto corrente attraverso gli sportelli postali. Tra le facilitazioni una carta di credito padana e la possibilità di conoscere il saldo sul display del telefonino. Target: artigiani e piccole e medie imprese del Nord. (La Repubblica, 25 novembre 2000)

La banca raccoglie 3400 soci tra cui 400 veneti, si poteva entrare con 25 euro. La banca avrebbe dovuto servire tutto il nord ma alla fine soltanto tre sono gli sportelli a Milano, Brescia e Bergamo. Ma nel 2001 la banca è già in rosso e l’anno dopo necessita di una ricapitalizzazione. Dove sono finiti i soldi? Non ci crederete, ma la Credieuronord aveva lo stesso problema che ha oggi Banca Etruria: dava soldi allegramente a clienti che poi non rimborsavano i prestiti:

In sostanza, chi aveva una poltrona da difendere usò toni morbidi. Chi non ce l’aveva più, come Franca Equizi, puntò il dito accusatore sulla malagestione: «Come si fa a dare tutti quei soldi alla moglie di Franco Baresi?». Equizi parla della linea di credito accordata a Maura Lari, consorte dell’ex libero del Milan. «Eccedenze per oltre 1,5 milioni di euro», sottolinearono gli ispettori della Banca d’Italia (Corriere del Veneto,16 aprile 2010).

Racconta Francesco Arcucci, che della banca fu presidente: «In principio fu Gian Maria Galimberti. A lui Umberto Bossi e gli alti papaveri della Lega Nord diedero l’incarico di fondare la banca della Lega. E Galimberti, che forse aveva combinato qualche pasticcetto in passato nel mondo bancario con la Barclays, si mise all’opera. […] Un padre padrone, quasi un proprietario della banca. E, quando riceveva delle telefonate dall’alto, il suo comportamento era quello per cui la struttura dell’ufficio fidi veniva da lui scavalcata. « Non accetto dei pareri negativi » diceva, quasi anticipando quanto si è letto nel tormentone estivo delle intercettazioni ben note. Il parere che contava era solo quello del padre padrone, il quale, poi, in Consiglio di Amministrazione si presentava con garanzie, fideiussioni, assegni di clienti ( a cui voleva dare dei prestiti) poi rivelatisi carta straccia».

Il salvataggio di Fiorani
Nel 2003 Credieuronord è in grande sofferenza.

Il bilancio si chiude con 8 milioni di perdite e 12 di sofferenze su 47 di impieghi. Anche frutto di una tecnica creditizia discutibile: la metà delle sofferenze fanno capo a soli cinque soggetti. Tra cui la società Bingo.net che ha tra gli amministratori il sottosegretario Balocchi e un paio di parlamentari. Per correre ai ripari viene abbattuto il capitale sociale da 13,7 a 5 milioni di euro. Ma non basta, perché le regole di Bankitalia parlano di un capitale minimo per le banche di 6,5 milioni. è necessario un aumento di capitale da 1,2 milioni, ma l’ appello va deserto e devono intervenire di tasca loro i parlamentari leghisti. A guidare il salvataggio, arriva il segretario della Lega Nord, Giancarlo Giorgetti, che prima chiede aiuto alla Popolare Milano e poi va in cerca 
di sponde politico-finanziarie più alte

L’anno successivo vengono chiuse le tre filiali. Perché a causa dei fidi concessi e mai più restituiti c’è un problema di liquidità. L’ispezione di Bankitalia rivela le magagne, proprio mentre Umberto Bossi portava avanti le sue crociate (giuste) contro l’ex governatore Antonio Fazio. A quel punto un cavaliere bianco si presenta alla porta per salvare la banca. Il suo nome è Gianpiero Fiorani ed è proprio il dominus della Banca Popolare di Lodi molto amico di Fazio. Bossi, che aveva organizzato manifestazioni contro i bond argentini e Parmalat puntando il dito contro Fazio, che aveva chiesto a Tremonti e Berlusconi di togliere la vigilanza sulla concorrenza bancaria a via Nazionale e che voleva il mandato a tempo per il Governatore di Palazzo Koch, improvvisamente dimentica tutto. Solo per una coincidenza Bossi cambia idea quando Fiorani decide di acquistare il ramo bancario coprendo le perdite con 2,3 milioni di euro, che servono agli amministratori per salvare a rotta di collo il resto dell’impalcatura. Lasciando però molti dei leghisti che avevano creduto nel progetto dell’istituto di credito senza un soldo. Cose che capitano.

