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venerdì 26 ottobre 2018

Italia, Paese più disinformato al mondo sull’Immigrazione

Immigrazione, le 5 fake news che fanno male all'economia Italiana.

Immigrazione, le 5 fake news che fanno male all'economia Italiana.
I numeri contenuti nel nuovo Dossier Immigrazione IDOS permettono di sfatare molti luoghi comuni sul fenomeno migratorio. Pregiudizi dannosi anche per la crescita economica

Di Emanuele Isonio

«Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita». Poche cose sono più adatte della Terza legge sulla stupidità umana dell’economista Carlo Maria Cipolla per commentare l’approccio che troppi hanno sul fenomeno immigrazione. Perché il mix di disinformazione, preconcetti, razzismo dilagante è confutato dai numeri. I più aggiornati sono contenuti nel “Dossier statistico sull’Immigrazione” realizzato dal Centro studi e ricerche IDOS 
in collaborazione con il mensile Confronti.

Italia, Paese più disinformato al mondo sull’immigrazione
Che il nodo-disinformazione sia una piaga soprattutto italiana lo aveva evidenziato già nel luglio 2017 la relazione finale della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo, nella quale si denunciava come l’Italia sia il Paese con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione.

Alcuni dei risultati evidenziati nella relazione della Commissione parlamentare Jo Cox su razzismo e xenofobia. Alcuni dei risultati evidenziati nella relazione della Commissione parlamentare Jo Cox su razzismo e xenofobia
Di più: secondo un sondaggio condotto nei mesi scorsi dall’Istituto Cattaneo, gli italiani risultano essere i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà, riguardo al numero di stranieri che vivono nel territorio nazionale. Il convincimento più diffuso è che la loro presenza si attesti su livelli doppi rispetto a quelli reali.

Una situazione allarmante. Non solo per motivi etici. Quella disinformazione si traduce infatti in sentimenti d’odio e in sostegno a politiche xenofobe e  finisce per giustificare scelte che si rivelano dannose per la nostra economia. Nella quale il contributo positivo dei migranti è decisivo. Nel Dossier IDOS 2018 ci sono quindi almeno 5 dati da evidenziare, perché permettono di confutare altrettante pericolose fake news.


1. L’invasione che non c’è
Nell’Unione europea, certifica Eurostat,  i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e rappresentano il 7,5% della popolazione. In questo quadro, l’Italia non ha né il numero più alto di immigrati né ospita più rifugiati e richiedenti asilo.

«Con circa 5 milioni di residenti stranieri (5.144.000 a fine 2017, secondo l’Istat), viene dopo la Germania (9,2 milioni) e Regno Unito (6,1 milioni) mentre supera di poco Francia (4,6 milioni) e Spagna (4,4)».


Anche l’incidenza sulla popolazione complessiva, pari all’8,5% (dato Istat), risulta più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli dell’Unione, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10% (Cipro 16,4%, Austria 15,2%, Belgio 11,9% e Irlanda 11,8%). L’incidenza più alta si registra nel Lussemburgo, dove è straniera quasi la metà della popolazione residente (47,6%).

La credenza che descrive l’Italia come un paese assediato è smontata anche da un altro numero: quello che confronta la presenza straniera nel corso degli anni. Tale dato, ricorda IDOS, «è pressoché stabile intorno ai 5 milioni dal 2013. L’incidenza, nell’ordine dell’8%, aumenta di pochissimi decimali l’anno». Il motivo della crescita? L’invecchiamento della popolazione italiana (gli over 65 italiani sono 1 ogni 4, mentre tra gli stranieri 1 ogni 25) che è anche meno feconda (1,27 figli per donna fertile, contro 1,97 tra le straniere).


Anche se ai residenti stranieri si aggiungesse la quota di immigrati non ancora iscritti nelle anagrafi, IDOS stima in 5.333.000 il numero effettivo di cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia. 26.000 in meno rispetto alla stima del 2016.

2. Lavoro: competizione con gli italiani
«Basta immigrati. Ci rubano il lavoro!». Quante volte è stata ripetuta questa frase, anche da esponenti politici di punta… Tutta fuffa, conferma – a dire il vero non per la prima volta – il dossier IDOS.

