Le Carte Parlanti

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domenica 17 ottobre 2010

Truffa a Inps: falsi braccianti a Salerno e Rosarno



 ECCO IL PERCHE' DELLA RIVOLTA DEI BRACCIANTI STRANIERI A ROSARNO


Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Salerno ha scoperto una truffa ai danni dell’Inps da 1 milione e 600 mila euro messa in atto da imprenditori agricoli attraverso un vasto giro di falso bracciantato. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno eseguito provvedimenti di sequestro preventivo emessi dal Gip di Salerno su richiesta della Procura a carico di imprenditori agricoli nel Salernitano per truffa. L’attivita’ si inserisce in una vasta indagine contro il fenomeno del falso bracciantato nella provincia di Salerno. Al momento sono coinvolti oltre a 700 falsi braccianti nonche’ gli imprenditori e i professionisti organizzatori della truffa. I provvedimenti rappresentano la fase finale della prima tranche di indagine nel corso della quale, fino ad oggi sono stati emessi decreti di sequestro preventivo per un importo complessivo di 1.603.690 euro pari alle indennita’ illecitamente percepite dai finti lavoratori agricoli. Somme sequestrate mediante il blocco di denaro depositato su conti correnti e il sequestro di un immobile.
La truffa veniva realizzata dichiarando falsamente all’Inps, con le ”denunce aziendali” delle imprese agricole la coltivazione di terreni in realta’ in uso a terzi o ad altre aziende agricole, con la conseguente falsa assunzione di manodopera. I lavoratori coinvolti, tutti in corso di identificazione, non hanno mai esercitato in realta’ l’attivita’ per cui erano stati assunti, pur risultando dalle scritture contabili che essi avevano esercitato un numero di giornate lavorative minimo per accedere alla disoccupazione agricola, alle indennita’ di malattia e maternita’ previste dalla legge.
Dalle indagini e’ emerso che esisteva un vero e proprio tariffario per diventare falso bracciante, con importi che variavano da mille a 3.500 euro a seconda che si trattasse di cittadini italiani o extracomunitari. Gli imprenditori delle
aziende coinvolte hanno tra l’altro sistematicamente omesso di versare i contributi previdenziali dei lavoratori, determinando cosi’ un doppio danno all’erario. Sono in corso ulteriori indagini per ricostruire il ruolo assunto nella vicenda dalla criminalita’ organizzata.


http://www.nuovaresistenza.org/2010/10/16/truffa-a-inps-da-16-mln-gdf-scopre-700-falsi-braccianti/


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martedì 27 aprile 2010

Rosarno. Arrestati i caporali





Rosarno. Arrestati i caporali che schiavizzavano i migranti


E' in corso a Rosarno l'esecuzione di una trentina di ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina, alla violazione della tutela del lavoro subordinato e alla truffa ai danni di enti pubblici. L'operazione è coordinata dalla procura della repubblica di Palmi. Il primo maggio, manifestazione dei sindacati
Rosarno

E’ in corso a Rosarno l’esecuzione di trentuno ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere «finalizzata all’immigrazione clandestina, alla violazione della tutela del lavoro subordinato e alla truffa ai danni di enti pubblici». L’operazione è coordinata dalla procura della repubblica di Palmi. L’indagine ha avuto come punto di partenza la rivolta dei migranti dello scorso anno con la polizia di Stato che ha cercato di capire il motivo di quella sommossa: i particolari dell’operazione sono stati resi noti questa mattina, nel corso di una conferenza stampa in Questura a Reggio Calabria alla presenza del procuratore della repubblica del tribunale di Palmi Giuseppe Creazzo. A provocare quella rivolta, secondo l’inchiesta, furono le condizioni di vita e lo sfruttamento degli migranti, minacciati e costretti a lavorare anche quindici ore al giorno per una decina di euro. «Le dichiarazioni dei lavoratori immigrati clandestini sono state preziosi, così come preziosi sono stati i riscontri venuti fuori grazie ad una capillare attività investigativa – ha detto Creazzo, mentre raccontava i dettagli dell’operazione «Migrantes» – L’inchiesta ha anche portato alla luce episodi di violenza nei confronti di alcuni lavoratori extracomunitari». Gli stessi immigrati che hanno collaborato con la giustizia hanno ora ricevuto il permesso di soggiorno.

Tra gli arrestati ci sono sia cittadini italiani che cittadini di origine straniera. L’indagine cerca di fare luce sulle storie di caporalato e illegalità diffusa che da anni si sono succedute nella Piana di Gioia Tauro. Contemporaneamente all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare sono stati sequestrati diversi beni, per oltre dieci milioni di euro.
«L’operazione odierna smentisce in maniera chiara e netta la semplicistica analisi del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, all’indomani della rivolta dei neri di Rosarno, quando sosteneva che vi fosse stata ‘troppa tolleranza verso gli stranieri’, deportati successivamente nei centri di accoglienza di Calabria e Puglia, mentre alcuni di loro abbandonarono spontaneamente l’area della Piana di Gioia Tauro – ha dichiarato Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati Pd e parlamentare calabrese – La realtà era ben altra. L’unica tolleranza, alimentata dall’assenza dello Stato, dalle pessime politiche del governo in tema di integrazione, dall’indifferenza, dallo sfascio della Pubblica amministrazione e dalle complicità, era, purtroppo, nei confronti di chi sfruttava questa povera gente. Alla luce di quanto emerso dalle investigazioni degli inquirenti, il ministro Maroni dovrebbe prendere atto dell’inadeguatezza delle politiche del governo in tema di immigrazione e del fallimento della legge attuale».

