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sabato 4 dicembre 2010

DA DOVE VIENE LA RIFORMA “GELLMINI”



DA DOVE VIENE LA RIFORMA “GELLLMINI”: 

L’UNIVERSITA’ AI POTERI FORTI


Che questa legge non l’avesse scritta il ministro GeLLLmini l’avevano malignato in molti. C’è chi ha pensato al lavoro fantasioso di “fini” esperti del settore e chi al prodotto della capillarizzazione tremontiana, che irrora inevitabilmente tutti gli organi di governo. In realtà la parte più importante e meno contestata della riforma è stata scritta anni fa e non è nient’altro che un copia-incolla delle proposte dell’associazione “TreeLLLe”, presieduta da Attilio Oliva (uomo di Confindustria ed ex-vicepresidente della LUISS), che la ministra ha reso con scarsa originalità in forma di d.d.l.

COS’E’ TREELLLE?

Andando sul sito di www.treellle.org leggiamo che “TreeLLLe è una associazione non profit, rigidamente apartitica e agovernativa”  che “ha come obiettivo il miglioramento della qualità dell'education (educazione, istruzione, formazione) nei vari settori e nelle fasi in cui si articola”. L’associazione opera con “l’elaborazione dei Quaderni attraverso un lavoro di gruppo; il coinvolgimento delle personalità del Forum e degli Eminent Advisor attraverso la discussione e la raccolta di pareri sulla prima elaborazione dei Quaderni; la diffusione delle pubblicazioni mirata a informare decisori pubblici, partiti, forze sociali, istituzioni educative; una  lobby trasparente al fine di diffondere dati, informazioni e proposte presso i decisori pubblici a livello nazionale e regionale, i parlamentari, le forze politiche e sociali, le istituzioni educative”. E, come analizzeremo dopo, i decisori della cosa pubblica hanno fatto tesoro delle proposte dell’associazione con il d.d.l GeLLLmini che fa dell’università un’azienda con tanto di governance. Ora continuiamo dando un’occhiata all’organigramma ed ai maggiori sostenitori di TreLLLe. Partiamo con l’Assemblea dei soci fondatori e garanti, espressione del gotha imprenditoriale italiano, dove troviamo Fedele Confalonieri (alter ego di Berlusconi, presidente di Mediaset spa, Consigliere di Amministrazione della Arnoldo Mondadori spa, Consigliere di Amministrazione del quotidiano Il Giornale, membro del Consiglio Direttivo e della Giunta di Confindustria e di Assolombarda, presidente dell'Associazione Televisioni Nazionali, membro della Giunta Direttiva di Assonime, nonché rinviato a giudizio dal gup di Milano con l'accusa di frode fiscale e rinviato a giudizio per favoreggiamento nell'ambito dell'inchiesta sulla bancarotta di Hdc), Gian Carlo Lombardi (consigliere di amministrazione di molte società e delle università Luiss e Cattolica, presidente del Collegio di Milano, membro della Fondazione IRI, consigliere dell'ICE e del TCI, presidente del CFI, direttore della rivista scout "RS-Servire" dell'AGESCI), Luigi Maramotti (patron di Max Mara, rinviato a giudizio per aver evaso il fisco per qualcosa come 10 milioni di euro, nel periodo che va dal 2004 al 2007), Pietro Marzotto (patron dell’omonimo gruppo e Pietro Marzotto, imputato per strage ambientale a Praia a Mare in Calabria), Attilio Oliva (vedi sopra), Marco Tronchetti Provera (Presidente di Pirelli & C. S.p.A., presidente di Pirelli Tyre S.p.A e di Pirelli & C. Real Estate S.p.A, vice-presidente di Mediobanca, membro dell’Esecutivo di Confindustria e Consigliere di Amministrazione della squadra di calcio F.C. Internazionale Milano S.p.A., consigliere direttivo di Assonime, nell'International Advisory Board di Allianz, nell'International Council della J.P. Morgan e nell'advisory committee del consiglio del fondo sovrano libico, Libyan Investment Authority, Presidente Italiano del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti e membro del Gruppo Italiano della Trilateral Commission, nonché indagato per dossier aggio illegale praticato dalla «Security» di Telecom): tolta qualche eccezione, un gruppo di galantuomini disinteressati per intenderci…  L’attività dell’associazione è sponsorizzata dalla Compagnia di San Paolo di Torino, dalle fondazioni Pietro Manodori di Reggio Emilia, dalla Cassa di Risparmio di Bologna, dal Monte dei Paschi di Siena, dalla Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, dalla Fondazione Roma e dalla Fondazione Roma Terzo Settore.