«La credenza che gli immigrati rubino il lavoro agli italiani è, da anni, smentita dalla realtà: dei 2.423.000 occupati stranieri nel 2017 (10,5% di tutti gli occupati in Italia), ben i due terzi svolgono professioni poco qualificate o operaie, in ogni comparto. Non sorprende, quindi, che siano sovraistruiti più di un terzo di essi (34,7%, contro il 23,0% degli italiani, per uno scarto di oltre 11 punti percentuali)».


Inoltre i lavoratori immigrati restano ancora schiacciati nelle nicchie di mercato caratterizzate da impieghi pesanti, precari, discontinui, poco retribuiti, spesso stagionali e caratterizzati da sacche di lavoro nero (o grigio) e, quindi, di sfruttamento.

La scarsa mobilità professionale degli stranieri li inchioda poi in situazione di subordine. Lo segnala il differenziale retributivo: un dipendente italiano guadagna il 25,5% in più rispetto a uno straniero (1.381 euro mensili contro 1.029).

Niente di tutto questo fa pensare che gli immigrati siano in competizione con gli italiani per un’occupazione o che rubino agli italiani il lavoro.

Un riflesso di questa disparità si osserva nel differenziale di reddito dichiarato: nel 2016, quello dichiarato da cittadini stranieri è stato complessivamente di 27,2 miliardi, pari a una media annua pro capite di 12mila euro, inferiore di quasi 10mila euro a quella degli italiani (circa 21.600 euro).


3. Immigrati, costo per le casse pubbliche
Niente di più falso che gli stranieri presenti in Italia siano un onere per il nostro welfare. Sui redditi prodotti i contribuenti stranieri – ricorda IDOS citando i dati della Fondazione Leone Moressa – hanno versato Irpef per 3,3 miliardi di euro. Se sommiamo quella cifra ad altre voci di entrata, riconducibili a cittadini stranieri (320 milioni solo per i rilasci/rinnovi dei permessi di soggiorno e le acquisizioni di cittadinanza e 11,9 miliardi come contributi previdenziali), l’introito nelle casse dello Stato è pari a 19,2 miliardi di euro. Sì, ma quanti soldi pubblici si usano per loro? 17,5 miliardi (il 2,1% dell’intera spesa pubblica nazionale).

Il bilancio statale tra entrate e uscite imputabile all’immigrazione è quindi positivo per un importo di almeno 1,7 miliardi.

Bilancio entrate/uscite per le casse pubbliche prodotte da immigrati. 

Ma la cifra, già di tutto rispetto, cresce ulteriormente fino ad arrivare ai 3 miliardi di saldo positivo, se invece che calcolare il costo standard si considera che i servizi agli immigrati vengono erogati usufruendo di personale, beni strumentali, strutture già esistenti. In questo modo, infatti, si considera il costo marginale (decrescente) di ciascun servizio.

4. L’invasione musulmana
Anche sul fronte religioso, i dati dovrebbero tranquillizzare: più della metà degli immigrati sono cristiani (2,7 milioni, pari al 52,6% del totale, secondo la stima di IDOS). La maggior parte di essi sono ortodossi (1,5 milioni) seguiti dai cattolici (oltre 900mila). I musulmani sono poco meno di un terzo (32,7%, pari a 1.683.000 persone).


Eppure dilagano le discriminazioni basate sulla religione di appartenenza che sfociano in una vera islamofobia, agevolata dai discorsi d’odio tollerati dai social network. Il pericolo, più che concreto, è che questa intolleranza rallenti il processo di integrazione. Il rapporto IDOS segnala ad esempio che la diffidenza ha conseguenze in vari ambiti. Tra questi, l’accesso al mercato della casa.

Gli stranieri restano infatti particolarmente penalizzati, sia per gli affitti, a causa della frequente e dichiarata indisponibilità dei proprietari a locare a stranieri, sia per gli acquisti, a causa delle difficoltà di ottenere un mutuo.

Ne consegue che quasi 2 stranieri su 3 abitano in affitto, spesso in coabitazione, e solo 1 su 5 in case di proprietà (di metratura mediamente limitata e soprattutto in contesti residenziali popolari e di periferia. Il resto abita o presso i datori di lavoro o da parenti e amici, a volte in condizioni di sovraffollamento.

5. Accoglienza, tutto sulle spalle dei Paesi ricchi
Contrariamente a quanto si pensa di solito, nel mondo l’accoglienza dei rifugiati grava in misura massiccia sui paesi in via di sviluppo. 
Sono loro a ospitarne la stragrande maggioranza. Quanti? 85 ogni 100.

