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venerdì 8 aprile 2016

Olanda : Vietate Auto a Benzina e Gasolio dal 2025



Olanda verso divieto vendita auto benzina e gasolio dal 2025
Il Governo olandese ha iniziato il cammino legislativo per arrivare a vietare, dal 2025, la vendita di 
automobili con alimentazione a benzina o a gasolio. Il provvedimento è sostenuto dal partito Laburista PvdA, che ha ottenuto - nonostante la forte opposizione della Destra VVD - una prima approvazione in Parlamento. A sostenere l'iniziativa del PvdA, si sono affiancati anche i deputati dei Liberal Democratic D66, dei verdi GroenLinks e del partito ChristenUnie. Già nel 2013 il Governo olandese aveva siglato un 'accordo sull'energia' con una quarantina di organizzazioni indipendenti, al fine di promuovere iniziative 'verdi' nell'ambito dell'energia, dell'isolamento termico degli edifici e della riduzione della CO2. 
Nello scorso dicembre l'Olanda, assieme ad altre quattro nazioni e otto Stati del Nordamerica avevano formato la Zero-Emission Vehicle Alliance per arrivare entro al 2050 
alla esclusiva vendita di automobili eco-compatibili.


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lunedì 28 marzo 2016

Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita




Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.

La tecnica prende il nome da Charles Ponzi, un immigrato italiano negli Stati Uniti che divenne 
famigerato per avere applicato una simile truffa su larga scala nei confronti della comunità di immigrati prima e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo a usare questa tecnica, ma ebbe tanto successo da legarvi il suo nome. Con la sua truffa coinvolse infatti 40 000 persone e, partendo dalla modica cifra di due dollari, arrivò a raccoglierne oltre 15 milioni.

Lo schema di Ponzi si è sviluppato nel tempo in varianti più complesse, pur mantenendo la stessa base teorica e continuando a sfruttare l'avidità delle persone. Oggi esistono normative serie al riguardo per cui strutture con questi schemi risultano illegali in ogni parte del mondo tutelando sia l'incolumità delle persone sia quelle aziende che scelgano di avvalersi del marketing multilivello.

Lo schema di Ponzi è tornato alla ribalta internazionale il 12 dicembre 2008, a causa dell'arresto di 
Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e uomo molto famoso nell'ambiente di Wall Street. L'accusa nei suoi confronti è di aver creato una truffa compresa tra i 50 e i 65 miliardi di dollari (una delle maggiori della storia degli Stati Uniti) proprio sul modello dello schema di Ponzi, attirando nella sua rete molti fra i maggiori istituti finanziari mondiali. Il 12 marzo 2009 Bernard Madoff si dichiarò colpevole di tutti gli undici capi d'accusa a lui ascritti e fu condannato a 150 anni di carcere.

Nel giugno 2013 viene arrestato il tunisino Adel Dridi per aver truffato migliaia di piccoli risparmiatori tunisini applicando lo schema Ponzi.

Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni 
economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I 
guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori 
e non da attività produttive o finanziarie.

Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.

Le caratteristiche tipiche sono:

Promessa di alti guadagni a breve termine;
Ottenimento dei guadagni da escamotage finanziari o da investimenti di "alta finanza" 
documentati in modo poco chiaro;
Offerta rivolta, all'epoca in cui fu architettata la truffa, ad un pubblico
 non competente in materia finanziaria;
Investimento legato ad un solo promotore o azienda.
Risulta evidente che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano 
questa pratica è molto elevato. 

Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi 
adepti.In Italia, Stati Uniti e in molti altri Paesi, 
questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa.

Un soggetto promette guadagni fuori dagli standard su un investimento a breve termine, spesso 
riferendosi in termini fumosi a meccanismi complessi o inesistenti.

Senza un investimento documentato, solo pochi investitori danno fiducia alla persona, la quale assicura loro di rispettare i patti: pagherà quanto pattuito, anche se lo farà andando in perdita o più spesso prelevando fondi versati da nuovi investitori. 
In seguito così potrà beneficiare della sua buona fama per 
far aumentare il capitale investito e il numero degli investitori.

I primi investitori, ripagati, reinvestiranno i fondi e parleranno bene dell'investimento attirando nuove vittime, fino a che la persona, giunta al massimo del guadagno, 
sparirà nel nulla con i soldi presenti in quel momento.

Presto o tardi tuttavia la difficoltà di reperire nuovi adepti porterà lo schema a collassare da solo, non 
riuscendo a ripagare gli investimenti o venendo scoperto dalle forze dell'ordine.



Bernard Madoff (New York, 29 aprile 1938) accusato di una delle più grandi
 frodi finanziarie di tutti i tempi.

