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venerdì 26 ottobre 2018

Italia, Paese più disinformato al mondo sull’Immigrazione

Immigrazione, le 5 fake news che fanno male all'economia Italiana.

Immigrazione, le 5 fake news che fanno male all'economia Italiana.
I numeri contenuti nel nuovo Dossier Immigrazione IDOS permettono di sfatare molti luoghi comuni sul fenomeno migratorio. Pregiudizi dannosi anche per la crescita economica

Di Emanuele Isonio

«Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita». Poche cose sono più adatte della Terza legge sulla stupidità umana dell’economista Carlo Maria Cipolla per commentare l’approccio che troppi hanno sul fenomeno immigrazione. Perché il mix di disinformazione, preconcetti, razzismo dilagante è confutato dai numeri. I più aggiornati sono contenuti nel “Dossier statistico sull’Immigrazione” realizzato dal Centro studi e ricerche IDOS 
in collaborazione con il mensile Confronti.

Italia, Paese più disinformato al mondo sull’immigrazione
Che il nodo-disinformazione sia una piaga soprattutto italiana lo aveva evidenziato già nel luglio 2017 la relazione finale della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo, nella quale si denunciava come l’Italia sia il Paese con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione.

Alcuni dei risultati evidenziati nella relazione della Commissione parlamentare Jo Cox su razzismo e xenofobia. Alcuni dei risultati evidenziati nella relazione della Commissione parlamentare Jo Cox su razzismo e xenofobia
Di più: secondo un sondaggio condotto nei mesi scorsi dall’Istituto Cattaneo, gli italiani risultano essere i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà, riguardo al numero di stranieri che vivono nel territorio nazionale. Il convincimento più diffuso è che la loro presenza si attesti su livelli doppi rispetto a quelli reali.

Una situazione allarmante. Non solo per motivi etici. Quella disinformazione si traduce infatti in sentimenti d’odio e in sostegno a politiche xenofobe e  finisce per giustificare scelte che si rivelano dannose per la nostra economia. Nella quale il contributo positivo dei migranti è decisivo. Nel Dossier IDOS 2018 ci sono quindi almeno 5 dati da evidenziare, perché permettono di confutare altrettante pericolose fake news.


1. L’invasione che non c’è
Nell’Unione europea, certifica Eurostat,  i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e rappresentano il 7,5% della popolazione. In questo quadro, l’Italia non ha né il numero più alto di immigrati né ospita più rifugiati e richiedenti asilo.

«Con circa 5 milioni di residenti stranieri (5.144.000 a fine 2017, secondo l’Istat), viene dopo la Germania (9,2 milioni) e Regno Unito (6,1 milioni) mentre supera di poco Francia (4,6 milioni) e Spagna (4,4)».


Anche l’incidenza sulla popolazione complessiva, pari all’8,5% (dato Istat), risulta più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli dell’Unione, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10% (Cipro 16,4%, Austria 15,2%, Belgio 11,9% e Irlanda 11,8%). L’incidenza più alta si registra nel Lussemburgo, dove è straniera quasi la metà della popolazione residente (47,6%).

La credenza che descrive l’Italia come un paese assediato è smontata anche da un altro numero: quello che confronta la presenza straniera nel corso degli anni. Tale dato, ricorda IDOS, «è pressoché stabile intorno ai 5 milioni dal 2013. L’incidenza, nell’ordine dell’8%, aumenta di pochissimi decimali l’anno». Il motivo della crescita? L’invecchiamento della popolazione italiana (gli over 65 italiani sono 1 ogni 4, mentre tra gli stranieri 1 ogni 25) che è anche meno feconda (1,27 figli per donna fertile, contro 1,97 tra le straniere).


Anche se ai residenti stranieri si aggiungesse la quota di immigrati non ancora iscritti nelle anagrafi, IDOS stima in 5.333.000 il numero effettivo di cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia. 26.000 in meno rispetto alla stima del 2016.

2. Lavoro: competizione con gli italiani
«Basta immigrati. Ci rubano il lavoro!». Quante volte è stata ripetuta questa frase, anche da esponenti politici di punta… Tutta fuffa, conferma – a dire il vero non per la prima volta – il dossier IDOS.

