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sabato 6 luglio 2013
Egitto, il golpe «popolare»
Roma, 5 luglio 2013 - Non c'è solo la vicenda del diktat del Consiglio supremo di difesa italiano al parlamento sugli F35 a richiamare un nostrano clima egiziano. C'è anche il modo con cui i media democratici e indipendenti stanno raccontando il golpe al Cairo. Dalle colonne del Corriere della sera al Tg3, fino a Rainews 24, è una gara a negare e nascondere che di colpo di stato militare si tratta. La spiegazione data è inquietante. Il colpo di stato dei militari egiziani guidati dal generale-ministro della difesa Al Sisi sarebbe infatti «popolare», perché applaudito da folle oceaniche giubilanti.
L'informazione libera e la sensibilità della sinistra si sono formate, fra l'altro, in questo paese proprio sulla denuncia dei tentativi di colpo di stato, dei vari «rumor di sciabole», di quella ingerenza violenta e stragista più volte tentata per sconvolgere l'assetto della democrazia costituzionale su mandato della "piazza" rumorosa o della maggioranza silenziosa di turno. Perché questa sensibilità ora dovrebbe ancora valere per l'Italia e non invece per un grande paese arabo come l'Egitto?
Visto che il presidente Morsi e il suo partito, i Fratelli musulmani, hanno vinto solo un anno fa democratiche elezioni alla fine convalidate, nonostante denunce di brogli, dagli osservatori internazionali e dalle Nazioni unite? Non è vero, come sostengono a Rainews 24, che per Morsi - alle prese fra l'altro con un dopo-Mubarak di miseria e di imposizioni del Fmi - si è trattato di «29 mesi di incapacità politica»: i mesi sono dodici.
Fermo restando il giudizio negativo per le sue gravi responsabilità, per esempio nell'incapacità di rappresentare le trasformazioni sociali in corso nella nuova Costituzione, ancorato com'è ad una visione islamo-centrica, Morsi è stato eletto il 30 giugno del 2012. E allora quanti golpe militari dovremmo augurarci in Italia, contro i governi fallimentari che si susseguono ad esecutivi coalizzati e nemmeno eletti, inconcludenti e per tempi perfino più ridotti? Vogliamo i colonnelli?
Ma il golpe in Egitto, sostiene Antonio Ferrari nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera, «è popolare». Era forse meno «popolare» quello in Cile del generale Augusto Pinochet dell'11 settembre 1973, quando assunse il potere, ben coordinato dalla Cia, per rispondere - sosteneva - «alle richieste del popolo», quella classe media che da mesi scendeva in piazza contro il governo di sinistra di Allende democraticamente eletto, con proteste oceaniche e rumorose di piazza, mentre i camionisti bloccavano il paese e i commercianti serravano i negozi impedendo gli approvvigionamenti, e i soldati si pronunciavano nelle caserme?
Forse in queste posizioni c'è qualcosa di più di una semplice adesione alla superficialità dominante nell'epoca del lettismo-berlusconismo. C'è, ed è grave, una piena complicità con il silenzio-assenso che sul golpe egiziano viene da Washington. Cioè da molto vicino, visto il rapporto subalterno padrone-servo che gli Stati uniti hanno assegnato all'esercito egiziano, sotto Mubarak, con Morsi e in questi giorni.
Mentre il golpe era in corso e le agenzie e i giornali di tutto il mondo titolavano semplicemente quello che era sotto gli occhi di tutti «colpo di stato militare in Egitto», dal Dipartimento di Stato Usa arrivava una specie di bofonchio da tre scimmiette che non vedono, non parlano, non sentono: «Non ci risulta...», è stata la frase lapidaria. Fino alle verità della dichiarazione illuminante di Obama di ieri: «...Si ripristini al più presto il processo democratico».
Non pare di ricordare che la necessità dei colpi di stato militari facesse parte del Discorso del Cairo di Obama nel 2009.
