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mercoledì 22 giugno 2016

La City e Wall Street Usate come Lavanderia del Narcotraffico


L'intervento di Roberto Saviano al Parlamento britannico. 

Se si chiede quale sia il Paese più corrotto al mondo, la risposta più immediata è dettata dal grado di 
corruzione percepita. Magari si penserà al Messico, ai Paesi latinoamericani, a quelli africani, al Medio Oriente, all'Italia. E invece il più corrotto è l'Inghilterra, ma non di una corruzione che riguarda gli amministratori pubblici, i poliziotti, i sindaci, ma di una corruzione che è consustanziale al sistema economico. Il sistema economico inglese si alimenta di corruzione. E in tutto questo il governo e i cittadini britannici non si sono davvero resi conto
 dell'emergenza che sta attraversando il Paese.


Nel 2015 la National Crime Agency pubblicò un report i cui dati sono estremamente importanti. Il report spiegava che "ogni anno centinaia di miliardi di dollari di provenienza criminale quasi sicuramente continuano ad essere riciclati attraverso le banche del Regno Unito e le loro filiali". E aggiungeva che "l'entità del riciclaggio dei proventi criminali è quindi una minaccia per l'economia e la reputazione del Regno Unito". Di lì a poco anche il primo ministro David Cameron avrebbe espresso il suo impegno dichiarando: "Il Regno Unito non deve assolutamente diventare un paradiso fiscale per soldi sporchi di tutto il mondo". Eppure non è andata così.

In un documento molto interessante pubblicato da Transparency Uk a marzo del 2015 sul mercato 
immobiliare londinese come rifugio di capitali segreti e soldi sporchi, si parlava di soldi provenienti dalla corruzione, ma non veniva mai citata la parola mafia, né mai si è parlato di organizzazioni criminali. Il motivo è semplice: tranne che per rarissimi casi, in Inghilterra la mafia non si vede e non si sente. Non ci sono cadaveri sulle strade né sparatorie. In Messico o in Italia tra cadaveri, sangue e sequestri di droga non è possibile pensare che la mafia non esista. A Londra esiste ma è silenziosa, agisce nell'ombra. E soprattutto non ha l'odore acre del sangue, ma quello rassicurante dei soldi.

Senza il riciclaggio, il denaro delle mafie sarebbe un ricavato inerte. È necessario, invece, che rientri in circolo: il problema delle organizzazioni criminali non è fare soldi, ma riciclarli. E nel Regno Unito, secondo le stime di associazioni non-governative, vengono riciclati 57 miliardi di sterline (ovvero 74 miliardi di euro). Proventi illeciti che, dopo essere stati opportunamente ripuliti, vengono rimessi in circolo. In silenzio, i capitali criminali si muovono e minano la nostra economia 
e le nostre democrazie. In silenzio.

La City di Londra, insieme a Wall Street, è la più grande lavanderia al mondo di denaro sporco del 
narcotraffico. Londra è un sistema finanziario internazionale da cui passano transazioni da tutto il 
mondo per il valore di bilioni di sterline ogni anno e offre i servizi finanziari più ricercati. Ma non è tutto, perché oltre a questo, la capitale inglese si trova al centro
 del più importante sistema offshore del mondo.

Molti capitali internazionali che passano attraverso le dipendenze della Corona Britannica (come 
Jersey) e i territori d'Oltremare (come le Isole Cayman) - paradisi fiscali per eccellenza - vengono poi incanalate verso le banche della City e quando arrivano a Londra sono già stati ripuliti anche se 
originariamente erano sporchi. Come rivelò nel 2013 uno studio basato su inchieste di Transcrime (il 
Centro di ricerca sulla criminalità transnazionale dell'Università Cattolica di Milano) tutte le principali mafie italiane sono presenti nel Regno Unito con i loro affari. 
Uno studio di Transparency International 
del 2015 ha contato 36.342 immobili in un'area di 6 km quadrati a Londra di proprietà di società di 
copertura. Mentre il 75% degli immobili attualmente sotto indagine nel Regno Unito per reati legati alla corruzione sono registrati in paradisi fiscali. A Londra il 90% degli immobili di proprietà di società straniere sono di società registrate in paradisi fiscali.