«La credenza che gli immigrati rubino il lavoro agli italiani è, da anni, smentita dalla realtà: dei 2.423.000 occupati stranieri nel 2017 (10,5% di tutti gli occupati in Italia), ben i due terzi svolgono professioni poco qualificate o operaie, in ogni comparto. Non sorprende, quindi, che siano sovraistruiti più di un terzo di essi (34,7%, contro il 23,0% degli italiani, per uno scarto di oltre 11 punti percentuali)».


Inoltre i lavoratori immigrati restano ancora schiacciati nelle nicchie di mercato caratterizzate da impieghi pesanti, precari, discontinui, poco retribuiti, spesso stagionali e caratterizzati da sacche di lavoro nero (o grigio) e, quindi, di sfruttamento.

La scarsa mobilità professionale degli stranieri li inchioda poi in situazione di subordine. Lo segnala il differenziale retributivo: un dipendente italiano guadagna il 25,5% in più rispetto a uno straniero (1.381 euro mensili contro 1.029).

Niente di tutto questo fa pensare che gli immigrati siano in competizione con gli italiani per un’occupazione o che rubino agli italiani il lavoro.

Un riflesso di questa disparità si osserva nel differenziale di reddito dichiarato: nel 2016, quello dichiarato da cittadini stranieri è stato complessivamente di 27,2 miliardi, pari a una media annua pro capite di 12mila euro, inferiore di quasi 10mila euro a quella degli italiani (circa 21.600 euro).


3. Immigrati, costo per le casse pubbliche
Niente di più falso che gli stranieri presenti in Italia siano un onere per il nostro welfare. Sui redditi prodotti i contribuenti stranieri – ricorda IDOS citando i dati della Fondazione Leone Moressa – hanno versato Irpef per 3,3 miliardi di euro. Se sommiamo quella cifra ad altre voci di entrata, riconducibili a cittadini stranieri (320 milioni solo per i rilasci/rinnovi dei permessi di soggiorno e le acquisizioni di cittadinanza e 11,9 miliardi come contributi previdenziali), l’introito nelle casse dello Stato è pari a 19,2 miliardi di euro. Sì, ma quanti soldi pubblici si usano per loro? 17,5 miliardi (il 2,1% dell’intera spesa pubblica nazionale).

Il bilancio statale tra entrate e uscite imputabile all’immigrazione è quindi positivo per un importo di almeno 1,7 miliardi.

Bilancio entrate/uscite per le casse pubbliche prodotte da immigrati. 

Ma la cifra, già di tutto rispetto, cresce ulteriormente fino ad arrivare ai 3 miliardi di saldo positivo, se invece che calcolare il costo standard si considera che i servizi agli immigrati vengono erogati usufruendo di personale, beni strumentali, strutture già esistenti. In questo modo, infatti, si considera il costo marginale (decrescente) di ciascun servizio.

4. L’invasione musulmana
Anche sul fronte religioso, i dati dovrebbero tranquillizzare: più della metà degli immigrati sono cristiani (2,7 milioni, pari al 52,6% del totale, secondo la stima di IDOS). La maggior parte di essi sono ortodossi (1,5 milioni) seguiti dai cattolici (oltre 900mila). I musulmani sono poco meno di un terzo (32,7%, pari a 1.683.000 persone).


Eppure dilagano le discriminazioni basate sulla religione di appartenenza che sfociano in una vera islamofobia, agevolata dai discorsi d’odio tollerati dai social network. Il pericolo, più che concreto, è che questa intolleranza rallenti il processo di integrazione. Il rapporto IDOS segnala ad esempio che la diffidenza ha conseguenze in vari ambiti. Tra questi, l’accesso al mercato della casa.

Gli stranieri restano infatti particolarmente penalizzati, sia per gli affitti, a causa della frequente e dichiarata indisponibilità dei proprietari a locare a stranieri, sia per gli acquisti, a causa delle difficoltà di ottenere un mutuo.

Ne consegue che quasi 2 stranieri su 3 abitano in affitto, spesso in coabitazione, e solo 1 su 5 in case di proprietà (di metratura mediamente limitata e soprattutto in contesti residenziali popolari e di periferia. Il resto abita o presso i datori di lavoro o da parenti e amici, a volte in condizioni di sovraffollamento.

