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mercoledì 3 aprile 2013

Boldrini, tagli per 8,5 milioni all'anno



 Camera: l'austerity targata Boldrini, tagli per 8,5 milioni all'anno

Ammontera' complessivamente a 8,5 milioni annui il risparmio alla Camera grazie ai tagli decisi dall'ufficio di Presidenza. Oggi, infatti, sono stati approvati all'unanimita' tre capitoli di tagli per i deputati che sono titolari di cariche interne (70 circa tra vicepresidenti, questori, segretari di presidenza e presidenti di commissione).
E' stata decisa una riduzione del 25% delle spese per il personale di segreteria per un risparmio di 4,3 milioni di euro all'anno. Saranno ridotte del 30% le indennita' di carica per un risparmio di un milione all'anno. Abolite le spese di rappresentanza individuali: saranno tutte a carico del fondo generale per il cerimoniale, che a sua volta verra' pero' ridotto del 50%.
Boldrini: dal mio insediamento tagliati 500mila euro al giorno
L'ufficio di presidenza ha stabilito anche la soppressione del rimborso delle spese telefoniche aggiuntive per i deputati titolari di carica. Nel prossimo ufficio di Presidenza (che si terra' dopodomani alle 11) e' prevista inoltre la riduzione dei contributi ai gruppi parlamentari di circa 3 milioni annui, si passera' quindi dagli attuali 35 milioni a 32. In tutto, quindi, i risparmi annui a Montecitorio saranno di 8 milioni e mezzo circa.


LEGGI ANCHE : http://cipiri.blogspot.it/2013/03/laura-boldrini-presidente-della-camera.html

Laura Boldrini presidente della Camera Italiana


Marchigiana, 51 anni, dal 1989 alle Nazioni Unite Per 14 anni portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati
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martedì 4 settembre 2012

Monti aveva promesso tagli: ci hanno preso in giro

 
Casta, ci hanno preso in giro

Il governo Monti aveva promesso tagli al numero dei parlamentari, ai rimborsi elettorali, ai vitalizi, alle auto blu. 'L'Espresso' è andato a verificare, quattro mesi dopo, che cosa è cambiato in concreto dopo quegli annunci (03 settembre 2012). Parole, parole, parole. Buona per raccogliere facile consenso e guadagnare qualche titolo di giornale, neppure i tecnici nostrani hanno disdegnato la politica degli annunci quando si è trattato di proclamare una lotta senza quartiere agli sprechi. Ma finora la classe politica ha dato solo una limatina ai propri privilegi. Qualche esempio? Montecitorio ha annunciato un risparmio di 150 milioni per i prossimi tre anni: appena il 5% del "costo" generale dell'istituzione. Al Senato, il presidente Renato Schifani ha annunciato trionfante un bilancio inferiore «di ben 4 milioni in meno rispetto al consuntivo 2011». Anche qui, non una cifra stratosferica, considerato che la dotazione supera il mezzo miliardo l'anno.

Emblematica anche la vicenda della riduzione dei parlamentari: il testo approvato a Palazzo Madama prevede la riduzione da 630 a 508 deputati e da 315 a 250 senatori, più altri 21 senatori "regionali". Peccato che la riduzione non entrerà in vigore in tempo per le prossime elezioni. Il testo, ammesso che riesca a essere approvato in doppia lettura dal Parlamento prima della fine della legislatura, dovrà essere sottoposto a referendum confermativo. Il motivo? Le aspirazioni quirinalizie di Silvio Berlusconi hanno fatto saltare l'accordo faticosamente raggiunto fra i partiti e la riforma è stata votata a maggioranza semplice da Pdl e Lega.

E che dire delle auto blu? Nel primo semestre 2012 il parco auto dello Stato è sceso a quota 60.551 vetture pubbliche (erano 64.524), mente le vetture blu-blu, in uso a politici ed eletti dei vari livelli, sono diminuite da 9.721 a 7.837 ma di fatto le dismissioni vere e proprie sono pochissime, appena 582. Per non parlare dell'abuso delle auto con autista: in Campania, Molise e Basilicata rappresentano un terzo del totale.

Non va meglio con le pensioni d'oro. Il deputato Pdl Guido Crosetto con un emendamento aveva chiesto al governo di fissare a quelle erogate dallo Stato un tetto di 6 mila euro (10 mila in caso di cumulo) ma è stato costretto al ritiro per le pressioni subite. Il governo si è impegnato ad affrontare il problema ma finora non ha mosso un dito.

