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domenica 19 agosto 2018

L'Italia deve orientare meglio i suoi investimenti

Nel periodo 2014-2020 l'Italia riceverà circa 2,5 miliardi di euro con il Fondo Europeo per gli Investimenti Strutturali per gli investimenti in infrastrutture di rete, come strade o ferrovie. Nell'aprile 2018 la Commissione ha inoltre approvato, in base alla normativa UE sugli aiuti di Stato, un piano di investimenti per le autostrade italiane che consentirà di realizzare circa 8,5 miliardi di euro di investimenti, anche nella regione di Genova


Bruxelles risponde a Salvini: è l'Italia a dover orientare meglio i suoi investimenti

Crollato il ponte "Morandi" a Genova, Salvini a caldo ha tirato in ballo i "vincoli europei" che "ci impediscono di spendere soldi per mettere in sicurezza le scuole dove vanno i nostri figli o le autostrade su cui viaggiano i nostri lavoratori".

Le cose sono più complicate di così: il patto di stabilità e i vincoli di bilancio dell'Unione Europea esistono, certo, ma è stata Roma a stabilire dove tagliare, imponendo restrizioni di bilancio agli enti locali, ma soprattutto ad aver negoziato, in passato, una controversa concessione con Autostrade, oggi Atlantia, controllate da Benetton.

L'Italia ha chiesto in più occasioni di scorporare gli investimenti infrastrutturali dal computo delle spese a deficit ma allo stato attuale delle cose i Comuni hanno le mani legate. In questa situazione, gli investimenti privati effettuati in concessione sono visti in maniera favorevole dagli amministratori locali, fa notare la professoressa Veronica Vecchi, docente di Long Term Investment e PPP (public private partnership) all’Università Bocconi.

A meno di 24 ore dalle parole di Salvini, la Commissione Europea ha reagito affidando ad un suo portavoce la risposta. Questo il contenuto del comunicato inviato ad Euronews.

Subito dopo questa tragedia, il nostro pensiero va alle vittime e ai servizi di emergenza presenti sul luogo, come ha affermato ieri il Presidente Juncker;
La Commissione è in stretto contatto con le autorità nazionali che conducono le indagini ed è pronta a fornire tutta l'assistenza necessaria. 
Non ci impegneremo in alcun modo a puntare il dito contro la politica.

Nel periodo 2014-2020 l'Italia riceverà circa 2,5 miliardi di euro con il Fondo Europeo per gli Investimenti Strutturali per gli investimenti in infrastrutture di rete, come strade o ferrovie. Nell'aprile 2018 la Commissione ha inoltre approvato, in base alla normativa UE sugli aiuti di Stato, un piano di investimenti per le autostrade italiane che consentirà di realizzare circa 8,5 miliardi di euro di investimenti, anche nella regione di Genova;

Per la cronaca, in base alle norme di bilancio concordate, gli Stati membri sono liberi di fissare priorità politiche specifiche, come ad esempio lo sviluppo e la manutenzione delle infrastrutture. L'UE ha infatti incoraggiato gli investimenti nelle infrastrutture in Italia. Le raccomandazioni specifiche del 2018 da parte del Consiglio invitavano le autorità italiane a orientare meglio gli investimenti in modo da promuovere lo sviluppo infrastrutturale;

Come ha affermato in precedenza il Presidente Juncker, l'Italia è uno dei principali beneficiari della flessibilità del Patto di stabilità e crescita. Questo ha permesso all'Italia di investire e spendere molto di più negli ultimi anni.