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mercoledì 17 giugno 2015

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venerdì 4 ottobre 2013

Progetto Transaqua e quando gli immigrati eravamo noi Italiani ?


Quando gli immigrati eravamo noi Italiani

"La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro “questa maledetta razza di assassini”. Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere “sporchi come maiali”. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo “tutti siciliani”.

“Bel paese, brutta gente.” Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l’Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l’ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l’affetto delle popolazioni locali. Ma non è così."

Intervista di Andrea Pomozzi all’Ing. Marcello Vichi

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Stragi evitabili

InGlass-Steagall su 4 ottobre 2013 a 6:00 AM
investing-african-agricultureSi poteva evitare un’altra strage di innocenti nel mare al largo di Lampedusa.
Fa proprio imbestialire sapere che la UE pochi giorni fa ha bocciato il progetto Transaqua.
Che cosa c’entra? Abbiamo conosciuto l’80enne Ing. Marcello Vichi, ci ha raccontato di come all’IRI 30 anni fa erano all’avanguardia, ma furono bloccati dai professionisti degli aiuti umanitari e da interessi strategici così da costringere a scappare dalle loro terre. Fao,FmiUeBanca Mondiale hanno guidato la trasformazione verso i progetti piccoli, e neanche le associazioni di beneficenza, le Ong, si pongono l’obiettivo delle infrastrutture sistemiche, accettando l’idea che i cambiamenti saranno per forza piccoli e limitati. Così si nega la costruzione di dighe, canali, sistemi di irrigazione moderni. Unatragedia perpetrata sfruttando anche chi ha le buone intenzioni.
In risposta all’interrogazione dell’europarlamentare Cristiana Muscardini, la Commissione europea ha respinto pochi giorni fa il progetto Transaqua per il Sahel per questioni legate all’ambiente.
http://larouchepac.com/node/28380
TRANSAQUA, “Sviluppato dall’impresa italiana Bonifica, del gruppo IRI, a partire dal 1972, consiste in un canale lungo 2400 chilometri, che attingendo il 5% complessivo dagli affluenti del fiume Congo, scaricherebbe nel Lago Ciad 70/100 miliardi metri cubi all’anno, sufficienti a ripristinare la dimensione originale del lago. Il Lago Ciad è oggi ridotto a meno di un ventesimo di quello che era appena 50 anni fa. Transaqua non solo ricostituirebbe il lago e fermerebbe l’avanzata del deserto, ma creerebbe un’area di sviluppo agricolo larga come la Lombardia, genererebbe una notevole capacità di produzione idroelettrica e formerebbe il nocciolo di una infrastruttura di trasporti pan-africana.”
http://www.movisol.org/13news122.htm
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Il progetto Transaqua indica che la costruzione di grandi infrastrutture, idriche e di trasporto, è la via da percorrere per avviare lo sviluppo africano.
1968 Presidente egiziano Nasser e La Pira al Cairo
il Presidente egiziano Nasser e La Pira al Cairo, 1968
fonte: http://www.giorgiolapira.org
Spesso facciamo riferimento a Lincoln che spinse per lo sviluppo della rete ferroviaria negli Stati Uniti, a FD Roosevelt ed alla Tennessee Valley Authority, a JFKcon il progetto Apollo per andare sulla Luna, ma vi sono esempi anche per l’Africa, certamente. Così come per l’Italia del miracolo economico molto forte fu l’impegno di La Pira ed Enrico Mattei nello sviluppare la cooperazione con l’Africa.
Ma vi sono figure molto positive per Africa, come il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, amico proprio di Giorgio La Pira, che mise in moto l’industrializzazione del paese nazionalizzando settori importanti dell’economia, la sua decisione di nazionalizzare il canale di Suez provocò la reazione di francesi e inglesi.