Il fatto è che gli Stati uniti hanno da poco staccato l'assegno annuale di un miliardo e mezzo con cui sostengono l'esercito, il suo ruolo e le sue istituzioni; soldi ben spesi a quanto pare, che fanno dei militari la vera realtà sociale garantita in Egitto, uno stato nello stato che «se si muove - dice lo scrittore Aswani - lo fa solo per difendere i propri interessi». Un ruolo che è inevitabilmente destinato a confliggere con gli interessi dei settori laici, dei ribelli e dello stesso El Baradei che ora plaudono. Anche grazie a questo controllo, gli Stati uniti hanno condizionato la presidenza Morsi, impegnandola nella continuità dei trattati di pace con Israele, vale a dire sacralizzando lo status quo del dominante a scapito dei palestinesi dominati, e inoltre impegnando Il Cairo, a fianco dell'Arabia saudita e del Qatar, in una politica di pericoloso sostegno del jihad sunnita anti-Assad in Siria. Tra le colpe di Morsi c'è anche l'avere accettato questo condizionamento.
Ultima considerazione, come ricordava Gian Paolo Calchi Novati: è già accaduto che ad una affermazione elettorale dell'islamismo politico si sia risposto con un golpe militare o con il violento boicottaggio internazionale, nel 1992 con la vittoria del Fis in Algeria e nel 2006 con quella di Hamas in tutta la Palestina (non solo a Gaza, anche in Cisgiordania). Il risultato di questi interventi ha sconvolto il Medio Oriente e il mondo, allargando le ferite delle sue crisi.
Editoriale pubblicato il 5 luglio 2013 dal quotidiano Il Manifesto - di Tommaso Di Francesco
leggi anche - http://cipiri.blogspot.it/2013/07/egitto-17-i-morti-negli-scontri.html
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martedì 11 dicembre 2012
Egitto : cancellare il referendum costituzionale
Morsi cancella il decreto, ma l'Egitto non si placa
Il presidente sospende l'auto-attribuzione di poteri speciali. Ma le opposizioni proseguono nelle proteste: obiettivo, cancellare il referendum costituzionale.
- Il presidente Morsi fa un passo indietro: cancellato (temporaneamente) il decreto emesso il 22 novembre con il quale la presidenza si auto-attribuiva poteri speciali, a danno della magistratura.
Ieri Morsi ha annunciato la cancellazione del decreto che ha provocato manifestazioni di massa in tutto il Paese: scontri e marce stanno infiammando l'Egitto da settimane, e hanno già provocato sette morti e decine di feriti. A far esplodere la rabbia popolare, anche la decisione di proporre per il 15 dicembre un referendum sulla bozza di Costituzione, ritenuta dalle opposizioni il frutto esclusivo della maggioranza islamista.
Il referendum si farà, ha confermato uno dei leader dei Fratelli Musulmani, Selim al-Awa: è la legge che prevede il voto entro due settimane dalla presentazione al presidente egiziano del testo costituzionale. Secondo numerosi osservatori, la decisione di sospendere il decreto sarebbe volta a placare la collera della magistratura: riconsegnando al potere giudiziario le sue prerogative, i giudici potrebbero accettare il referendum del 15.
L'annuncio giunge dopo l'apertura dello stesso Morsi, che ieri aveva invitato al dialogo le forze di opposizione laiche. Gran parte dei leader del Fronte Nazionale di Salvezza ha rispedito l'invito al mittente e ha deciso di non prendere parte agli incontri di pacificazione nazionale. "La nuova costituzione non risponde a quelle che sono le richieste del popolo", ha commentato George Issac, membro del Constitution Party, aggiungendo che le opposizioni sono pronte a intensificare la pressione politica nei confronti della Fratellanza.
Neppure la cancellazione del famigerato decreto calma gli animi: il Fronte Nazionale ha definito l'annullamento solo un modo per salvare la faccia di un governo in bilico. "La costituzione non rappresenta l'intero popolo egiziano, ma solo il presidente e il suo gruppo", ha detto il portavoce Tareq al-Khouli.
Intanto proseguono le proteste: venerdì le manifestazioni hanno avuto un tono più contenuto, dopo l'uccisione di sette persone negli scontri dei giorni precedenti. Ma le opposizioni non mollano e hanno organizzato altri cortei verso il palazzo presidenziale, simbolo - secondo le forze laiche - del nuovo potere faraonico di Morsi.
Manifestazioni sono previste anche per oggi, sia da parte delle opposizioni che da parte di sostenitori dei Fratelli Musulmani. "Chiamiamo i giovani egiziani a tenere manifestazioni pacifiche e sit-in in tutte le piazze dell'Egitto fino a quando le nostre richieste saranno accolte", ha detto Mohamed Abu al-Ghar, leader del Fronte Nazionale. Tra le richieste, lo smantellamento delle milizie organizzate, inchieste serie e trasparenti sulle violenze dei giorni scorsi e, naturalmente, la cancellazione del referendum costituzionale.
