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giovedì 15 novembre 2018

Gaza City: sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani


Gaza City: sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani

Notte di fuoco sulla Striscia, la peggiore dal 2014. Nel pomeriggio Hamas annuncia il cessate il fuoco. Tel Aviv conferma ma non ufficialmente: Netanyahu sotto pressione delle opposizioni per un’offensiva definitiva. A Sderot in centinaia bruciano copertoni e bloccano le strade contro la tregua.

di Chiara Cruciati     il Manifesto

La tregua è arrivata nel pomeriggio, dopo una notte di terrore e veglia a Gaza. I peggiori bombardamenti dal 2014, dicono i palestinesi, dall’offensiva Margine Protettivo che insanguinò la Striscia per due mesi. All’alba di ieri altri uccisi, dopo i 10 morti tra domenica e lunedì: sei le vittime, tutte di età compresa tra 20 e 27 anni, Muhammad Zacharia al-Tatri, Muhammad Zahdi Awda, Mousa Iyad Ali Abed al-Aal, Hamed Muhammad al-Nahal, Khaled Riad Ahmad Sultan e Musaab Hawas.

Nella notte sono stati almeno sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani, le abitazioni delle famiglie Aidi e al-Yazji a Gaza City (sede anche di un asilo nido, uffici e una scuola di lingue) e delle famiglie Breim e Dheir tra Khan Younis e Rafah, la sede della tv al-Aqsa, voce di Hamas, l’hotel Al Amal (sede dei servizi interni) e il Rahma Building. Oltre 200 le famiglie sfollate, tanti i negozi vicini ai palazzi colpiti seriamente danneggiati. E ai pescatori è stato vietato di prendere il mare dalla marina israeliana, denuncia il sindacato.

Insieme alle bombe sono proseguiti i lanci di razzi da parte del movimento islamico. Con una vittima, un palestinese del villaggio di Halhul ad Hebron, in Cisgiordania: Mahmoud Abu Asbah, 48 anni, è morto mentre si trovava in un edificio pubblico ad Ashkelon. Lavorava lì come muratore.

Poi, ieri pomeriggio, il cessate il fuoco. Anticipato dalla stampa palestinese, è stato poi confermato da Hamas: stop al lancio di missili se anche Israele farà altrettanto. Da quel momento è scesa la calma sulla Striscia, seppure le sette ore di riunione del gabinetto israeliano si fossero chiuse con minacce di ulteriori operazioni. Funzionari anonimi israeliani hanno dato per accettata la tregua.

«Gli sforzi egiziani hanno ottenuto la tregua tra la resistenza e il nemico sionista – hanno dichiarato i gruppi palestinesi – La resistenza la rispetterà fino a quando il nemico sionista la rispetterà». Poco prima il leader di Hamas, Ismail Haniya, aveva parlato della possibilità di tornare al dialogo già in corso per un cessate il fuoco di lungo periodo.

La tregua è arrivata dopo ore di dichiarazioni infuocate. Mentre l’esercito israeliano inviava rinforzi lungo le linee di demarcazione con Gaza (fanteria, riservisti, carri armati e batterie di Iron Dome, il sistema di intercettamento dei missili), l’aviazione ha parlato di «ampia offensiva contro Hamas e le altre organizzazioni della Striscia»: «Stavolta la nostra offensiva sarà drasticamente diversa da quelle del passato, sia in termini numerici che di qualità degli obiettivi. Parliamo di target che hanno un significato importante per il nemico».

Come la tv al-Aqsa che dopo la distruzione della sede, la quarta nella sua storia, ha subito ripreso a lavorare dall’edificio di Kufiyya Tv, legata a Fatah. E poi i numeri: in una sola notte l’aviazione israeliana ha colpito oltre 150 obiettivi considerati connessi ad Hamas e alla Jihad Islamica.

Da parte palestinese a parlare prima della tregua era stato Hamas: «Al-Majdal occupata (il nome palestinese della città divenuta dopo il 1948 l’israeliana Ashkelon, ndr) è da ora nel nostro mirino in risposta ai bombardamenti contro i civili a Gaza. Isdud (Ashod) e Beer el-Sabe (Beersheba) saranno i prossimi target se il nemico continuerà a colpire edifici civili», ha detto Abu Ubaidah, portavoce del movimento.

La diplomazia di Onu ed Egitto si è messa subito in moto per impedire un’escalation senza ritorno che decreterebbe il collasso definituvo della Striscia, già duramente provata da 12 anni di assedio totale e dalla mancata ricostruzione. A Gaza la paura è enorme: ieri scuole e uffici pubblici sono rimasti chiusi, la gente ha trascorso la mattina a camminare sopra vetri rotti e macerie e ad ispezionare gli edifici distrutti, cercando di recuperare documenti e oggetti personali.