Il Sole 24 Ore, a tale proposito, scrive:

La tragedia di Genova diventa inoltre un nuovo ariete per sfondare l’accesso allo sforamento dei vincoli Ue. È Salvini a intestarsi la battaglia contro «l’obbedienza contabile che non ci fa spendere i soldi», come ha affermato nell’intervista di oggi al Messaggero. È sempre lui ad anticipare a Radio24 la richiesta che «tutti gli investimenti in sicurezza, stradale, del lavoro e delle scuole siano svincolati dai limiti di spesa imposti dall’Europa dal patto di stabilità». Stavolta anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria, rinnovando l’esigenza di un grande piano di investimenti pubblici, concorda sul fatto che «nessuno si dovrà trincerare dietro l’alibi della mancanza di fondi o di vincoli di bilancio». Ma la partita è più complessa e chiama in causa l’intero sistema italiano, avvitato nella spirale bassi investimenti, bassa crescita e debito difficilmente comprimibile. E schiacciato da un’incapacità di spesa e di progettazione efficiente per la quale non si può certo addossare la responsabilità a Bruxelles.

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Il ponte - lungo 1.182 metri e alto 45 metri - era stato costruito con una struttura mista: cemento armato precompresso per l’impalcato e cemento armato ordinario per le torri e le pile. L’inaugurazione era avvenuta il 4 settembre 1967 alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, facendo discutere fin da subito gli ingegneri, 
che ne avevano presto individuato le nefaste criticità.
"Una somma di errori progettuali"
“Il crollo di un ponte - sottolineava Brencich – è la somma una lunga serie di errori, progettuali, di manutenzione e di chi eventualmente ha autorizzato il transito di mezzi pesanti...



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La Lega ha ricevuto un finanziamento di 150mila euro da Autostrade.
Un articolo  ci ricorda che in quell’anno la famiglia Benetton distribuì 1,1 milioni di euro sotto forma di donazioni ai partiti. Un assegno di 150 mila euro ciascuno per la coalizione di centrodestra, Alleanza nazionale, Forza Italia, Lega Nord e Udc...



A Genova si lavora da quattro giorni con dedizione, 
coraggio e competenza fra le macerie del ponte caduto. 
In silenzio. Senza mai lamentarsi. 
I soccorritori spesso si trovano davanti a scenari orribili,
 ma devono rimanere freddi per cercare di essere d'aiuto sempre e comunque. 
Vigili del fuoco, medici, poliziotti, protezione civile.
Io vorrei dire loro solo una parola: GRAZIE 
L’Italia migliore.

Nel periodo 2014-2020 l'Italia riceverà circa 2,5 miliardi di euro con il Fondo Europeo per gli Investimenti Strutturali per gli investimenti in infrastrutture di rete, come strade o ferrovie. Nell'aprile 2018 la Commissione ha inoltre approvato, in base alla normativa UE sugli aiuti di Stato, un piano di investimenti per le autostrade italiane che consentirà di realizzare circa 8,5 miliardi di euro di investimenti, anche nella regione di Genova
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mercoledì 29 gennaio 2014

Olanda taglia i suoi investimenti in Israele


Olanda taglia i suoi investimenti in Israele

La più grande società di gestione dei fondi pensione nei Paesi Bassi, la Pggm,
 ha deciso di ritirare tutti i propri investimenti dalle cinque maggiori banche di Israele

Gerusalemme - L'Olanda è uno dei paesi europei che mantengono le relazioni più strette con Israele. Nonostante ciò le aziende, pubbliche e private, del paese dei tulipani non esitano ad adeguarsi alla linea europea di stop alla cooperazione con le imprese israeliane che operano nelle colonie ebraiche costruite dopo il 1967 nei Territori palestinesi occupati.

Ieri il quotidiano Haaretz ha rivelato che la più grande società di gestione dei fondi pensione nei Paesi Bassi, la Pggm, ha deciso di ritirare tutti i propri investimenti dalle cinque maggiori banche di Israele - Bank Hapoalim, Bank Leumi, Bank Mizrahi-Tefahot, First International Bank of Israel e Israel Discount Bank - perché hanno filiali nella Cisgiordania occupata e perchè sono coinvolte nel finanziamento della costruzione degli insediamenti colonici. La Pggm è la più grande società di gestione dei fondi pensione dell'Olanda e una delle principali nel mondo (amministra 150 miliardi di euro).