Nasce a New York da una famiglia di origine ebraica, si sposa con Ruth Madoff.Era molto conosciuto e stimato nella comunità, come dimostrano le numerose cariche ricevute presso le più importanti istituzioni culturali della città. Era consigliere della Sy Syms School of Business della Yeshiva University, del New York City Center e membro del Cultural Institutions Group. È stato anche presidente del NASDAQ, il listino dei titoli tecnologici statunitensi.

Attività imprenditoriale
Ha iniziato la sua attività come broker negli anni sessanta reinvestendo gli utili 
della sua attività di bagnino a Long Island.

Man mano che la sua impresa, la Bernard Madoff Investment Securities, cresceva di dimensioni, ha 
assunto molti familiari, a partire dal fratello Peter e dai figli Mark e Andrew. La sua reputazione 
personale, specialmente nella comunità ebraica, era così grande da essere stato soprannominato 
Jewish Bond (Obbligazione ebraica).

Scoperta della truffa
L'11 dicembre 2008 Madoff è stato arrestato dagli agenti federali, accusato di aver truffato i suoi clienti causando un ammanco pari a circa 50 miliardi di dollari. La sua società si è infatti rivelata come un gigantesco schema Ponzi.

Tale sistema deve il suo nome a un italiano immigrato che agli inizi del '900 per primo lo mise in atto su grande scala, e consisteva nel promettere fraudolentemente agli investitori alti guadagni pagando gli interessi maturati dai vecchi investitori, con i soldi dei nuovi investitori. Rispetto agli altri hedge fund Madoff non vantava profitti del 20~30% ma si attestava su un più credibile rendimento del 10% annuo, costante nonostante l'andamento del mercato. La truffa consisteva nel fatto che Madoff versava l'ammontare degli interessi pagandoli con il capitale dei nuovi clienti. Il sistema è saltato nel momento in cui i rimborsi richiesti hanno superato i nuovi investimenti. Nell'ultimo periodo le richieste di disinvestimento avevano raggiunto una cifra, circa 7 miliardi di dollari, che Madoff non è stato in grado di onorare con le risorse finanziarie disponibili.

La dimensione della truffa messa in piedi da Madoff è almeno
 tre volte più grande dell'ammanco 
causato dal crac Parmalat.

I dubbi sulle autorità di controllo
Il caso Madoff rappresenta un grave fallimento per le attività di controllo. La SEC, già a partire dal 1992, aveva effettuato diverse verifiche presso la Bernard Madoff Investment Securities, senza rilevare gravi violazioni. Addirittura nel dicembre del 2008 era stato segnalato che nonostante Madoff gestisse circa 17 miliardi di dollari per conto dei suoi clienti, 
solamente 1 miliardo era investito in azioni.

Anche i concorrenti e gli altri analisti avevano nel tempo espresso dubbi sulle incredibili performance di Madoff, come ad esempio Harry Markopolos, che nel 1999 e nel 2005, dopo essere arrivato alla 
conclusione che i risultati di Madoff erano tecnicamente molto sospetti se non impossibili, denunciò la cosa alle autorità di controllo.



Ripercussioni della truffa
I clienti di Madoff erano perlopiù grandi istituti finanziari e investitori istituzionali, sui quali sono ricadute le conseguenze della truffa. Diverse banche in tutto il mondo hanno dichiarato di essere esposte verso il fondo di Madoff sia direttamente, sia attraverso fondi da loro gestiti. Tra le italiane Unicredit per 75 milioni di euro e il Banco Popolare per 8 milioni. 
Più gravi invece le ricadute per altri istituti europei come Royal Bank of Scotland esposta per circa 445 milioni di euro, la spagnola Bbva per circa 300 
milioni di euro e la francese Natixis con perdite pari a 450 milioni di euro. L'importo più consistente pare essere quello del gruppo britannico HSBC, esposto per circa un miliardo di dollari (tuttavia al 
mese di ottobre 2011, la SEC ritiene che il gruppo britannico sia riuscito a rientrare in possesso di 
almeno 600 milioni di dollari tramite indagini private) e della società di gestione Fairfield Greenwich 
Group che ha investito nel fondo di Madoff oltre metà del suo patrimonio 
per una cifra di 7,5 miliardi di dollari.

Sembra che anche alcuni importanti personaggi del mondo degli affari o dello spettacolo abbiano 
investito cifre più o meno ingenti con Madoff, direttamente o tramite fondazioni a loro riconducibili. Ad esempio, la Wunderkinder Foundation di Steven Spielberg potrebbe aver perso una buona parte del suo capitale; stessa sorte sarebbe toccata al magnate dell'editoria Mortimer Zuckerman, al premio 
Nobel Elie Wiesel e all'attore John Malkovich. Il 29 giugno 2009 Madoff
 è stato condannato a 150 anni di carcere per i reati commessi.