Per il quarto anno consecutivo, a causa della guerra nella confinante Siria e degli accordi con l’Ue, è la Turchia a ospitarne il numero maggiore (3,5 milioni, cui si aggiungono 300mila richiedenti asilo), seguita dal Pakistan con 1,4 milioni (quasi tutti afghani), dall’Uganda con 1.350.000 (un numero cresciuto di 400mila unità in un anno e di cui 1 milione proviene dal Sud Sudan e 230mila dalla Repubblica Democratica del Congo), dal Libano con un
milione (in maggioranza siriani), dall’Iran con 980mila (per lo più afghani).

Se poi si considera l’incidenza dei rifugiati sulla popolazione residente, il primato spetta al Libano (dove il rapporto è di 1 ogni 6 abitanti), seguito dalla Giordania (1 ogni 14), due paesi in cui il rapporto arriva rispettivamente a 1 ogni 4 e 1 ogni 3 se si considerano anche i rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’Unrwa. La Turchia è terza, con 1 su 23.



«In un simile contesto, il ricorrente motto “aiutiamoli a casa loro”, all’insegna del quale molti vorrebbero liquidare sbrigativamente il “problema” dell’immigrazione chiudendo le frontiere, se per un verso richiama, in positivo, la necessità di sostenere maggiormente la cooperazione internazionale, per altro verso – date le dimensioni globali e il carattere strutturale e multidimen- sionale del fenomeno e delle sue cause – non avrebbe effetti apprezzabili, in termini di riduzione dei flussi migratori, nel breve-medio periodo» osservano gli analisti IDOS. «Richiederebbe in ogni caso l’affiancamento di politiche di gestione dei flussi e di integrazione dei migranti maggiormente coerenti e, soprattutto, armonizzate a livello internazionale, come la portata del fenomeno richiede».


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mercoledì 3 ottobre 2018

Mimmo Lucano, sindaco di accoglienza dei migranti

Mimmo Lucano, sindaco di Riace e protagonista di una delle più riuscite esperienze di accoglienza dei migranti dell’ultimo ventennio


Ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi della marginalità e della criminalità da essere illeggibile per i connazionali. Accade così che Mimmo Lucano, sindaco di Riace e protagonista di una delle più riuscite esperienze di accoglienza dei migranti dell’ultimo ventennio, si ritrovi, unico italiano, nella lista dei cinquanta personaggi più influenti del mondo stilata dalla rivista americana Fortune. Com’era accaduto già qualche anno fa che fosse il tedesco Wim Wenders a dire che la vera rivoluzione di fine secolo lui non l’aveva vista nel crollo del muro nella sua Berlino ma in quel piccolo paese della Locride dove aveva girato il suo poeticissimo corto intitolato Il volo. Com’è accaduto più di recente che sia stato il newyorchese Jonas Carpignano, “regista-rivelazione” dell’anno secondo la giuria dei Gotham awards, a cogliere nel suo Mediterranea tutti i cambiamenti innescati dall’immigrazione africana nella piana calabrese di Rosarno.

Al riconoscimento tributato a Lucano da Fortune i mezzi d’informazione italiani di destra hanno reagito con gran dispetto, attribuendolo a un vezzo politically correct della rivista statunitense. Altri invece hanno dato a Lucano la ribalta della prima pagina o di un invito in tv. Ma tutta insieme l’informazione italiana dovrebbe interrogarsi sul perché un laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni, o è arrivato agli onori della cronaca con grande ritardo, sporadicamente e come se si trattasse di una curiosa bizzarria piuttosto che di un esperimento amministrativo da seguire nel tempo e da portare a esempio di come la famigerata accoglienza sia possibile e praticabile con vantaggio per la comunità ospitante e senza innescare guerre tra poveri né isterie xenofobe né speculazioni truffaldine. Ma si sa che le guerre tra poveri, le isterie xenofobe e le speculazioni delle cooperative rosse fanno audience, mentre i casi di buona politica dell’immigrazione ne fanno molta meno; e se poi vengono dalla Locride, come conciliarli con la narrativa criminale
 in cui la Locride è confinata?