Un passo non isolato perchè, il mese scorso, l'azienda olandese Vitens ha sospeso la cooperazione con la compagnia idrica nazionale di Israele, Mekorot, alla luce delle operazioni di quest'ultima negli insediamenti colonici. Poche settimane prima un'altra società olandese aveva annullato un contratto per la costruzione di un impianto di trattamento delle acque reflue che aveva firmato con la società Hagihon di Gerusalemme perchè ha la sua sede proprio sopra la Linea Verde, il «confine» tra Israele e la Cisgiordania. Gli investimenti della Pggm nelle banche israeliane ammontano a solo poche decine di milioni di euro ma la revoca dell'impegno finanziario rischia di danneggiare l'immagine degli istituti di credito e di avere riflessi in altri settori economici di cooperazione tra Europa e Israele.

La Pggm ha spiegato che il suo passo è basato sul parere consultivo rilasciato dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia nel 2004, che ribadisce che gli insediamenti colonici nei Territori palestinesi sono illegali e violano l'articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra. Le banche si sono difese rispondendo che la legge israeliana non permette loro di cessare la fornitura del servizio a soggetti legati agli insediamenti colonici. Gli olandesi hanno respinto questa giustificazione e comunicato la loro decisione di tagliare i rapporti. Un pugno allo stomaco per Israele che, peraltro, già affronta un numero crescente di iniziative di boicottaggio della sua politica di occupazione militare e dei diritti dei palestinesi lanciate dai comitati BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) presenti in molti Paesi.

La notizia di Haaretz è giunta all'indomani degli scontri fra un gruppo di coloni israeliani, determinato a compiere un raid «price tag» (prezzo da pagare), e gli abitanti del villaggio cisgiordano di Qusra (Nablus). Tutto è nato dalla demolizione dell'avamposto di Esh Kodesh (illegale anche per la legge israeliana) da parte dell'Esercito. A questo atto «inaccettabile» i coloni hanno deciso di rispondere vendicandosi con i palestinesi e lanciando una scorribanda nelle terre coltivate di Qusra dove hanno attaccato una famiglia e alcuni contadini.

Fermati in primo tempo, i coloni hanno poi tentato una attacco allo stesso villaggio dove però hanno trovato gli abitanti decisi a vendere cara la pelle. Individuati e circondati, i coloni sono stati malmenati e rinchiusi per due ore in una casa in costruzione. Alcuni palestinesi hanno impedito una escalation fino all'arrivo dei militari israeliani che hanno preso in consegna i coloni. La stampa israeliana e diversi esponenti del governo Netanyahu hanno condannato le «teste calde» presenti tra i coloni e chiesto che sia fatta rispettare la legge.

Alle parole non sono seguiti fatti concreti e i coloni si sono immediatamente vendicati attaccando il villaggio di Madma (Nablus) e lanciano bottiglie molotov contro due macchine che hanno preso fuoco. A Gerusalemme, nel rione ortodosso Gheula, un palestinese è stato aggredito e ferito. La tensione intanto torna alta a Gaza dove un palestinese Mohamad Hejila, 32 anni, presunto militante del Jihad Islami, è stato ucciso ieri mattina da un missile sganciato da un drone israeliano.

di Michele Giorgio
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lunedì 8 luglio 2013

Derivati dello stato e degli enti locali


Dopo il rapporto del tesoro fatto trapelare (non si sa bene da chi e con quale intento politico) a due importanti quotidiani, uno nazionale, La Repubblica e l'altro internazionale, il Financial Times e alcuni commenti nei giorni immediatamente successivi, il silenzio è di nuovo calato sulla spinosa questione dei contratti derivati stipulati dallo stato e dagli enti locali italiani con le più importanti banche di investimento del mondo. Quelli contenuti nel rapporto fatto avere alla stampa sono contratti che risalgono agli anni immediatamente precedenti l'ingresso nell'euro dell'Italia e che sono stati rinegoziati nel 2012 con perdite potenziali molto significative. Si parla di otto miliardi solo per un gruppo di contratti dal valore nominale complessivo inferiore ai 32 miliardi.