Resteranno qui, non hanno un posto dove andare soprattutto quando le bombe cadono in mezzo alle zone residenziali. Restano e sperano che il cessate il fuoco regga. A fare da ostacolo sono le mire del governo israeliano che ha avviato l’escalation in pieni negoziati per la tregua mandando domenica soldati camuffati da palestinesi a rapire un comandante di Hamas.

Il tutto a pochi giorni dal via libera alle donazioni del Qatar, volte ad alleviare le sofferenze della popolazione sotto forma di stipendi – da mesi quelli dei dipendenti pubblici non vengono versati – e di carburante, talmente scarso da anni da garantire solo 2-3 ore di elettricità ogni giorno.

Il bastone e la carota: Netanyahu è stato criticato dall’opinione pubblica per le “concessioni” fatte alla Striscia e per quella che è stata definita una reazione blanda alla Marcia del Ritorno, sebbene si contino 220 palestinesi uccisi dai tiratori scelti israeliani. E ieri è iniziata la sfilata delle opposizioni, con il partito Meretz che visitava le città israeliane al confine con Gaza e il “moderato” Lapid, futuro candidato premier, che prometteva il ritorno agli omicidi mirati a partire da Haniya.

E in serata in piazza a Sderot sono scesi centinaia di israeliani: hanno dato fuoco a copertoni e bloccato le strade al grido di “Bibi, go home”, Bibi vattene. Non vogliono nessuna tregua, ma che i bombardamenti continuino.





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giovedì 7 dicembre 2017

Trump soffia sul Fuoco a Gerusalemme



Gli Stati Uniti riconosceranno Gerusalemme capitale di Israele, trasferendo nella Città santa la propria ambasciata. Donald Trump rompe gli indugi e lo annuncia in una fitta serie di telefonate, a partire da quelle ai diretti interessati: il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell'Autorità palestinese Abu Mazen. A niente sono valse le fortissime preoccupazioni espresse dagli alleati arabi ed europei che nelle ultime ore hanno sommerso la Casa Bianca di appelli alla prudenza, inviando al presidente americano un chiaro messaggio: non si può scherzare col fuoco, con la regione mediorientale pronta ad esplodere.

Un piccolo gruppo di truppe Usa, intanto, è stato riposizionato per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini in seguito all'atteso annuncio del presidente Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e l'indicazione di voler spostare nella città da Tel Aviv l'ambasciata americana. Lo riferisce la Cnn citando fonti ufficiali americane. Si tratterebbe principalmente di Marine solitamente impiegati per la sicurezza di ambasciate Usa.

Sarebbe un errore fatale. In campo anche Papa Francesco, che ha parlato al telefono con Abu Mazen. Ma il dado sembra ormai tratto. Resta solo da capire la tempistica dello strappo fortemente voluto dal tycoon, una delle solenni promesse fatte durante la campagna elettorale. La mossa della Casa Bianca era attesa già lo scorso fine settimana. Proprio le reazioni dei governi amici, messi al corrente del piano di Trump dagli ambasciatori Usa, l'hanno fatta slittare, spingendo l'amministrazione a rivedere per l'ennesima volta ogni minimo dettaglio. La posta in gioco del resto è altissima, e il rischio concreto è quello di un vero e proprio terremoto in Medio Oriente e di un'ondata di violenze contro Israele e contro gli interessi americani.

Senza escludere - avvertono gli 007 Usa - un'escalation del terrorismo internazionale. Nonostante ciò, la svolta dovrebbe essere ufficializzata nelle prossime ore: il New York Times l'annuncia per domani, mercoledì 6 dicembre. L'ipotesi più probabile è quella di una dichiarazione di principio da parte del presidente Trump cui non seguirebbe un immediato trasloco dell'ambasciata Usa. Ambasciata che come tutte le altre rappresentanze diplomatiche si trova da decenni a Tel Aviv, visto che ad oggi Gerusalemme non è riconosciuta come capitale d'Israele da parte della comunità internazionale. Con i palestinesi che rivendicano il settore Est della città come capitale del loro futuro Stato.

Perché si passi dalle parole ai fatti, dunque, potrebbero volerci ancora dei mesi, se non degli anni. Ma l'effetto annuncio di Gerusalemme capitale potrebbe già provocare dei danni incalcolabili, con lo spettro di una nuova sanguinosissima intifada dietro l'angolo. Tutti i principali gruppi palestinesi hanno già dato il via libera alla protesta, annunciando 'tre giornate della collerà fino a venerdì. E il sistema di difesa israeliano si prepara per una «possibile rivolta violenta», con la polizia, lo Shin Bet e il comando centrale dell'esercito in stato di massima allerta. Dai Paesi arabi all'Europa è un coro di no a Trump.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha invitato i 57 Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a riunirsi tra una settimana (il 13 dicembre) a Istanbul per un summit straordinario sull'attesa decisione di Donald Trump. Lo ha reso noto il suo portavoce, Ibrahim Kalin, spiegando che Erdogan ha avuto in queste ore contatti telefonici in merito con il suo omologo palestinese Abu Mazen e i leader di Iran, Arabia Saudita, Qatar, Tunisia, Pakistan, Indonesia e Malesia.