Mimmo Lucano, sindaco di Riace e protagonista di una delle più riuscite esperienze di accoglienza dei migranti dell’ultimo ventennio


All’esperimento di Riace va restituito, intanto, il contesto d’origine, perché nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace, di nuovo a Soverato a centinaia – più di 800 su una grande nave che pareva presa da un negozio di giocattoli vintage e si chiamava Ararat, due giorni dopo Natale. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi; ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché l’agognata Western Europe, per loro, era quella, il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza, coordinata dal comune di Soverato, all’epoca governato da una coalizione di giovani ed entusiasti ulivisti antelitteram guidati da Gianni Calabretta, un sindaco che fu precursore di tutto: si allestirono scuole e ospedali, ci si impadronì dei meandri burocratici attraverso i quali, allora come ancora oggi, passano i permessi di soggiorno e le richieste d’asilo. Si aprirono le prime case a Badolato, che all’epoca era un borgo medievale abbandonato tanto che al sindaco era venuto in mente di metterlo provocatoriamente in vendita, e che da allora, grazie anche alla curiosità suscitata dalla prima comunità curda che vi si stabilì, è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.

Tuttavia non fu solo questione di buone amministrazioni. A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu piuttosto un sentimento diffuso e tangibile, l’opposto di quelli che si respirano oggi nell’Italia dei Salvini e nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia, questo volevano dire quelle navi 
che arrivavano da non si sa dove.

Mimmo Lucano, sindaco di Riace e protagonista di una delle più riuscite esperienze di accoglienza dei migranti dell’ultimo ventennio


L’esperimento di Riace nasce l’anno dopo in questa scia, e la consolida con l’idea tanto visionaria quanto tenace di Mimmo Lucano che quella restituzione poteva diventare, per Riace, un principio non solo di ripopolamento e di rinascita, ma di riorganizzazione economica. Sembrava, all’inizio, la follia fantasiosa e fragile di un sindaco arrivato alla politica attraverso i movimenti degli anni settanta e perciò stesso sospetto di utopismo e inconcludenza: nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi di Caulonia e di Stignano e la diocesi di Locri. L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto, dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti – all’inizio i migranti la facevano con gli asini, per inerpicarsi nei vicoli del borgo –, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe adagiato sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano: primo, i migranti non sono una maledizione ma una risorsa; secondo, alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina; terzo, i 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante – un costo comunque dimezzato rispetto a quello che comporterebbe la sua permanenza in un centro d’accoglienza – non va usato in modo assistenziale e parassitario, ma va investito per creare un posto di lavoro.

A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina; sono donne, uomini, bambini, hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’“invasione” dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare: storie tutte uguali – la fuga da una situazione invivibile, l’attraversamento del deserto libico o della Turchia, il viaggio rischioso per mare pagato a caro prezzo, qualche volta la triste sosta in un centro d’accoglienza italiano – e ciascuna diversa – la guerra in Sudan, la fuga da Kabul e dall’arruolamento forzato con i taliban, la disumanizzazione nei territori occupati palestinesi. Nel corso del tempo i bambini sono diventati adulti, e faceva un gran bell’effetto, l’estate scorsa, vederli assistere e intervenire alla presentazione di un libro del collettivo di scrittura Lou Palanca, che s’intitola Ti ho vista che ridevi e racconta la storia di un’altra emigrazione: quella di una ragazza “permale” di Riace, militante nel movimento di occupazione delle terre degli anni cinquanta del secolo scorso e perciò spedita a ingrossare le file delle “langherotte”, le giovani del sud date in sposa ai contadini delle Langhe abbandonati dalle loro donne che andavano a lavorare in fabbrica a Torino. Il libro si chiude con il movimento inverso di un’altra ragazza che negli anni novanta arriva a Riace dall’Africa con il primo sbarco delle migrazioni globali di fine novecento: un’altra restituzione. I cicli della migrazione e della modernizzazione, in fondo, 
assomigliano alle onde del mare: sempre uguali e sempre diversi.



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lunedì 6 gennaio 2014

Lager di Lampedusa per l’Accoglienza ai Migranti


Lager di Lampedusa: ecco chi specula sull’accoglienza ai migranti

Più ne stipano in una camerata meglio è, più a lungo restano meglio è, e se sono minorenni ancora meglio, lo Stato paga di più. Ad ogni barcone che arriva, i “professionisti dell’accoglienza” mettono mano alla calcolatrice e le cifre hanno sempre molti zeri.
 Più di 1.800.000 euro al giorno: tanto, nel 2013, 
ha speso l’Italia per garantire l’accoglienza ai 40.244 migranti sbarcati sulle nostre coste.
 Un letto, i pasti, il vestiario, i farmaci necessari e un minimo di pocket money: 45 euro al giorno è la spesa media per ogni immigrato che mette piede in uno dei 27 tra centri di accoglienza, centri di identificazione ed espulsione e centri per richiedenti asilo. Una cifra che aumenta fino a 70 euro se si tratta di minori (8.000 quelli arrivati quest’anno) in considerazione della particolare assistenza che dovrebbe essere loro garantita.

