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lunedì 14 luglio 2014

FREE - WEB: Ramallah: Per Chiedere la Pace

Per Chiedere la Pace







E' la storia di una donna palestinese di Belin, 
villaggio nei pressi di Ramallah. 
Per chiedere la pace raccoglie granate chimiche esplose nei conflitti tra esercito Israeliano e Palestinesi,,,
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giovedì 7 novembre 2013

Arafat Avvelenato con Polonio


Una verità nota da 9 anni: Arafat avvelenato

L'Università di Losanna: «Nella salma riesumata c'è polonio 18 volte oltre la norma». Per i palestinesi e' stato ucciso da chi lo voleva morto: Israele. Tel Aviv nega

- È altamente probabile che l'ex leader dell'Olp Yasser Arafat, morto per una misteriosa malattia nel 2004, sia stato avvelenato. La notizia diffusa ieri da al Jazeera - che ha ottenuto in esclusiva il rapporto di 108 pagine redatto da specialisti svizzeri dell'università di Losanna sul corpo riesumato di Arafat - si è abbattuta come un macigno sulle già tese relazioni israelo-palestinesi.

E se trovasse ulteriori conferme in analoghe indagini che stanno svolgendo in Russia e Francia, potrebbe suscitare un'ondata di sdegno nei Territori occupati e, forse, diventare la scintilla di una nuova sollevazione palestinese contro l'occupazione. I governi israeliani che si sono succeduti dal 2004 a oggi hanno negato qualsiasi coinvolgimento.

Tuttavia un accertamento definitivo della morte per avvelenamento di Arafat darebbe ai palestinesi - all'uomo della strada e alla leadership dell'Autorità nazionale (Anp) di Abu Mazen - la conferma di un ruolo svolto nella vicenda da Ariel Sharon che era premier di Israele nel 2004. Con conseguenze imprevedibili sul terreno.

Sharon era un nemico storico di Yasser Arafat e aveva tentato di eliminarlo nel 1982 a Beirut, durante l'invasione israeliana del Libano. Poi, dopo quasi venti anni, nei giorni dell'operazione «Muraglia di Difesa» (Seconda Intifada), era stato sul punto di ordinare alle forze armate israeliane (entrate a Ramallah) di colpirlo. Fermato dagli americani, Sharon scelse di confinare Arafat nella Muqata di Ramallah, dove il leader palestinese rimase fino alla fine dei suoi giorni.

La morte però avvenne in Francia dove Arafat era stato «autorizzato» da Israele ad andare a curarsi. Il presidente palestinese si spense per una emorragia cerebrale devastante, poche ore dopo un apparente miglioramento. I medici francesi non furono in grado di stabilire la causa della malattia che aveva causato nell'organismo del presidente palestinese un inspiebabile brusco calo delle piastrine.

I palestinesi hanno sempre creduto all'avvelenamento di Arafat. Solo poco più di un anno fa però, grazie alla tv al Jazeera e alle analisi svolte da un laboratorio svizzero sugli indumenti del leader scomparso, è emersa questa presenza del polonio, altamente radioattivo. Il rapporto ottenuto da al Jazeera spiega che sul corpo riesumato di Arafat sono stati registrati livelli di polonio 18 volte superiori alla norma. Gli esami hanno riscontrato in particolare un «innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino» e che c'è «un 83% di probabilità che sia stato avvelenato».

Il rapporto è stato consegnato a Parigi a Suha Tawill, la vedova di Arafat, che ha commentato: «Sono di nuovo a lutto, è stato come se mi avessero detto che è appena morto». Netto il giudizio dell'ex ministro degli esteri Nabil Shaath. «È stato avvelenato da chi lo voleva morto», ha detto. Shaath ha invocato un'inchiesta internazionale per accertare come e chi abbia usato il polonio contro Arafat.