Il re di Giordania Abdallah e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi hanno espresso direttamente al presidente americano tutta la loro contrarietà mettendolo in guardia dalle conseguenze pericolose in tutta la regione. Anche per l'Arabia Saudita cambiare i diritti dei palestinesi sullo status di Gerusalemme porterà ad un'esasperazione dei sentimenti dei musulmani in tutto il mondo. Mentre il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito la Casa Bianca che l'eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta «una linea rossa per i musulmani» e potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con lo Stato ebraico.

Le stesse preoccupazioni arrivano in queste ore dalle cancellerie europee. Da Parigi e Berlino si ribadisce in maniera compatta come l'unica strada da seguire per risolvere la questione mediorientale sia quella dei due Stati: «La questione dello status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi», il monito del presidente francese Emmanuel Macron.


La Palestina e lo stato di Israele
Perché la guerra?

Il conflitto arabo-israeliano, che da cinquanta anni ha trasformato la terra di Palestina in un campo di battaglia permanente, è un prodotto tragico del nazionalismo, inserito in un contesto di forte conflittualità religiosa.
Israele, stato indipendente dichiarato il 14 maggio 1948, si costituisce al termine di una contraddittoria politica di decolonizzazione attuata con gravissime responsabilità da Francia e Gran Bretagna.

La Palestina non è mai stata una nazione indipendente. Fino al 1914 era parte dell'impero Ottomano; una regione scarsamente popolata, arretrata e con un sistema semifeudale. Gli abitanti erano in grandissima maggioranza poveri braccianti al servizio di proprietari terrieri. Nel 1880 la zona contava circa 24 mila ebrei e 150 mila arabi. Nel 1945 gli arabi erano saliti a 1 milione e 240 mila, mentre gli ebrei erano 553 mila. Solo Gerusalemme era un centro urbano di una qualche importanza.

Cosa accadde nel frattempo? La prima guerra mondiale segnò la fine dell'impero Ottomano; l'area mediorientale passò sotto il controllo (protettorato) franco-inglese. Le diplomazie dei due stati avviarono un triplice gioco:

A) fu promessa l'indipendenza ai grandi proprietari arabi in cambio del loro appoggio in guerra (1915)

B) Balfour (premier britannico) rispose alla pressione del movimento sionista dichiarando di vedere con favore la creazione di uno stato ebraico indipendente in Palestina (1917).

C) l'accordo Sykes-Picot, siglato nel marzo 1915, e tenuto a lungo segreto, fissò la spartizione dell'intero Medio Oriente in aree di influenza.

La creazione dello stato di Israele

I Trattati di Versailles assegnarono la Palestina al protettorato britannico.
Sia ebrei che arabi si aspettavano una qualche forma di indipendenza; la Gran Bretagna non va oltre a qualche proposta di spartizione territoriale; la conflittualità tra le popolazioni - sempre più numerose - cresce continuamente. Il vento di guerra, e i rischi di una penetrazione tedesca nell'area, indussero il ministro Eden a favorire una strategia di accordo tra i paesi arabi e a proporre (1939) la costituzione di uno stato indipendente, basato sulla coesistenza etnica. Per limitare la supremazia ebraica e per non rompere l'alleanza con i paesi islamici, fu fortemente limitata l'immigrazione ebraica - fissata a quota 75.000.
Con l'inizio in grande scala della persecuzione nazista, è facile immaginare quale ripercussione drammatica abbia comportato questa scelta.
Non mancarono scontri tra terrorismo ebraico e autorità britanniche, considerate ostili al sionismo. Terminata la guerra, forse anche in seguito all'ondata emotiva dell'olocausto, l'immigrazione verso la Palestina non fu più ostacolata dal controllo britannico. Nell'immediato dopoguerra la zona era teatro di scontri tra ebrei e britannici, e tra ebrei e arabi. Nel maggio 1947 La Gran Bretagna annunciò all'ONU che si sarebbe ritirata dalla regione. Nel novembre dello stesso anno dalla stessa assemblea delle Nazioni Unite venne la proposta di dividere la regione in due parti: agli ebrei sarebbe andata la zona del Negev (permetteva una notevole espansione e capacità di accoglienza di nuovi immigrati). Usa, Urss e Francia si dichiararono a favore; la Gran Bretagna si astenne; stati arabi, India, Grecia e Pakistan votarono contro.
Quando le truppe inglesi lasciarono il Medio Oriente, nel maggio 1948, fu immediatamente proclamato lo stato di Israele.
Gli stati arabi considerarono la creazione dello stato ebraico - fondato su basi religiose e razziali - un atto di forza intollerabile: un esercito di palestinesi e truppe dei paesi arabi circostanti attaccò il nuovo stato iniziando la lunga stagione delle sconfitte militari. Aggressioni dei paesi arabi e controffensive violentissime portarono i soldati di Israele ad occupare vaste zone interamente abitate dai palestinesi. I conflitti del 1956, 1967 e 1973 aprirono le porte alla tragedia dei "territori occupati": le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania diventarono campi di guerriglia permanente; con una popolazione a grandissima maggioranza palestinese (1,5 milioni gli arabi acquistati nei confini israeliani) discriminati e disprezzati da autorità e coloni. Soltanto nella controffensiva del 1949 e in seguito ai disordini dovuti alla proclamazione del nuovo stato ci furono quasi 1 milione di palestinesi espulsi dalla propria terra, accolti in miserabili campi profughi messi a disposizione dai paesi arabi e dall'UNRRA.