La Confederazione italiana agricoltori [Cia] ha chiesto al governo di aprire un tavolo di confronto ssottolineando che, proprio a causa di organizzazioni di criminali, «è costretta a fronteggiare una vera emergenza che ormai si identifica nella tratta di esseri umani». Serve, secondo la Cia, «un impegno affinché sul tema dell’immigrazione si cominci a discutere seriamente, cercando di trovare le soluzioni più idonee per ristabilire quella giustizia e quell’equità che oggi mancano, dando allo stesso tempo risposte certe e trasparenti alle esigenze delle aziende agricole che intendono utilizzare i lavoratori immigrati. Risposte che devono riguardare soprattutto i costi che oggi le imprese sono costrette a sopportare». E per questo, secondo l’organizzazione, bisogna innanzitutto modificare la legge Bossi-Fini.

Intanto, la Cgil e le le altre organizzazioni sindacali preparano la manifestazione a Rosarno del primo maggio, dal titolo «Lavoro, legalita’ e solidarieta». Partenza corteo alle ore 9 dall’area dello stabilimento ex Rognetta con arrivo e comizio conclusivo dei tre segretari generali.




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giovedì 14 gennaio 2010

Rosarno, Chi parte e chi rimane

Il cielo sopra Rosarno. Chi parte e chi rimane

Giuliano Santoro

La rivolta degli africani nasce nel contesto dell'economia criminale che domina la Calabria. Una rete di interessi e connivenze esemplare per comprendere il rapporto tra flussi economici e movimenti migratori, tra culture diverse e sfruttamento.

Per comprendere la «geografia della paura» di Rosarno e il suo valore universale, bisogna farsi un giro da quelle parti. Non vi troverete davanti alla devastazione sociale tradizionale, a una qualche forma di «arretratezza» e «degrado» cui porre rimedio. Le terre di Rosarno, le stesse che hanno ospitato le lotte dei contadini che hanno resistito e vinto fino agli anni cinquanta, sono oggi preda dell’indotto criminale della prima azienda del paese. Questa impresa efficiente, al tempo stesso arcaica e modernissima, non ha bisogno solo di killer ed estorsori. Necessita di colletti bianchi pettinati ed efficienti e di imprenditori bisognosi di capitali, di medici cui far gestire la cassa del bilancio regionale, di avvocati cui far dirimere le questioni giudiziarie. Sono soldi che circolano, interessi che si diffondono, economie che creano appartenenza e connivenza.
Non siamo in presenza della «guerra tra poveri» che ci si immagina seguendo le descrizioni della televisioni. Lasciamo ad altri il compitino di celebrare la retorica e di partecipare al funerale dei calabresi come popolo di bonaccioni accoglienti e chiassosamente solidali. Dobbiamo notare innanzitutto il panorama di questo tratto di Calabria, la linea dell’orizzonte delle case incompiute e degli edifici coi marchi globali, quel misto indistricabile di abusivismo, riciclaggio e imprenditoria, mercato selvaggio e arretratezza, capitale e sfruttamento, che viene in mente quanto si leggono i dossier sullo stato del mondo. I capitali a disposizione della borghesia mafiosa e il porto dell’Europa sul Mediterraneo che affaccia sul mare di Gioia Tauro solo qualche chilometro più in là, ci spiegano più di ogni altra cosa quanto la storia di Rosarno non riguardi le sorti di una qualche bestialità marginale, una rabbia ancestrale spuntata fuori dalle viscere della storia, ma i nuovi assetti della produzione globale e le sue propaggini. La linea della valorizzazione economica corre lungo tutto il pianeta in bilico tra legale ed illegale, crea ad arte le condizioni estreme del feudalesimo da piccola comunità e le vertiginose reti della mondializzazione.
L’assalto scomposto ma coraggioso degli africani ai loro aguzzini è una forma rudimentale di sindacalismo. Sembrano averlo capito loro stessi, le centinaia di africani che si sono ribellati ai soprusi, a costo di perdere le loro catene ed essere deportati da qualche altra parte, in qualche altro nodo della produzione globale in attesa della prossima campagna d’odio o del prossimo scontro. Di sicuro, di questo scenario non si sono resi conto molti di quelli che sono nati e che probabilmente moriranno in quei luoghi della Piana, in mezzo ai pilastri incompiuti delle case di famiglia e alle rovine dello sviluppo, dopo aver visto il mondo in qualche rivista scandalistica o nei reality show della televisione.
Nei mesi scorsi un piccolo libro lo ha gridato forte, fin dal titolo di copertina: «Gli africani salveranno Rosarno». Antonello Mangano, curatore di quel volume, ha messo nero su bianco ciò che è sotto gli occhi di tutti: solo l’arrivo di nuove culture e di nuovi linguaggi potrà spazzare via la ‘ndrangheta e salvare questa terra dall’immobilismo e dall’autocompiacimento segnato troppo spesso dal ritmo consolatorio dei tamburelli e dal sapore inebriante delle soppressate. Il coraggio degli africani di Rosarno, la loro sana rabbia, ci dice chiaro che non bastano i ritmi delle musiche popolari e i sapori delle ricette tradizionali per sottrarsi all’influenza ormai secolare della criminalità organizzata, quella forma di impresa che ha messo radici decennali dentro la società atrofizzata locale, ha creato fiumi di denaro da riciclare e metastasi fatte di negozi che non vedi manco nella ricca Brianza o nel produttivo Nord-Est, centri commerciali e concessionarie di automobili che puntellano la strada statale che da Pizzo Calabro porta prima a Vibo Valentia e poi alla cartiera di Rosarno. Il lusso in mezzo al nulla.
Mentre la storia fa marameo, passa da quei luoghi e se ne va altrove a portare la sua vitalità incendiaria. Il regista tedesco Wim Wenders è stato pagato fior di quattrini dalla Regione Calabria per mettere in scena un film patinato dei suoi, che spiegasse al mondo quanto i calabresi siano accoglienti e generosi. Pochi giorni fa, Wenders ha anche detto di aver finito i soldi e il presidente della Regione Agazio Loiero si è subito messo a cercare fondi tra gli imprenditori locali. Ma il regista de «Il cielo sopra Berlino» dovrebbe avere il coraggio di riscrivere il copione e di ispirarsi a una delle pellicole di Sergio Leone. La situazione degli africani è tragica, ma se c’è qualcuno che rimarrà al suo posto, abbandonato a se stesso in preda al potere dell’ignoranza e della violenza mafiosa, questi sono i rosarnesi. Non c’è davvero nulla da invidiare a questa gente pervasa dalle passioni tristi. Si potrebbe girare un film in cui una delle bande arrivate nel pueblo decide di abbandonare il campo dopo un’azione fulminea. Di smettere il ruolo dei contendenti e lasciare da soli con le loro frustrazioni i bandidos al soldo dei potenti. Da domani il cielo sopra Rosarno sarà molto più cupo e si respirerà un’aria molto più triste, ma non è più affare degli africani.