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/biografie/gamal-abdel-nasser/40/default.aspx
Thomas Sankhara, “presidente ribelle” del Burkina Faso, personalità assai scomoda, che mostrava di conoscere l’opera del ‘sistema nazionale di economia politica’ di Friedrich List e nei suoi discorsi si sente l’eco della corrente americana cui ci ispiriamo.
“Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Non possiamo essere complici!”
“Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa.”
http://thomassankara.net/spip.php?article1171&lang=fr
E’ rimasto celebre il discorso di Sankhara sul debito all’Organizzazione per l’Unità Africana del 29 luglio 1987
http://www.vocidallastrada.com/2009/11/thomas-sankara-discorso-sul-debito.html
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Al solito, uno stato a moneta sovrana, una Banca nazionale che emette credito per investimenti produttivi sono i fattori decisivi per una grande nobile aspirazione: liberare l’umanità, permettendole di esprimere i migliori talenti. Senza sviluppo, senza applicazioni di tecnologia, si arresta il futuro, si costringe alla miseria, si consegna alla morte milioni e milioni di donne, uomini e bambini. 
Banca nazionale e Glass-Steagall, sono misure necessarie, per il bene dell’umanità.
Con Transaqua “potrebbero diventare il più grande polo di sviluppo africano – forse uno dei più grandi del pianeta – che potrebbe impiegare, nella realizzazione e successiva gestione, mano d’opera e attività professionali diversificate locali provenienti da tutti i Paesi del continente. Potrebbe offrire a diverse generazioni di africani un enorme mercato del lavoro senza costringerli a tentare la carta dell’Europa – mercato del lavoro spesso durissimo per gli africani sradicati dal proprio ambiente naturale e culturale – realizzando nel loro continente, sia pure con le inevitabili differenze dovute ad etnie e culture diverse, ma pur sempre africane, una serie di modelli di sviluppo locali generati da questa grandiosa infrastruttura interafricana.
acqua 1Quasi trent’anni sono andati perduti – perlomeno agli effetti di una verifica di fattibilità – durante i quali Europa e Africa hanno pagato elevatissimi costi economici e politici, ma soprattutto umani, conseguenti all’esodo quasi biblico che ha condotto, e conduce, quelle popolazioni disperate dalla mancanza di acqua, cibo e lavoro ad attraversare il Sahara col miraggio di una Europa spesso ostile.
“Transaqua-una idea per il Sahel”concludeva così la sua esposizione: “Le unità di misura dei costi di investimento non sono solo i milioni di dollari, ma l’assenza di guerre, i milioni di esseri umani sottratti alla fame, la pace sociale, la coscienza internazionale”.”
http://www.transaquaproject.it/prospettive.html
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giovedì 11 agosto 2011

Quando dicevano, la crisi non c'è


Quando dicevano, la crisi non c'è



'Il peggio è passato, i problemi sono alle spalle, anzi siamo già in ripresa, non credete ai giornali pessimisti". Per due anni Berlusconi e Tremonti hanno ripetuto ovunque questa litania: leggere per credere. Chissà se ora si vergognano un po'


Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti«E' dannoso per l'interesse di tutti noi che ci siano dei media che continuino a rappresentare la crisi come qualcosa di definitivo e di tragico». (Silvio Berlusconi, 5 marzo 2009)

«Sicuramente è finita la paura dell'apocalisse. E' rallentata la caduta, dall'autunno in poi, del traffico e del commercio che è la nostra ricchezza. Guardiamo al futuro con qualche speranza». (Giulio Tremonti, 19 aprile 2009)

«Il rischio di un crollo, del peggio, è abbastanza alle nostre spalle. Su questo abbiamo una visione comune con gli imprenditor»i. (Giulio Tremonti, 29 aprile 2009)