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Lampedusa come Abu Ghraib? Esclusiva Tg2

Servizio di Valerio Cataldi (www.articolo21.org)

Avevamo visto materassi sistemati ovunque , nei corridoi, nei sottoscala. Avevamo visto intere famiglie dormire all'aperto, sotto la pioggia, bambini giocare nelle pozzanghere. Ma quello che mostra il filmato amatoriale di Khalid va oltre ogni immaginazione e trasforma il centro di accoglienza di Lampedusa in un campo di concentramento. Uomini nudi in mezzo ad una folla di altri uomini in fila. Li visitano i medici che decidono chi deve essere sottoposto al trattamento e chi no. Sono migranti eritrei, siriani, ghanesi, nigeriani, kurdi. Ci sono anche i sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre in quella fila, costretti a spogliarsi di fronte a tutti e ad aspettare il proprio turno, di disporsi di fronte ad un operatore on una pompa piena di disinfettante a braccia larghe, come fossero su una croce. È dicembre, il 13 dicembre, ma Khalid ci dice che succede tutte le settimane. È la disinfestazione per la scabbia, una malattia della pelle che molti di loro hanno preso proprio nel centro di accoglienza, ance se molti altri non ce l'hanno affatto quella malattia, ma subiscono ugualmente l'umiliazione del "trattamento".
Non è la pompa il problema, la profilassi lo prevede, ma il luogo, l'umiliazione, la perdita del senso di umanità che avvolge tutta quella situazione. È questo che lascia sgomenti. Gli operatori della cooperativa Lampedusa accoglienza, che gestisce il centro, governano la fila con la disinvoltura di chi fa questo tipo di lavoro da sempre. È come se il limite del trattamento disumano e degradante fosse stato superato da tempo, e nessuno se ne fosse accorto. Immagini che gridano vendetta e che mettono l'Italia in competizione con la Libia paese del quale quasi tutti i migranti che attraversano i mediterraneo e approdano a Lampedusa, conoscono le umiliazioni del carcere, le violenze, gli stupri.
Sono tutti in fila in silenzio quegli uomini. Nessuno si lamenta. Il metro con cui loro misurano l'orrore è certamente diverso dal nostro, ma tra quegli operatori, quei medici, quegli infermieri che mettono in scena quella violenza, nessuno sembra dubitare per un solo istante. Ci dice Khalid: arriviamo sulle barche, forse anneghiamo, forse no. Paghiamo un sacco di soldi. Vogliamo andare in Europa e vivere qui con le nostre famiglie, costruirci una nuova vita. Arriviamo qui e questa è l'accoglienza che troviamo. Ha ragione il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini: è il modello di accoglienza del nostro paese che dobbiamo cambiare e anche in fretta, prima di assuefarci tutti all'orrore.
È una torta luculliana quella che in Italia si spartiscono ormai da dieci anni veri e propri “colossi” del business dell’accoglienza: dalla Legacoop alle imprese di Comunione e Liberazione, dalle aziende vicine alla Lega alle multinazionali. Le gare bandite dal Viminale, in genere, vengono aggiudicate con un ribasso medio del 30 per cento sulla base d’asta. Peccato che, in ogni centro, si tengano stipati per mesi almeno il doppio o il triplo degli ospiti. A danno delle condizioni di vivibilità di questi centri, da molti definiti lager, ma a tutto vantaggio delle tasche dei gestori. «La ragione per cui questo avviene è che in Italia molti servizi per l’immigrazione vengono affidati sulla base di un solo principio: quello del-l’offerta economica più vantaggiosa.

C’è un business dell’immigrazione inaccettabile, parliamo di commesse da milioni di euro su cui molti si stanno arricchendo, dove i diritti delle persone scompaiono », denuncia Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati. Gli aspiranti allo status di rifugiato costituiscono la fetta più ghiotta della torta. Ecco perché quella che è diventata una vera e propria città di richiedenti asilo, il Cara di Mineo, ospitato nel “Villaggio degli aranci” prima abitato dagli ufficiali americani di stanza a Sigonella, è diventato il motore dell’economia di questa parte della provincia di Catania. Quattromila persone di 50 etnie diverse, il doppio della capienza, fruttano al “Consorzio Calatino Terre di accoglienza” la cifra di 50 milioni di euro all’anno.