 Il tesoro non ha negato il fatto e si è limitato ad affermare che le perdite potenziali non possono considerarsi tali perché generano movimenti di cassa solo a scadenza e quindi non rientrano nel debito pubblico. Se questo è vero, manca tuttavia la trasparenza, pur sempre necessaria a una valutazione prudenziale del rischio e il Financial Times  ha incaricato tre esperti i quali hanno infatti quantificato tale perdita potenziale. Il giornale della City, pur non enfatizzando eccessivamente l'episodio, chiede tuttavia all'Italia maggiore chiarezza sui derivati.
 La tesi accreditata da entrambi i  quotidiani è che i contratti siano stati stipulati alla vigilia dell'ingresso nell'euro per mantenere il deficit pubblico italiano all'interno del parametro del 3%  rispetto al PIL stabilito dal trattato di Maastricht per potere entrare nella moneta unica. I giornali dicono anche che gli altri paesi europei, per ovvi motivi politici, fossero tacitamente consapevoli di queste operazioni di imbellettamento che hanno portato il rapporto deficit /PIL sotto al 3% mentre, in realtà, era di quasi tre punti superiore.
Il Ministero del Tesoro che, nei mesi scorsi su richiesta della Corte dei Conti è stato visitato dalla guardia di Finanza, ha sempre negato che i derivati stipulati servissero a trasferire a controparti private parte del debito che altrimenti sarebbe stato scritto sul bilancio dello stato. Ha invece sostenuto che fossero funzionali a proteggersi da improvvisi aumenti dei tassi di interesse o dei tassi di cambio. Comunque stiano le cose, è forse arrivato il momento di fare chiarezza su questo aspetto della governance del debito  che fino ad ora è rimasto avvolto nella completa opacità. Il tesoro fornisce le cifre complessive e si tratta di cifre molto consistenti: 160 miliardi di contratti stipulati centralmente cui si aggiungono i 200 miliardi degli enti locali.
A questo punto, coi tempi di quaresima e di ringhiosa austerità che stiamo attraversando, non possiamo più accontentarci di dati all'ingrosso ma è necessario conoscerne il dettaglio. E non per mera curiosità accademica. I costi delle perdite eventuali (tuttavia quasi certe), prima o poi, ricadranno sui contribuenti italiani, cioè sui soliti noti. L'Italia è pur sempre il paese della siderale evasione fiscale, che ha accumulato con i governi di Berlusconi il maggior numero di condoni e scudi fiscali e che annovera i soli contribuenti fedeli nei lavoratori dipendenti e nei pensionati. Chi può evade ed elude. E più si hanno ricchezza e alti redditi più si riesce ad evadere ed eludere: un paese per ricchi!