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domenica 8 dicembre 2013

PC: Network Marketing è una truffa o si Guadagna ?

Network Marketing è una truffa o si Guadagna ?



Ormai è da diversi anni che, anche in Italia, guadagnare con il network marketing è diventato uno dei metodi che si sentono nominare, sempre più frequentemente, quando si parla dei vari sistemi che è possibile utilizzare per guadagnare con internet.

Ma che cosa è il network marketing, conosciuto anche con il nome di multi level marketing? Vediamo di darne una breve definizione, in quanto c’è davvero parecchia confusione a tal riguardo...
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sabato 12 ottobre 2013

PC: Network Marketing è una truffa o si Guadagna ?

Network Marketing è una truffa o si Guadagna ?



Ormai è da diversi anni che, anche in Italia, guadagnare con il network marketing è diventato uno dei metodi che si sentono nominare, sempre più frequentemente, quando si parla dei vari sistemi che è possibile utilizzare per guadagnare con internet.

Ma che cosa è il network marketing, conosciuto anche con il nome di multi level marketing? Vediamo di darne una breve definizione, in quanto c’è davvero parecchia confusione a tal riguardo.



Il network marketing è, in pratica, un sistema di vendita di prodotti e servizi basato su una rete di venditori
SENZA INVESTIRE UN EURO IN PUBBLICITA'
 SI USA IL PASSAPAROLA...
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domenica 16 dicembre 2012

USA : libera vendita di armi

ALLUCINANTE

Negli Usa ci sono 270 milioni di armi da fuoco (9 ogni 10 abitanti!).
 Nel 2009 più di 31 mila americani hanno perso la vita a causa di un’arma da fuoco, 
che significa una media di 86 persone al giorno. 
E più di 66 mila, sempre nello stesso anno, sono rimasti feriti.


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domenica 3 luglio 2011

Le nostre anime non sono in vendita , Freedom Flotilla

Le nostre anime non sono in vendita , Freedom Flotilla


“La Grecia ha venduto il suo corpo alle banche e la sua anima ad Israele ed agli Stati Uniti”. Con queste lapidarie parole, Dror Feiler, coordinatore svedese della Freedom Flotilla 2, ha descritto la situazione determinata dalla decisione del governo socialista di Atene di impedire la partenza delle navi dirette alla Striscia di Gaza assediata.
Le pressioni israeliane hanno avuto effetto, almeno per ora, ma al prezzo – pagato da tutti noi – di un vulnus senza precedenti alla democrazia ed alla legalità europee. Nessuno, infatti, ha il diritto di impedire i movimenti di imbarcazioni in regola con i requisiti richiesti. La libertà di movimento è tutelata dalle istituzioni internazionali e dalle legislazioni europee: agendo dichiaratamente per conto dello Stato di Israele e impedendo con la forza delle armi la partenza delle navi della Freedom Flotilla, il governo greco sta commettendo un arbitrio gravissimo, e sorprende il silenzio dei governi e dei parlamenti europei.
La coalizione italiana che sostiene la Freedom Flotilla può contare, sulla carta, sul sostegno di quasi duecento fra associazioni, movimenti e partiti politici: ebbene, è il momento che questo sostegno si materializzi in azioni concrete e determinate a difendere la democrazia ed i diritti dei nostri connazionali a bordo della “Stefano Chiarini”, chiarendo che l’Europa non è una colonia israeliana e che il Mediterraneo non è la piscina privata di Benjamin Netanyahu.
Per domani pomeriggio, sono state convocate manifestazioni di protesta in diverse città italiane, a partire da quella all’ambasciata greca a Roma, in Via Mercadante, alle 17. Ci aspettiamo di vedere al nostro fianco i parlamentari, le personalità, le forze politiche e i movimenti che hanno espresso la loro adesione alla Freedom Flotilla 2 – Stay Human. Le nostre anime non sono in vendita.

Germano Monti (Coordinamento della Freedom Flotilla Italia)

Pubblicato sul Manifesto del 3 luglio 2011


 http://www.freedomflotilla.it/2011/07/03/le-nostre-anime-non-sono-in-vendita/#more-1859


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sabato 21 agosto 2010

Un regalo alla camorra il sottosuolo di Napoli




DENUNCIA. Massimo Sacco, capo della squadra Antirapina della questura, boccia la possibile vendita del sottosuolo di Napoli: «Troppo pericoloso, causerà problemi di ordine pubblico e controllo del territorio».