Le guerre e l'intifada

Dal 1949 il conflitto ha assunto connotati sempre più drammatici.
Nel 1956 i palestinesi costituiscono un movimento di liberazione (Al-Fatah) capace di collaborare con le forze armate degli stati arabi e di muovere azioni di guerriglia nel territorio israeliano. Nel 1967 - con fronti caldi come Siria e Egitto - scoppiò una crisi internazionale intorno al controllo del golfo di Aqaba (Sharm el Sheikh), innescato principalmente da Nasser , presidente dell'Egitto. Forte dell'appoggio sovietico - se Usa e Francia erano filo-israeliani, ovviamente i sovietici erano filo-arabi -  Nasser annunciò il blocco delle navi che attraversavano il golfo di Aqaba per rifornire Israele. Lo stato ebraico rispose con la forza: il 5 giugno 1967 l'aviazione bombardò gli aeroporti dei paesi arabi; le truppe di terra occuparono Gaza, Sherm el Sheikh, la Cisgiordania e Gerusalemme, le alture del Golan, l'Alta Galilea e il Sinai.
L'attacco passò alla storia come la guerra dei 6 giorni: il 10 giugno le offensive erano già terminate.
Ma le ferite aperte risultarono gravissime: lo scontro all'interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia permanente, con una militarizzazione molto estesa del movimento di liberazione arabo e un ricorso alla rappresaglia indiscriminata e violentissima.
Nel 1969 nasce l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) sotto la guida di Yasser Arafat. Intanto anche il Libano, con il bombardamento di Beirut nel 1968 ad opera dell'aviazione israeliana, entrava nella spirale di guerra del Medio Oriente. La Francia di De Gaulle divenne sostenitrice della pacificazione nell'area, appoggiando di fatto l'azione diplomatica dei paesi arabi.
1972
E' l'anno del massacro di Monaco. Il 5 settembre un commando di guerriglieri palestinesi fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico, prendendo in ostaggio nove atleti e uccidendone due. Quando le trattative fallirono le truppe speciali assaltarono il commando: nel conflitto rimasero uccisi cinque feddayyin, un poliziotto e tutti gli ostaggi.
1973
Anwar Sadat, successore di Nasser alla presidenza dell'Egitto, tentò nuovamente nell'autunno del 1973 di cambiare i rapporti di forza nell'area. Il 6 ottobre, sfruttando l'effetto sorpresa offerto dalla festività dello Yom Kippur, Egitto e Siria attaccarono. Dopo primi parziali successi, l'armata araba fu costretta alla ritirata, al punto da veder quasi minacciato Il Cairo. Il 22 ottobre la controffensiva ebbe termine.
Sadat si convinse dell'irrimediabilità della presenza di Israele e avviò una serie di contatti che portarono a una normalizzazione completa dei rapporti tra i due paesi e una fuoriuscita dell'Egitto dalla spirale di violenza del conflitto arabo-israeliano (trattato di pace di Washington, 1979). Sadat, tacciato di tradimento della causa araba, fu assassinato nell'autunno 1981.
Teatro principale degli scontri divenne il Libano, dove si erano rifugiati circa 200.000 palestinesi, armati e decisi a sostenere in grande scala azioni terroristiche e militari contro Israele. Il paese era caduto in una tragica guerra civile su cui Siria e Israele stavano pesantemente contribuendo. All'inizio del 1980 Israele invase il Libano meridionale coinvolgendo nella controffensiva anche i territori palestinesi e proclamò Gerusalemme capitale dello stato. I fatti sono terribilmente complicati per gli intrecci tra scontri locali e religiosi con le questioni di politica internazionale e di supremazia nell'area. Il massacro di Sabra e Shatila (settembre 1982) - un campo di profughi palestinesi alla periferia di Beirut - ad esempio è stato compiuto da truppe dell'esercito cristiano-libanese ma con la complicità dell'esercito israeliano, guidato tra gli altri da Sharon, che aveva il controllo dei campi.