«Il momento peggiore è passato e d'ora in poi ci saranno miglioramenti. C'è stato un diluvio universale, ma ora siamo qui e stiamo meglio di prima. Il governo ha fatto bene a diffondere fiducia. Non abbiamo peccato di ottimismo perché questa crisi, è stato dimostrato, ha grande origine nel fattore psicologico». (Silvio Berlusconi, 17 maggio 2009)

«La caduta sta finendo e l'Italia è messa meglio di altri. Una volta l'Italia faceva notizia perché erano dati negativi ma oggi la notizia è che l'Italia non fa più notizia, anzi alcune cose le iniziano a riconoscere». (Giulio Tremonti, 4 giugno 2009)

«Ciò che doveva accadere per banche e mercati è già accaduto. Chi doveva fallire ha fallito e tutti quelli che facevano speculazione non ci sono più. Oggi non ci sembra che ci siano altre situazioni che dobbiamo temere». (Silvio Berlusconi, 4 luglio 2009)

«Siamo in un momento difficile per la crisi del mondo: io sostengo che il peggio è passato». (Silvio Berlusconi, 6 luglio 2009)

«Il peggio è passato, siamo in fase di conclusione». (Silvio Berlusconi, 8 settembre 2009)

«La crisi sta passando». (Giulio Tremonti, 28 settembre 2009)

«Il peggio della crisi sembra che sia alle nostre spalle e che sia iniziata, sia pure lentamente, la ripresa». (Silvio Berlusconi, 29 ottobre 2009)

«Il peggio è ormai alle spalle. Non possiamo lamentarci. Non va malissimo. Ci sono forti segnali di ripresa, basta vedere i dati dell'Ocse. Stiamo procedendo bene nonostante il momento non sia certamente uno dei migliori». (Silvio Berlusconi, 7 novembre 2009)

«Riteniamo che il peggio sia passato e che ci sia la ripresa». (Silvio Berlusconi, 5 dicembre 2009)

«In Europa ci sono Paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Irlanda che sono in situazioni abbastanza preoccupanti, mentre noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». (Silvio Berlusconi, 6 febbraio 2010)

«Dopo essere usciti da una forte crisi, stiamo iniziando la risalita, non è veloce, non ha forti numeri ma è certamente risalita». (Silvio Berlusconi, 11 marzo 2010)

«Grazie alla limitata esposizione alla bufera sui mercati finanziari internazionali e al collasso del settore immobiliare, gli effetti peggiori della crisi sono stati solo temporanei in Italia». (Giulio Tremonti, 25 aprile 2010)

«L'Italia sta meglio di altri Paesi ed è vaccinata da eventuali contagi». (Giulio Tremonti, 6 maggio 2010)

«La crisi è alle spalle. E noi ne stiamo uscendo meglio di altri paesi europei». (Silvio Berlusconi, 29 giugno 2010)

«La crisi si sta concludendo, ci sono segnali di ripresa. Il peggio è passato, siamo in fase di conclusione della crisi. Lo hanno detto Obama, Bernanke, il Fondo monetario, la commissione europea: ci sono segnali, germogli di ripresa, ora bisogna mettere da parte coloro che inneggiano al catastrofismo». (Silvio Berlusconi, 8 settembre 2010)

«L'Italia aveva bisogno di rigore e credibilità. Lo abbiamo fatto tenendo in ordine i conti pubblici e nello stesso tempo salvaguardando i redditi delle famiglie e dei lavoratori colpiti dalla crisi. E' stata la scelta giusta. Ha consentito di superare la crisi e di non farci trovare nelle condizioni in cui si sono trovati altri Paesi europei alle prese con deficit pubblici giudicati non sostenibili dai mercati finanziari e quindi esposti ad attacchi speculativi». (Silvio Berlusconi, 29 settembre 2010)