È così che interi quartieri di Londra si stanno svuotando,
 diventando luoghi di investimento. 
Entrano i soldi, escono le persone.


Finalmente la stampa inglese si è accorta di questa vera e propria occupazione finanziaria della propria città: qualche giorno fa ha fatto rumore l'inchiesta del Guardian sul grattacielo residenziale più alto di Londra: St George Wharf Tower, un grissino di cemento di 50 piani dove i 214 appartamenti di lusso sono perlopiù intestati a magnati stranieri quando non posseduti da società offshore. Una torre con tutti gli optional che rimane vuota per la gran parte dell'anno, mentre la maggior parte dei londinesi non riesce nemmeno più a trovare un affitto accettabile: le case non servono per essere abitate, ma per fungere da casseforti di cemento,
 che custodiscono denaro, spesso riciclato.

Tra un mese la Gran Bretagna sarà chiamata a votare al referendum sulla cosiddetta Brexit, per 
esprimere la propria opinione sull'uscita o meno dall'Europa.

È fondamentale tenere presente che ci sono ambiti - come la sicurezza e la giustizia - in cui non si può agire isolati. Quando si parla di criminalità organizzata, di terrorismo, di narcotraffico, non esistono confini. Saremmo degli illusi a pensarlo.

Come si può pensare di affrontare qualcosa che è per 
definizione internazionale con strumenti nazionali?

Il Regno Unito non può più fare finta di nulla. Ora ha i dati, i risultati delle inchieste, gli avvertimenti degli esperti e delle autorità. Ora è il momento di muoversi, di fare qualcosa contro il denaro criminale, prima che il denaro criminale si compri tutta la Gran Bretagna.

Il testo è l'intervento tenuto da Roberto Saviano al Parlamento britannico su invito del parlamentare 
laburista David Lammy, ex ministro dell'Università

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venerdì 27 novembre 2015

Così le nostre Mafie Finanziano Daesh


Così le nostre mafie finanziano Daesh
Buona parte degli introiti del califfato vengono 

dal traffico di droga e dal riciclaggio di denaro. 

Un’economia parallela che nessuno vuole stroncare

Il "New York Times" di fronte alle questioni più imperative apre la Room for Debate dove chiede il parere di esperti su argomenti di attualità. La scorsa settimana mi è stato chiesto di rispondere a questa domanda: È possibile minare l’Is attaccando il suo segmento economico? Sembra una domanda lineare, eppure la risposta non lo è affatto. Prima di tutto bisognerebbe individuare il segmento economico da colpire, quello che realmente potrebbe portare a un indebolimento dell’organizzazione. Poi bisognerebbe comprendere l’inutilità degli attacchi aerei contro Daesh in Siria se, come accade, i canali attraverso cui raggiunge il resto del mondo sono pressoché liberi, non presidiati e spesso anche non riconosciuti come tali. Come ogni organizzazione strutturata, Daesh è cresciuta proprio perché è riuscita a differenziare i canali di ingresso dei capitali. Droga, petrolio, finanziamenti da privati, contrabbando di reperti archeologici: bloccare le fonti che irrorano le casse di Daesh significherebbe ripensare la nostra economia. La Francia ha tristemente pagato - come è accaduto agli Stati Uniti - un prezzo altissimo per non aver contrastato la presenza di una economia nazionale parallela, floridissima, che si basa essenzialmente sul traffico di droga e sul riciclaggio di denaro. Combattere e sconfiggere Daesh significa combattere un nemico che è vicinissimo e si annida nelle nostre economie nazionali, non andare a combattere altrove l’ennesima guerra che avrà come conseguenza il rafforzamento di gruppi estremisti.