L'ex ministro degli esteri ha evitato di accusare apertamente Israele. Il caso-Arafat tiene sulle spine i vertici palestinesi. Se davvero si è trattato di avvelenamento, a compierlo non può essere stata che una persona rimasta accanto ad Arafat nei giorni in cui era confinato nella Muqata. Da qui la cautela (a dir poco) che in questi anni ha spinto i leader dell'Anp e lo stesso presidente palestinese Abu Mazen a tenere una linea di basso profilo sulla vicenda. Girano peraltro voci di pressioni americane volte a non dare risalto all'esito degli esami di laboratorio per non compromettere le trattative bilaterali israelo-palestinesi riprese a luglio e che appaiono tutte in salita.

di Michele Giorgio per  : http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90304


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martedì 24 settembre 2013

ANP reprime il diritto di manifestazione


Amnesty: ANP reprime il diritto di manifestazione

Il rapporto pubblicato ieri accusa il governo di Ramallah di uso eccessivo della forza contro i manifestanti palestinesi.
 Forza che sconfina nella cooperazione con Israele.
- Uso eccessivo della forza contro i manifestanti palestinesi. Stavolta l'accusa, mossa da Amnesty International, non cade sul governo israeliano, ma su quello di Ramallah.

"Il comportamento delle forze di polizia contro i manifestanti in Cisgiordania continua a non rispettare le norme previste dal diritto internazionale", ha detto Philip Luther, direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa. Un comportamento che "erode i diritti di espressione e di manifestazione".

Il rapporto di 29 pagine pubblicato ieri racconta la situazione in Cisgiordania attraverso l'analisi di una serie di eventi verificatisi negli ultimi anni e che mostrano un'escalation nell'utilizzo della repressione contro le proteste di piazza. Un esempio: il 30 giugno e il primo luglio 2012 le forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese aggredirono un gruppo di manifestanti che stava protestando per l'annuncio di un incontro tra il presidente Abbas e funzionari israeliani. Almeno cinque i feriti, numerosi gli arresti, che costrinsero l'ANP ad aprire un'inchiesta sull'accaduto. Inchiesta che ad oggi non ha ancora prodotto alcun risultato, nonostante le prove di un uso della forza "non necessario, ingiustificato e sproporzionato": "Nonostante le prove raccolte dall'Independent Investigative Committee - continua Luther - l'ANP non ha perseguito nessun poliziotto per le violenze perpetrate contro manifestanti pacifici. Tale impunità inevitabilmente avvalla altri abusi, che proseguono ancora oggi".

Tra questi anche l'omicidio. Le forze di sicurezza di Ramallah sono implicate nella morte di due palestinesi verificatesi negli ultimi mesi: Khaleda Kawazbeh, morto l'8 maggio in circostanze non chiare dopo un raid della polizia dell'ANP nel villaggio di Sair, ad Hebron; e Amjad Odeh, colpito da un proiettile apparentemente sparato da un poliziotto palestinese lo scorso 27 agosto, nel campo profughi di Askar a Nablus.

Una repressione che si aggiunge a quella violenta e penetrante delle autorità israeliane, che dall'inizio dell'anno ha già provocato la morte di 16 giovani palestinesi, uccisi durante raid o durante manifestazioni contro l'occupazione. Così, il popolo palestinese finisce per essere stretto in una doppia morsa, quella interna e quella israeliana. Spesso sono proprio le forze di sicurezza palestinesi a fare da cane da guardia: è successo durante il mese di Ramadan, negli ultimi anni, quando ad impedire il passaggio dei fedeli musulmani al checkpoint erano i poliziotti palestinesi. È successo durante numerose manifestazioni di cui siamo stati testimoni: le marce verso i checkpoint bloccate da catene umane di poliziotti palestinesi, invece che dalle forze militari israeliane.

A dettare una simile politica sono gli Accordi di Oslo stretti tra Israele e OLP che, dietro la sponsorizzazione statunitense, prevedono una stretta collaborazione in materia di sicurezza. L'obiettivo era quello di giungere alla creazione di uno Stato di Palestina indipendente, passando prima per la cooperazione nel settore della sicurezza, ma che ad oggi a farne le spese è ancora una volta il popolo palestinese.

di Emma Mancini  da  http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=22157
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venerdì 5 aprile 2013

Amer Ibrahim Nassar : Oggi io muoio, domani la Palestina vivrà



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Amer Ibrahim Nassar ha scritto, sulla sua pagina di facebook prima di morire, che non esiste rassegnazione nel popolo palestinese: "Mirate i vostri proiettili dove volete sul mio corpo... Oggi io muoio, domani la Palestina vivrà".
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da http://www.infoaut.org/

- L'ennesima morte nelle prigioni israeliane ha scatenato una forte risposta: rivolte nelle prigioni, detenuti in sciopero della fame, strade invase dal popolo che non accetta queste ingiustizie.
Da Gerusalemme a Betlemme, da Tulkarem a Ramallah, in migliaia sono scesi in piazza. In piazza per la liberazione dei prigionieri, per gridare la rabbia per l'ennesima morte nelle prigioni, in piazza perchè nella Striscia di Gaza piovono ancora bombe sioniste... in piazza per la Palestina.