Il resto è storia recente, con l'Intifada, la progressiva istituzionalizzazione dell'OLP e i decisivi accordi, con la mediazione USA, della prima metà degli anni '90 (1994, autonomia a Gaza e Gerico). L'assassinio di Rabin e i continui problemi di coesistenza sono sfociati nei primi mesi del 2000 nella ripresa gravissima dello scontro militare, cercato e alimentato dal governo Sharon.

Si tratta della Seconda Intifada, a cui sono seguiti attentati e conferenze di pace, parziale applicazione dell'autonomia amministrativa nei territori palestinesi e continui attacchi terroristici e controffensive militari. L'agenzia Afp aggiorna i dati delle vittime della Seconda Intifada - iniziata il 28 settembre 2000 - settimanalmente. Al 16 dicembre 2008 i numeri ci dicono:

Palestinesi 5302

Isrealiani 1082

Altre vittime 79    TOT  6463

Nel dicembre 2008, a seguito di una serie di lanci missilistici effettuati dalla striscia di Gaza e che hanno provocato in otto anni circa 15 morti e alcune centinaia di feriti, Israele lancia una durissima offensiva militare denominata "piombo fuso" . L'attacco provoca 1203 vittime tra i palestinesi - tra cui 450 bambini - e oltre 5000 feriti; mentre i morti dell'esercito di Tel Aviv sono stati 10 e 3 i civili. L'Onu ha condannato l'aggressione con la risoluzione 1860 del 8 gennaio 2009.

Ariel Sharon è in stato vegetativo permanente dall'aprile 2006. Il suo successore e attualmente premier in carica è  Benjamin Netanyahu. Entrambi appartengono al Likud, partito di destra, fautore di una politica di occupazione armata e una sottomissione dell'autorità politica palestinese.

Yasser Arafat fondatore e guida dell'Olp è morto nel 2004. Suo succesore è Abu Mazen leader del partito Al Fatha (i moderati palestinesi). L'altro partito importante e vincitore delle ultime elezioni è invece Hamas, molto attivo nella vita sociale e sostenitore di una linea di scontro aperto con Israele.

Nota - La presenza ai vertici istituzionali di Israele e dei territori palestinesi dei due partiti fautori dello scontro rende impossibile la risoluzione del conflitto. In caso di un nuovo e definitivo accordo, infatti, sia il Likud che Hamas perderebbo gran parte del consenso elettorale. E' loro interesse pertanto mantenere la situazione incandescente e alimentare lo scontro ogniqualvolta le pressioni internazionali sembrano aprire scenari diversi. Penso sia questa terribile trappola a inchiodare le popolazioni israeliane e palestinesi a un destino terribile e apparentemente immodificabile. La storia ci dice però che la questione è politica e non religiosa; che quindi sono le scelte a determinare i fatti e non viceversa, come troppo spesso politici e media vogliono far credere.

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venerdì 1 agosto 2014

BLOG DI CIPIRI: Capire la Guerra in Palestina

Capire la Guerra in Palestina




In questi giorni di tanto inchiostro versato sulla guerra in Palestina, quella che manca è spesso una visione delle cose basata sui fatti e sulle vicende storiche che hanno segnato oltre 65 anni di conflitti in terra santa. Per questo ci siamo posti dieci domande sulla questione palestinese ed abbiamo cercato dieci risposte, per provare a fornire una base che possa servire a comprendere un conflitto che ancora non vede fine, a partire dai fatti e non dalle opinioni... 
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giovedì 17 luglio 2014

Capire la Guerra in Palestina




In questi giorni di tanto inchiostro versato sulla guerra in Palestina, quella che manca è spesso una visione delle cose basata sui fatti e sulle vicende storiche che hanno segnato oltre 65 anni di conflitti in terra santa. Per questo ci siamo posti dieci domande sulla questione palestinese ed abbiamo cercato dieci risposte, per provare a fornire una base che possa servire a comprendere un conflitto che ancora non vede fine, a partire dai fatti e non dalle opinioni.



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«Benché la storia della Palestina, dai suoi inizi fino a oggi, 
non sia stata altro che una storia di mero colonialismo ed espropriazione, 
il mondo la tratta invece come una storia complessa,
 difficile da capire e impossibile da risolvere»



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Palestina Capire il torto - Paolo Barnard



1. GLI EBREI HANNO SEMPRE VOLUTO UN PROPRIO STATO IN PALESTINA?

La risposta è No. Ad affermare la volontà di costruire uno stato ebraico in terra santa è inizialmente una minoranza esigua di ebrei europei, raccolti nel “movimento sionista”, che nasce a fine ’800. Per dare un’idea di come questa ideologia non fosse comune a tutto il popolo ebraico basti pensare che erano proprio gli ebrei più ortodossi a rigettare l’idea come blasfema, in quanto sostenevano che il regno di dio non poteva essere costruito in terra, ma sarebbe arrivato come dono divino dopo il giudizio universale. Il Sionismo diventa maggioritario dopo le tragedie della II guerra mondiale, quando anche gli stati europei e gli Usa si convincono (un po’ per senso di colpa, e soprattutto perché nessuno voleva accogliere i profughi ebrei all’interno del proprio stato) ad accettare l’idea dell’Inghilterra, che è quella di creare una stato ebraico in Palestina, al fianco di uno stato palestinese con Gerusalemme città dallo status internazionale, a mandato Onu.

