IBRAHIM EL BATOUT
La testimonianza e le previsioni del noto filmaker e
documentarista di Port Said, vincitore a Taormina con "L'occhio del
sole", in strada assieme alla gente di piazza Tahrir
LA SITUAZIONE IN EGITTO
SI AGGRAVERA'
Il Cairo, 22 novembre 2011, Nena News – Sulla rampa del ponte 6
Ottobre che scende dietro il museo egizio, inizia un parcheggio
selvaggio. Cittadini e curiosi vogliono capire quello che succede in
piazza Tahrir, molta gente non si fida dei network mainstream, e vuole
toccare con mano gli avvenimenti. La piazza è di nuovo occupata, a
partire dall’ingresso del museo egizio. All’inizio Tahrir sembra solo
sporca di immondizia accatastata, niente in confronto ai giorni della
rivoluzione di gennaio, quando c’erano decine e decine di auto bruciate e
sassi sparsi sulla strada. Ma il luogo simbolo di quei giorni si è di
nuovo riempito di gente, lo possiedono e sembrano intenzionati a non
mollarlo. Domenica, al centro della piazza, incontro il filmaker Ibrahim
El Batout, 48 anni, pluripremiato documentarista di Port Said, e anche
produttore, cameramen e tecnico del suono che dopo aver esordito nel
lungometraggio con Ithaki e aver vinto Taormina con L’occhio del sole,
grazie a Hawi (Il giocoliere), sua terza regia – profetico omaggio
all’arte di strada, all’hip-hop e alle band metallare che hanno
sconvolto il mondo arabo, è diventato il più radicale esponente del
nuovo cinema egiziano.
È qua sin dall’inizio?
No, solamente oggi (domenica, ndr). Sono arrivato a mezzogiorno e
sono andato via alle tre, hanno combattuto ininterrottamente. Stasera
sono ritornato per un paio di ore.
Che cosa è successo?
La polizia ha cercato di entrare in piazza senza riuscirci. Così sono
intervenuti i militari e hanno «liberato» la piazza, già sette persone
avevano perso la vita, adesso, da quello che so, sono dodici, ma il
numero è destinato a salire.
Chi è stato, l’esercito o la polizia?
L’esercito.
Che cosa hai visto?
Ho solo visto lacrimogeni da tutte le parti e la polizia
ricompattarsi davanti al ministero degli interni. La battaglia si è
spostata là, l’aria è irrespirabile da quelle parti.
Ibrahim ha una bottiglia con un liquido bianco, una pozione di acqua e
gel. Capisco a cosa serve solo quando un paio di ragazzi portano in
braccio un loro compagno che si tiene stretta la faccia. Il liquido
argina l’effetto irritante negli occhi dei gas. Infatti Ibrahim lava il
viso del ragazzo. La gente è preparata questa volta, la maggior parte
indossa mascherine da chirurgo o vere e proprie maschere antigas più
piccole di quelle usate da militari. Il via vai delle ambulanze è
incessante, il numero delle vittime e dei feriti è destinato a crescere
senza ombra di dubbio.
Che cosa ti aspetti ora?
Mi aspetto che la situazione si aggravi nei prossimi giorni.
Pensi che l’esercito possa attaccare da un momento all’altro?
No, non credo, ma la polizia sicuro. Vedremo certamente dei brutti
scontri… la mia sensazione è che i militari non sanno quello che devono
fare.
Potrebbe diventare come la Libia?
No, non credo, per il momento almeno. Nessuno tra la gente qui in
piazza possiede armi, e spero vivamente che nessuno riesca a reperirne,
nel caso contrario, allora diventerà una guerra civile.
È abbastanza verosimile che le elezioni, in programma lunedì 28, possano essere posticipate?
Penso di sì.
Ci sarà di nuovo un coprifuoco?
Non so come i militari affronteranno la situazione, se lo imporranno sarà molto rigido e non blando come l’ultima volta.
Sembra che l’esercito non sia appoggiato dalla gente, vero?
No, la gente lo supporta, quello che vedi qua è solo una parte della
popolazione, non rappresenta tutto l’Egitto. Ci sono molte persone che
rimangono chiuse in casa e che appoggiano l’esercito.
Quindi pensi che i militari riprenderanno il controllo della situazione?
Senza ombra di dubbio, forse imponendo un rigido coprifuoco.
Alla radio c’erano persone che accusavano i salafiti, è vero?
No, i salafiti non c’entrano nulla, loro hanno lasciato la piazza
venerdì sera, forse ne sono rimasti uno sparuto numero: duecento, al
massimo trecento persone. La polizia li ha attaccati e dispersi
immediatamente.
Quindi non hanno nessun coinvolgimento?
No, per niente. Anche ora, quanti salafiti vedi? Ce ne saranno forse una decina.
E i Fratelli Musulmani?
Anche loro si sono tenuti ai margini, quella che vedi qua è gente comune.
È curioso che in mezzo a questo caos totale ci siano persone che si
prendono cura della piazza cercando di tenerla il più pulita possibile.
Lascio Ibrahim intento a dare consigli a un giovane regista che sta
girando un documentario su una tribù di palestinesi nomadi che vive nel
Sinai e che non vengono riconosciuti da trent’anni né dallo stato
egiziano né da quello israeliano.
Passando per la strada Al Tahrir che si dirige verso la piazza
Falaki, è piano di ragazzi che continuano la guerriglia nelle strade che
la intersecano. La polizia lancia lacrimogeni e gli spara addosso
proiettili di gomma, i manifestanti rispondono con sassaiole e
appiccando fuochi improvvisati in mezzo alla strada per impedire alla
polizia di avere piena visibilità.
L’impressione è che l’esercito non sia in grado di affrontare
situazioni di guerriglia cittadina e più che altro di governare. Nei
prossimi giorni si capirà che direzione prenderà l’Egitto, se veramente
un processo democratico deve iniziare, o andare avanti, l’unica
soluzione è quella che l’esercito incominci lentamente a farsi da parte,
come aveva promesso dopo le dimissioni di Mubarak, e che le elezioni
abbiano inizio.
VINCENZO MATTEI
Nena News
Questa intervista e’ stata pubblicata il 22 novembre 2011 dal quotidiano Il Manifesto.
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