I Fratelli Musulmani, al contrario, hanno pensato ad una catena umana di fronte al loro quartier generale al Cairo. Niente pace per l'Egitto.
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43595
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sabato 8 dicembre 2012
Obama con Morsi, le strade del Cairo no
Il presidente Usa applaude al dialogo
proposto da Morsi e tace sulla Costituzione contestata dalle
opposizioni. OGGI CONVOCATE ALTRE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA
Il Cairo, 07 dicembre 2012, Nena News - «Tutti i leader politici devono chiarire ai loro sostenitori che la violenza è inaccettabile... E' essenziale che i leader egiziani accantonino le differenze e si accordino su una strada che consenta all'Egitto di andare avanti». Lo ha detto Barack Obama la scorsa notte al presidente egiziano Mohamed Morsi, aggiungendo che il dialogo tra le parti deve avvenire senza precondizioni.
Washington, che negli ultimi mesi ha stretto i rapporti con gli islamisti al potere in Egitto, giudica con favore il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Morsi che pure non è andato oltre la proposta di un incontro domani con le opposizioni.
Più di tutto il presidente egiziano, che il 22 novembre si è attribuito poteri eccezionali, ha confermato che si terrà regolarmente il 15 dicembre il referendum sulla nuova Costituzione, duramente contestata dalle opposizioni. Ieri sera ha promesso soltanto che varerà una nuova assemblea costituente se vincerà il "no" al referendum. Possibilità remota poichè i Fratelli musulmani, sostenuti da altre formazioni islamiste, stanno presentando alla popolazione egiziana il referendum sulla Costituzione come un voto a favore o contro dell'Islam. L'approvazione della nuova carta costituzione e' quasi certa prevedono gli analisti egiziani.
Per questo Morsi vuole andare ad ogni costo al voto alla data prevista, in modo da poter affermare di aver ottenuto il via libera della maggioranza del popolo egiziano.
«La minoranza deve accettare il volere della maggioranza», ha detto Morsi in riferimento alle vittorie elettorali ottenute dal suo movimento, i Fratelli Musulmani, e dagli altri movimenti islamisti. «Siamo una nazione, nessuno ci divida...intendo tutelare la libertà di espressione« in Egitto, ma non «gli appelli al colpo di Stato», ha aggiunto denunciando «omicidi e sabotaggi» che avrebbero compiuto chi lo contesta nelle strade. Ha quindi invitato i leader delle opposizioni a partecipare domani ad un incontro di dialogo nazionale per risolvere la crisi.
E' forte la delusione tra gli oppositori. «Il discorso di Mohamed Morsi chiude la porta a ogni dialogo», ha commentato Mohammed ElBaradei, uno dei leader del Fronte di Salvezza Nazionale. Un secc «no» a Morsi è giunto dal movimento dei giovani del 6 Aprile, protagonista della rivoluzione contro l'ex presidente Mubarak.
Nelle strade la tensione resta alta. La scorsa notte al Cairo è stato dato alle fiamme il quartier generale dei Fratelli Musulmani. La Guardia Repubblicana ieri pomeriggio aveva fatto allontanare sostenitori e oppositori di Morsi dal palazzo presidenziale ma in direzione dell'edificio hanno continuato a marciare cortei di oppositori.
Oggi si temono nuovi gravi scontri tra sostenitori e oppositori di Morsi durante le manifestazioni di protesta convocate per questo pomeriggio. I morti sono stati già sette, i feriti oltre 600. Nena News
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43405
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Hamas e Mashaal tifano per Morsi
Oggi il leader uscente del movimento
islamico entra per la prima volta nella Striscia di Gaza. Hamas domani
celebra a Gaza il suo anniversario seguendo quanto accade al Cairo
Gaza, 07 dicembre 2012, Nena News - Oggi intorno alle 12 locali farà il suo ingresso trionfale a Gaza, per la prima volta in 45 anni, Khaled Mashaal, leader uscente dell'ufficio politico di Hamas. È un evento che il movimento islamico prepara con cura da mesi per celebrare il 25esimo anniversario della sua fondazione. Gaza in questi giorni è colorata del verde delle bandiere di Hamas interrotto a tratti dal rosso dei vessilli del Fronte popolare che ieri ha festeggiato l'anniversario della sua costituzione. Il «compleanno» di Hamas giunge 15 giorni dopo la fine dell'offensiva israeliana «Colonna di Difesa» che secondo il movimento islamico si sarebbe conclusa con la «vittoria» della sua ala armata, «Ezzedin al Qassam», capace di rispondere per otto giorni di fila con il lancio di razzi ai bombardamenti di Israele.