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mercoledì 13 gennaio 2010

Il Nord Est come Rosarno

Il Nord Est come Rosarno

La denuncia della Cgil di Padova: «Immigrati sfruttati e sottopagati lavorano di 12 -14 ore al giorno per pochi euro, senza contratto o con contratti che non vengono rispettati. Una realtà, questa, che non è solo di Rosarno: è diffusa in modo regolare su tutto il territorio nazionale»

«Anche chi ha un contratto, in realtà viene pagato 3-4 euro l’ora. Molti vengono picchiati, altri hanno preferito tornarsene a casa». Immigrati sfruttati e sottopagati che lavorano 12, 14 ore al giorno per pochi euro, senza contratto o con contratti che, nella prassi, non vengono rispettati. Una realtà, questa, che non è solo quella di Rosarno ma purtroppo è diffusa in modo regolare su tutto il territorio nazionale».
Non fa eccezione il nord est, l’area più ricca del nostro paese. Solo in Veneto, di stranieri, comunitari e non, ce ne sono 36 mila, occupati a tempo determinato. Si tratta di quelli «regolari», quindi della punta dell’iceberg. La nazionalità più rappresentata è quella romena.
Gran parte di questi stranieri lavorano nel settore agricolo, quello, secondo la Cgil, dove lo sfruttamento è più intenso e spietato. Spiega Alessandra Stivali, responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil di Padova, che «le condizioni degli immigrati in agricoltura, soprattutto nelle coltivazioni più diffuse, quelle di patate e radicchio, sono drammatiche e purtroppo sconosciute. Spesso si tratta di lavoratori in nero, con salari da fame. Seguiamo ancora il caso di un ragazzo marocchino che era stato assunto in un’azienda agricola: era obbligato a lavorare dodici ore al giorno, veniva pagato 4 euro all’ora e viveva nella stalla. Maltrattato e picchiato. Lui ha avuto coraggio: ha denunciato il datore di lavoro».
Si tratta, per la sindacalista, di una situazione simile in tutto e per tutto a quella di Rosarno.
«Purtroppo in agricoltura il lavoro nero è diffusissimo – spiega la sindacalista al quotidiano Il Gazzettino – ed è naturalmente difficile quantificarlo. Ma anche per gli oltre 2500 regolari, la situazione non è facile. In molti casi non vengono retribuiti secondo contratto, non percepiscono più di 3 o 4 euro all’ora, dovendo impegnarsi tutta la giornata. Hanno paura di ribellarsi, paura di perdere il permesso di soggiorno. Qualche tempo fa una ragazza romena, assunta in un’azienda agricola padovana, è scappata. Stava nell’acqua 13 ore al giorno a coltivare radicchio. Le mani corrose, una condizione disumana. Il problema è che quello dell’agricoltura è un mondo difficile da controllare anche per la molteplicità di piccole aziende che lo compongono e che non producono tutto l’anno. E con i venti di crisi attuali, la situazione è ulteriormente peggiorata: orario ridotto a condizioni disperate».

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La mafia, la politica e la ribellione di Rosarno ...



La mafia, la politica e la ribellione di Rosarno

Marco Rovelli

Una riflessione di Marco Rovelli, scrittore e cantatutore, che nel suo ultimo libro-inchiesta «Servi» aveva descritto le condizioni estreme in cui erano costretti a vivere i migranti di Rosarno. Come è possibile che nessuno aveva visto niente?

