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giovedì 15 novembre 2018

Gaza City: sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani


Gaza City: sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani

Notte di fuoco sulla Striscia, la peggiore dal 2014. Nel pomeriggio Hamas annuncia il cessate il fuoco. Tel Aviv conferma ma non ufficialmente: Netanyahu sotto pressione delle opposizioni per un’offensiva definitiva. A Sderot in centinaia bruciano copertoni e bloccano le strade contro la tregua.

di Chiara Cruciati     il Manifesto

La tregua è arrivata nel pomeriggio, dopo una notte di terrore e veglia a Gaza. I peggiori bombardamenti dal 2014, dicono i palestinesi, dall’offensiva Margine Protettivo che insanguinò la Striscia per due mesi. All’alba di ieri altri uccisi, dopo i 10 morti tra domenica e lunedì: sei le vittime, tutte di età compresa tra 20 e 27 anni, Muhammad Zacharia al-Tatri, Muhammad Zahdi Awda, Mousa Iyad Ali Abed al-Aal, Hamed Muhammad al-Nahal, Khaled Riad Ahmad Sultan e Musaab Hawas.

Nella notte sono stati almeno sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani, le abitazioni delle famiglie Aidi e al-Yazji a Gaza City (sede anche di un asilo nido, uffici e una scuola di lingue) e delle famiglie Breim e Dheir tra Khan Younis e Rafah, la sede della tv al-Aqsa, voce di Hamas, l’hotel Al Amal (sede dei servizi interni) e il Rahma Building. Oltre 200 le famiglie sfollate, tanti i negozi vicini ai palazzi colpiti seriamente danneggiati. E ai pescatori è stato vietato di prendere il mare dalla marina israeliana, denuncia il sindacato.

Insieme alle bombe sono proseguiti i lanci di razzi da parte del movimento islamico. Con una vittima, un palestinese del villaggio di Halhul ad Hebron, in Cisgiordania: Mahmoud Abu Asbah, 48 anni, è morto mentre si trovava in un edificio pubblico ad Ashkelon. Lavorava lì come muratore.

Poi, ieri pomeriggio, il cessate il fuoco. Anticipato dalla stampa palestinese, è stato poi confermato da Hamas: stop al lancio di missili se anche Israele farà altrettanto. Da quel momento è scesa la calma sulla Striscia, seppure le sette ore di riunione del gabinetto israeliano si fossero chiuse con minacce di ulteriori operazioni. Funzionari anonimi israeliani hanno dato per accettata la tregua.

«Gli sforzi egiziani hanno ottenuto la tregua tra la resistenza e il nemico sionista – hanno dichiarato i gruppi palestinesi – La resistenza la rispetterà fino a quando il nemico sionista la rispetterà». Poco prima il leader di Hamas, Ismail Haniya, aveva parlato della possibilità di tornare al dialogo già in corso per un cessate il fuoco di lungo periodo.

La tregua è arrivata dopo ore di dichiarazioni infuocate. Mentre l’esercito israeliano inviava rinforzi lungo le linee di demarcazione con Gaza (fanteria, riservisti, carri armati e batterie di Iron Dome, il sistema di intercettamento dei missili), l’aviazione ha parlato di «ampia offensiva contro Hamas e le altre organizzazioni della Striscia»: «Stavolta la nostra offensiva sarà drasticamente diversa da quelle del passato, sia in termini numerici che di qualità degli obiettivi. Parliamo di target che hanno un significato importante per il nemico».

Come la tv al-Aqsa che dopo la distruzione della sede, la quarta nella sua storia, ha subito ripreso a lavorare dall’edificio di Kufiyya Tv, legata a Fatah. E poi i numeri: in una sola notte l’aviazione israeliana ha colpito oltre 150 obiettivi considerati connessi ad Hamas e alla Jihad Islamica.

Da parte palestinese a parlare prima della tregua era stato Hamas: «Al-Majdal occupata (il nome palestinese della città divenuta dopo il 1948 l’israeliana Ashkelon, ndr) è da ora nel nostro mirino in risposta ai bombardamenti contro i civili a Gaza. Isdud (Ashod) e Beer el-Sabe (Beersheba) saranno i prossimi target se il nemico continuerà a colpire edifici civili», ha detto Abu Ubaidah, portavoce del movimento.

La diplomazia di Onu ed Egitto si è messa subito in moto per impedire un’escalation senza ritorno che decreterebbe il collasso definituvo della Striscia, già duramente provata da 12 anni di assedio totale e dalla mancata ricostruzione. A Gaza la paura è enorme: ieri scuole e uffici pubblici sono rimasti chiusi, la gente ha trascorso la mattina a camminare sopra vetri rotti e macerie e ad ispezionare gli edifici distrutti, cercando di recuperare documenti e oggetti personali.