Eppure in queste ore tra i più alti dirigenti di Hamas non regna solo la soddisfazione per lo status di «attori regionali» che si sono guadagnati combattendo Israele. Il premier Ismail Haniyeh e lo stesso Mashaal (già giunto in Egitto), seguono con trepidazione quanto accade al Cairo e temono per le sorti dell'organizzazione «madre», i Fratelli musulmani, e del presidente islamista Mohammed Morsi, messo sotto pressione dalle proteste dell'opposizione laica e progressista. Hamas tifa Morsi, per ragioni ideologiche e per motivi di interesse immediato. Ai margini della grande partita che si sta giocando sul futuro dell'Egitto, ci sono le strettissime relazioni che Khaled Mashaal e il suo vice, Musa Abu Marzook, hanno saputo cucire con i Fratelli Musulmani e gli altri islamisti egiziani che attraverso le elezioni (vinte regolarmente e con ampio margine) hanno preso il controllo di presidenza, parlamento e assemblea costituente.
Due le questioni più immediate: l'accordo di cessate il fuoco e il dialogo per la riconciliazione nazionale palestinese, ossia fra Hamas e il partito Fatah del presidente dell'Anp Abu Mazen «I disordini in corso in Egitto congelano per il momento i negoziati per la ricomposizione della crisi interna palestinese, il Cairo è impegnato a risolvere i suoi problemi», ha annunciato Ahmed Yousef, un ex consigliere diplomatico del premier Haniyeh, sostenitore della «svolta diplomatica» impressa da Mashaal alla linea di Hamas, a cominciare dalla rottura con la Siria di Bashar Assad, decisa alla fine dello scorso anno, e l'avvicinamento al ricco Qatar e all'Egitto ora controllato dai Fratelli Musulmani.
Morsi, con il quale Mashaal vanta rapporti di amicizia, è un elemento centrale nella strategia «diplomatica» del leader di Hamas. Il presidente egiziano è riuscito a conquistare la fiducia dell'Amministrazione Obama con la sua linea morbida in politica estera che non mette in discussione in alcun modo gli interessi americani nella regione. Meshaal e parte dell'ala politica di Hamas pensano che i buoni rapporti tra il Cairo e Washington saranno la strada giusta per ottenere il riconoscimento, almeno parziale, degli Stati Uniti. «Meshaal e i suoi collaboratori - spiega un giornalista di Gaza che ha chiesto di rimanere anonimo - pensano che il secco «no» da Israele all'apertura del dialogo tra Hamas e gli Usa (sino a quando gli islamisti palestinesi non riconosceranno lo Stato ebraico, ndr) sia aggirabile, abbinando la stabilità della regione al rafforzamento del cessate il fuoco con Israele siglato il 21 novembre».
Un lento processo che forse sarà aiutato da un cambiamento nell'atteggiamento dell'establishment israeliano che, dopo l'iniziativa di Abu Mazen che ha portato al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore all'Onu, potrebbe essere più interessato a stabilire un modus vivendi con Hamas a Gaza che a fare un accordo con la presidenza palestinese. Gli israeliani oggi guardano con occhi diversi a Meshaal, che pure quindici anni fa tentarono di assassinare nelle strade di Amman. «Dal nostro punto di vista, Khaled Mashaal ora gioca un ruolo positivo - dice Shlomo Brom dell'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv -, Hamas è divisa in due gruppi, i leader all'interno (dei Territori occupati) e quelli all'estero, più moderata, ecco perchè Mashaal è seguito con crescente interesse».