«Non riusciamo a controllare il suolo di Napoli, figuriamoci il sottosuolo privatizzato. Sarebbe troppo pericoloso. Un problema di ordine pubblico e controllo del territorio». Non usa mezzi termini Massimo Sacco, dirigente della sezione Antirapina e vice questore di Napoli. Il funzionario non ci può credere che il governo con il federalismo demaniale possa mettere in vendita il sottosuolo di Napoli. «Non si contano le volte che siamo dovuti scendere nella città sotterranea per inseguire i ladri».

Del resto quella che i giornali chiamano “Banda del buco”, in realtà è una tecnica usata a Napoli da molti gruppi di malviventi. La loro specialità è sbucare dal sottosuolo per rapinare banche e gioiellerie della città. Spesso usano basi sotterranee e ogni tanto ne compare una nuova che. «Dal sottosuolo arrivano sotto la stanza da rapinare, mettono un grande cric come quelli dei camion, tagliano il pavimento e quando devono fare il colpo lo rimuovono, così da entrare, rubare e scappare dalle gallerie», spiega Sacco.

Il primo colpo con la tecnica del buco, risale addirittura al 1989, quando i ladri rubarono anche il pallone d’oro di Maradona. Un giorno una guardia giurata di una banca trovò un rapinatore appena spuntato dal pavimento del bagno, gli sparò un colpo ferendolo. «Passammo 12 ore sottoterra a inseguire nei diversi tunnel le tracce di sangue lasciate dall’uomo - ricorda il funzionario dell’Antirapina - fino a quando non sbucammo nel retro di un negozio di alimentari della Sanità, in un quartiere distante vari isolati dal luogo del colpo».

Infatti negli anni Ottanta un gruppo di speleologi ha dimostrato che attraverso le gallerie sotterranee è possibile attraversare in lungo la città: da Posillipo fino a Ponticelli. Ma la prima vera mappatura delle immense cavità sotterranee di cui è ricca Napoli, iniziò nel 1968. A esplorarle, una giovane squadra di speleologi, guidata da Clemente Esposito, pagata 100 lire a metro quadro e 200 per ogni pozzo. Registrarono più di 100mila metri cubi di cunicoli e gallerie. In pratica un’altra città sotterranea.

Ma le viscere di Napoli nascondono molto di più rispetto a quanto scoperto finora, visto che secondo le più recenti stime è conosciuta meno della metà del sottosuolo partenopeo. Per non parlare di quello della provincia, quasi del tutto ancora ignoto. La squadra di Sacco nei pressi del cimitero delle Fontanelle, realizzato nel 1656 sotto il quartiere Sanità, dove tuttora giacciono più di 4.000 teschi appartenenti alle vittime delle epidemie di peste e colera che nei secoli hanno colpito la città, ha trovato addirittura un poligono di tiro creato dalla camorra, con tanto di parcheggio sotterraneo.

«Era una galleria lunga e stretta piena di bersagli, armi da guerra, come kalashnikov e mitragliatrici Uzi, ma custodiva anche una montagna di cocaina». I poliziotti dell’Antirapina e dell’Anticamorra sanno da tempo che parte dei tunnel sotterranei, soprattutto quelli non presenti sulle mappe del Comune, vengono da tempo usati dai camorristi per riunirsi, nascondersi, spostarsi e custodire al riparo da occhi indiscreti, armi e soldi. Altri sono pieni di rifiuti e ogni tanto il biogas della loro fermentazione esplode, si aprono delle voragini e il sottosuolo inghiotte i palazzi. «Una volta in una stanza sotterranea accesa la torcia mi resi conto che a terra c’era un tappeto di oro, diamanti e gioielli».

Ma le cavità vengono usate dai latitanti anche per nascondersi. Già nel 1999 gli agenti riuscirono a catturare il boss di Forcella, Carmine Giuliano, solo grazie alla scoperta del suo nascondiglio sotterraneo. Perché quando l’aria si faceva pesante, ‘o Lione dalla sua casa scendeva nelle viscere della terra per sfuggire alle retate. Stessa cosa per il capoclan della Sanità, Raffaele Stolder.

Nel 1991 gli uomini dell’Antidroga vuotarono come un calzino il suo appartamento ma lui si era come volatilizzato. Poco dopo gli agenti trovarono «una finta parete che si apriva con un telecomando e nascondeva una scala che portava in una galleria sotterranea», conclude il vice questore. Cavità che ora potrebbero essere vendute a partire da un euro.

di : Alessandro De Pascale


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giovedì 19 novembre 2009

NO VENDITA BENI CONFISCATI ALLA MAFIA



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NO ALLA VENDITA DEI BENI CONFISCATI
Firma l'appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra
Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele


SITO DI RIFERIMENTO :

http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780

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