5. Accoglienza, tutto sulle spalle dei Paesi ricchi
Contrariamente a quanto si pensa di solito, nel mondo l’accoglienza dei rifugiati grava in misura massiccia sui paesi in via di sviluppo. 
Sono loro a ospitarne la stragrande maggioranza. Quanti? 85 ogni 100.

Per il quarto anno consecutivo, a causa della guerra nella confinante Siria e degli accordi con l’Ue, è la Turchia a ospitarne il numero maggiore (3,5 milioni, cui si aggiungono 300mila richiedenti asilo), seguita dal Pakistan con 1,4 milioni (quasi tutti afghani), dall’Uganda con 1.350.000 (un numero cresciuto di 400mila unità in un anno e di cui 1 milione proviene dal Sud Sudan e 230mila dalla Repubblica Democratica del Congo), dal Libano con un
milione (in maggioranza siriani), dall’Iran con 980mila (per lo più afghani).

Se poi si considera l’incidenza dei rifugiati sulla popolazione residente, il primato spetta al Libano (dove il rapporto è di 1 ogni 6 abitanti), seguito dalla Giordania (1 ogni 14), due paesi in cui il rapporto arriva rispettivamente a 1 ogni 4 e 1 ogni 3 se si considerano anche i rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’Unrwa. La Turchia è terza, con 1 su 23.



«In un simile contesto, il ricorrente motto “aiutiamoli a casa loro”, all’insegna del quale molti vorrebbero liquidare sbrigativamente il “problema” dell’immigrazione chiudendo le frontiere, se per un verso richiama, in positivo, la necessità di sostenere maggiormente la cooperazione internazionale, per altro verso – date le dimensioni globali e il carattere strutturale e multidimen- sionale del fenomeno e delle sue cause – non avrebbe effetti apprezzabili, in termini di riduzione dei flussi migratori, nel breve-medio periodo» osservano gli analisti IDOS. «Richiederebbe in ogni caso l’affiancamento di politiche di gestione dei flussi e di integrazione dei migranti maggiormente coerenti e, soprattutto, armonizzate a livello internazionale, come la portata del fenomeno richiede».


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Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti, 
Associazioni e Liberi Professionisti. 


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martedì 27 marzo 2018

Lega e M5s: Prove Tecniche di Fallimento



Nell’immediatezza del loro indubbio successo nell’elezione dei presidenti delle Camere, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno iniziato a scambiarsi segnali di fumo programmatici, con l’intento evidente di sondare il terreno per un’eventuale intesa di Governo.

Tant’è che a un capo della Lega che ha parlato dell’esigenza di abbassare le tasse, investire in 

sicurezza e abolire del tutto la Legge Fornero, ha risposto quasi all’unisono quello grillino, 

ribadendo il taglio delle tasse e il superamento della stessa Fornero, 

per poi aggiungere l’aria fritta della lotta alla 

disoccupazione giovanile e un non ben precisato welfare per le famiglie.

 Il tutto poi, onde confermare il 

forte avvicinamento tra onesti a 5 Stelle e populisti padani, sostenuto dalle parole di apprezzamento 

espresse tanto da Di Maio che dal suo garante Beppe Grillo, 

i quali hanno tenuto a sottolineare quanto 

Salvini sia un personaggio che abbia dimostrato di mantenere la propria parola.

Ora sul piano delle convergenze programmatiche, 

quasi tutti i giornali italiani hanno messo in evidenza 

la repentina scomparsa della flat tax e del reddito di cittadinanza, ossia i due principali cavalli di 

battaglia di Lega e Movimento 5 Stelle, 

valutando ciò come una chiara quanto reciproca intenzione di 

raggiungere un accordo di Governo. Ma è proprio qui che casca l’asino, come si suol dire, dato che 

anche ciò che sembra rimasto sul tappeto, considerando le sempre precarie condizioni del Paese, è 

ampiamente sufficiente per ottenere in brevissimo tempo un clamoroso fallimento. 

Un fallimento che, in 

estrema sintesi, può essere di due tipi: politico o economico-finanziario.