Ancora non sappiamo se questa sia la Terza Intifada o una nuova ondata di ribellione che, partita dalle prigioni, porterà ad una rivolta generalizzata contro tutti i simboli dell'occupazione. Quello che è certo è che le strade palestinesi sono piene di rabbia che sempre più si trasforma in scontro.

Nelle prigioni tutti i detenuti hanno iniziato lo sciopero della fame annunciato dopo la morte di Maysara Abu Hamdiyeh; nel frattempo nella West Bank è stato indetto uno sciopero generale e, mentre in gran parte delle città negozi e scuole sono chiusi, gli scontri proseguono ininterrottamente da tre giorni, dal Nord al Sud della Palestina.

Nablus, Anabta, Hebron, ovunque giovani e non, si battono contro uno degli eserciti più fortialt del mondo, giovani consapevoli che le pietre che scagliano non sono più forti dei gas lacrimogeni e dei proiettili che provengono dall'altra parte. Consapevoli di questo lo erano anche Naji al-Balbisi e Amer Ibrahim Nassar, i due giovani di 18 e 17 anni uccisi la scorsa notte nei pressi di Tulkarem, il primo colpito a morte alla testa durante gli scontri, il secondo colpito al torace vicino ad un check-point.

Nonostante la consapevolezza di lottare contro un nemico militarmente più forte, l'ultimo messaggio che Amer Ibrahim Nassar - una delle due vittime - ha scritto sulla sua pagina di facebook prima di morire mostra che non esiste rassegnazione nel popolo palestinese: "Mirate i vostri proiettili dove volete sul mio corpo... Oggi io muoio, domani la Palestina vivrà".

Non ci interessa se quanto dichiarato dall'esercito israeliano – cioè che i due giovani stessero per attaccare l'uno i soldati in "difesa" della città occupata di Tulkarem, l'altro una delle tante postazioni militari nei territori occupati – sia vero o meno.

Quello che ci interessa sottolineare è il trattamento disumano riservato ai prigionieri palestinesi che troppo spesso muiono nelle carceri, è l'impunità di israele che decide di far piovere bombe su Gaza quando vuole...
Ma, ancora di più, ci interessa raccontare della risposta del popolo palestinese, dei razzi scagliati da Gaza verso i territori israeliani, delle migliaia di persone che scendono in piazza e si scontrano con l'esercito, dei bambini che ogni giorno resistono alle umiliazioni nei check-point che devono attraversare per andare a scuola, delle madri che, piangendo la morte dei figli, scagliano pietre contro i soldati... ci interessa raccontare la resistenza di un popolo.

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martedì 27 novembre 2012

Arafat: prove di avvelenamento?

Arafat: prove di avvelenamento?

Eseguiti stamani a Ramallah i prelievi. Esperti provenienti da Russia, Francia e Svizzera cercheranno tracce di polonio nei resti umani del presidente palestinese

  - La strana morte di Yasser Arafat, uno dei più grandi misteri del Medio Oriente, potrebbe cominciare ad avere una soluzione a partire da oggi con l'avvenuta esumazione, questa mattina alla Muqata di Ramallah, della salma del presidente palestinese, deceduto in un ospedale francese nel novembre 2004. Un medico palestinese, lontano dai riflettori dei media, ha prelevato campioni di tessuto umani dalla salma, che saranno analizzati da team di specialisti provenienti da Francia, Svizzera e Russia. Un mistero in effetti la morte di Arafat non lo è mai stato per i palestinesi che, un po' tutti, pensano che «Abu Ammar» (il nome di battaglia di Arafat) sia stato avvelenato da collaborazionisti di Israele. Gli esperti - quelli francesi sono stati nominati dopo una denuncia presentata alla Procura di Parigi dalla vedova di Arafat, Suha Tawill - andranno alla caccia di tracce di polonio, una sostanza altamente pericolosa trovata lo scorso agosto su indumenti ed oggetti appartenuti al leader palestinese.