Resteranno qui, non hanno un posto dove andare soprattutto quando le bombe cadono in mezzo alle zone residenziali. Restano e sperano che il cessate il fuoco regga. A fare da ostacolo sono le mire del governo israeliano che ha avviato l’escalation in pieni negoziati per la tregua mandando domenica soldati camuffati da palestinesi a rapire un comandante di Hamas.

Il tutto a pochi giorni dal via libera alle donazioni del Qatar, volte ad alleviare le sofferenze della popolazione sotto forma di stipendi – da mesi quelli dei dipendenti pubblici non vengono versati – e di carburante, talmente scarso da anni da garantire solo 2-3 ore di elettricità ogni giorno.

Il bastone e la carota: Netanyahu è stato criticato dall’opinione pubblica per le “concessioni” fatte alla Striscia e per quella che è stata definita una reazione blanda alla Marcia del Ritorno, sebbene si contino 220 palestinesi uccisi dai tiratori scelti israeliani. E ieri è iniziata la sfilata delle opposizioni, con il partito Meretz che visitava le città israeliane al confine con Gaza e il “moderato” Lapid, futuro candidato premier, che prometteva il ritorno agli omicidi mirati a partire da Haniya.

E in serata in piazza a Sderot sono scesi centinaia di israeliani: hanno dato fuoco a copertoni e bloccato le strade al grido di “Bibi, go home”, Bibi vattene. Non vogliono nessuna tregua, ma che i bombardamenti continuino.





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venerdì 5 aprile 2013

Amer Ibrahim Nassar : Oggi io muoio, domani la Palestina vivrà



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Amer Ibrahim Nassar ha scritto, sulla sua pagina di facebook prima di morire, che non esiste rassegnazione nel popolo palestinese: "Mirate i vostri proiettili dove volete sul mio corpo... Oggi io muoio, domani la Palestina vivrà".
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da http://www.infoaut.org/

- L'ennesima morte nelle prigioni israeliane ha scatenato una forte risposta: rivolte nelle prigioni, detenuti in sciopero della fame, strade invase dal popolo che non accetta queste ingiustizie.
Da Gerusalemme a Betlemme, da Tulkarem a Ramallah, in migliaia sono scesi in piazza. In piazza per la liberazione dei prigionieri, per gridare la rabbia per l'ennesima morte nelle prigioni, in piazza perchè nella Striscia di Gaza piovono ancora bombe sioniste... in piazza per la Palestina.

Ancora non sappiamo se questa sia la Terza Intifada o una nuova ondata di ribellione che, partita dalle prigioni, porterà ad una rivolta generalizzata contro tutti i simboli dell'occupazione. Quello che è certo è che le strade palestinesi sono piene di rabbia che sempre più si trasforma in scontro.

Nelle prigioni tutti i detenuti hanno iniziato lo sciopero della fame annunciato dopo la morte di Maysara Abu Hamdiyeh; nel frattempo nella West Bank è stato indetto uno sciopero generale e, mentre in gran parte delle città negozi e scuole sono chiusi, gli scontri proseguono ininterrottamente da tre giorni, dal Nord al Sud della Palestina.

Nablus, Anabta, Hebron, ovunque giovani e non, si battono contro uno degli eserciti più fortialt del mondo, giovani consapevoli che le pietre che scagliano non sono più forti dei gas lacrimogeni e dei proiettili che provengono dall'altra parte. Consapevoli di questo lo erano anche Naji al-Balbisi e Amer Ibrahim Nassar, i due giovani di 18 e 17 anni uccisi la scorsa notte nei pressi di Tulkarem, il primo colpito a morte alla testa durante gli scontri, il secondo colpito al torace vicino ad un check-point.

Nonostante la consapevolezza di lottare contro un nemico militarmente più forte, l'ultimo messaggio che Amer Ibrahim Nassar - una delle due vittime - ha scritto sulla sua pagina di facebook prima di morire mostra che non esiste rassegnazione nel popolo palestinese: "Mirate i vostri proiettili dove volete sul mio corpo... Oggi io muoio, domani la Palestina vivrà".

Non ci interessa se quanto dichiarato dall'esercito israeliano – cioè che i due giovani stessero per attaccare l'uno i soldati in "difesa" della città occupata di Tulkarem, l'altro una delle tante postazioni militari nei territori occupati – sia vero o meno.