Il primo, quello politico, deriverebbe dalla successiva presa d’atto, 

una volta che l’unione dei populisti 

italioti avesse raggiunto la stanza dei bottoni, che neppure quel che resta delle grandi promesse 

elettorali potrà mai essere messo in pratica, dato che abbattere la pressione fiscale aumentando 

ulteriormente, con l’abolizione delle Legge Fornero, la già colossale spesa previdenziale non è cosa 

praticabile all’interno di un sistema che voglia restare agganciato

 ai criteri di una minimale stabilità sul piano del bilancio pubblico.

Al contrario, e veniamo al fallimento di secondo tipo, nel caso il futuro

 Esecutivo giallo-verde decidesse 

di realizzare in deficit i citati punti di convergenza, 

magari aggiungendo qualche altra spesa pazza così 

da non farsi mancare nulla, prima che sia l’Europa della moneta unica a 

reagire ci penserebbero i tanto 

bistrattati mercati finanziari, neutri per definizione e sostanza, 

i quali comincerebbero a surriscaldare 

pericolosamente i nostri attuali tassi d’interesse che gravano sul nostro gigantesco debito pubblico, 

trascinando il Paese di Pulcinella e di Meneghini sulla soglia di un catastrofico default.

In questo modo, i milioni di ingenui e sprovveduti che continuano a credere agli asini che volano 

dovranno prendere atto che la somma di due populismi che promettono facili scorciatoie per 

problemi assai complessi non può che peggiorare le cose.



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Previsioni per il 2018






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domenica 19 aprile 2015

Prostitute per Expo Milano 2015




L'Expo è un affare anche per il racket:
 15mila prostitute in arrivo a Milano per il 2015

Fra i milioni di visitatori che arriveranno a Milano per l’Expo, c’è una categoria di cui il Comune farebbe volentieri a meno: quella delle prostitute. Gli operatori del sociale hanno già calcolato che potrebbe calarne una cifra oscillante fra le 15 e le 30mila. Così come successo per i Mondiali di calcio in Germania, per le Olimpiadi di Londra — ma anche, banalmente, come avviene ogni anno per il Salone del mobile — il racket si prepara a spedire nell’area metropolitana migliaia di ragazze da sfruttare. Romene, albanesi, bulgare, nigeriane, marocchine e anche cinesi. Ma ci saranno anche i trans e uomini, perché l’offerta dovrà essere variegata. Comunque, un esercito di professioniste ma anche di ragazzine minorenni rapite nei villaggi dell’Est Europa o dell’Africa centrale.

«Stimiamo circa 7mila donne sul marciapiede a Milano, con punte più alte nei fine settimana e il doppio per le fiere — spiega l’assessore al Welfare, Pierfrancesco Majorino — ma abbiamo segnalazioni che i numeri cresceranno molto di più in occasione dell’Esposizione del 2015. Bisogna correre ai ripari. Sono contrario alle case chiuse, che non fanno altro che occultare il problema senza risolverlo. Bisogna puntare tutto su prevenzione, riduzione del danno e recupero delle vittime». Durante un convegno in Sala Alessi è stato fatto il quadro di un’emergenza il cui aspetto visibile sulle strade è solo la punta di un iceberg. Negli ultimi due anni le unità mobili di Caritas, Padri Somaschi, Ceas e altre cooperative finanziate dal Comune, in 352 uscite,
 hanno intercettato su strada 1337 fra donne (932) e uomini.

L’afflusso di professioniste del sesso in occasione dell’Esposizione è una cosa seria, e ad accogliere i più di 20 milioni di turisti che si stima arriveranno nei sei mesi da maggio a ottobre, ci saranno prostitute per tutte le tasche: dalle escort di lusso, che soddisfano i loro clienti direttamente
negli alberghi, fino alla prostituzione di strada, le cui protagoniste sono tutte vittime di tratta.