«Abbiamo realizzato una vera e propria missione impossibile: abbiamo affrontato la crisi senza mettere mai, dico mai, le mani nelle tasche degli italiani». (Silvio Berlusconi, 10 maggio 2011)

di Alessandro Capriccioli

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lunedì 1 agosto 2011

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale VIDEO




Islanda
quando il popolo 
sconfigge l'economia globale
VIDEO


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Bellissimo articolo di Andrea Degl'Innocenti del 13 Luglio 2011, riportato da INFORMAZIONE LIBERA, e tradotto in audio, sulla rivoluzione silenziosa islandese, L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

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mercoledì 13 luglio 2011

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale


Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.


di Andrea Degl'Innocenti - 13 Luglio 2011

Cascata Islanda
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Landsbanki
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Proteste
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
Costituzione Islanda
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
Quarto Stato
L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

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sabato 8 gennaio 2011

QUANDO I GUERRIGLIERI AFGHANI ERANO DEI "NOSTRI"


“Nel 1985, il Presidente Ronald Reagan ricevette un gruppo di uomini con la barba. Su questi uomini barbuti ci stavo scrivendo durante quei giorni per il The New Yorker. Erano uomini con la barba e dall’aspetto feroce, con turbanti che li facevano apparire come se provenissero da un altro secolo. Il Presidente Reagan li ricevette nella Casa Bianca. Dopo averli accolti, parlò alla stampa. Li indicò, e sono sicuro che qualcuno di voi ricorderà quel momento, e disse, “Questi sono l’equivalente morale dei padri fondatori dell’America”. Quelli erano Mujahiddin Afghani. Al tempo stavano combattendo, armi in mano, contro l’Impero del Male. Erano l’equivalente morale dei nostri padri fondatori!”
“Il terrorista di ieri è l’eroe di oggi, e l’eroe di ieri diventa il terrorista di oggi”
Tratto e tradotto da ‘Terrorismo: il loro e il nostro’, di Eqbal Ahmad