La rivolta dei braccianti, così come il pogrom successivo, non sono stati una sorpresa. Era questione di tempo: il tempo di ciò che è umanamente sopportabile, il tempo per cui chi subisce trova la forza di gridare il suo «Basta». Di come stavano le cose a Rosarno ne avevo scritto qui su Carta quasi tre anni fa, per poi tornarci sopra nel mio libro «Servi»: il reportage si intitolava Caccia al nero. Che lo sport più diffuso tra i giovani di Rosarno fosse la caccia al nero era un dato di fatto, e le fucilate della scorsa settimana sono state la scintilla che ha fatto traboccare la rabbia dei braccianti subsahariani. Non è questione di essere profeti, neppure facili. E’ unicamente questione di non voler chiudere gli occhi di fronte all’evidenza. Ma l’evidenza in (questa) politica è un elemento trascurabile, in piena buona coscienza. Come probabilmente in buona fede è chi tra i rosarnesi ha detto «Ma come, noi gli abbiamo dato accoglienza per tutti questi anni, e adesso questi vengono e ci distruggono il paese».
Come è umanamente possibile chiamare accoglienza quelle condizioni di vita impensabili, in fabbriche dismesse, in baracche di cartone, venti euro al giorno per quattordici ore, e assalti periodici da giovani della zona che irrompevano nel cortile delle fabbriche e sparavano, altri che si appostavano ditero un muro li prendevano a sassate, macchine lungo la strada che aprivano lo sportello e facevano cadere il «negro». E soprattutto, stupisce che i rosarnesi non si chiedono che cosa ci facevano lì, quei «negri». O forse se lo chiedono, ma si rispondono «Non è affar mio».
Salvo magari prendersi l’indennità di disoccupazione come bracciante, pagandosi i contributi per cento giornate di lavoro, senza ovviamente aver messo piede in un campo. Sottraendo dunque un salario al bracciante vero, che sconta il lavoro e la miseria «in vece sua». Il «Non è affar mio», del resto, a Rosarno è un motto che funziona, visto che le cosche della ‘ndrangheta spadroneggiano indisturbate. E della devastazione socio-economica del territorio che è conseguita al loro dominio anche lo sfruttamento schiavistico è uno degli effetti. [E ancora: al parroco che ha redarguito i suoi parrocchiani per il pogrom chiederei se è vero che l’impianto di condizionamento della sua chiesa è stato pagato dalla famiglia Pesce, la cosca più potente del paese].
Ma ancora più responsabile è un Maroni, che giustifica di fatto i pogrom, attaccando la troppa tolleranza per i clandestini. Credo che questo sia un punto di svolta nella campagna di rovesciamento mediatico della realtà: non sono questi lavoratori che si ammazzano per raccogliere le arance italiane ad aver diritto a dignità umana, a un salario decente, a non essere oggetto di aggressioni continue, ma sono loro ad aver abusato della tolleranza della legge che magnanimamente è stato loro concessa. La sanzione dunque di una visione mafiosa della politica: non il diritto, ma il privilegio. E suona ancora più disgustoso che nella stessa giornata Maroni abbia recitato un pistolotto antirazzista per i cori contro Balotelli. Salvarsi anima e faccia non è mai stato così semplice.

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sabato 9 gennaio 2010

Rosarno: Esplode la rabbia degli africani





Nuova rivolta a Rosarno. Esplode la rabbia degli africani

Terrelibere.org

[Da terrelibere.org] Dormono in tubi di metallo, vivono in ex fabbriche abbandonate, sono diventati l'occasione per progetti fumosi e strampalati, lavorano per pochi soldi in condizioni durissime. E soprattutto non ne possono più di sopportare la violenza gratuita di mafiosi e balordi. Loiero: «Quello che è successo è il frutto del clima di intolleranza xenofoba e mafiosa».

In contrada Spartimento, nei pressi dell’ex Opera Sila di Gioia Tauro che ospita centinaia di raccoglitori di arance, due africani sono stati feriti con un fucile ad aria compressa. E’ accaduto nel pomeriggio di ieri. Uno di loro è un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno. Le condizioni delle persone ferite portate nell’ospedale di Gioia Tauro non sarebbero gravi.
«Lo so che adesso daranno tutta la colpa a noi. E quei ragazzi che si divertivano a utilizzarci come tiro al bersaglio chissà dove sono a spassarsela», dice un lavoratore marocchino alla Repubblica. E racconta: «Ridevano, tre ragazzi su una macchina scura. Ridevano e urlavano: `Oggi non si lavora?`. Dalla statale la macchina ha cominciato ad accelerare e dai finestrini due si sono messi a sparare». «Siamo qui solo per lavorare», urla un giovane del Ghana con l’accento bergamasco.
Dopo gli attentati, alcune centinaia di africani hanno iniziato a protestare bruciando dei copertoni. Stessa reazione, appena si è diffusa la notizia dei ferimenti, c’è stata nell’ex fabbrica Rognetta di Rosarno. Più tardi, in serata, sono state danneggiate diverse auto nella cittadina della Piana. Dopo l’arrivo dei rinforzi di polizia e carabinieri, si è cercata una mediazione. La trattativa si è svolta in un clima di grande tensione. Gli abitanti di Rosarno avevano inveito contro gli immigrati mentre questi, nel loro tragitto, danneggiavano tutto ciò che incontravano sulla loro strada. In tarda serata, a Gioia Tauro è stata bloccata la nazionale.
Nella Piana ci sono alcune centinaia di immigrati che lavorano nella raccolta delle arance. La maggior parte di loro sono bulgari e rumeni, che sembrano invisibili perché – da quando sono diventati neocomunitari – possono andare e venire in base all’offerta di lavoro, affittare un appartamento, vivere in condizioni decenti.
Gli africani no. Sono il prodotto delle leggi razziste, sono gli scarti della politica della Lega. Vivono da settimane in due strutture abbandonate, la Rognetta nel centro di Rosarno e l’ex Opera Sila nei pressi Gioia Tauro. La prima è una ditta per la produzione di succo, fallita da anni. La seconda doveva distillare ottimo olio calabrese, ma è abbandonata da tempo. Gli africani dormono, lì, nei silos di metallo. Sono l’ultimo anello di un sistema malato.
In estate è stata sgomberata e murata la Cartiera, altra ex fabbrica abbandonata che per anni ha ospitato la comunità africana. Erano stati promessi interventi strutturali ed altri per fronteggiare l’emergenza umanitaria che ogni inverno riecheggia in tutto il mondo. Non è stato fatto nulla, se non progetti astratti [infopoint, orientamento al lavoro], proposte ridicole [villaggio della solidarietà, museo dell’agricoltura], piccoli interventi [bagni chimici installati e poi tolti, cisterne inviate e ritirate]. Maroni, da ultimo, ha stanziato 930 mila euro per il «recupero urbano delle aree degradate». Gli africani sono «poverissimi in un mare di soldi», al pari dei calabresi costretti all’emigrazione.
Una filiera mafiosa che penalizza i lavoratori, un sistema di norme feroci che impedisce loro di vivere in maniera dignitosa. Nel corso degli anni sono sempre stati vittime di atti di violenza. L’anno scorso hanno detto basta, dopo il ferimento di due di loro. Sembrava fosse chiara la determinazione della comunità africana a non accettare ulteriori atti di violenza nei loro confronti. Ed invece, è accaduto ancora una volta. «Quello che è successo è il frutto del clima di intolleranza xenofoba e mafiosa», ha dichiarato subito il presidente della Regione Loiero.
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Rosarno. Don De Masi