Dietro questo business, come sempre, ci sono storie di violenza, che arricchiscono le organizzazioni criminali che se ne occupano. Secondo una stima elaborata a febbraio dal Coordinamento lombardo antitratta, saranno almeno 15mila le nuove “sex worker “che arriveranno a Milano per prepararsi al grande evento. Provenienza: soprattutto i Paesi dell’est Europa, meglio se membri dell’Unione Europea. Durante i Mondiali in Brasile della scorsa estate, Milano s’è svuotata delle sex worker sudamericane, rientrate in patria per esercitare durante il grande evento. Al contempo, però, sono cresciuti i nuovi arrivi, soprattutto dall’Albania. Il 56% dei controlli fatti dall’associazione antitratta milanese Segnavia, guidata dai Padri somaschi, ha coinvolto donne appena arrivate sulla piazza lombarda.

Da quando l’Istat ha incluso nei suoi conteggi anche il mercato nero di sesso e droga, il Pil italiano ha fatto un balzo del 3,7%. Nel 2010 la stima della Commissione parlamentare affari sociali era di un mercato da 5 miliardi di euro e 9 milioni di clienti. Giro d’affari che resta però confinato al mercato illegale. Al contrario, altri Paesi ne hanno fatto una risorsa e gestendolo come un settore di commercio a pari di altri, sfruttando i grandi eventi. Vedasi, per esempio, la Germania nel 2005, quando ai Mondaili di calcio mancavano dodici mesi. Anche in quel caso le associazioni antitratta e gli esperti stimavano che il mercato del sesso avrebbe avuto un boom. E Berlino s’è premunita aprendo il bordello più grande d’Europa: Artemis, la casa chiusa con wellness. L’imprenditore dietro al progetto è un turco-tedesco, Haki Simsek, che l’ha messo su con 5 milioni di spesa. All’indomani della sconfitta con l’Italia nella semi-finale l’imprenditore dichiarò ai media tedeschi: “So che non dovrei gioirne, ma la sconfitta della Germania per il business è stata pazzesca”. Evidentemente migliaia di tedeschi hanno sfogato le loro frustrazioni tra le lenzuola dell’Artemis. E il bordello ha avuto la benedizione anche di Hydra, il sindacato delle prostitute tedesche: la filiera di provenienza delle prostitute è chiara e non alimenta cartelli criminali, così come chiare sono le condizioni igieniche e lavorative.

“Oggi sono tornate le ‘schiave del sesso‘, grazie alla tratta e a varie altre forme di sfruttamento globale del corpo femminile (e non solo). E soprattutto oggi ci sono vari gradi e livelli di prostituzione che hanno bisogno, a mio parere, di approcci differenti. C’è la migrante ‘trafficata’, ci sono le prostitute ‘locali’ – donne che spesso hanno subito abusi e stupri o che vivono in condizioni di disagio sociale – ma c’è pure la escort di lusso o la ragazza che esercita il ‘mestiere’ solo per un tempo limitato, magari per pagarsi un viaggio o addirittura gli studi” .

 Noi miriamo a tamponare un’emergenza sanitaria e alla fuoriuscita delle donne dal racket. Ma c’è un sommerso inquietante nelle case, nei night, nei cinema, negli alberghi. Intercettiamo solo il 10 per cento delle donne sfruttate. L’unico modo per uscirne è combattere la rete criminale che governa questo mondo».
 «Il Comune fa già la sua parte: i soldi per la parte sanitaria deve metterli la Regione».

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Expo e la mafia

L'appalto principale (e più pagato) per la fiera del 2015 a Milano è andato a imprenditori che erano in affari con una delle cosche più sanguinarie della Sicilia

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Autobiografia dell’Italia che Sgocciola

Raramente capita che un esposizione sia anche un autodafé freudiano,,,
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EXPO 2015, TUTTE LE COLPE DI FORMIGONI

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"In un paese con 4 milioni di precari e il 40% di disoccupazione giovanile, è inaudito lavorare gratis per l'EXPO e spacciare questo impegno come "lavoro" e/o come "volontariato".

 Il volontariato lo si fa per aiutare gli altri, 
non le multinazionali del cemento inquisite per associazione mafiosa"...
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venerdì 14 novembre 2014

REDDITO, DIRITTI E WELFARE PER TUTTI


STRIKER DECLARATION #02: GARANZIA GIOVANI? 

NO, QUESTA È PRECARIETÀ GARANTITA. 