Quello che ci interessa sottolineare è il trattamento disumano riservato ai prigionieri palestinesi che troppo spesso muiono nelle carceri, è l'impunità di israele che decide di far piovere bombe su Gaza quando vuole...
Ma, ancora di più, ci interessa raccontare della risposta del popolo palestinese, dei razzi scagliati da Gaza verso i territori israeliani, delle migliaia di persone che scendono in piazza e si scontrano con l'esercito, dei bambini che ogni giorno resistono alle umiliazioni nei check-point che devono attraversare per andare a scuola, delle madri che, piangendo la morte dei figli, scagliano pietre contro i soldati... ci interessa raccontare la resistenza di un popolo.

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sabato 8 dicembre 2012

Hamas e Mashaal tifano per Morsi

Oggi il leader uscente del movimento islamico entra per la prima volta nella Striscia di Gaza. Hamas domani celebra a Gaza il suo anniversario seguendo quanto accade al Cairo


Gaza, 07 dicembre 2012, Nena News - Oggi intorno alle 12 locali farà il suo ingresso trionfale a Gaza, per la prima volta in 45 anni, Khaled Mashaal, leader uscente dell'ufficio politico di Hamas. È un evento che il movimento islamico prepara con cura da mesi per celebrare il 25esimo anniversario della sua fondazione. Gaza in questi giorni è colorata del verde delle bandiere di Hamas interrotto a tratti dal rosso dei vessilli del Fronte popolare che ieri ha festeggiato l'anniversario della sua costituzione. Il «compleanno» di Hamas giunge 15 giorni dopo la fine dell'offensiva israeliana «Colonna di Difesa» che secondo il movimento islamico si sarebbe conclusa con la «vittoria» della sua ala armata, «Ezzedin al Qassam», capace di rispondere per otto giorni di fila con il lancio di razzi ai bombardamenti di Israele.

Eppure in queste ore tra i più alti dirigenti di Hamas non regna solo la soddisfazione per lo status di «attori regionali» che si sono guadagnati combattendo Israele. Il premier Ismail Haniyeh e lo stesso Mashaal (già giunto in Egitto), seguono con trepidazione quanto accade al Cairo e temono per le sorti dell'organizzazione «madre», i Fratelli musulmani, e del presidente islamista Mohammed Morsi, messo sotto pressione dalle proteste dell'opposizione laica e progressista. Hamas tifa Morsi, per ragioni ideologiche e per motivi di interesse immediato. Ai margini della grande partita che si sta giocando sul futuro dell'Egitto, ci sono le strettissime relazioni che Khaled Mashaal e il suo vice, Musa Abu Marzook, hanno saputo cucire con i Fratelli Musulmani e gli altri islamisti egiziani che attraverso le elezioni (vinte regolarmente e con ampio margine) hanno preso il controllo di presidenza, parlamento e assemblea costituente.

Due le questioni più immediate: l'accordo di cessate il fuoco e il dialogo per la riconciliazione nazionale palestinese, ossia fra Hamas e il partito Fatah del presidente dell'Anp Abu Mazen «I disordini in corso in Egitto congelano per il momento i negoziati per la ricomposizione della crisi interna palestinese, il Cairo è impegnato a risolvere i suoi problemi», ha annunciato Ahmed Yousef, un ex consigliere diplomatico del premier Haniyeh, sostenitore della «svolta diplomatica» impressa da Mashaal alla linea di Hamas, a cominciare dalla rottura con la Siria di Bashar Assad, decisa alla fine dello scorso anno, e l'avvicinamento al ricco Qatar e all'Egitto ora controllato dai Fratelli Musulmani.

Morsi, con il quale Mashaal vanta rapporti di amicizia, è un elemento centrale nella strategia «diplomatica» del leader di Hamas. Il presidente egiziano è riuscito a conquistare la fiducia dell'Amministrazione Obama con la sua linea morbida in politica estera che non mette in discussione in alcun modo gli interessi americani nella regione. Meshaal e parte dell'ala politica di Hamas pensano che i buoni rapporti tra il Cairo e Washington saranno la strada giusta per ottenere il riconoscimento, almeno parziale, degli Stati Uniti. «Meshaal e i suoi collaboratori - spiega un giornalista di Gaza che ha chiesto di rimanere anonimo - pensano che il secco «no» da Israele all'apertura del dialogo tra Hamas e gli Usa (sino a quando gli islamisti palestinesi non riconosceranno lo Stato ebraico, ndr) sia aggirabile, abbinando la stabilità della regione al rafforzamento del cessate il fuoco con Israele siglato il 21 novembre».