QUESTA RIFORMA S’HA DA FARE

Oltre agli evidenti rapporti con i poteri forti del Belpaese, procedendo nella lettura dell’organigramma dell’associazione, troviamo tra gli eminent advisor di TreeLLLe anche il sen. futurista Giuseppe Valditara, relatore (per caso?) nella camera di pertinenza del d.d.l. GeLLLmini. Nonostante in un primo momento i finiani (Granata, Moroni e Perina) hanno strumentalizzato la protesta studentesca con la salita sul tetto della facoltà di Architettura della Sapienza, è notorio che ci tengano molto all’approvazione di questa riforma universitaria. Secondo l’Andu (associazione nazionale docenti universitari) "a dettare la linea dei 'finiani' è Giuseppe Valditara, vice capogruppo vicario al Senato di Futuro e Libertà e relatore al Senato del ddl", il quale risponde che “Fli ha raggiunto un importante risultato ottenendo l'assunzione di 4.500 vincitori di concorso a professore associato per i tre anni successivi all'approvazione della riforma". Ribattono all’Andu che Valditara "fa finta di non sapere che nessun ricercatore in ruolo ha chiesto di barattare questi posti con l'approvazione del ddl e non considera che questi posti non servono agli attuali oltre 50mila precari che saranno espulsi dall'Università".  Sempre casualmente caldeggia l’approvazione del d.d.l. anche la presidente di Confindustria Emma Marcegallia che, rimproverando il rinvio della discussione al Senato dopo il voto di s-fiducia, dichiara che “si tratta di una riforma strutturale che va nella direzione giusta, premia il merito e ha a che fare con la competitività del nostro paese”.




E SE POI CI METTIAMO LA LEGGE 133/2008

Inserendo in questo quadro quanto stabilito nell’art. 16 della legge 133/2008 ovvero la possibilità di trasformare gli Atenei in fondazioni di diritto privato, il tutto diventa più chiaro: un incontestabile tentativo di svendere l’università pubblica agli interessi privati e alla logica del profitto, ponendo come metro valutativo della qualità formativa la salute dei bilanci in luogo della produzione di cultura. “Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi della titolarità del patrimonio dell’Università” e ad esse “è trasferita, con decreto dell’Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università”. Il tutto ovviamente esentasse. Mi chiedo se sia ammissibile che con una legge dello Stato si possa devolvere il patrimonio pubblico ad un ente privato? Inoltre è prevista la possibilità di “ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti pubblici o privati”. Ed ovviamente “le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile delle Stato e degli enti pubblici”.