L'unico concreto risultato è il dimezzamento del contributo pubblico ai partiti, sceso da 182 a 91 milioni l'anno. Il sistema però rimane: la Camera ha respinto gli emendamenti di Lega e Idv che chiedevano di abrogare del tutto il finanziamento. Per il resto, poco o nulla, visto che anche le province sembrano essere sfuggite al taglio: l'esecutivo era partito lancia in resta con l'idea della soppressione totale, poi ha ripiegato sull'accorpamento e infine si è dovuto accontentare del semplice "riordino", affidato fra l'altro alle regioni.

Ciliegina finale, gli enti inutili, oggetto negli ultimi anni di decine di proclami, appelli e dichiarazioni. Ebbene, lo sapete quanti sono quelli tagliati davvero dal 2002 a oggi? Appena 37, uno ogni tre mesi. Con un paradosso ulteriore: l'Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti è in fase di chiusura, mentre tutte le strutture che avrebbe dovuto sopprimere sono ancora al loro posto.
di Primo Di Nicola e Paolo Fantauzzi
Gli approfondimenti e i dati integrali dell'inchiesta sull'Espresso in edicola.

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sabato 21 luglio 2012

Spagna: le piazze contro i tagli


 I POMPIERI
ci lasciate senza mutande

Decine di manifestazioni contro le politiche di austerity del governo e dell'Europa. Cortei in oltre 80 città. 100mila in Puerta del Sol a Madrid.


La Spagna è nel caos. Nella notte a Madrid si sono consumati pesanti scontri tra la polizia e i manifestanti che in precedenza avevano dato vita ad un grande corteo, di circa 100mila persone, per protestare contro i tagli imposti dal Governo Rajoy. Per le strade della capitale, contenitori bruciati, barricate improvvisate, spari a salve e proiettili di gomma, sparati dalla polizia contro i manifestanti.

Alla fine il bilancio della notte di proteste, per lo più pacifiche, è di quindici arresti e almeno ventisei feriti, secondo quanto riporta El Paìs. A Madrid, alcuni manifestanti hanno dato fuoco a dei cassonetti, mentre la polizia effettuava delle cariche nei pressi del palazzo del Parlamento e utilizzava proiettili di gomma per disperdere gli assembramenti più violenti.

La tensione è esplosa quando gli agenti hanno iniziato a disperdere e ad inseguire gruppi di manifestanti nelle strade circostanti, caricando in più occasioni e sparando proiettili di gomma che, secondo fonti del pronto soccorso sul campo, hanno ferito almeno una persona. Durante la manifestazione era stata massiccia la presenza di dei dipendenti statali: professori, medici, pompieri (che hanno inondato di schiuma antincendio una fontana della Puerta del Sol) e anche, senza divisa, molti poliziotti.

La manifestazione della capitale è stata solo una delle 80 dimostrazioni organizzate dai sindacati in tutto il Paese contro i tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici e l'aumento delle tasse decisi dal governo. 'Mani in alto, questa è una rapina' è stato lo slogan dei manifestanti che hanno sfilato per le strade di Madrid. 

 SOLO POCHI GIORNI FA http://cipiri.blogspot.it/2012/07/minatori-spagnoli-live-streaming-video.html
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giovedì 17 maggio 2012

Difesa: spending review spendi di più




Difesa: Non è una “spending review”! Ma “spendi di più”

Si è aperta ieri al Senato la discussione sul disegno di legge delega che avrebbe dovuto tagliare la spesa militare. Quella del ministro Di Paola è una “riforma” che comporterà l’aumento della spesa pubblica e delle spese militari. Altro che scure sulla Difesa.