REDDITO, DIRITTI E WELFARE PER TUTTI

La Youth Guarantee dovrebbe essere la risposta europea alla crisi dell’occupazione giovanile, con questo obiettivo sono stati previsti dei finanziamenti per i paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%. Nel nostro paese il tasso di disoccupazione giovanile censito dall’ISTAT ha raggiunto il 44,2%. Il programma è rivolto ai cosiddetti “Neet” ovvero young people Not in Education, Employment or Training: definizione statistica diffusa a partire dai primi anni 2000 per classificare i giovani che non lavorano (disoccupati o inattivi) e non partecipano a nessun ciclo di istruzione o formazione.

Secondo il CNEL, dal 2008 i Neet sono aumentati esponenzialmente attestandosi a quota 2.4 milioni. Ma chi sono i Neet? Le classificazioni impediscono di vedere che dentro questa popolazione si cela un universo di precari che lavora nel sommerso, vive con lavori intermittenti e mal pagati ed è tutto fuorché inattivo. Lo spostamento di una quota importante di lavoro dai canali della regolarità a quelli dell’informalità testimonia come il “lavoro nero” abbia rappresentato negli ultimi anni di crisi una sorta di camera di compensazione funzionale alle difficoltà di un sistema in affanno. Non si dichiara, infatti, che senza il “lavoro irregolare” molte piccole e medie aziende avrebbero chiuso i battenti.


L’utilizzo frequente dei termini “inattività” e “neet” contrapposti ad “attivazione”, “produttività” e “competitività” serve alla governance, italiana ed europea, per produrre un cambio di paradigma, quello dello sfruttamento intensivo, del lavoro servile e del free job, il cui esempio emblematico sono gli oltre 18.500 mila volontari per l’Expo di Milano.

L’Italia mette a disposizione 1.5 miliardi in tre anni, distribuiti dal Youth European Initiative, il Fondo Sociale Europeo e il cofinanziamento nazionale. Il programma è partito 1 maggio del 2014, allargando il target di possibili beneficiari ai giovani compresi tra 15 e 29 anni. Al 9 ottobre si sono registrati a Garanzia Giovani 236.969 giovani, la maggior parte dei quali ancora in attesa del primo colloquio di informazione ed orientamento. Solo il 25% è stato preso in carico dai centri per l’impiego, a dimostrazione dell’enorme ritardo con cui le Regioni e il Ministero stanno gestendo il programma. In molte regioni non è partita alcuna misura, nonostante la scadenza obbligatoria preveda che entro 4 mesi dalla sottoscrizione del patto di servizio i beneficiari debbano ricevere delle offerte di politiche attive (lavoro, apprendistato, tirocinio, formazione, servizio civile).

Ad oggi, le opportunità di lavoro complessive sono in gran parte quelle pubblicate sul sito (http://www.garanziagiovani.gov.it/) e dall’inizio del progetto sono pari a 17.124, per un totale di 24.854 posti disponibili. Gli annunci sono spesso inseriti da agenzie interinali, senza nessun controllo da parte del Ministero del Lavoro su qualità e congruità delle offerte di lavoro. In Piemonte si sprecano le offerte di aiuto cameriere e cassiere di negozio, in Veneto si cercano baristi/banconieri, in Lombardia si ricerca un affilatore arrotino, mentre in Campania si propone un tirocinio per addetti a funzioni di segreteria. Oltre agli annunci, tra i progetti di servizio civile apprendiamo che la Regione Emilia-Romagna corrisponderà un assegno mensile di 360 euro per 25 ore settimanali (3.6 euro l’ora) ai giovani che svolgeranno il servizio civile in biblioteca.