Come indebolire Daesh economicamente è stato chiesto anche al giornalista siriano Hassan Hassan 
che, da una prospettiva diversa dalla mia, ha aggiunto un dato complementare. In Siria vige una 
economia di guerra e con i bombardamenti nella zona Est del paese, quella sotto il dominio di Daesh, 
non si distruggono solo i convogli di petrolio dello Stato Islamico, ma anche il lavoro di molte famiglie che con il contrabbando di petrolio guadagnano non solo da vivere, ma mantengono la loro libertà di resistere all’Is. Stiamo parlando di regole differenti da quelle che vigono nel nostro Occidente, stiamo parlando di una economia dove il contrabbando può essere vita. Hassan Hassan dice una cosa semplice: gli attacchi aerei non colpiscono solo Daesh ma distruggono anche le attività di tutte quelle persone che provano a resistere a Daesh. Tutti quelle comunità che, piegate dagli attacchi e ridotte senza mezzi, sono spesso costrette a cedere figli all’esercito dello Stato Islamico per poter sopravvivere.

Basta dare uno sguardo ai numeri. Da quando Palmyra è stata sottratta alle forze del regime si sono 
arruolati più di mille uomini, spesso giovanissimi (tra i 15 e i 40 anni) provenienti da famiglie senza 
speranza ai quali l’Is ha dato prospettive di sopravvivenza. Quello che mi colpisce è quanto in comune abbiano le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici, somiglianze che vanno oltre il “credere” nei giovani e dare loro speranza di miglioramento e, aggiungerei, certezza di morte.

Non esiste gruppo militare che non si sia finanziato attraverso il traffico di droga (e il Captagon è altro petrolio per Daesh). Non esiste gruppo militare che non sia in contatto con organizzazioni criminali. Non esiste gruppo militare che non condivida con le organizzazioni criminali rotte testate e rese sicure per il narcotraffico e attraverso cui possono passare armi, soldati e denaro.

Lo dicono decine di inchieste in tutto il mondo e lo dice da anni l’ex Presidente di Unocd Antonio Maria Costa: «Guardate i talebani in Afghanistan, i gruppi terroristici in Kosovo, le Farc in Colombia, l’Ira in Irlanda o Sendero Luminoso in Perù... tutti questi gruppi sono stati finanziati da organizzazioni dedite al commercio di droga. Anche le bombe dell’11 marzo 2004 a Madrid sono state finanziate dal narcotraffico in Spagna».Fino a quando non capiremo che le strade che il terrorismo percorre per colpire al cuore le nostre democrazie non sono presidiate e che coincidono con quelle utilizzate dalle organizzazioni criminali, il cui contrasto non è mai considerato una priorità, fino a che non capiremo che le organizzazioni criminali in cambio di droga e soldi offrono armi e logistica ai gruppi terroristici, saremo esposti. Mortalmente esposti. Combattere Daesh significa cambiare le nostre regole interne, semplice a dirsi, impossibile da mettere in pratica.

di Roberto Saviano


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martedì 20 marzo 2012

Saviano : Contro il narcotraffico necessario legalizzare la droga



Saviano

 "Contro il narcotraffico
necessario legalizzare la droga"

Nel suo intervento al convegno

 "La politica contro le mafie" 

lo scrittore suggerisce 

una soluzione radicale. 

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Roberto Saviano

 a Libertà e Giustizia 12 marzo 2012

SAVIANO: «UNA NUOVA POLITICA CHE COMBATTA LA MAFIA». Ha parlato a lungo Roberto Saviano, toccando temi come la legalità in politica e la lotta alla criminalità organizzata. Lo scritto a escluso ogni possibile paragone tra il berlusconismo e il fascismo, evidenziandone le differenze, e ha poi parlato dell'esigenza di cambiamento: «Bisogna costruire un percorso nuovo, rivedere anche il sitema dei finanziamenti pubblici ai partiti», ha detto Saviano, che ha evidenziato come: «Le mafie non si contrastano solo con i maxi blitz».
Lo scrittore di Gomorra ha poi puntato il dito contro le banche che trattano con la criminalità organizzata e non si prendono le loro responsabilità, e ha espresso il suo rifiuto per quel sentimento di 'schifo' indiscriminato rivolto alla politica: «C'è differenza tra politici criminali e incapaci, tra chi ha votato in difesa di Cosentino e chi no. Quando si parla di schifo politico mi dà fastidio. Non c'è odio verso la politica, ma desiderio di una politica diversa».
Da http://www.lettera43.it/attualita/43215/pisapia-non-credo-ai-governi-tecnici.htm