La riesumazione della salma di Arafat giunge mentre un alto esponente dell'establishment israeliano, il ministro della difesa Ehud Barak, che nel 2000 legò il suo nome a quello del presidente palestinese scomparso, ha annunciato il suo inatteso abbandono della politica. Barak, in qualità di primo ministro laburista, fu protagonista 12 anni fa del drammatico fallimento a Camp David (era presidente americano Bill Clinton) delle trattative per quella che a quel tempo era nota come la «soluzione definitiva» del conflitto israelo-palestinese, sulla base degli Accordi di pace di Oslo, firmati sette anni prima alla Casa Bianca.

L'ex premier israeliano ordinò una dura repressione della seconda Intifada palestinese nei pochi mesi nei quali rimase ancora al potere fino alla pesante confitta elettorale che, all'inizio del 2001, vide l'ascesa della destra di Ariel Sharon. L'improvvisa uscita dalla scena politica di Barak - frutto anche di contrasti personali con il premier Netanyahu - apre la strada, con ogni probabilità, alla nomina a ministro della difesa dell'attuale ministro degli esteri Lieberman. Dopo le legislative israeliane del prossimo 22 gennaio Netanyahu sarà ancora primo ministro (lo dicono tutti i sondaggi) di un governo «di guerra» (all'Iran). Lieberman, un ultranazionalista di destra, da parte sua non nasconde di volere la difesa in vista dell'attacco israeliano alle centrali atomiche iraniane di cui si parla da mesi se non da anni. Netanyahu quindi potrebbe optare per un ministro degli esteri con una immagine più moderata da spendere all'estero.

Intanto, a pochi giorni dalla fine dell'offensiva militare israeliana "Colonna di Difesa" contro Gaza, il movimento islamico Hamas sembra spaccarsi sulla richiesta di adesione dello Stato di Palestina (come non membro-osservatore) che il 29 novembre il presidente dell'Olp e dell'Anp Abu Mazen presenterà all'Onu. Se da un lato il leader uscente, Khaled Meshaal, si dice favorevole all'iniziativa, dall'altro non pochi dei dirigenti di Hamas a Gaza, tra i quali il premier Ismail Haniyeh, si dichiarano contrari. La frattura sulla questione dello Stato segue i passi mossi nei giorni scorsi dal partito di Abu Mazen, Fatah, e dal movimento islamista verso una possibile riconciliazione nazionale, con l'annuncio della scarcerazione di prigionieri politici da entrambe le parti.

 di Michele Giorgio

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42315
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venerdì 17 settembre 2010

LEADER LOTTA NON VIOLENTA , Ramallah


Si attende la sentenza definitiva dei giudici militari israeliani contro Abdallah Abu Rahme, accusato di aver organizzato manifestazioni di protesta contro il «muro di separazione» costruito sulle terre del villaggio di Bilin


Ramallah, 17 settembre 2010, Nena News – Sono cominciate due giorni fa nella Corte militare israeliana di Ofer, nei pressi di Ramallah, le fasi conclusive del processo contro Abdallah Abu Rahme, coordinatore nel villaggio cisgiordano di Bilin del Comitato popolare contro il Muro e la Colonizzazione. Ad agosto Abu Rahme venne giudicato «colpevole» di aver organizzato «manifestazioni illegali» e per «incitamento». Ma fu ritirata l’accusa più grave che gli era stata rivolta: il possesso di armi. Nonostante l’inconsistenza dei reati che vengono attribuiti ad Abu Rahme, la procura militare intende farlo incarcerare per ben due anni. Secondo i comitati popolari palestinesi, si tratterebbe di una «punizione esemplare» con finalità di «deterrenza», ossia è volta ad impedire lo sviluppo della lotta non violenta e della resistenza popolare palestinese contro il muro che riceve consensi crescenti anche a livello internazionale.  Non a caso l’udienza di mercoledì nell’aula del tribunale militare di Ofer si è svolta alla presenza di numerosi rappresentanti di ambasciate e consolati europei. Ad agosto il «ministro degli esteri» dell’Unione europea, Catherine Ashton, aveva criticato la sentenza di colpevolezza inflitta ad Abu Rahme descrivendola un passo volto ad impedire ai palestinesi di esercitare il loro diritto a manifestare in difesa delle loro terre occupate da Israele. Una analoga critica è giunta da Sarah Leah Whiston, direttrice dell’ufficio mediorientale di Human Right Watch.(red) Nena News
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