Garanzia Giovani è una scatola vuota e i migliaia di beneficiari lo stanno comprendendo. Il programma rappresenta un vero e proprio “business della disoccupazione giovanile”. Attraverso il servizio civile e i bonus occupazionali si permetterà alle imprese di approfittare di “volontari”, stagisti ed apprendisti e di utilizzare manodopera precaria, gratuita (con i rimborsi dell’INPS) o a basso costo, estremamente ricattabile. Con gli avvisi pubblici per l’accreditamento dei privati il piano di attuazione italiano ci illumina sui reali beneficiari: le imprese, le agenzie interinali, gli enti privati di formazione e di orientamento, le agenzie tecniche della pubblica amministrazione. Lo scandalo avvenuto in Sicilia, tra luglio ed agosto, nella gestione dei tirocini formativi del Piano Giovani, è l’indicatore chiaro degli interessi economici che nascono dietro gli interventi. Visto che le risorse ci sono, vogliamo che tutti i fondi vengano redistribuiti ai reali beneficiari: precari e disoccupati. Vogliamo welfare universale, salario minimo europeo e la garanzia del reddito contro il ricatto della precarietà che ci costringe ad accettare lavori di merda o al nero con salari ridicoli. Vogliamo la garanzia del reddito perché non siamo disponibili a lavorare gratis, a svolgere stage, tirocini e apprendistati in cui veniamo sfruttati. Vogliamo reddito e diritti dentro ed oltre il lavoro per garantirci un futuro!

LA NUOVA STAGIONE DEI DIRITTI E' ALLE PORTE
#NONUNPASSOINDIETRO
#SCIOPEROSOCIALE 
#14N

1) Per fermare il #JobsAct, per estendere (e non eliminare) i diritti previsti dallo #Statutodeilavoratori a partire dall’art.18. Per abolire la Legge Poletti, i suoi contratti a tempo determinato «acausali» e la liberalizzazione dell’apprendistato.
2) Per l’abolizione delle 46 forme contrattuali della #legge30. Contro la truffa e le discriminazioni del “#Contrattoatutelecrescenti”. Per un contratto unico a tutele immediate.
3) Per un #salariominimoeuropeo. Non siamo disposti a lavorare al di sotto di 10 euro l’ora.
4) Per un #redditodibaseuniversale, non condizionato all’accettazione di qualsiasi lavoro e finanziato dalla fiscalità generale. Servono subito 15-20 miliardi contro la truffa del Naspi, per il quale sono previsti 1,6 miliardi di euro, sufficienti per non più di 180.000 persone a fronte del 44% di disoccupazione giovanile.
5) Per la redistribuizione ai reali beneficiari (disoccupati, neet ed inoccupati) dei 1.5 miliardi di cofinanziamento europeo del programma #YouthGuarantee.
6) Per la retribuzione di tutti i lavori, che siano sotto forma di stage, tirocini, prove, volontariato o freejobs. No all’accordo sul lavoro per #Expo2015.
7) Per l’estensione del #dirittoallamalattia e alla #maternità ai lavoratori autonomi e contro l’aumento dell’aliquota della gestione separata INPS per i professionisti atipici.
8) Per la stabilizzazione delle e dei #precari nella scuola, nell’università, negli enti di ricerca, negli enti e nelle istituzione pubbliche.
9) Per la gratuità dell’istruzione, contro la #BuonaScuola di Renzi e l’entrata dei privati nei luoghi della formazione. Per la reale tutela del diritto allo studio, contro gli ulteriori 150 milioni di tagli previsti nel decreto Sblocca Italia.
10) Per un rilancio massiccio degli #investimentipubblici in formazione e ricerca, contro la privatizzazione del welfare, delle public utilities e dei beni comuni.



SCIOPERO SOCIALE : #SCIOPEROSOCIALE



#SCIOPERIAMOEXPO – ANCHE A MILANO INCROCIAMO LE BRACCIA, INCROCIAMO LE LOTTE.

Laboratorio Milanese

Venerdì 14 novembre sciopero sociale precario nazionale per fermare Jobs Act, austerità, piano casa, legge di Stabilità, decreto Sblocca Italia, contro “la ‘Buona Scuola’ di Renzi e l’entrata dei privati nei luoghi della formazione”.

A Milano l’opposizione sociale organizza la protesta lanciando l’appello #‎ScioperiamoExpo: il mega-evento finanziato con miliardi sottratti alla risorse collettive, sostenuto da manodopera gratuita, sottopagata e sfruttata... 
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IO NON LAVORO GRATIS PER EXPO


IO NON LAVORO GRATIS PER EXPO


Andiamo a scuola e all’università tutti i giorni. Tutti i giorni proviamo ad impegnarci nello studio, nel seguire le lezioni, nell’imparare, nel chiedere e cercare cultura...
LEGGI TUTTO :   http://cipiri.blogspot.it/2014/11/io-non-lavoro-gratis-per-expo.html



Sei un Volontario per Expo?
FAI VALERE I TUOI DIRITTI!