Rosarno. Don De Masi: «I migranti costretti a vivere come animali»

www.misna.org

Da Misna, un'intervista al referente locale di Libera: «Le proteste di ieri hanno sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte, ma se andiamo oltre i danni alle auto e i cassonetti incendiati ci rendiamo contro che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino».

«Quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dell’integrazione»: ne è convinto Don Pino de Masi, vicario generale della diocesi di Oppido-Palmi e referente dell’associazione ‘Libera’ per la piana di Gioia Tauro, contattato dalla Misna all’indomani delle proteste dei lavoratori immigrati di origine africana bersaglio, la notte tra mercoledì e giovedì, di un attacco con armi ad aria compressa da parte di ignoti.
«Le proteste di ieri hanno sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte – afferma il vicario – ma se andiamo oltre i danni alle auto e i cassonetti incendiati ci rendiamo contro che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale».
Questa mattina i lavoratori immigrati – in prevalenza giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana, che lavorano nella zona come braccianti agricoli – hanno ripreso le strade e organizzato una marcia verso il municipio di Rosarno per denunciare lo sfruttamento e le condizioni in cui sono costretti a vivere. «Nella piana ci sono circa 2 mila immigrati africani che si accalcano per dormire la notte tra un’ex-cartiera in disuso e un immobile dell’ex-Opera Sila. Se qualcuno del governo centrale o della regione vedesse in che condizioni vivono, senza nulla, senza servizi, luce, acqua, alimenti o riscaldamento non si stupirebbe di quanto è accaduto» dice ancora Don Pino, che da anni si occupa di immigrazione e lotta alla ‘Ndrangheta «perché quello di cui dobbiamo renderci conto è che i due problemi non sono scissi in regioni ad alto rischio di illegalità come la nostra». Pur non giustificando «nessuna azione violenta, sbagliata di per sé, ma che temo frutto dell’esasperazione di molti immigrati», il vicario racconta delle vessazioni e lo sfruttamento a cui molti di loro sono sottoposti. «Capita spesso che dopo giornate intere di raccolta nei campi invece di versare loro la paga, i datori di lavoro minaccino di chiamare i carabinieri, costringendoli alla fuga perché privi di documenti regolari» aggiunge Don Pino, secondo cui «l’invisibilità a cui queste persone sono costrette li priva di ogni diritto, rendendoli vulnerabili e soli».
Il religioso si dice fiducioso negli abitanti della piana che «hanno un animo buono e conoscono la situazione di questa gente» osservando tuttavia che «le autorità devono assumersi la responsabilità di una situazione che necessita di giustizia prima ancora che di carità».

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Tensioni tra italiani e migranti a Rosarno

Tensioni tra italiani e migranti a Rosarno, alcuni migranti gravemente feriti

www.misna.org


Nuovi episodi di violenza si sono verificati in serata nella zona di Rosarno da dove continuano ad arrivare notizie di tensioni tra abitanti locali e gli immigrati, in prevalenza africani, che lavorano come stagionali nella Piana di Gioia Tauro, protagonisti da ieri di una protesta che sembra sfuggire di mano.

Nelle ultime ore almeno nove immigrati sono stati feriti in almeno tre episodi diversi: due sono stati colpiti alle gambe con fucili a pallettoni poco dopo le 18 lontano dalle zone interessate dai disordini, altri due sono stati feriti con spranghe e bastoni in tafferugli tra immigrati e abitanti di Rosarno. Tutti sono stati portati d’urgenza all’ospedale di Polistena e, secondo il quotidiano locale on-line Strill.it (che da Reggio Calabria segue da ieri con attenzione gli sviluppi della vicenda) almeno due di loro versano in “gravi condizioni” e uno sarebbe già stato operato al rene. Sempre in serata poi è stata confermata da fonti investigative la notizia di cinque immigrati investiti da auto guidate da cittadini italiani. Gli investimenti, sono avvenuti in prossimità dei posti di blocco attuati dagli abitanti del posto. In un caso i responsabili dell’investimento sono stati fermati dai carabinieri.
Secondo gli ultimi bilanci ufficiali diffusi dalla prefettura di Reggio Calabria almeno 37 persone sono rimaste ferite dall’inizio dei disordini: 19 immigrati e 18 uomini delle forze dell’ordine. Sempre la prefettura ha confermato che uno degli immigrati feriti a colpi di spranga sulla statale 18 è in gravi condizioni, sottoposto ad intervento chirurgico e ricoverato ora, in codice rosso, in neurochirurgia a Reggio Calabria.