LE PROPOSTE DI TREELLLE SI FANNO LEGGE GELLLMINI

La governance (di sistema e di ateneo) alla base della riforma in discussione sia come termine sia come organizzazione è ritrovabile nel Quaderno n.3 delle pubblicazioni di TreLLLe. Ad esempio per quanto attiene alla governance di sistema nel quaderno si propone di “Realizzare una Agenzia nazionale di valutazione, autonoma e indipendente, con funzioni di authority per la valutazione esterna della ricerca, della didattica e degli atenei, mediante la trasformazione, entro un tempo ragionevole, degli attuali organismi di valutazione (Cnvsu e Civr)” e nel d.d.l. la proposta si configura nell’Anvur ovvero nell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Al riguardo altre proposte recepite nella legge sono quella di “Assumere la Conferenza dei Rettori (Crui) quale referente per la consultazione, il confronto e la verifica del consenso sulle più rilevanti scelte di governo del sistema: ciò in quanto la Crui è espressione dei 42 responsabili della gestione degli atenei e struttura istituzionalmente autonoma e indipendente rispetto al Ministero” e quella di “Affidare al Consiglio Universitario Nazionale (Cun) tutte le funzioni che attengono alla materia dell’organizzazione dei saperi e ai settori scientifico-disciplinari: funzioni che devono rimanere prerogativa specifica ed esclusiva della comunità scientifica”Ma la parte che sconvolge maggiormente per la somiglianza è quella che riguarda la governance di ateneo. Nel quaderno si propone di “affidare al Rettore, eletto come da tradizione da un largo corpo elettorale interno all’ateneo, tutti i compiti di iniziativa e di ordinaria e straordinaria amministrazione, eccezion fatta per le materie esplicitamente definite come compiti degli organi accademici collegiali; affidare ad un Consiglio di Ateneo, presieduto dal Rettore, le scelte gestionali (budget previsionale e conseguente ripartizione delle risorse, bilancio consuntivo, piani strategici di attività, scelte patrimoniali e contrattuali, decisione finale nelle assunzioni di tutto il personale, criteri per l’accesso e l’eventuale selezione degli studenti); prevedere alcune regole-quadro entro le quali dovrà collocarsi la normativa statutaria degli atenei relativa alla composizione e alla nomina del Consiglio di Ateneo. Tra queste: - da dieci a quattordici membri oltre al Rettore, metà interni e metà esterni all’ateneo, nominati dal Rettore (eccezion fatta per uno degli esterni, nominato dal Ministro); - per le nomine esterne, intesa del Rettore con le rappresentanze delle comunità territoriali e delle forze imprenditoriali e sociali; - approvazione del complesso delle nomine da parte del Senato Accademico, e facoltà per lo stesso di votare la sfiducia, con maggioranza qualificata e non prima di metà mandato; affidare al Senato Accademico, oltre al potere di fiducia e sfiducia nei confronti del Consiglio di Ateneo, i poteri relativi allo statuto, alla regolamentazione interna, alla garanzia dei diritti e delle libertà accademiche dei docenti e dei diritti degli studenti; prevedere alcune regole-quadro entro le quali dovrà collocarsi la normativa statutaria degli atenei relativa alla composizione e all’elezione del Senato Accademico. Tra queste: - massimo di trentadue membri, ventiquattro docenti, sei studenti e due tecnici amministrativi (lo statuto può ridurre, rispettando le proporzioni); - voto limitato, con meccanismi che garantiscano per i docenti rappresentanze di aree disciplinari e per gli studenti pluralismo tra liste; affidare a una nuova figura di Direttore Generale o Segretario Generale la responsabilità di gestire e controllare le risorse e l’organizzazione dell’ateneo sulla base delle indicazioni strategiche del Rettore e del Consiglio. Il Direttore Generale (un manager, non un professore) sarà nominato dal Consiglio su proposta del Rettore e parteciperà con voto consultivo sia alle sedute del Consiglio che quelle del Senato. Sarà anche responsabile della selezione e gestione del personale tecnico-amministrativo: per nuove assunzioni e per nomine dirigenziali dovrà avere l’approvazione del Consiglio; riservare al Consiglio di Ateneo le funzioni che richiedono unitarietà di impostazione per il conseguimento degli obiettivi strategici dell’istituzione, segnatamente la gestione dell’organico docente; delegificare la strutturazione interna degli atenei (facoltà, corsi di studio, dipartimenti), la cui definizione va affidata agli Statuti nel rispetto di alcuni criteri generali; affidare quanto non è di pertinenza dell’intero ateneo alla struttura più vicina ai docenti e agli studenti direttamente interessati, a cominciare dall’incardinamento dei docenti nel dipartimento dove si svolge la loro ricerca”. Praticamente a parte il fatto che nella legge resta il nome Consiglio di Amministrazione in luogo del Consiglio di Ateneo e che si ha qualche unità in più o in meno riguardo la composizione quantitativa degli organi di Ateneo, per la governance di ateneo la proposta di TreeLLLe e la riforma GeLLLmini sono pressocchè praticamente sovrapponibili. Vieppiù con la soppressione delle facoltà si recepisce a pieno l’incardinamento dei docenti nei dipartimenti, che, tra l’altro, non prevederanno rappresentanza di studenti entro l’organo di governo del dipartimento medesimo. Desta anche perplessità il fatto che sia un organo amministrativo come il CdA a dover stabilire le scelte didattiche come “la competenza di deliberare l’attivazione o la soppressione di corsi e delle sedi dove in cui essi saranno svolti”. L’organo che riceve il ridimensionamento maggiore è il Senato Accademico che diviene pressappoco una struttura consultiva, perdendo la sua valenza di principale organo decisionale dell’ateneo. L’abnorme potere esercitato dal CdA e la presenza di rappresentanti di interessi privati al suo interno, la riduzione delle rappresentanze studentesche, la totale esclusione delle rappresentanze dei ricercatori e del personale tecnico-amministrativo nel CdA, l’estinzione delle facoltà (con annesso Consiglio) a vantaggio dell’istituzione di dipartimenti pluridisciplinari, renderanno le università simili ad aziende private, che risponderanno più a logiche di mercato che a quelle della qualità della formazione. Questa logica aberrante che prevede l’assimilabilità dell’università ad un’azienda va combattuta con veemenza, perché mina la funzione pubblica che l’università deve avere. La riforma di un settore strategico come l’università non può e non deve essere assoggettata a mere esigenze economiche o di profitto, ponendo come criterio di valutazione il solo bilancio.



IL CASO E-CAMPUS E LA VENDITA DELLA CULTURA

Per concludere voglio ricordare tra i tanti obbrobri contenuti nella riforma Gelmini la presenza di una norma che consente alle università telematiche di diventare normali atenei non statali. Per esempio l’E-Campus di Francesco Polidori potrebbe essere equiparato ad una università non statale. “Mister Cepu”, grande amico e supporter del premier, tanto da mettere il suo network a disposizione di Berlusconi per raccogliere consenso, potrebbe trarre gran beneficio da questa possibilità. A futura memoria riporto le dichiarazione di Francesco Polidori a La Stampa “Noi vendiamo formazione, dai corsi di recupero, all’inglese, all’università. Loro vendono politica. Ma in fondo il metodo non cambia e per me è un’occasione di business come le altre”. E proprio questo appare il triste ed ineluttabile destino dell’università in Italia: un’occasione di business per amici dei potenti, grandi investitori (industriali, banchieri …) e lobbies trasversali.

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