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“Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ragione che non rientra nelle fattispecie del volontariato previste e autorizzate dalla legge 266 del 1991 e confermate da importanti sentenze della magistratura. Expo non è una organizzazione no profit e i volontari non agiscono per ragioni di solidarietà sociale . Essi dovrebbero essere lavoratori retribuiti a tutti gli effetti, compresi quelli previdenziali e non basta un accordo sindacale per violare la legge”

Di seguito trovi l'esposto che denuncia la società Expo 2015 spa e Cgil-Cisl-Uil quali firmatari dell’accordo del 23.7.2013 che prevede l’utilizzo di 18.500 lavoratori reclutati come “volontari”:

Contattaci qui...

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sabato 15 settembre 2012

Nuova social card


Esperimento in 12 citta' maggiori. Stanziati 50 mln euro
La nuova social card, per la quale il Governo ha gia' stanziato 50 milioni di euro, sara' articolata in base al numero di componenti familiari e l'importo sara' "sensibilmente piu' grande" rispetto ai 40 euro della carta attuale. Lo ha detto all'ANSA il sottosegretario al Welfare Maria Cecilia Guerra. La nuova card sara'sperimentata nelle 12 citta' italiane con piu' di 250mila abitanti. Priorita' alle famiglie povere con minori e adulti disoccupati o con grave disagio lavorativo.

Download modulo di domanda social card beneficiario con 65 anni o più
Download modulo di domanda social card beneficiario con meno di 3 anni


Il progetto della famosa social card, voluta dal ministro Tremonti e introdotta dal governo Berlusconi, è ancora vivo infatti c’è appena stato un rifinanziamento da parte dell’esecutivo Monti, che è andato ad ampliare il numero di persone che possono beneficiarne.
Attualmente la social card viene concessa agli anziani di età superiore o uguale ai 65 anni o ai bambini di età inferiore ai 3 anni che soddisfino certi requisiti. Ovviamente in quest’ultimo caso la card sarà data effettivamente in mano ai genitori.


I pensionati sopra i 65 anni di età devono essere cittadino/a italiano/a residente in Italia e regolarmente iscritto all’Anagrafe, avere trattamenti pensionistici o assistenziali di importo inferiore a 6.499,82 € all’anno o di importo inferiore a 8.666,43 € all’anno se con oltre 70 anni; avere un ISEE valido inferiore a 6.499,82 €; non essere, da solo o insieme al coniuge indicato nel quadro 4: intestatario di più di una utenza elettrica domestica; intestatario/i di utenze elettriche non domestiche; intestatario/i di più di una utenza del gas; proprietario/i di più di un autoveicolo; proprietario/i, con una quota superiore o uguale al 25%, di più di un immobile ad uso abitativo; proprietario/i, con una quota superiore o uguale al 10%, di immobili non ad uso abitativo o di categoria catastale C7; titolare/i di un patrimonio mobiliare, come rilevato nella dichiarazione ISEE, superiore a 15.000 €; non fruire di vitto assicurato dallo Stato o da altre pubbliche amministrazioni in quanto ricoverato in istituto di cura di lunga degenza o detenuto in istituto di pena.


 Per i bambini sotto i 3 anni i requisiti sono cittadino/a italiano/a residente in Italia e regolarmente iscritto all’Anagrafe; ISEE valido inferiore a 6.499,82 €; non essere, da solo o insieme all’esercente la potestà genitoriale/soggetto affidatario e all’altro esercente la potestà genitoriale/soggetto affidatario: i) intestatario/i di più di una utenza elettrica domestica; ii) intestatario/i di più di una utenza elettrica non domestica; iii) intestatario/i di più di due utenze del gas; iv) proprietario/i di più di due autoveicoli; v) proprietario/i, con una quota superiore o uguale al 25%, di più di un immobile ad uso abitativo; vi) proprietario/i, con una quota superiore o uguale al 10%, di immobili non ad uso abitativo o di categoria catastale C7; vii) titolare/i di un patrimonio mobiliare, come rilevato nella dichiarazione ISEE, superiore a 15.000 €.
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