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mercoledì 13 ottobre 2010

I MOTIVI DELLA GUERRA in Afghanistan



SCONVOLGENTE DOSSIER DI “PEACE REPORTER”: I MOTIVI DELLA GUERRA? 
NARCOTRAFFICO 
E CRISI BANCARIA



A distanza di nove anni oramai è certo: in Afghanistan non c’è alcuna lotta al terrorismo, nessuna missione di pace, ma solo e semplicemente una guerra. Checché se ne dica. I numeri, infatti, parlano chiaro: quasi 2.000 soldati morti e circa 40.000 tra militari e civili afghani caduti sotto i colpi delle micidiali armi che si stanno utilizzando in questa “missione di pace”. E poi ci sono anche i cosiddetti “danni collaterali”: 10.000 civili morti per errore, perché si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato.

E a chi imputare responsabilità? Certamente ai cosiddetti “potenti” che, ipocriti, hanno fatto leva sulle coscienze parlando di “lotta al terrorismo”, “esportazione di democrazia”. Ed invece non si nascondono che interessi esclusivamente economici, come rivela anche uno sconvolgente dossier di “Peace Reporter”.

E allora chiediamoci anche noi: quali sono gli interessi economici che si celano dietro questa guerra? Nel dossier si parla, infatti, di diverse ipotesi: risorse energetiche, la pipeline trans-afgana, l’importante posizione strategica del territorio afgano soprattutto per frenare le mire espansionistiche della Cina, “considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all’egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina”. Ma sono altri i possibili interessi su cui fa leva il dossier.

LA DROGA. Forse, infatti, dietro la guerra ci sono interessi inconfessabili: “quelli legati al controllo del traffico mondiale dell’eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d’affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l’anno”.
D’altronde la Cia non è nuova a questa politica: è risaputo, infatti, che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni ’70 in Laos, Birmania e Cambogia è stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico; così come è risaputo che stessa cosa avvenne negli anni ‘80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) “la guerriglia antisandinista dei ‘Contras’ in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell’eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin”. Non è un caso, infatti, che i talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia (come dimostrato anche da diversi documentari), continuarono a fare affari negli anni con la produzione di droga.
Ed ora arriviamo ad oggi: “Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate’, la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero”.

Secondo un’inchiesta televisiva condotta dal canale russo “Vesti”, infatti, “l’eroina afgana – si legge nel dossier – viene portata fuori dall’Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia”. E la giornalista afgana Nushin Arbabzadah sembrerebbe confermare queste voci, ritenendo che la droga viaggi nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga appunto, al posto dei cadaveri.
Ma anche altri confermerebbero la pista del narcotraffico. Il giornalista russo Arkadi Dubnov di “Vremya Novostei”, riportando informazioni fornitegli da una fonte all’interno dei servizi afgani, ha scritto che “l’85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all’estero dall’aviazione Usa“.
E ancora. Quest’estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a “Russia Today“: “Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all’anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all’estero con i loro aerei militari“.
Il giornalista statunitense Dave Gibson di “Newsmax“, citatndo una fonte anonima dell’intelligence Usa, ha affermato che “la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam“.
L’economista russo Mikhail Khazin in un’intervista ha dichiarato che “Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali“.
E infine abbiamo Eric Margolis che, sull’ “Huffington Post”, scrive: “Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all’estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan“.

DROGA – BANCHE. CHE RAPPORTO? Molti, ancora, sono quelli che ritengono ci sia un legame tra il narcotraffico e la crisi economica bancaria. Sempre nel dossier leggiamo quanto affermato da Antonio Maria Costa, direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), il quale, in un’intervista al settimanale austriaco “Profil“, ha dichiarato: “Il traffico di droga è l’unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell’economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno. Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E’ ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

E continuano a parlare di “missione di pace” …

di Carmine Gazzanni

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venerdì 6 novembre 2009

Storie di guerra al narcotraffico in Messico

Storie di guerra al narcotraffico in Messico

Fabrizio Lorusso

Un'analisi della guerra al narcotraffico lanciata dal presidente Calderon quando è arrivato al potere nel 2006, e della violenza nel paese. Si può davvero parlare di «colombianizzazione»?

da www.carmillaonline.com

La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderon, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva «colombianizzazione» di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero.