Un pò di storia
Il paese tristemente salito alla ribalta negli ultimi mesi ha una storia tormentata. Popolo indoeuropeo, di stirpe iranica (affine ai persiani), gli afghani sono sempre stati sottoposti alla sovranità dei potenti vicini: Greci, Persiani, Arabi, Turchi e Mongoli ne conquistarono di volta in volta la supremazia. L'islamizzazione di queste terre è avvenuta per opera degli Arabi, nel IX secolo.
Si può iniziare a parlare di Afghanistan solo a partire dal XVI secolo quando alcune tribù afgane, all'epoca sotto il dominio persiano, si dichiararono indipendenti ed iniziarono una lenta espansione, coinvolgendo via via altre tribù affini. Questo processo culminerà nella metà del XVIII secolo quando Ahmed Khan, capo della tribù dei Durrani, si proclamò re dell'Afghanistan a Kandahar.
I poteri della monarchia furono comunque sempre molto limitati a causa delle arretrate condizioni politico-sociali in cui versava il paese ed in cui erano fortissime le figure dei capi-tribù. Il paese entra anche nelle mire del colonialismo inglese che in più occasioni, invano, cerca di assoggettarlo. Tra l'altro l'Afghanistan inizia a delinearsi come uno stato plurietnico, formato da tribù iraniche, turco-tartare e mongole.
Questo delle varie tribù è stato sempre uno dei maggiori fattori di instabilità politica e solo sotto il lungo regno di Rahman Khan (seconda metà del XIX secolo) il potere feudale dei capi-tribù fu sensibilmente ridimensionato. Sotto il suo regno inizia un profondo processo di modernizzazione e civilizzazione del paese.
Nel XX secolo questo processo continua anche se l'instabilità politica (un colpo di stato, riuscito, ha luogo agli inizi del secolo) e le perenni rivendicazioni delle varie tribù non agevolano il lavoro dei sovrani. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale l'Afghanistan respinge l'ennesimo tentativo di conquista da parte degli Inglesi.
Nel 1933 sale al trono Mohammed Zahir che intende riprendere il processo di modernizzazione dei suoi predecessori. Saggiamente, il sovrano mantiene la neutralità durante la Seconda Guerra Mondiale e, nel dopo guerra, trae i maggiori benefici possibili dal suo non-allineamento, ricevendo cospicui aiuti economici sia dall'Usa che dall'Urss (entrambe le superpotenze volevano scongiurare che il paese si alleasse con lo schieramento opposto). Le condizioni generali dell'Afghanistan comunque rimangono precarie sia per la povertà in cui si continua a trovare il paese sia per le prime scaramucce di frontiera che nascono con le vicine Urss e Cina e , soprattutto, con il Pakistan, tradizionalmente legato alle varie tribù di etnia pashtùn. In questo periodo L'Afghanistan, insieme ad altri stati della regione, conquista un posto all'ONU.
Alla fine degli anni '60 Mohammed Zahir attua una ulteriore riforma costituzionale di tipo occidentale: il governo è responsabile davanti ad un'assemblea eletta a suffragio universale. Le arretrate condizioni sociali e culturali non favoriscono però uno sviluppo democratico dell'Afghanistan e l'anziano Re, a metà degli anni '70, non riesce a salvare il paese dal colpo di stato operato da suo cugino Mohammed Daud Khan. Inizia per l'Afghanistan un lunghissimo periodo di instabilità e di guerre che durerà fino ai giorni nostri.
Daud si proclama Presidente della neonata Repubblica Afgana ma non riesce mai ad avere un controllo effettivo della situazione perché ci sono fortissime avversioni politiche al suo operato; si fa pressante anche la posizione del Pakistan (le tribù pashtùn filopakistane chiedono apertamente l'autonomia).
Una serie di colpi di stato si sussegue per tutta la fine degli anni '70 l'ultimo dei quali, operato dal partito comunista ed appoggiato dall'Urss, vede Babrak Karmal prendere il potere; per rafforzare il suo potere, Karmal chiede l'intervento delle truppe sovietiche. Inizia così la lunga e triste avventura sovietica in Afghanistan, che durerà per un decennio e che vede le formidabili truppe sovietiche impantanarsi nelle ostiche montagne afgane, bersagliate dai vari ed agguerritissimi movimenti di resistenza popolare (mujahiddin).
Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov decide per il ritiro delle truppe sovietiche solo alla fine degli anni '80 e l'Afghanistan, provato da dieci anni di guerra, resta in mano ai Mujahiddin che però stentano a trovare un accordo che possa accontentare tutte le tribù afgane (il regime comunista cade ufficialmente nel 1992 con la destituzione di Mohammed Najibullah, nel frattempo succeduto a Karmal).
Verso la metà degli anni '90 i Talebani (letteralmente: studenti di teologia islamica) prendono il comando delle tribù pashtùn (cioè quelle tradizionalmente appoggiate dal Pakistan) e da Kandahar marciano su Kabul (la capitale), che cade dopo poco. I Talebani non riusciranno mai a controllare l'intero paese, né a farsi riconoscere dalla Comunità Internazionale (oltre al Pakistan, solo un paio di stati musulmani riconosce ufficialmente il nuovo regime) ma imporranno tuttavia all'Afghanistan una svolta senza precedenti: l'applicazione alla lettera della "sharìa" (la legge coranica) viene sommata ad una serie di primitive usanze locali cosicché il popolo afgano si vide "regolato" praticamente ogni aspetto della vita, fino all'abbigliamento ed al taglio di capelli. Inoltre il regime dei "mullah" (religiosi musulmani) diventa mèta di vari gruppi fondamentalisti islamici.
La Comunità Internazionale, pur non riconoscendolo, condanna più volte il regime talebano per i motivi più disparati: violazione dei diritti umani, soppressione dei diritti della donna, distruzione del patrimonio artistico internazionale (lo scorso anno furono abbattute alcune colossali statue millenarie perché l'Islam condanna le raffigurazioni divine antropomorfe), etc. Il resto è storia dei giorni nostri, con i tragici fatti dell'11 settembre che segnano la fine del regime talebano, ritenuto responsabile degli attentati negli Usa ed oggetto di un ultimatum pesantissimo, rifiutato il quale il paese diventa bersaglio di azioni militari.
Liberato il paese dal regime talebano, si cerca ora, nuovamente, di dar vita ad un governo provvisorio che rappresenti tutte le varie tribù afgane e che quindi sia accettato da tutte queste. Parallelamente, questo paese stremato da decenni di mancanza di pace, necessiterà di una lungimirante opera di ricostruzione economica e su questo punto la Comunità Internazionale giocherà un ruolo decisivo.