 Dunque la chiarezza è necessaria su una materia che non può, come sostiene il Fiancial Times rimanere appannaggio delle poche persone che per ragioni d'ufficio ne sono state a conoscenza in passato o che lo sono oggi.  Ad esempio, sarebbe interessare conoscere perché e come, lo scorso anno, il tesoro ha rinegoziato contratti derivati che risalgono agli anni '90. E non è la prima volta che capita. Nel 2012, lo stato italiano pagò ben 3 miliardi di euro alla Morgan Stanley, dovendo liquidare un contratto prima della sua scadenza (sulla base di una clausola del contratto stesso). In questo caso  si trattava di perdite vere, che hanno pesantemente inciso sui conti determinando probabilmente l'aumento in misura corrispondente della manovra economica di quell'anno (cosa non detta ma forse avvenuta!). Anche in quell'occasione fu una “fuga di notizie” a Bloomberg News, una agenzia internazionale di informazione economica, a rendere pubblica l'operazione finanziaria che il governo Monti, allora in carica,  stava facendo silenziosamente e riservatamente. Bene, con gli impegni del  fiscal compact, le brucianti manovre di tagli alla spesa e di aumenti delle tasse, sempre a carico del popolo della ritenuta alla fonte, la riservatezza in materia è inaccettabile e la trasparenza diventa un imperativo categorico.
Quindi, ancorché delle larghe intese, è il governo che dovrebbe preoccuparsi di prendere in mano con determinazione l'intera  vicenda dei derivati. Non è forse il governo di scopo, impegnato a risolvere i problemi più urgenti e drammatici? Allora, al fine di ridurre l'onere per l'erario e quindi per i cittadini che alla fine sono i pagatori di ultima istanza, dovrebbe essere sua primaria responsabilità anche morale avviare un accertamento approfondito di tutti i derivati sui titoli pubblici e poi costruire le condizioni per una più efficace rinegoziazione con le banche contraenti. Il sistema qui suggerito in qualche situazione ha funzionato bene, come nel caso del Comune di Milano o della regione Puglia, costringendo importanti istituzioni finanziarie internazionali a rifondere il danno subito dalle amministrazioni italiane. Si può fare. Basta volerlo. E questo sarebbe un passo verso la discontinuità che, mettendo in mora le tante caste che tengono l'Italia in ostaggio, corrisponderebbe a quanto i cittadini italiani vogliono ogni giorno di più.

Nicoletta Rocchi

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lunedì 19 settembre 2011

Crisi , cosa dovrebbe fare il governo

Crisi , cosa dovrebbe fare il governo

L’aumento di spesa pubblica mirata a investimenti che inducano le imprese a investire