La politica di mano dura annunciata da Calderon tre anni fa sembra avere scatenato una guerra incontrollabile e i principali quotidiani messicani come El Universal, La Jornada e Reforma fanno a gara per aggiornare il conteggio degli omicidi legati al narcotraffico che quest’anno superano già abbondantemente i 6 mila con una media giornaliera di circa 20 morti. In generale c’è molto pane anche per i giornali più scandalistici come El Grafico dove non mancheranno mai foto di sgozzati e decapitati da esporre in prima pagina per vendere qualche copia in più.

Per quest’anno lo Yucatan, nel sud est del Messico, è l’unico stato su 32 non colpito da questa guerra, il che non significa che non vi sia presenza alcuna dei cartelli della droga, ma solo che questi non hanno provocato morti violente certificate. Comunque manca ancora del tempo per la fine del 2009 e quindi dobbiamo attendere prima di festeggiare quest’eccezione che ha più del paradossale dato che è triste dover segnalare proprio l’unica regione senza vittime. Altre cifre ritenute allarmanti: oltre 15mila e 500 morti dall’inizio del mandato di Calderon sono «vincolati al crimine organizzato» mentre il loro numero totale durante i sei anni precedenti di Vicente Fox, dal 2000 al 2006, era stato di 13 mila. Si stima quindi un possibile raddoppio nel sessennio attuale di Calderon in base a queste cifre del ministero della difesa messicano e della Procura generale della Repubblica.

Ma quali sono le dimensioni e i dati reali della violenza in Messico? Quali sono le vere responsabilità del governo, della magistratura, dell’esercito e della polizia in questa «guerra ai narcos», al di là dei miti creati dalla stampa e dalla risonanza che si dà per esempio agli assassinii di cantanti famosi o alla decapitazione dei nemici, magari dopo averli freddati con un cuerno de chivo [fucile AK47 ormai mitico, forse assimilabile alla nostra lupara]?

Due interessanti studi di Fernando Escalante Gonzalbo ed Eduardo Guerrero Gutierrez, pubblicati dalla rivista messicana Nexos di settembre, aiutano a fare chiarezza sulla questione della violenza e del narcotraffico in Messico e aprono alcuni spiragli per la comprensione di un fenomeno così complesso e articolato. I dati statistici disponibili per il Messico, nonostante non siano sempre attendibili e costituiscano quindi un’approssimazione al fenomeno della violenza, smentiscono le affermazioni dei giornalisti e di parti dell’accademia, da destra a sinistra, che in qualche modo forzano i termini del paragone con la Colombia della fine degli anni ottanta e inizio anni novanta.

La Colombia è arrivata infatti ad avere una reputazione internazionale stereotipata come un paese completamente in mano alla guerriglia, ai paramilitari e ai narcotrafficanti ed è quindi un paradigma immaginario della violenza politica, sociale e militare che da una parte e senza dubbio hanno prodotto migliaia di morti, milioni di rifugiati e miseria, ma dall’altra non hanno definitivamente «vinto» instaurando un’alternativa allo Stato o creando uno stato fallito. In pratica, i vantaggi comparati internazionali della Colombia, parafrasando l’economista David Ricardo, sarebbero le ragazze, la cocaina e la salsa oltre ai più classici prodotti della terra come le banane e il caffè e magari qualche città turistica come Cartagena o Popayan: verità evidentemente parziali e scandalistiche.

In questa nube di realismo magico e influenza mediatica è gioco forza paragonare costantemente un paese come il Messico di oggi alla Colombia di ieri, anche grazie ad alcune indiscutibili somiglianze tra i due paesi: la forza dei cartelli di narcotrafficanti e la scarsa presenza dello Stato in alcune regioni, le grandi coltivazioni di marijuana e cocaina, i presidenti provenienti da partiti conservatori alla destra dello spettro politico, la corruzione politica e i suoi nessi con i paramilitari o i narco-capi, la crescente militarizzazione del territorio o anche la relazione speciale con gli Stati Uniti che li considerano paesi amici, ma anche da tenere sotto controllo per motivi di «sicurezza nazionale».