Intanto un gruppo di cittadini ha occupato in serata il Municipio di Rosarno, precisando che l’occupazione “proseguirà fino a quando gli immigrati non verranno portati via da Rosarno’’. In un breve comunicato diffuso dal Quirinale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giudica “indispensabile fermare senza indugio ogni violenza’’. Commentando gli sviluppi delle ultime ore il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, ha detto di “temere una pericolosa deriva”. Intanto rinforzi per le forze di sicurezza sarebbero stati inviati a Rosarno nel tentativo di riportare la situazione sotto controllo.

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mercoledì 9 dicembre 2009

Emergenza umanitaria a Rosarno

Emergenza umanitaria a Rosarno

Antonello Mangano www.terrelibere.org

Sono più di mille gli africani giunti nella Piana per la raccolta delle arance. Come ogni inverno, da vent’anni, è emergenza umanitaria. In centinaia vivono vicino all’inceneritore, in un ex stabilimento destinato alla raffinazione dell’olio di oliva e poi abbandonato. Ora nei silos di metallo ci dormono i ghanesi. Gli africani sono vittime dell’economia mafiosa e delle leggi razziste. Fiumi di denaro accanto alla povertà più estrema, promesse senza seguito vicino a una violenza senza interruzioni

«Cosa facciamo con una tonnellata di marijuana?», si chiedono i carabinieri della compagnia di Vibo Valentia, dopo aver passato molte ore a raccogliere l’erba messa ad essiccare tra i capannoni e i magazzini. Siamo nell’azienda agricola di proprietà del direttore dell’«Istituto vendite giudiziarie» del tribunale. La soluzione che segna la fine del più grande sequestro della zona, avvenuto quindici giorni fa, è semplice e pittoresca: i tre camion strapieni di droga partono dalle campagne di Francica e si fermano di fronte all’inceneritore di Gioia Tauro, gestito dalla multinazionale francese Veolia e obiettivo di una lunga campagna dei movimenti ambientalisti. Sei milioni di euro letteralmente in fumo. Gli africani sono lì, a due passi, di fronte a questo strano ed enorme incastro di parallelepipedi grigi e azzurri che brucia i rifiuti della Calabria e delle regioni circostanti.
Ormai sono in 700 nella città africana che dall’estate in poi si è popolata in seguito allo sgombero della ex Cartiera, la fabbrica abbandonata che da una ventina d’anni dava l’illusione di un tetto ai raccoglitori africani impegnati a duellare con l’inverno rosarnese. Sono ghanesi, ivoriani, sudanesi, maliani, togolesi, burkinabé. Non tutti sono irregolari: molti hanno il permesso per motivi umanitari, e tanti ne possiedono uno in scadenza, perché erano al Nord ed hanno perso il lavoro. Un licenziamento che li ha proiettati direttamente qui, in questo limbo a metà tra Africa ed Europa.
Quest’area si chiama Opera Sila, Arssa o Esac. Sono agli acronimi degli enti per l’agricoltura, agenzie per lo sviluppo che avevano impiantato qui uno stabilimento per la raffinazione dell’olio. Uffici e capannoni, binari e grandi contenitori. Tutto abbandonato, come la vicina area industriale, una sequenza di strisce d’asfalto ortogonali, lampioni ed erbacce che rappresenta il più grande monumento italiano allo spreco di denaro pubblico. Gli africani hanno questo brutto vizio, in Campania come in Calabria: si concentrano in questi edifici diroccati, che le erbacce ed il tempo lentamente consegnerebbero alla dimenticanza, e senza volerlo ci sbattono in faccia la tendenza nazionale al latrocinio. Ci costringono a riflettere sulle carriere costruite incolonnando promesse, ci fanno immaginare solenni inaugurazioni, stanziamenti cospicui, tagli di nastri, discorsi a base di volani di sviluppo che si tramutano in auto di lusso, mogli in pelliccia, e lacrime amare di lavoratori ingannati e costretti a partire su una cuccetta a sei posti di un Espresso diretto a Milano o a Torino.
«Io dormo qui», dice Stephan, indicando l’oblò del silos che dovrebbe essere pieno di ottimo olio calabrese frutto di ulivi secolari e che invece è diventato la sua stanza. Ha sistemato le sue coperte all’interno del cilindro di metallo, e sta preparando la cena con un cucinino smaltato bianco ed una bombola a gas. «Lamb soup», precisa. Pomodoro e agnello, cottura a fuoco lento accompagnata da spezie tritate col barattolo di vetro della conserva. Se questo è un uomo, viene da pensare. Costretto a dormire in un cilindro di metallo alto venti metri. Con un documento in tasca e qualche euro in più potrebbe affittarsi un posto letto, ma la legge prevede il sequestro dell’immobile per una locazione ad un irregolare. Il sistema economico della Piana è scientificamente organizzato per assicurare profitti a molti zeri a pochi e la miseria per tutti gli altri, compresi i piccoli produttori che negli anni passati conobbero l’orgoglio della rivolta e che oggi sembrano rassegnati alla sopraffazione. I decreti da Reich imposti da tristi politici delle province padane da un lato, l’economia malata di mafia e ignoranza dall’altro. Gli africani lì in mezzo.