2. DA CHI ERA ABITATA STORICAMENTE LA PALESTINA?

Secondo l’opinione dei sionisti israeliani il territorio della Palestina era pressoché disabitato fino all’inizio dell’immigrazione ebraica di inizio ’900, per questo affermano spesso che gli ebrei sono un “popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo”, ma è vero questo? La risposta è No. Secondo i dati dell’Impero Ottomano ad inizio ’900 la Palestina era abitata da circa 800mila persone: oltre 700mila arabi-musulmani, circa 80mila cristiani e non più di 20mila ebrei. La popolazione ebraica crebbe nei primi decenni del ’900 ma ancora nel 1914 non superava le 59mila unità. Altra affermazione piuttosto in voga e non vera è quella secondo cui i palestinesi non avessero alcuna identità nazionale e fossero “beduini arretrati che vivevano nelle tende ignorando la civiltà”. Per relegare questo altro cavallo di battaglia sionista tra le bufale della storia può bastare dare un’occhiata ad un archivio di vecchie foto (vi consigliamo questo), le quali testimoniano senza dubbio come già a fine ’800 la Palestina fosse una realtà urbanizzata, con una propria economia (ferveva la produzione e il commercio di agrumi) e alcune proprie istituzioni, come la scuola superiore di Stato.

3. PERCHE’ ANCORA NON ESISTE LO STATO PALESTINESE ANCHE SE ERA GIA’ PREVISTO NEL 1948?

Questo è un problema complesso. Inizialmente sono gli stati arabi confinanti a rifiutare la soluzione dei due stati in quanto questo avrebbe significato accettare anche lo stato di Israele ed una divisione territoriale che riservava allo stato ebraico la maggioranza del territorio palestinese, mentre a livello di popolazione gli ebrei in Palestina rappresentavano all’epoca un’esigua minoranza. Per questo già nel 1948 Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania dichiarano guerra ad Israele che però, forte dei migliori equipaggiamenti militari, vinse la guerra. Un nuovo conflitto si verifica nel 1967 (la “guerra dei sei giorni”) e vede ancora Israele vincere ed occupare nuove terre. Un accordo tra le parti viene firmato nel 1993 (“accordo di Oslo”) tra il leder dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Rabin. L’accordo avrebbe dovuto sancire la nascita dello stato di Palestina entro cinque anni, ma l’assassinio di Rabin da parte di estremisti ebrei contrari all’accordo e l’opinione diversa dei sui successori hanno fatto sì che l’accordo non sia mai stato messo in atto.

4. COME NASCE LA LOTTA ARMATA PALESTINESE?

Nel 1964 viene fondata l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che già dal 1974 è accettata dalla Lega Araba come unico rappresentante del popolo Palestinese. L’Olp ha come obiettivo nel proprio statuto “la liberazione della Palestina attraverso la lotta armata”, alla quale rinuncia solo nel 1993 dopo gli accordi di Oslo. Sono sempre esistite anche altre sigle che attuavano la lotta armata ed anche attentati suicidi, come ad esempio “Settembre Nero”, che nel 1972 si rese protagonista dell’assassinio di 11 atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco di Baviera.

5. LA LOTTA ARMATA PALESTINESE E’ UNA FORMA DI TERRORISMO ISLAMICO?

Islamico sicuramente no, o comunque non solo. L’Olp nasce come struttura laica con al suo interno correnti islamiche, cristiane, socialiste e comuniste. La radicalizzazione islamica delle organizzazioni palestinesi è una evoluzione recente e comunque maggioritaria solo a Gaza. Sulla questione del terrorismo, invece, a livello formale vi sono diverse interpretazioni. Mentre alcuni stati, seguendo le indicazioni degli Usa hanno sempre considerato l’Olp (ed ora Hamas) come organizzazioni terroristiche, l’Onu ha attuato invece delle risoluzioni che affermano principi diversi. In particolare l’Olp è stata riconosciuta dall’Onu nel 1975 come rappresentante del popolo palestinese, mentre nel 1977 venne approvata una modifica alla convenzione di Ginevra la quale riconosceva che, in linea generale “la lotta armata poteva essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione”. Per molti anni diversi stati europei hanno riconosciuto il diritto alla lotta armata dei palestinesi e tra questi anche l’Italia. A questo proposito vi consigliamo di guardare il video dell’intervento dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi nel 1985, quando afferma che “i palestinesi hanno il diritto di usare le armi per liberarsi dall’occupazione della loro terra”.