Non importa se poi queste somiglianze potrebbero essere trovate anche con molti altri paesi o realtà regionali quali quelle che viviamo nella nostra Gomorra, in America centrale o in certe periferie cittadine statunitensi o parigine. Inoltre nel Messico attuale non esistono minacce sistemiche importanti come lo erano le guerriglie storiche colombiane [Farc, Eln, M-19] negli anni 80 e 90 o i potenti gruppi paramilitari delle Auc [Autodefensas Unidas de Colombia].

Quello che sembra contare è la suggestione solo parzialmente giustificata dai fatti. Tra il 1990 e il 1993 il tasso di omicidi in Colombia era tra le 75 e le 79 unità per 100 mila abitanti con totali che si aggiravano intorno ai 25-28 mila morti all’anno. Nel Messico del 2008 questi tassi equivarrebbero a circa 84 mila omicidi, infinitamente meno di quelli effettivamente registrati l’anno scorso.
Il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti e il loro numero totale in Messico sono scesi costantemente dagli anni novanta in poi, passando da una media di 15-16 mila all’anno nel periodo 1990-1995 a una media di circa 10 mila nel 2005 e 2006 con un punto minimo di 8507 morti nel 2007 che significano una media di 8 omicidi per 100 mila abitanti.

La media messicana è quindi più comparabile con quella di paesi come gli Stati uniti e quelli della Ue che con quella di altri paesi latino americani come Colombia, Venezuela e Brasile o il Centro America che viaggiano dai 20 ai 40 omicidi per 100 mila abitanti. Per altri crimini come la rapina, il furto, i delitti sessuali e le aggressioni i dati non sono chiari come nel caso degli omicidi però si può segnalare che oscillano su medie di poco superiori rispetto a quelle dei principali paesi industrializzati. Un caso un po’ a parte che però potrebbe rivelarsi tragicamente paradigmatico è quello del sequestro di persona che sebbene nelle cifre ufficiali sia diminuito drasticamente in dieci anni passando da oltre mille casi nel 1997 a 595 nel 2007 e 438 nel 2008, potrebbe essere un problema molto più grave e situare il Messico al secondo posto mondiale dopo la Colombia per i sequestri se si considera la cosiddetta «cifra nera», cioè i casi non denunciati o che non danno origine a un’indagine. In questi casi, dato che le stime di questa «cifra nera» si aggirano negli ultimi anni intorno all’80-90 per cento, ecco che i sequestri potrebbero essere addirittura cinquemila e non così pochi come vengono censiti ufficialmente. Inoltre i casi di sequestro express, una modalità di privazione delle libertà particolarmente diffusa a Città del Messico che prevede un furto alla vittima ripetuto durante alcune ore di notte per obbligarla a prelevare più volte, non vengono contabilizzati in questa fattispecie riducendo di fatto l’impatto delle cifre.

Più che il numero assoluto, quello che fa notizia è la connivenza delle autorità poliziesche e giudiziarie con i delinquenti, rese evidenti da alcuni casi recenti di sequestri che hanno coinvolto famiglie potenti come i Martì e i Vargas, vessate da bande di sequestratori di cui facevano parte anche poliziotti ed elementi del potere giudiziario.
Ad ogni modo i tassi di omicidio colombiani attualmente sono addirittura il quadruplo dei messicani, anche se oggi siamo nel mezzo della «guerra contro il narcotraffico» decantata da Calderon come soluzione dei mali di questo Messico lindo y querido minacciato «da forze antipatriottiche». Chi ha ragione quindi?

Da quanto discusso finora emerge che in Messico gli omicidi totali e la violenza estrema sono diminuiti tendenzialmente nel paese considerato come un tutt’uno, ma i morti legati al narcotraffico e alla guerra tra i cartelli rivali e poi tra ciascuno di questi e lo Stato sono invece aumentati drammaticamente nel primo triennio di governo di Calderon.