Dentro ci sono tutti, da Sisifo (Legacoop) che gestisce il centro di Lampedusa, alla Senis hospes e alla Cascina Global Service (vicina a Cl), la Croce Rossa, il Consorzio Casa Solidale (FORZA ITALIA).

 E non hanno voluto rimanere fuori dall’affare i Pizzarotti di Parma, i proprietari del complesso edilizio requisito nel 2011 ai tempi dell’emergenza Nordafrica dietro pagamento di un canone di 6 milioni di euro annui. Ora che l’emergenza Nordafrica è finita, sono entrati anche loro nel Consorzio gestore.

Quello che Berlusconi nel 2011 presentò come un modello di accoglienza europea, adesso — stando alle denunce delle associazioni umanitarie — si è trasformato in una sorta di lager dove, solo qualche giorno fa, si è suicidato un giovane siriano in attesa del permesso di soggiorno da mesi. Trattenere gli ospiti molto più a lungo del previsto è uno dei “trucchi” utilizzati dai gestori di molti Cara. A Sant’Angelo di Brolo, la procura ha accertato che alcuni ospiti rimasero anche 300 giorni dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, portando illegittimamente 468.000 euro nelle casse del consorzio Sisifo, lo stesso che si è aggiudicato l’appalto di Elmas Cagliari, del Cara di Foggia e del centro di Lampedusa da dove si calcola siano passati più di 100 mila migranti. Due milioni e mezzo di euro è la cifra dell’appalto per la capienza ufficiale di 250 posti. Per gli ospiti in più, il Viminale paga l’extra.

 E questo vale per tutti: così l’Auxilium di Potenza degli imprenditori Pietro e Angelo Chiorazzo per il centro di Bari Palese, per Ponte Galeria a Roma o per Pian del Lago a Caltanissetta incassano molto di più dei 40 milioni di euro previsti dai bandi di gara. Da tempo hanno fiutato l’affare anche i francesi della Gepsa, specialisti delle carceri, e la multinazionale Cofely Italia, che non disdegnano l’associazione con l’Acuarinto di Agrigento o la Synergasia di Roma per gestire il Cara di Castelnuovo di Porto a Roma o al Cie di Gradisca d’Isonzo. E a reclamare la sua fetta di torta c’è anche la Misericordia del pretemanager di Isola Capo Rizzuto che da dieci anni, per 28 milioni di euro all’anno, gestisce un Cara in cui la maggior parte degli ospiti dormono anche in dieci in vecchi container.

 Articolo apparso su “La Repubblica” con il titolo “Più ne arrivano, più guadagnano. Quel business da 2 milioni al giorno consumato sulla pelle dei migranti. Dalle coop alle aziende vicine a Cl, l’accoglienza è un affare”.
di Alessandra Ziniti
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domenica 6 ottobre 2013

Abolire la legge Bossi/Fini

ecco i veri responsabili delle morti a Lampedusa

E' difficile per noi astenerci dal commento sui fatti di Lampedusa. 
E' difficile soprattutto dopo aver ascoltato le solite dichiarazioni zeppe di retorica d'accatto da parte di importanti parlamentari ed esponenti del governo.

Dov'erano costoro quando passò la famigerata legge tuttora in vigore scritta da Bossi e Fini?

Dov'erano quando fu introdotto il reato di “clandestinità” che, colmo dei colmi, ora rende dei criminali non solo i superstiti di un terribile naufragio, ma anche chi ha salvato le loro vite a rischio della propria?

Come non indignarsi quando ascoltiamo un primo ministro che dice che ciò non deve più succedere e un vice che dichiara che all'orizzonte ci sono altre tragedie uguali?
 Cosa fanno costoro per evitarle?

Come possiamo essere a favore dei CIE, vere e proprie strutture di segregazione, nelle quali sono rinchiusi migliaia di migranti, per mesi, in attesa di essere rispediti nei luoghi dai quali sono fuggiti semplicemente per salvarsi la vita?