In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a fare Sbilanciamoci ogni anno, indicazioni concrete per una manovra di bilancio alternativa (purtroppo la manovra alternativa di Sbilanciamoci per quest’anno è stata superata dagli eventi, anche se varie buone idee in essa vanno mantenute). Critiche alla politica della BCE e alla non volontà europea di creare un vero governo europeo in grado di fare politiche fiscali e monetarie efficaci non mancano; ma su cosa il governo italiano potrebbe e dovrebbe fare adesso, subito, non trovo granché. Quello che sembra emergere anche dagli interventi di economisti non allineati è che le soluzioni si trovano solo a livello di politiche europee; in Italia, sembrerebbe, si può fare molto poco a parte stringere la cinghia, se l’Europa non aiuta; al massimo distribuire in modo un po’ più equo le sofferenze. (Il PD sembra essere del tutto su questa lunghezza d’onda, a giudicare ad esempio dalla timidezza delle reazioni di Stefano Fassina alle proposte governative, nell’intervista sul Fatto Quotidiano del 6 agosto.) Ma è davvero così, o vi è in alcuni una autocensura che porta a non indicare cosa si potrebbe fare di alternativo perché lo si ritiene politicamente impossibile? Sono sempre stato contrario a che non si enuncino affatto delle proposte solo perché si pensa che non vi sia lo spazio politico perché quelle proposte siano seriamente considerate. Almeno una parte delle persone finisce per non rendersi conto che delle alternative ci sono, e che magari col loro sostegno politico potrebbero avere una chance. Vorrei sollecitare coloro che hanno ben più competenze di me (che sono economista teorico) su questioni di debito pubblico e di stato di salute dell’economia italiana a provare a indicare molto concretamente cosa sarebbe necessario fare – per quanto radicale – per uscire da questa crisi del debito pubblico italiano senza far aumentare la disoccupazione e la povertà a livelli vertiginosi, assumendo una scarsa volontà dell’Europa di aiutare. Provo a cominciare io, ma, conscio dei miei limiti, solo pour encourager les autres.
Il problema centrale del rientro da un debito pubblico elevato è noto: se lo stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica, fanno diminuire la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può ridurre di molto la riduzione del deficit pubblico. (Incidentalmente, non è solo il debito dello stato italiano che va considerato, ma anche quello di regioni, province e comuni, che è anch’esso parte del debito pubblico a tutti gli effetti; il problema dunque è ancora più serio di quanto non si dica.) Inoltre la riduzione della domanda aggregata riduce il tasso di utilizzo degli impianti e le prospettive di aumento delle vendite, scoraggiando gli investimenti; si può innescare una interazione acceleratore-moltiplicatore che può fare ulteriormente diminuire la domanda aggregata e dunque le entrate fiscali. Esistono modelli econometrici keynesiani che permettono di stimare sia pure in modo rozzo la grandezza di questi effetti, sarebbe importante che queste stime venissero diffuse. Inoltre la riduzione degli investimenti rende l’economia meno competitiva perché sono i nuovi investimenti che incorporano le tecnologie più recenti, dunque meno investimenti vuol dire struttura industriale in media sempre più vecchia e dunque in media sempre meno produttiva rispetto a quella delle altre nazioni, dunque maggiore difficoltà a reggere la concorrenza internazionale, tendenza delle esportazioni a diminuire, ulteriore effetto di rallentamento della domanda aggregata e di riduzione del gettito fiscale.
Bisogna quindi trovare il modo affinché anche l’Italia si comporti come un singolo individuo. Quando un normale individuo si trova con debiti da pagare, cerca di lavorare di più per aumentare il suo reddito e così avere i soldi per ripagare il debito. Bisogna trovare il modo per far sì che l’Italia produca di più, tutto l’opposto di quello che la manovra di Tremonti causerebbe. E farlo celermente, in modo che la porzione di debito pubblico rinnovata a tassi d’interesse elevati resti piccola. Visto il quadro europeo, bisogna chiedersi cosa l’Italia può fare da sola al riguardo.