6. QUELLA DI HAMAS A GAZA E’ UNA DITTATURA?

Anche qui la risposta è: dipende. Più no che sì in realtà. Hamas arriva al potere nel 2006 vincendo le elezioni. A queste ottiene più voti del partito di Abu Mazen (Al Fatah) e la maggioranza dei seggi. Tuttavia a questi risultati segue uno sconto tra Al Fatah (maggioritario in Cisgiordania) e Hamas (maggioritario nella striscia di Gaza), che si conclude con l’eliminazione, anche fisica, dei rivali politici da parte di entrambe le fazioni in lotta ed un governo palestinese di fatto diviso in due: la Cisgiordania ad Al Fatah e Gaza ad Hamas. Negli anni successivi ci sono stati diversi tentativi per formare un governo di unità nazionale tra le due fazioni, l’ultimo accordo è di poche settimane fa ma la nuova offensiva militare lo ha bloccato.

7. I BOMBARDAMENTI ISRAELIANI AVVENGONO PER LEGITTIMA DIFESA?

Questo è da sempre l’argomento più controverso: secondo gli israeliani gli attacchi a Gaza sono sempre una risposta al lancio di razzi verso Israele, mentre secondo i Palestinesi sono i lanci di razzi ad essere di risposta alle aggressioni israeliane. In questo caso specifico, l’offensiva israeliana cominciata l’8 luglio è stata giustificata con l’assassinio di tre coloni israeliani da parte di Hamas. Tuttavia le prove che Israele dice di avere riguardo alla responsabilità del governo di Gaza non sono ancora state mostrate. In linea generale, secondo le statistiche pubblicate da un’inchiesta dell’Huffington Post la realtà è la seguente: il 79% di tutte le pause nel conflitto sono terminate quando Israele ha ucciso un Palestinese, mentre solo l’8% sono state interrotte da un attacco palestinese. Il rimanente 13% consiste di interruzioni provocate da uccisioni da ambedue le parti nel medesimo giorno. Nei 25 periodi di assenza di violenza di durata superiore alla settimana invece Israele ne ha unilateralmente interrotti 24, pari al 96%. Nei 14 periodi di tregua superiori ai 9 giorni le interruzioni unilaterali da parte di Israele arrivano al 100% 8. QUANTI SONO GLI ISRAELIANI E I PALESTINESI UCCISI NEL CONFLITTO? Tra il 2000 ed il 2010 le vittime totali del conflitto sono state 6404 palestinesi e 1080 israeliani, calcolando sia i militari che i civili. Negli ultimi anni va però annotata una sempre più evidente sproporzione del conflitto, dettata dalla netta superiorità militare dello stato israeliano, che può vantare i più moderni armamenti (sempre più frequente l’utilizzo di droni). Dal 7 luglio ad oggi sono già stati uccisi 150 palestinesi, a fronte di nessun israeliano. Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie oltre 1/3 delle vittime sono donne e bambini.

9. QUALI DOVREBBERO ESSERE I CONFINI DELLA PALESTINA?

Il piano degli inglesi del 1948 prevedeva una suddivisione in parti quasi uguali tra stato palestinese (45%) ed Israeliano (55%), con Gerusalemme posta sotto mandato Onu come città internazionale. Dopo i due conflitti del 1948 e 1967 Israele ha ampliato sensibilmente i propri confini, giunti fino al 78% del territorio totale. Questa dovrebbe essere la base per stabilire l’accordo sui confini secondo gli Accordi di Oslo. Tuttavia ad oggi una soluzione del genere è assolutamente impensabile, a causa della continua espansione illegale del territorio sotto il controllo israeliano perpetuata attraverso l’istituzione delle colonie.

10. ESISTE UN’ALTERNATIVA POSSIBILE?

Tutti i tentati tavoli di dialogo avvenuti in questi anni si sono basati sul principio di “due stati per due popoli” e si sono costantemente arenati appena giungevano al punto in cui si doveva iniziare a parlare dei confini di questi due stati. Per questo vi è una corrente che, pur fortemente minoritaria, esiste sia tra i palestinesi che tra gli israeliani (principalmente tra pacifisti, anarchici e socialisti), che propone non più due stati differenti, ma un unico stato multinazionale e laico con pari diritti per tutti i suoi abitanti. Probabilmente è un’utopia, ma allo stato attuale, secondo i sostenitori di questa soluzione, “niente pare più utopico di un accordo di pace basato sui due stati”, e forse non hanno tutti i torti.