Come possiamo non indignarci di fronte alle dichiarazioni di chi dice che i flussi migratori devono essere fermati al di là del Mediterraneo, pur essendo a conoscenza delle migliaia di morti nel deserto o nei terribili lager libici? Come non vergognarsi sentendo un ministro della Difesa paragonare le risse nel bar del proprio paese alle guerre del Medio Oriente, semplicemente per giustificare la spesa di decine di miliardi per comperare gli F35?

L'asilo e l'accoglienza sono diritti ai quali non possiamo rinunciare.

Abolire la Bossi/Fini

Contro i Centri per l'Identificazione e l'Espulsione
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Che fine gli avete fatto fare ai 103 milioni di euro che l' Europa vi ha dato per Il Fondo Europeo per l'Integrazione dei cittadini di Paesi terzi?

Con decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2007/435/CE, in data 25 giugno 2007, è stato istituito il Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi terzi per il periodo 2007-2013 nell’ambito del programma generale ‘Solidarietà e gestione dei flussi migratori’.

Il Fondo ha lo scopo di aiutare gli Stati membri dell’Unione europea a migliorare la propria capacità di elaborare, attuare, monitorare e valutare tutte le strategie di integrazione, le politiche e le misure nei confronti dei cittadini di Paesi terzi, lo scambio di informazioni e buone prassi e la cooperazione per permettere ai cittadini di Paesi terzi, che giungono legalmente in Europa, di soddisfare le condizioni di soggiorno e di integrarsi più facilmente nelle società ospitanti.

Lo stanziamento complessivo per il Fondo Europeo per l’Integrazione per gli anni dal 2007 al 2013 è pari a 825 milioni di euro, di cui 768 milioni distribuiti fra gli Stati membri sulla base di criteri che tengano conto del numero di cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti nello Stato membro e 57 milioni per le azioni comunitarie. In particolare, le risorse finanziarie totali stanziate per l’Italia, con riferimento all’intero periodo, ammontano a circa 103 milioni di euro.

Sulla base delle priorità di intervento specificate dalla Commissione Europea per la destinazione delle somme stanziate, il Ministero dell’Interno, Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, individuato quale autorità responsabile per l’Italia, ha sviluppato una strategia per l’utilizzo delle risorse del Fondo, predisponendo un Programma pluriennale, relativo all’intero periodo di riferimento (2007-2013) e alle annualità 2007-2012 che sono state finora approvate dalla Commissione europea.

leggi anche : http://cipiri19.blogspot.it/2013/10/taranto-bucarest-la-rotta-delle-badanti.html

Taranto-Bucarest: la rotta delle badanti



Taranto-Bucarest: la rotta delle badanti

Réportage da un viaggio in bus lungo due giorni attraverso l'Europa, con le migranti rumene. L'audiodoc di questa storia ha vinto il Premio Rossi. Di [Flavia Piccinni]

C'è un filo invisibile che collega l'Italia alla Romania. È un filo fatto di asfalto e di pneumatici. È un filo fatto di sguardi, e di capelli tagliati corti. Profuma di orecchiette al sugo, ma ha il sapore del goulash. Questo filo di seta parte dalle vite delle nostre nonne e delle nostre mamme, e arriva alle storie di altre donne - di altre nonne, di altre mamme - in Romania. A fare la spola fra i due universi ci sono degli autobus di linea e dei pulmini...

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domenica 11 agosto 2013

Immigrazione: Kyenge, avviare forte pressione su Europa


Immigrazione: Kyenge, avviare forte pressione su Europa
 'Premere sull'Ue,
 Italia non puo' essere lasciata sola'


- "Credo sia sempre piu' necessario avviare anche una forte pressione sull'Europa affinche' si mettano in campo reali ed efficaci politiche che permettano al nostro paese di non essere solo nell'affrontare questa drammatica situazione". Lo dice il ministro per l'Integrazione Ce'cile Kyenge dopo l'ennesima tragedia dell'immigrazione, esprimendo "cordoglio per la tragica perdita di vite umane". I morti di Catania, prosegue il ministro, "richiamano ancora una volta la necessita' che l'emergenza umanitaria venga affrontata in maniera piu' larga e condivisa da tutta la comunita' europea". "Ma non solo - prosegue - Le persone che quotidianamente arrivano stremate sulle nostre coste, che giungono a noi sfidando il mare fuggendo da guerre e privazioni o nella prospettiva di una speranza di vita migliore o di una occasione di riscatto, richiamano ciascuno ad una responsabilita' piu' ampia che ci parla di accoglienza e solidarieta'".