Il primo modo indicato a tal fine dalla teoria economica ragionevole è il teorema di Haavelmo o ‘del bilancio in pareggio’. Un aumento della spesa pubblica accompagnato da un pari aumento del prelievo fiscale fa aumentare il PIL; ad esempio se la propensione marginale e media al consumo dal reddito disponibile (PIL meno prelievo fiscale) è c=0,8, e se la propensione marginale e media a importare è q=0,3, numeri non lontani dalla situazione italiana, allora il moltiplicatore della spesa pubblica con bilancio ‘in pareggio’ (o meglio con aumenti della spesa pubblica accompagnati da pari aumenti del prelievo fiscale) è (1–c)/(1–c+q)=0,4. Ma allora si può aumentare la spesa pubblica e aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, e si otterrà sia un aumento anche se più piccolo del PIL, sia una riduzione del deficit. Se l’aumento del prelievo fiscale non è ottenuto con imposte una tantum – e non può esserlo se non marginalmente, giacché l’espansione della spesa pubblica deve essere duratura – vi è una difficoltà: l’aumento della spesa pubblica e di conseguenza dei redditi deve essere previsto in modo che la produzione e i redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica, altrimenti se è la spesa pubblica che deve dare inizio al processo di moltiplicazione del reddito essa deve precedere l’aumento di gettito fiscale e dunque va finanziata con ulteriore indebitamento. Essendo praticamente impossibile che i nuovi occupati possano spendere di più già prima di essere assunti, possono essere solo le imprese a spendere addirittura in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. L’indicazione dunque sembra essere chiara: l’aumento di spesa pubblica deve essere rivolto a investimenti che inducano imprese a investire addirittura prima che cominci l’erogazione della spesa pubblica. Imprese pubbliche, perché no – l’avversione generalizzata alle imprese pubbliche non ha alcuna base né teorica né empirica, riflette solo gli interessi del capitale privato. Questi investimenti devono ovviamente essere redditizi su periodi di tempo lunghi, dunque richiedono una oculata politica industriale, che sappia valutare i campi in cui investimenti industriali possano risultare profittevoli; bisogna creare teams di esperti che sappiano apprendere dalle esperienze positive all’estero, come quella giapponese o quella della Corea del Sud. Lo sviluppo di modi di sfruttare energie alternative è un esempio di campo che viene in mente. (Sergio Cesaratto mi informa ad esempio che lo scorso anno l’Italia ha importato pannelli solari per 10 miliardi da Germania e Svizzera; ci vorrebbe molto a produrli in Italia?) Inoltre le imprese che questa spesa pubblica faranno nascere o espandere devono essere vincolate a restare in Italia per molti anni. Sulla capacità di creare imprese competitive a livello mondiale non sottovaluterei le potenzialità italiane, nonostante il grande mal parlare che si fa dell’università italiana le competenze che essa produce non sono inferiori a quelle che producono i sistemi universitari di altre nazioni, non bisogna confondere le poche università anglosassoni di elite con il prodotto medio, e la fuga di cervelli dall’Italia suggerisce che probabilmente il numero di persone molto brave prodotte dalle università italiane non è di molto inferiore a quello estero in percentuale, solo che è sparpagliato e dunque meno visibile. Quel che appare invece importante è creare sistemi efficaci di controllo sulla efficienza delle scelte compiute, bisogna evitare che le imprese favorite dalla spesa pubblica diventino carrozzoni clientelari. Qui bisogna escogitare nuovi sistemi di controllo popolare, io sarei per rappresentanti del popolo eletti direttamente, indipendentemente dai partiti, per periodi brevi (non superiori a due anni) e non rinnovabili, e pagati solo poco più di quanto guadagnavano (con diritto a tornare al posto di lavoro precedente), che abbiano il diritto di sedere nei consigli di amministrazione delle imprese e delle banche e riportare al pubblico tutto ciò che queste fanno.
La spesa pubblica dovrebbe seguire anche un altro criterio: ridurre drasticamente le sue componenti che si rivolgono a ditte estere. Questa riduzione non causerebbe riduzioni di reddito e occupazione in Italia. Dunque è sacrosanta anche per questo motivo la proposta di Sbilanciamoci di non comprare i caccia statunitensi che comporterebbero una spesa di 15 miliardi di euro. Ma devono esservi altre spese riducibili di questo tipo. Se in Italia non esistono produttori competitivi con quelli esteri per certi prodotti, lo stato dovrà intervenire affinché nascano.