Un altro discorso è poi distinguere tra varie zone del Messico colpite dal crimine organizzato e dagli omicidi in modi e livelli radicalmente diversi: da una parte ci sono le grandi città e, in particolare, quelle della frontiera con gli Stati uniti e le grosse metropoli come Città del Messico, Guadalajara e Monterrey in cui la tensione è generata storicamente dalla crescita smisurata della popolazione e, lungo la frontiera, soprattutto dal commercio di stupefacenti e il suo indotto; dall’altra ci sono le zone rurali soprattutto nel centro-sud con gli stati di Guerrero, Oaxaca, Michoacan, Estado de Mexico e Morelos che hanno una dinamica diversa da altre regioni rurali e dalle città grandi in quanto qui la violenza è stata determinata principalmente dalla mancanza delle istituzioni, delle infrastrutture dei trasporti, scolastiche e sanitarie oltre che da motivi storici come la crisi della riforma agraria e dei regimi di proprietà della terra. Come aspetti sicuramente comuni e più generali ci sono tra gli altri la povertà sofferta da oltre il 50 per cento della popolazione nazionale, l’altissimo tasso d’impunità per i crimini denunciati che s’aggira intorno al 97 per cento [stima ottimista], lo scontento verso la politica e il sistema giudiziario e gli insultanti indici di disuguaglianza economica e sociale che caratterizzano tutti gli stati del Messico.
. Un altro dato certo è che la guerra al narcotraffico lanciata dal presidente messicano, forte del piano di aiuti militari americani chiamato Plan Merida, non sta dando i risultati attesi in termini di sicurezza e riduzione dei fenomeni criminali ma sta anzi esacerbando le lotte intestine tra i grandi cartelli di trafficanti, le loro bande di sicari e i gruppi usciti dalle numerose scissioni e tradimenti che lo Stato stesso favorisce con infiltrazioni e catture.

La corruzione e la scarsa professionalità delle forze dell’ordine, del personale penitenziario e giudiziario nascondono e a loro volta amplificano il problema di fondo che nessuna autorità sembra voler vedere e risolvere, tanto qui in Messico come nei vicini Stati uniti: la mancanza assoluta di opportunità economiche e di sviluppo, la carenza quasi totale di istituzioni affidabili, di reti sociali e di un sistema educativo elementare e superiore realmente efficace e accessibile. Non parliamo poi delle politiche volte a controllare e reprimere l’offerta e la produzione di stupefacenti illegali mentre da decenni ormai si segnala che le misure più efficaci e comunque meno nocive per la società in termini di violenza e dispendio di risorse nel lungo periodo sono quelle di sensibilizzazione della domanda e controllo della vendita, eventualmente anche grazie ad una progressiva liberalizzazione. Ma sappiamo che questo è un altro discorso e rappresenta spesso un tabù doloroso per ampie parti di società civili e classi politiche ipocrite e immature, tanto in Messico come in Italia, le quali sono incapaci di trattare il tema per quello che è e di tracciare un bilancio non ideologico tra i costi e i benefici di queste alternative.

Si stima che le cifre contabilizzate con scrupolo dai giornali sui morti legati al narcotraffico e alle bande criminali in Messico siano addirittura inferiori di un 20-30 per cento rispetto alla realtà dato che non si tengono da conto i cadaveri spariti e alcune aree del paese non sono «coperte» né dalla stampa né da un sistema ufficiale di controllo che sia efficace al riguardo. Anche così bisogna separare i dati: l’aumento netto e inesorabile dei morti per la guerra al narcotraffico diverge dalla diminuzione tendenziale della violenza totale e degli omicidi in generale.

Alla luce di ciò e del quadro istituzionale precario è chiaro che la repressione militare e l’indurimento della lotta contro i cartelli criminali hanno avuto l’effetto di aumentare la «narcoviolenza» nel paese ed anzi, per essere precisi, solo in alcune zone di esso. Questa è praticamente assente in Baja California Sur, Queretaro, Tlaxcala, Campeche, Colima e Yucatan mentre invece è aumentata terribilmente in altre regioni soprattutto al nord, sulla frontiera con gli USA, nel Michoacan e nel Guerrero, lo stato di Acapulco. Nello stato di Chihuahua, tristemente noto per gli assassinii incessanti di centinaia di donne in pochi anni, i cosiddetti feminicidios di Ciudad Juarez, si registra addirittura il 25 per cento delle esecuzioni totali. Le città con il più alto tasso di omicidi sono Ciudad Juarez, Culiacan, Tijuana, Chihuahua e Monterrey, tutte al nord.