Naturalmente nessun uomo politico israeliano dirà mai che Mashaal è oggi un «moderato» e invece continuerà a definirlo un «terrorista». Di fatto però stanno già dialogando con il leader uscente di Hamas, attraverso la mediazione egiziana dell'accordo sul cessate il fuoco che si tiene al Cairo. «In pubblico ripeteremo che noi non trattiamo con loro (Hamas) ma le cose stanno cambiando di fronte ai nostri occhi e se Mashaal dimostrerà di poter realizzare ciò che dice di voler raggiungere, qualche israeliano gli parlerà, magari dietro le quinte, ma lo farà», garantisce Uzi Rabi, direttore del Centro Moshe Dayan di Tel Aviv. Nena News
di Michele Giorgio
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43423
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mercoledì 28 novembre 2012
Piazza Tahrir, in 200mila contro Morsi
Piazza Tahrir, in 200mila contro Morsi
Ancora proteste contro il regime dei
Fratelli Musulmani: "Monopolizzano lo Stato". Washington: il prestito
dell'FMI solo se il Paese sceglie la democrazia.
- L'Egitto appare sull'orlo di una nuova rivoluzione. Ad un anno e mezzo dalla caduta del regime quarantennale di Hosni Mubarak, oggi piazza Tahrir si riempie di nuovo. Target delle manifestazioni è il presidente Mohammed Morsi, il primo democraticamente eletto nel Paese.
Questa mattina al Cairo sono proseguiti gli scontri, scoppiati la scorsa settimana contro il decreto presidenziale che priva la magistratura e ogni potere dello Stato del diritto di porre il veto su leggi e decisioni emesse dal presidente Morsi. In piazza Tahrir la polizia ha lanciato gas lacrimogeni per disperdere le centinaia di manifestanti riunitisi la scorsa notte per protestare contro il regime dei Fratelli Musulmani: ieri sera erano oltre 200mila gli egiziani nel cuore del Cairo. Gli scontri sono scoppiati vicino alla sede dell'ambasciata statunitense nella capitale, per poi trasferirsi nelle piazza simbolo della rivoluzione egiziana del 2011. Proteste anche a Port Said e nella città di Mahalla, dove rispettivamente 27 e 132 persone sono rimaste ferite. Ma è tutto l'Egitto a sollevarsi: manifestazioni si sono tenute in quasi tutte e 27 e province egiziane.
"La rivoluzione per salvare la rivoluzione", uno degli slogan dei manifestanti, organizzati dalle forze di opposizione. Secondo le fazioni di sinistra e non islamiste, il decreto imposto da Morsi giovedì scorso è un colpo di Stato, che nega l'indipendenza dei poteri dello Stato e accentra le più importanti prerogative nelle mani della sola presidenza.
In breve, i Fratelli Musulmani - la forza leader delle rivolte della Primavera egiziana dello scorso anno, insieme alle opposizioni laiche guidate da El Baradei - sono diventati l'oggetto delle proteste che, nei mesi passati, ribollivano sotto la cenere: da tempo le opposizioni criticano duramente il presidente Morsi e il partito Giustizia e Libertà (braccio politico della Fratellanza) perché starebbero velocemente monopolizzando il Paese.
Morsi si è difeso: il decreto è temporaneo, cesserà il suo effetto dopo l'entrata in vigore della nuova Costituzione. Ma all'Egitto questo non basta: con tali premesse, dall'Assemblea Costituente uscirebbe un testo non indipendente né libero, ma frutto dell'attuale regime politico.
E tra le conseguenze delle proteste c'è anche la rinnovata unità delle opposizioni, per lungo tempo divise. Simbolo della "riconciliazione" è il riavvicinamento tra Mohamed El Baradei, Nobel per la pace ed ex presidente dell'Agenzia Atomica, e Amr Mussa, candidato presidente alle ultime elezioni ed ex capo della Lega Araba.
Intervengono anche gli Stati Uniti che un anno fa, dopo aver abbandonato al suo destino l'ex alleato di ferro Mubarak, plaudirono all'elezione del leader dei Fratelli Musulmani Morsi. Dopo gli stretti contatti tra USA e Egitto durante i negoziati di tregua tra Israele e Hamas, Washington avverte il Cairo: gli aiuti internazionali potrebbero arrivare solo se il Paese sceglie la via democratica.
La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland, ha ricordato il prestito concesso la scorsa settimana all'Egitto dal Fondo Monetario Internazionale, 4,8 miliardi di dollari: "Vogliamo vedere l'Egitto proseguire sulla via delle riforme così che gli aiuti dell'FMI possano sostenere la stabilizzazione e la rivitalizzazione dell'economia, basata sulla legge di mercato". Nena News
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