Un lento processo che forse sarà aiutato da un cambiamento nell'atteggiamento dell'establishment israeliano che, dopo l'iniziativa di Abu Mazen che ha portato al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore all'Onu, potrebbe essere più interessato a stabilire un modus vivendi con Hamas a Gaza che a fare un accordo con la presidenza palestinese. Gli israeliani oggi guardano con occhi diversi a Meshaal, che pure quindici anni fa tentarono di assassinare nelle strade di Amman. «Dal nostro punto di vista, Khaled Mashaal ora gioca un ruolo positivo - dice Shlomo Brom dell'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv -, Hamas è divisa in due gruppi, i leader all'interno (dei Territori occupati) e quelli all'estero, più moderata, ecco perchè Mashaal è seguito con crescente interesse».

Naturalmente nessun uomo politico israeliano dirà mai che Mashaal è oggi un «moderato» e invece continuerà a definirlo un «terrorista». Di fatto però stanno già dialogando con il leader uscente di Hamas, attraverso la mediazione egiziana dell'accordo sul cessate il fuoco che si tiene al Cairo. «In pubblico ripeteremo che noi non trattiamo con loro (Hamas) ma le cose stanno cambiando di fronte ai nostri occhi e se Mashaal dimostrerà di poter realizzare ciò che dice di voler raggiungere, qualche israeliano gli parlerà, magari dietro le quinte, ma lo farà», garantisce Uzi Rabi, direttore del Centro Moshe Dayan di Tel Aviv. Nena News
di Michele Giorgio
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43423
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sabato 23 ottobre 2010

I 370 attivisti di «Viva Palestina» Gaza



“VIVA PALESTINA” E’ A GAZA

"E’ bello essere qui con il popolo palestinese dopo i tanti ostacoli posti dagli egiziani al nostro arrivo", ha detto l’attivista Paolo Papapietro. La delegazione italiana è guidata da Alfredo Tradardi. Alla popolazione sotto embargo andranno aiuti per 5 milioni di dollari.



Gaza, 22 ottobre 2010, Nena News – Per fortuna non ci sono stati ulteriori impedimenti egiziani e il convoglio «VivaPalestina 5», giunto mercoledi’ notte al porto di El Arish (Sinai settentrionale) a bordo di un cargo greco, ieri pomeriggio ha finalmente fatto il suo ingresso nella Striscia di Gaza.
I 370 attivisti di «Viva Palestina» sono stati accolti con gioia e grandi onori dalla popolazione di Gaza che nel loro arrivo legge l’interesse che la societa’ civile  internazionale continua ad avere per la condizione della Striscia stretta nella morsa del blocco israeliano (ed egiziano), in opposizione alla linea attuata da tanti governi di sostegno incondizionato alle politiche di Tel Aviv.  «E’ esaltante essere qui a Gaza, tra i palestinesi, dopo aver penato tanto per persuadere gli egiziani a lasciarci arrivare a el Arish», ha commentato al suo ingresso a Gaza Paolo Papapietro, dell’Associazione Loe di Matera. «Gli egiziani hanno creati ostacoli di ogni genere costringendoci a rimanere per oltre due settimane a Latakiya (Siria) ma alla fine siamo riusciti a raggiungere i palestinesi di Gaza sotto assedio», ha aggiunto l’attivista italiano.
A guidare la delegazione italiana – che ha contribuito con 50 mila euro, otto autoveicoli, una ambulanza e una auto medica – c’è Alfredo Tradardi, noto attivista italiano dell’International Solidarity Movement (Ism).
A causa delle condizioni poste dagli egiziani i 370 attivisti, ad eccezione di 30 a bordo del cargo greco che ha trasportato via mare gli autoveicoli, sono stati costretti a raggiungere el Arish in aereo da Damasco. Domenica scorsa gli egiziani avevano imposto la rinuncia al viaggio a 17 attivisti. Gli “indesiderati” hanno scelto di farsi da parte volontariamente al fine di garantire il successo della missione a sostegno dei palestinesi di Gaza.
E’ da notare che il cargo greco, durante il viaggio da Lataliya e el Arish, è passato nei pressi del punto dove, in acque internazionali, decine di commando israeliani arrembarono lo scorso 31 maggio la Freedom Flotilla diretta a Gaza. Gli attivisti di “Viva Palestina” hanno gettato in mare fiori in ricordo dei nove cittadini turchi uccisi sulla nave Mavi Marmara.

fonte : Nena News


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