Italia Uno.
«Italia Uno!», ride Mohamed, anche lui ghanese, dopo avermi concesso il permesso di fotografarlo. Alcuni non ne possono più di essere ripresi e poi dimenticati, nuovamente oggetti, ancora merce, questa volta nel mercato della comunicazione. Altri contrattano: «Ok, ma stampi le foto e ce le fai avere». Mohamed, invece, ha ancora voglia di scherzare in questo delirio di capannoni dal tetto sfondato, cucine con la bombola, tende da camping, silos vuoti, binari interrotti, sveglie all’alba, inceneritori francesi, chilometri sulla nazionale, giornate di lavoro durissimo, fango e stivali, promesse di politicanti perennemente in campagna elettorale e solo due motivi per distrarsi e sperare: Dio e la televisione, che condividono un salone attrezzato con sedie di plastica, un pulpito, uno schermo ed una parabolica. I volontari della chiesa pentecostale non sono conviti di questa commistione tra sacra scrittura e ballerine scosciate, ed hanno deciso di porvi rimedio con una scatola gialla di chiodi provenienti dalla Romania, un martello e alcune assi di legno. Stanno costruendo la nuova chiesa, aperta a tutti, precisano: cattolici, evangelici, musulmani. Una decina di persone si danno da fare per inchiodare i legni della base ed innalzare i pilastri. La tv vince, quindi, il salone sarà destinato allo svago, Dio deve farsi più in là. Pino, il volontario che ha dato il via ai lavori, mi contraddice: «Gli africani non salveranno nessuno, solo Dio può». «Ma Dio ha bisogno di strumenti». Sembra convincersi, e batte con più forza col suo martello.
I sudanesi, invece, hanno fatto da soli, costruendo con teli blu di plastica una tenda che resisterebbe benissimo anche nel Sahara. All’interno, grazie ad una parabola, si vedono i canali di Kartoum. In fondo un piccolo spaccio con generi alimentari, e a ferro di cavallo tappeti e divani per bere insieme il tè verde. I sudanesi hanno esperienza: ormai sono dei professionisti del lavoro stagionale. Molti fanno base a Palermo e girano in automobile le campagne del Sud inseguendo il lavoro. Hanno il permesso di soggiorno come rifugiati politici e per questo stanno meglio degli altri, per esempio possono spostarsi più facilmente, senza temere controlli, senza tremare di fronte ad ogni divisa.
Arriva un furgoncino, pieno di cassette gialle. Due galline cinque euro. Finiranno arrostite qualche metro più in là. Nello spiazzo alcuni giocano a calcio, altri sono intenti a riparare automobili dalle targhe più varie, da Matera a Pistoia. All’ingresso c’è uno spaccio messo sù dai due ghanesi che sono arrivati qui da più tempo, sulla destra lo stabile messo meglio [ha le finestre sfondate, ma il tetto c’è e ci sono le stanze]. Un’agghiacciante «X Mas» ed una svastica meriterebbe subito una mano di vernice, per fortuna la scritta precede l’arrivo degli africani, serve solo a ricordare che qui oltre alla corruzione, all’inquinamento, alla mafia ed all’umidità ci sono pure i fascisti. Quando si dice non farsi mancare nulla.
Inerzia grigia. Per loro non sarà una novità: in gran parte dell’Africa le piccole élite al potere vivono nel lusso sfrenato condannando alla fame più estrema la maggioranza del popolo. Potrà essere una sorpresa scoprire che in questo lembo meridionale dell’Europa le cose funzionano allo stesso mondo. I rivoli dei bilanci, gli interstizi dei fondi, le provvidenze europee e tutto quello che si riesce a raccattare dallo Stato sono l’ossessione dei politici locali, perennemente col cappello in mano quando sono rivolti verso Roma o Bruxelles, arroganti e chiusi quando le risorse vanno trasformate prima in clientele, quindi in voti, infine in lussi senza felicità. Si sapeva da mesi che l’emergenza sarebbe arrivata, puntuale come l’inverno. E nessuno ha fatto nulla. La scorsa stagione era trascorsa con bagni chimici installati e poi tolti, cisterne inviate e ritirate, fiumi di denaro spediti, non rendicontati, non spediti. Tanti piccoli interventi non risolutori, circondati dai progetti a cinque zeri che seguono costanti il loro iter, incuranti dei tempi stringenti dell’emergenza umanitaria.
Il progetto Assi [Azioni di sviluppo sociale per immigrati], partito un anno fa grazie ai soldi del «Fondo Lire Unrra», prevede interventi in tutta la provincia che oggi si concretizzano in otto infopoint distribuiti sul territorio [«mediazione linguistica e culturale; consulenza legale e sanitaria; orientamento al lavoro»]. «Ci sono 200 mila euro disponibili e non sono ancora stati spesi. Maroni è venuto a Reggio ed ha fatto la sua bella figura, ha promesso i soldi, li ha mandati e ora questi soldi non si possono spendere?», denuncia l’Osservatorio migranti, riferendosi ai fondi del «Pon sicurezza» gestiti dal ministro leghista.