Un altro aspetto importante che sfata alcuni luoghi comuni su come si sta combattendo questa guerra è che il 90% delle esecuzioni totali riguarda i membri di bande e cartelli, circa il 9% le forze di polizia, in particolare i corpi municipali e regionali a volte collusi coi cartelli, e solo l’1% i militari. L’uso dell’esercito era stato giustificato nel 2006 per evitare i problemi di corruzione della polizia, ma le violazioni dei diritti umani e l’effettivo aumento della tensione, delle rappresaglie e delle lotte interne ai cartelli non propongono assolutamente un panorama positivo. Nelle file delle bande criminali la maggior parte degli omicidi riguarda i livelli bassi siccome sono colpiti soprattutto sicari, pusher e spacciatori di medio livello gerarchico.

In definitiva quattro grandi fronti di guerra segnalati da Guerrero Gutierrez su Nexos, sono la causa del 90 per cento degli omicidi legati ai narcos e si svolgono soprattutto in alcune zone del paese come ho segnalato pocanzi. Riassumendo si tratta della lotta di alcuni gruppi regionali contro un nemico comune di livello nazionale, il Cartel de Sinaloa, e nello specifico tra

il Cartel de Juarez, aiutato dagli Zetas (in origine un gruppo di militari dissidenti braccio armato del Cartel del Golfo) e i fratelli Beltran Leyva, contro quello di Sinaloa;
tra il Cartel de Tijuana, alleato qui con il Cartel del Golfo e gli Zetas, contro quello di Sinaloa;
tra i cartelli degli Zetas, alleati coi Beltran Leyva, contro quello di Sinaloa e infine
quella dello Stato contro tutti e contro le sue stesse schegge corrotte e deviate.
. La guerra tra il Cartel de la Familia dello stato del Michoacan e gli Zetas o altre bande non risulta molto rilevante in termini di morti ma può spiegare quanto rimane per concludere questo tragico conteggio.

Il governo ha quindi avuto la funzione di propiziare e stabilire le regole del gioco senza poterlo poi controllare completamente, anzi, i livelli di violenza in questo senso sono cresciuti esponenzialmente e continuano a farlo dopo ogni cattura di qualche capo o il sequestro di ingenti quantità di droga.
Calderon e Medina Mora, discusso procuratore generale della repubblica, hanno bisogno di mostrare numeri positivi in queste voci «dure» però favoriscono allo stesso tempo un circolo vizioso da cui è difficile uscire: non si può di certo sperare di risolvere il problema facendoli ammazzare tutti tra di loro o creando mini stati senza legge né governo dove le garanzie individuali sono un lontano ricordo per tutti. Inoltre non si riescono a fermare nemmeno le diserzioni di militari che fuggono dall’arma per unirsi alle file del crimine organizzato. Si calcola che siano alcune migliaia gli ex militari a disposizione dei cartelli della droga, quindi lo Stato paga e forma l’esercito durante anni e così i cartelli hanno poi a disposizione forze fresche e professionali che possono pagare profumatamente.

L’alternativa a una politica di mano dura in questo contesto passa da una parte attraverso un deciso processo di riforma istituzionale [e direi anche culturale] in profondità che combatta la corruzione e le infiltrazioni dentro il sistema grazie alla professionalizzazione della magistratura e della polizia e a ingenti investimenti in strutture e risorse umane e dall’altra da uno sviluppo umano, sociale ed economico complessivo che crei opportunità maggiori per la popolazione marginale. Prevedere rapidamente una politica meno repressiva che investa con continuità e sostanza sulla riduzione della domanda, la prevenzione e l’educazione resta la via migliore da seguire. C’è da chiedersi quali siano realmente la forza e la volontà politiche di promuovere e attuare tali cambiamenti.


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