L’aumento del gettito fiscale complessivo considerato nel teorema di Haavelmo richiede un aumento della sua quota del PIL, ma non di grande entità. Supponendo PIL=C+I+G+Esp–Imp e supponendo Esp=Imp e le propensioni marginali già indicate, per avere il bilancio in pareggio quella quota deve essere t=[G(1–c+q)]/[I+Esp+G(1–c)]; se I è il 20% del PIL, Esp il 30%, G il 50% (di nuovo, percentuali non lontane dalla realtà italiana) si ottiene t=5/12≈42%; un aumento di G del 10% (che è enorme) che lasci I e Esp invariati comporta t≈45%, un aumento del 3%, molto meno degli aumenti contemplati da Tremonti, e inoltre si può presumere che gli investimenti aumenterebbero, riducendo l’aliquota fiscale necessaria. L’aumento delle aliquote ufficiali potrà non essere necessario se un aumento della lotta all’evasione fiscale comporterà un aumento sufficiente del gettito fiscale. (Un invito ai colleghi che si occupano di analisi costi-benefici: sarebbe interessante una stima dei costi e dei benefici dell’aumentare il personale statale dedicato alla repressione dell’evasione fiscale, invertendo l’orribile direzione della politica del governo al riguardo, denunciata da una lettera a Repubblica il 10 agosto.) In ogni modo l’aumento della pressione fiscale deve essere effettuato in modo da scoraggiare il meno possibile i consumi; devono essere i risparmi a essere tassati, in particolare quelli dei più abbienti, che quasi certamente non ridurranno affatto i loro consumi (e la cui quota del reddito nazionale è molto aumentata nell’ultimo decennio). L’ideale sarebbe riuscire ad aumentare la propensione marginale al consumo e con essa il moltiplicatore; una politica chiaramente intesa a stimolare la crescita e l’occupazione molto probabilmente avrebbe qualche effetto in questa direzione, giacché farebbe aumentare in media il reddito atteso.
Queste politiche, facendo aumentare la domanda, farebbero ovviamente aumentare il disavanzo estero, ma non vedo motivo per preoccuparsi per ciò. In primo luogo, poiché la politica statale se ben fatta farebbe aumentare gli investimenti e la competitività dell’economia, questo aumento del disavanzo estero sarebbe solo temporaneo. In secondo luogo, l’aumento del disavanzo estero corrisponderebbe ad aumento dell’indebitamento privato rispetto all’estero delle imprese non finanziarie, o di banche che hanno fatto prestiti a imprese non finanziarie (e non verso consumatori o altre imprese finanziarie); l’esempio di Irlanda e Spagna non può essere usato come prova che l’indebitamento verso l’estero in quanto tale è considerato dai mercati come analogo al debito pubblico, in entrambe queste nazioni il problema era la fragilità del settore bancario dovuta ai titoli tossici, problema molto minore in Italia; un indebitamento sull’estero che direttamente o indirettamente provenga da imprese solide con prospettive di aumento delle vendite non vedo perché dovrebbe spingere i mercati alla sfiducia verso l’Italia, sarà una (piccola) parte del complesso di considerazioni che influenza il cambio dell’euro.
Non è dunque per via del vincolo estero ma per stimolare la domanda interna che andrebbero contemplati interventi (in ogni caso utili anche a ridurre il disavanzo estero) intesi a spostare la domanda interna di più su beni prodotti in Italia, aumentando le esportazioni e riducendo le importazioni. Qui il vincolo principale all’uso di dazi, tariffe e sussidi secondo i dettami tradizionali della teoria dell’economia internazionale (quella sensata, keynesiana) è costituito dagli accordi europei. La mia proposta è molto semplice: violarli se necessario, senza paura. (Ad esempio, tassare le automobili di lusso: le Mercedes, BMW, Saab…) Come Francia e Germania hanno violato le disposizioni di Maastricht sul deficit massimo e non sono state espulse dall’Unione Europea, anche l’Italia potrà violare le disposizioni europee adducendo che è più importante ridurre la disoccupazione e onorare i debiti, e non sarà espulsa. Al massimo riceverà una multa. Una multa piccola potrà essere pagata senza problemi, una multa grossa non andrà pagata e basta. Finché un vero governo europeo non esiste, bisogna sfruttare l’inesistenza di un vero potere europeo sanzionatorio. Questo è importante anche rispetto alle regole di Maastricht che mirano a minimizzare la possibilità che i governi facciano politiche industriali, una totale idiozia. Se non c’è un governo europeo centrale che faccia politiche fiscali e industriali per risolvere i problemi delle sue regioni/nazioni, devono pensarci le regioni/nazioni stesse.
L’avviamento di politiche come quelle qui considerate avrebbe un immediato effetto calmante sui mercati finanziari, in quanto farebbe intravvedere finalmente una crescita del PIL italiano e dunque una prospettiva di riduzione del rapporto debito/PIL. La non riduzione dei servizi essenziali forniti dallo stato ridurrebbe anche la pressione agli aumenti salariali, altrimenti inevitabile per la necessità di procurarsi privatamente (a costi più alti) i servizi sanitari, assicurativi, di istruzione ecc. non più forniti dallo stato o dalle amministrazioni locali.


http://www.economiaepolitica.it

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