Nel frattempo, gli africani stanno facendo da soli. L’area si basa sull’autorganizzazione e una semplice regola. Si entra solo con una tenda, per evitare i cubi di cartone che alla Cartiera portarono all’incendio. Ma i posti si stanno esaurendo, qua e là ci sono cumuli di eternit, tutti gli immobili hanno il tetto o le finestre sfondate e sta per arrivare il freddo. Sono forti gli africani, sia moralmente che fisicamente. Ma non è facile resistere cinque mesi al fumo dei rami bruciati per riscaldarsi, all’umidità delle cinque di mattina, agli antiparassitari irrorati nelle campagne o alle notti passate in casolari diroccati. I volontari diffondono la notizia della circolare del ministero, che annulla [o chiarisce] le disposizioni precedenti sui «medici-spia» che avrebbero dovuto denunciare gli irregolari. Non si fidano, i ragazzi. Sanno che è facile farsi mare in campagna, o tornando dal lavoro. Ma chi non ha i documenti in regola ha paura lo stesso. Forse si farà medicare da un compagno, forse si farà accompagnare al pronto soccorso. Non tutti vivono qui. Molti africani sono alla «Rognetta», il rudere di un ex stabilimento di trasformazione del succo d’arancia, nel centro di Rosarno. Altri alla «Collina», due casolari con il tetto sfondato in mezzo a campi di ulivi nei pressi di Rizziconi. Ovunque la società civile, fin dall’estate, porta generi di prima necessità.
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OROSCOPO
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Film d’azione.
Una Panda nera fa un primo giro dell’isolato. Poi un secondo. I quattro giovani a bordo rallentano e guardano dentro un locale, «Accademia Texas Hold’em» dice l’insegna. Siamo a Gioia Tauro, sono le 21 di un sabato sera di fine novembre. I carabinieri notano le manovre e pensano: è un sopralluogo. Tra poco ci sarà una rapina. Arrivano i rinforzi, da entrambe le parti: una seconda Panda nera ed altre gazzelle della compagnia di Taurianova. I rapinatori vengono arrestati, sono rosarnesi, due di loro braccianti agricoli. In macchina numerosi armi e quattro passamontagna modello «Mephisto», cioè neri e con tre piccoli fori. I carabinieri sequestrano anche un cd-rom masterizzato, col pennarello avevano scritto «Misto ‘ndrangheta», intitolando così la compilation di mp3 contenente «’A vinditta veni i luntanu», «A mugghieri du capubastuni», «Pi nu sgarbu all’onorata», «Cu sgarra paga». I giovani ascoltavano quindi le lugubri cantilene mai mutate nel tempo che celebrano coltellate, omertà e vendette implacabili. I loro «colleghi» napoletani, almeno, preferiscono melodie a base di destini infami e amori travagliati. La rapina non avrà luogo. Sarebbe stata una scena alla Tarantino, quattro invasati col passamontagna che urlano e puntano le «Herstal» calibro 7.65 d una piccola folla di giocatori terrorizzati. Un normale sabato sera della Piana.
Biagio Vecchio sta per uscire dalla sua officina, per oggi la giornata è finita. Siamo all’inizio di novembre. Meccanico, 67 anni, soprattutto nonno ed omonimo del giovane che due mesi prima fa uccise Antonio Marano, venti anni, al termine di un litigio concluso a colpi di pistola automatica. Dopo qualche giorno Marano si presenta ai carabinieri di Vibo Valentia per ammettere le sue responsabilità. Ma non è bastato. Il killer aspetta il nonno di fronte all’officina, pochi colpi, poi sale nell’auto dove un complice aspetta col motore acceso. Vendetta trasversale, niente da capire. Tutto consueto.
Deve essere emozionante entrare in uno stadio che si chiama «Giovanni Paolo II». Il presidente del Rosarno, per qualche tempo, non potrà farlo, perché è stato colpito da Daspo, la misura «irrogata» – secondo il burocratese della polizia – dalla Questura di Reggio Calabria al termine di una rissa scoppiata per una partita del campionato di serie D, disputato a metà ottobre al campo di Bocale, periferia reggina. «Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio», commenta il massimo dirigente. E ricorda le attività di valenza sociale svolte, «per esempio, quando ci recammo dalle suore, vittime di alcuni atti intimidatori, per mostrare la nostra vicinanza».
Insomma, non siamo in paradiso. Eppure è così che lo definisce un quotidiano locale. «Gli africani hanno trovato qui il loro eldorado». Dopo lo sgombero estivo della Cartiera, lo stesso giornale scrisse: da oggi, «la strada tra San Ferdinando e Rosarno non farà più paura ai viaggiatori assidui che percorrevano quel breve tratto di carreggiata con l’ansia di incontrare un ‘nero’».

QUELLO KE NN DICE NESSUNO E ' KE UN LAVORATORE ISCRITTO ALLE LISTE DELL'AGRICOLTURA HA DIRITTO AD UN ASSEGNO KE PERCEPIRA' L'ANNO SUCESSIVO , IN BASE ALLE GIORNATE LAVORATE L'ANNO PRECEDENTE , SICURAMENTE I RAGAZZI STRANIERI NON LO SANNO ED OVVIAMENTE GLI ISCRITTI ALLE LISTE SARANNO GLI ABITANTI DEL LUOGO , KE FACENDO ESEGUIRE IL LAVORO AGLI IMMIGRATI PAGATI POKI EURI , L'ASSEGNO LO PRENDONO GLI ABITANTI SENZA SFORZO ,,,,,,,,,,,,, ECCO PERKE GLI IMMIGRATI VENGONO TENUTI ILLEGALI ,,,,,,,,,,,,,,,,,,

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