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mercoledì 12 agosto 2009

Quando vince l'operaio

Loris Campetti

Quando vince l'operaio


Stagione terribile per il lavoro. Ogni giorno l'elenco delle società che chiudono i battenti si allunga, accompagnato dallo scempio di professionalità, che si tratti di ricercatori o di operai. Eppure, c'è chi ci racconta che il peggio della crisi è passato, magari perché quelle banche che tanta responsabilità hanno nella crisi, salvate con i soldi dalla collettività, riprendono a girare con gli stessi meccanismi taroccati di sempre. Pazienza se gli effetti sociali dello tsunami finanziario e industriale stiano cominciando a precipitare proprio ora. Ebbene, se in una stagione come questa arrivano delle mezze buone notizie, siano le benvenute.
La prima mezza buona notizia è che per la Innse una soluzione produttiva esiste, grazie a un'offerta d'acquisto avanzata da una società italiana di reindustrializzazione. Dunque, non è vero che l'unico modo per rendere produttiva quella fabbrica consista nella svendita delle macchine a un rottamatore, e dell'area in cui sorge, una volta «liberata» dagli operai, agli speculatori. È una mezza buona notizia, perché fino al momento in cui scriviamo questa proposta non è stata presa sul serio dalle istituzioni locali, quelle che fanno le gradasse con la lombarditudine e poi sottostanno agli input leghisti e romani. Come se la proposta d'acquisto della Innse minacciasse di rovinare le vacanze a presidenti e consiglieri accaldati che avrebbero preferito mettere una croce sopra la vecchia Innocenti e i 49 combattenti che la difendono. Cosicché, la polizia al servizio del rottamatore non è ancora stata tolta dai cancelli. È normale che i cinque operai arrampicati sul piano ponte proseguano la battaglia, insieme ai loro compagni ai cancelli.
La seconda mezza buona notizia viene da Torino: al termine di una lotta durata 5 anni, fatta di sacrifici e persino di rinuncia alla liquidazione per pagarsi l'amministrazione straordinaria, 1.137 operai dello storico marchio del carrozziere Bertone potranno tornare al lavoro. Sotto un altro padrone, la Fiat di Marchionne. Anche questa notizia, pur nella sua straordinarietà, è buona per metà: la Fiat compra a Grugliasco e vuole chiudere a Imola la Cnh e la produzione di automobili a Termini Imerese. E ancora, se è vero che a Grugliasco Marchionne intende produrre per il «suo» nuovo marchio, la Chrysler, le vetture che usciranno dalle linee di montaggio saranno modelli ecologici, oppure suv?
La terza buona notizia arriva dall'isola di Wight. Da giorni oltre 600 lavoratori occupano un impianto di produzione di energia eolica che una multinazionale danese, colosso europeo del settore, vorrebbe chiudere. La parte buona di questa storia è data dal fatto che, insieme agli operai, stanno presidiando l'impianto gli ambientalisti inglesi. Segno che il conflitto tra ambiente e lavoro può essere evitato e la solidarietà è ancora possibile. La parte negativa della storia sta nel fatto che un esito positivo della lotta non è ancora arrivato.
Morale? L'unica possibile è che, invece di affidarsi al destino o al buon cuore dei padroni dell'economia e dei loro delegati in politica, bisogna battersi per riprendersi in mano il futuro. Qualche volta si può anche vincere.
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