Kyenge sottolina che l'Italia "si sta prodigando con generosita' e mezzi per soccorrere i migranti", ma cio' non basta. E dunque "e' palesemente urgente ripensare i meccanismi di controllo per conoscere, prevenire e, laddove e' possibile, evitare le cause di queste tragedie". Il Viminale "si sta prodigando in tutti i modi mettendo in campo uomini e mezzi, cosi' come il Ministero degli Esteri si sta relazionando con i paesi del nord Africa per monitorare i flussi, rafforzando le relazioni bilaterali". Ma per fare tutto questo, conclude, "e' necessario che ci si muova in Europa con determinatezza e forza, ed e' inoltre necessaria stabilita' e coerenza di comportamenti di tutto il governo e delle forze politiche".
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venerdì 23 settembre 2011

Lampedusa : Brucia alla faccia dell’accoglienza


Lampedusa : Brucia

 

alla faccia dell’accoglienza

 

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di una nuova legge su immigrazione:
di questo abbiamo bisogno!

Lampedusa - Brucia Contrada Imbriacola...alla faccia dell’accoglienza

Distrutto il CIE. Bloccati i collegamenti. Oggi iniziano i primi trasferimenti

Alla faccia dell’accoglienza verrebbe da dire. Non esiste ospite sulla faccia della terra che dia alle fiamme la dimora offertagli dall’ospitante. Eppure a Contrada Imbriacola, nella Lampedusa sottratta ai riflettori dalla necessità di raccontare la fine dell’emergenza, incendi fughe e rivolte sono l’ordine del giorno.
Quello della scorsa notte più degli altri perchè le fiamme hanno divorato il luogo di attesa in cui oltre 1200 migranti erano costretti. Quasi consapevoli che il loro viaggio è scandito dai tempi delle emergenze, gli "ospiti", stanchi di attendere, hanno dato alle fiamme il CIE rendendolo inagibile, rifacendo così partire la macchina che accompagna il loro viaggio e preparandosi a scoprirne la prossima tappa. Forse ritardando quel rimpatri che il Ministro Maroni ha scelto come loro destino. "Tutto fumo niente arrosto" visto che poi il problema principale rimane l’estenuante periodo di trattenimento che tra convalide illegittime e richieste di proroga è stato dilatato dall’ultimo decreto di emergenza a 18 mesi.
Non c’è fotografia migliore dello stato di salute delle leggi italiane sull’immigrazione di quella che vede il simbolo, il centro di Lampedusa, agitato ai quattro venti per oltre un decennio, messo al rogo da quanti sulla loro pelle hanno sperimentato cosa significhi "albergare" nel "fiore all’occhiello del modello di accoglienza europeo".
Qui non esiste un problema di aprire o chiudere le porte dell’Europa. In ballo, certo, c’è una soglia minima di diritti della persona che nel Sud del mediterraneo sembrano spesso essere carta straccia. Ma forse il contesto globale ed Euromediterraneo suggerisce anche molto altro.
Davanti a noi non sembra per nulla esserci una contingenza ma un futuro che questo paese, a sua volta travolto da una crisi senza vie d’uscita, volente o nolente dovrà attrezzarsi per affrontare.
non di trasferimenti veloci e neppure di CIE più accoglienti, ma di una nuova legge su immigrazione: di questo abbiamo bisogno!

http://www.meltingpot.org/articolo16986.html


INAC - Istituto Nazionale Assistenza ai Cittadini

Rivolgiti al patronato Inac per l’assistenza nella compilazione delle pratiche di rinnovo, rilascio, aggiornamento, conversione del permesso di soggiorno o della carta di soggiorno, oppure per inoltrare le richieste di ricongiungimento familiare.
Il Patronato Inac inoltre fornisce assistenza per Isee, Pensioni, Infortuni, Assegno sociale, Disoccupazione, Invalidità civile.
vedi sito inac-cia.it

SERVIZI AGLI IMMIGRATI

SPORTELLO PER L'ASSISTENZA AI CITTADINI IMMIGRATI:


http://www.inac-cia.it/inac/svl/documentiRead?doc_id=15974&tpl_id=7



campagna dedicata ai diritti dei migranti



 http://cipiri.blogspot.com/2011/09/campagna-per-i-diritti-di-cittadinanza.html

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