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sabato 8 dicembre 2012

Hamas e Mashaal tifano per Morsi

Oggi il leader uscente del movimento islamico entra per la prima volta nella Striscia di Gaza. Hamas domani celebra a Gaza il suo anniversario seguendo quanto accade al Cairo


Gaza, 07 dicembre 2012, Nena News - Oggi intorno alle 12 locali farà il suo ingresso trionfale a Gaza, per la prima volta in 45 anni, Khaled Mashaal, leader uscente dell'ufficio politico di Hamas. È un evento che il movimento islamico prepara con cura da mesi per celebrare il 25esimo anniversario della sua fondazione. Gaza in questi giorni è colorata del verde delle bandiere di Hamas interrotto a tratti dal rosso dei vessilli del Fronte popolare che ieri ha festeggiato l'anniversario della sua costituzione. Il «compleanno» di Hamas giunge 15 giorni dopo la fine dell'offensiva israeliana «Colonna di Difesa» che secondo il movimento islamico si sarebbe conclusa con la «vittoria» della sua ala armata, «Ezzedin al Qassam», capace di rispondere per otto giorni di fila con il lancio di razzi ai bombardamenti di Israele.

Eppure in queste ore tra i più alti dirigenti di Hamas non regna solo la soddisfazione per lo status di «attori regionali» che si sono guadagnati combattendo Israele. Il premier Ismail Haniyeh e lo stesso Mashaal (già giunto in Egitto), seguono con trepidazione quanto accade al Cairo e temono per le sorti dell'organizzazione «madre», i Fratelli musulmani, e del presidente islamista Mohammed Morsi, messo sotto pressione dalle proteste dell'opposizione laica e progressista. Hamas tifa Morsi, per ragioni ideologiche e per motivi di interesse immediato. Ai margini della grande partita che si sta giocando sul futuro dell'Egitto, ci sono le strettissime relazioni che Khaled Mashaal e il suo vice, Musa Abu Marzook, hanno saputo cucire con i Fratelli Musulmani e gli altri islamisti egiziani che attraverso le elezioni (vinte regolarmente e con ampio margine) hanno preso il controllo di presidenza, parlamento e assemblea costituente.

Due le questioni più immediate: l'accordo di cessate il fuoco e il dialogo per la riconciliazione nazionale palestinese, ossia fra Hamas e il partito Fatah del presidente dell'Anp Abu Mazen «I disordini in corso in Egitto congelano per il momento i negoziati per la ricomposizione della crisi interna palestinese, il Cairo è impegnato a risolvere i suoi problemi», ha annunciato Ahmed Yousef, un ex consigliere diplomatico del premier Haniyeh, sostenitore della «svolta diplomatica» impressa da Mashaal alla linea di Hamas, a cominciare dalla rottura con la Siria di Bashar Assad, decisa alla fine dello scorso anno, e l'avvicinamento al ricco Qatar e all'Egitto ora controllato dai Fratelli Musulmani.

Morsi, con il quale Mashaal vanta rapporti di amicizia, è un elemento centrale nella strategia «diplomatica» del leader di Hamas. Il presidente egiziano è riuscito a conquistare la fiducia dell'Amministrazione Obama con la sua linea morbida in politica estera che non mette in discussione in alcun modo gli interessi americani nella regione. Meshaal e parte dell'ala politica di Hamas pensano che i buoni rapporti tra il Cairo e Washington saranno la strada giusta per ottenere il riconoscimento, almeno parziale, degli Stati Uniti. «Meshaal e i suoi collaboratori - spiega un giornalista di Gaza che ha chiesto di rimanere anonimo - pensano che il secco «no» da Israele all'apertura del dialogo tra Hamas e gli Usa (sino a quando gli islamisti palestinesi non riconosceranno lo Stato ebraico, ndr) sia aggirabile, abbinando la stabilità della regione al rafforzamento del cessate il fuoco con Israele siglato il 21 novembre».

Un lento processo che forse sarà aiutato da un cambiamento nell'atteggiamento dell'establishment israeliano che, dopo l'iniziativa di Abu Mazen che ha portato al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore all'Onu, potrebbe essere più interessato a stabilire un modus vivendi con Hamas a Gaza che a fare un accordo con la presidenza palestinese. Gli israeliani oggi guardano con occhi diversi a Meshaal, che pure quindici anni fa tentarono di assassinare nelle strade di Amman. «Dal nostro punto di vista, Khaled Mashaal ora gioca un ruolo positivo - dice Shlomo Brom dell'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv -, Hamas è divisa in due gruppi, i leader all'interno (dei Territori occupati) e quelli all'estero, più moderata, ecco perchè Mashaal è seguito con crescente interesse».

Naturalmente nessun uomo politico israeliano dirà mai che Mashaal è oggi un «moderato» e invece continuerà a definirlo un «terrorista». Di fatto però stanno già dialogando con il leader uscente di Hamas, attraverso la mediazione egiziana dell'accordo sul cessate il fuoco che si tiene al Cairo. «In pubblico ripeteremo che noi non trattiamo con loro (Hamas) ma le cose stanno cambiando di fronte ai nostri occhi e se Mashaal dimostrerà di poter realizzare ciò che dice di voler raggiungere, qualche israeliano gli parlerà, magari dietro le quinte, ma lo farà», garantisce Uzi Rabi, direttore del Centro Moshe Dayan di Tel Aviv. Nena News
di Michele Giorgio
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43423
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