    
 Finalmente si taglia. I cacciabombardieri F35 passano da 131 a 90. I soldati passano da 190.000 a 150.000. Uno sente queste cose e pensa: finalmente si tagliano le spese militari. E invece no. Quella del ministro Di Paola è una “riforma” che comporterà l’aumento della spesa pubblica e delle spese militari. Altro che scure sulla Difesa. Altro che “spending review”! Questa è una “spendi di più”. Sottoposto a una fortissima pressione morale ed economica, il ministro della Difesa ha dovuto annunciare la revisione di tutti i programmi di armamento delle forze armate e dell’intero apparato militare. Per ottemperare a questo impegno il ministro ha predisposto un disegno di legge oggi in discussione al Senato con il titolo “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale”.  Cosa dice il ministro? Non c’è alcun bisogno di ridefinire il modello di difesa, perderemmo solo un sacco di tempo. Facciamo noi militari. Il Parlamento deve solo delegarci e noi taglieremo dappertutto: spese, personale, caserme, sprechi, armamenti. Alla fine avremo delle FFAA più efficaci ed efficienti “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, neppure nella fase iniziale del processo”. Anzi, “al termine del processo di riforma, ci saranno significativi vantaggi per la finanza pubblica.” Meglio di così? Dov’è il problema?
Di problemi non ce n’è uno ma molti. Ecco un primo elenco.
1. Il progetto comporta non una riduzione ma un aumento della spesa pubblica.  Il ministro vuole liberarsi di circa 33.000 militari scaricando il loro costo sulle altre amministrazioni dello stato. Allo stesso tempo pretende di mantenere inalterato il bilancio a sua disposizione. Ma se il saldo della Difesa resta invariato vuol dire che aumenterà la spesa degli altri ministeri.
2. Il progetto comporta non una riduzione ma un aumento della spesa militare. Il principio-guida è: meno soldati più armi. Ci teniamo gli stessi soldi, riduciamo il personale e investiamo i “risparmi” per comprare nuove armi.
3. Anche la vendita delle infrastrutture militari da dismettere non porterà alcun beneficio al bilancio dello stato o alle comunità locali ma dovrà contribuire ad aumentare il bilancio della difesa.
4. Per incassare altri soldi il ministro pretende inoltre di essere autorizzato a svendere direttamente ad altri paesi le armi di cui si vuole sbarazzare, magari per poi dire che gliene servono di nuove. Di più. Molto di più. Con la riforma il ministro della difesa potrà impegnarsi personalmente nella vendita di armi italiane nel mondo cancellando d’un botto tutte le ipocrisie che circondano l’intreccio tra i militari e l’industria degli armamenti. “In sostanza, l’intervento è volto a rendere maggiormente efficace il rapporto tra lo Stato e le imprese nazionali, al fine di promuoverne l’affermazione in ambito internazionale.”
5. Il ministro ha le idee chiare anche in materia di protezione civile. Non importa quale sia la minaccia da fronteggiare: ogni intervento di protezione civile delle FFAA dovrà essere pagato (dai comuni o dallo stato si vedrà) a piedilista direttamente al ministero della Difesa. Lo stesso vale per i servizi di assistenza al volo sugli aeroporti militari aperti al traffico civile e per ogni altra attività svolta in favore di altri soggetti pubblici o privati. Se qualcuno vuole i nostri servigi deve pagare.
6. Un’altra pretesa del ministro Di Paola si chiama “flessibilità gestionale di bilancio”. Come a dire: voi dateci i soldi, poi decidiamo noi come spenderli. Visto le performance del passato c’è da giurare che non si faranno mancare nulla. Ieri le maserati e domani?
7. Con la stessa spudoratezza il ministro pretende di gestire tutto il delicatissimo capitolo della riduzione del personale militare e civile. Per liberarsi di questo “peso” senza troppi problemi, il ministro pretende che ai suoi uomini non venga applicata la riforma delle pensioni appena approvata, che si adottino trattamenti di favore per il trasferimento dei militari in altre amministrazioni pubbliche, negli enti locali e persino nelle municipalizzate e si estendano alcuni privilegi oggi negati a tutti gli altri.
8. Il piano presentato dal ministro è estremamente vago e difficilmente realizzabile. Ci costringe a impegnare centinaia di miliardi di euro da qui al 2024 senza alcuna garanzia di successo. Tant’è che tra le tante pretese c’è anche quella di prorogare annualmente il termine entro cui realizzare la riforma. Se non basteranno 10 anni, la faremo in 11, 12, 13, 14…. Ma questa è la riforma della repubblica delle banane!
Una riforma così delicata e complessa richiede un ben altro approccio. Prima di tutto il Parlamento discute i problemi della sicurezza dell’Italia e ridefinisce gli obiettivi da perseguire con i diversi strumenti a disposizione. L’ultima volta che ha tentato di farlo erano ancora gli anni ’80. Individuate le finalità si ridefiniscono i criteri d’impiego delle FFAA anche alla luce delle necessità di contenimento della spesa pubblica. Solo allora si dà mandato ai tecnici di riformulare l’organizzazione dello strumento militare. Nel frattempo si dà il via ad un’operazione accurata di lotta agli sprechi, ai privilegi e agli scandali che investono la Difesa e di revisione puntuale di tutti i programmi di armamento, a cominciare dai cacciabombardieri F35.
Niente di tutto questo. Il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola chiede una delega in bianco che gli consentirà di continuare a comprare armi costosissime utili solo a coinvolgere l’Italia in nuove guerre ad alta intensità, di rafforzare l’oscuro mix di interessi che lega la Difesa all’industria militare, di difendere i privilegi della casta militare e di tenere in piedi un carrozzone anacronistico ma molto utile alla mala politica. Impediamoglielo!
Ps. Come mai il disegno di legge delega è stato presentato solo dal Ministro della Difesa? Eppure si tratta di un provvedimento estremamente complesso che coinvolge numerosi ministeri e modifica ruoli e poteri. Perché non c’è la firma del Presidente del Consiglio dei ministri? Perché il testo non è stato concordato con i ministri dell’economia, delle finanze, degli affari esteri, del lavoro e delle politiche sociali, per la pubblica amministrazione e la semplificazione?

Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della Tavola della pace

 http://www.perlapace.it/index.php?id_article=8133&PHPSESSID=9cd5c20ffe92467d2f8d9bd8e950e56f


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domenica 17 luglio 2011

I tagli di un governo coraggioso , asili, assistenza, mutui e detrazioni, E dovremmo pure ringraziare




I tagli di un governo coraggioso  

asili, assistenza, mutui e detrazioni

E dovremmo pure ringraziare



“Il Paese ha motivo di essere grato al Parlamento per l’impegno e la determinazione con cui ha proceduto in tempi brevissimi all’esame e alla votazione del decreto legge comprendente massicci interventi per la stabilizzazione finanziaria” (Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica)

Come gli dei greci, i mercati fanno le bizze e non sono ancora tranquilli. Potrebbero imbizzarrirsi per qualche oscuro capriccio e decidere di contagiarci. Già la parola contagio, usata in questi giorni, per raccontare il pericolo di ammalarci della stessa epidemia che ha colpito Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, sta lì a dirci che ancora una volta il pericolo arriva dall’esterno, pronto a travolgerci nella nostra impotenza. Altrove. L’origine e la direzione di quanto sta accadendo è da ricercare sempre altrove. 

Siamo in crisi e la minaccia proviene dall’esterno. Alesina e Giavazzi, sulle pagine del Corriere della Sera, consigliano di non farsi troppe illusioni

Una sorta di mantra dello scaricabarile, che - ripetuto in continuazione da politici e commentatori - lava dai peccati e fa male a noi stessi, perché non ci fa osservare con attenzione le condizioni in cui versa l’Italia come Stato e come nazione, oggi. L’ingresso nell’Euro, la costituzione dell’Europa come soggetto politico e amministrativo, l’apertura delle frontiere a cittadini e ai mercati, chiedevano uno Stato solido, omogeneo e coeso. 

E invece negli ultimi trent’anni la struttura istituzionale dello Stato è stata erosa e svuotata dall’interno. Politici come roditori indefessi ne hanno rosicchiato l’ossatura giorno dopo giorno. Meno lo Stato funzionava più veniva delegittimato dai politici stessi agli occhi dei cittadini. Poi sono arrivati gli anni delle leggi ad personam e i tentativi di cucire la Costituzione come un abito su misura per una persona sola. 

Ma gli abiti hanno tante tasche e tante pieghe. E al loro interno c’è stato spazio per tanti, per chi mediava, per chi tramava e ordiva, per chi eseguiva, per chi contestava e poi al momento opportuno taceva. E intanto sotto i colpi di avvocati, governi, faccendieri e vaffa-day, lo Stato italiano diventava sempre più debole anche come nazione, sfiancato dalla propaganda leghista

Forti di questa debolezza strutturale e forse illusi da quell’arte di arrangiarsi che ci ha fatto salvare tante volte, ci troviamo esposti alla crisi. Non capriccio dell’olimpo del mercato, ma condizione alla quale ci siamo condannati con le nostre mani anno dopo anno, mattone dopo mattone. 

A questa classe politica, il Presidente della Repubblica ha chiesto prova di coesione nazionale. A questo Parlamento, a legge finanziaria approvata, Napolitano ha affermato che il Paese dovrà essere grato. Grati a quali Camere? Quelle che impietose immagini hanno fotografato vuote (vedi foto), nei giorni scorsi? Grati per cosa? Per una manovra regressiva per cui il reddito più è basso e più si paga? Per i tagli agli asili, all'assistenza, ai mutui e alle detrazioni? Grati di cosa? Di aver contribuito ad affondare il Titanic

Viene da chiedersi cosa s’intende per coesione nazionale. Nelle stesse ore in cui venivano approvati provvedimenti che costringeranno cittadini, comuni e regioni a notevoli sacrifici e ad accantonare prospettive di crescita, i parlamentari si facevano lo sconto

Fa rabbia leggere le affermazioni nel corso del dibattito nella Commissione Affari Costituzionali dei senatori del Pdl Pastore, Saro e Saltamartini nel tentativo di giustificare il salvataggio di vitalizi, finanziamenti ai partiti, rimborsi elettorali e indennità parlamentari dai tagli previsti: 

“Il senatore PASTORE (PdL), nel condividere i rilievi formulati dal relatore, si sofferma sul Titolo I del decreto, relativo ai costi della politica e degli apparati pubblici. Ritiene necessario che si levino voci in difesa del prestigio del Parlamento e della dignità della funzione parlamentare, gravemente lesa da campagne diffamatorie che non rappresentano la realtà e alimentano sfiducia nelle istituzioni e in chi le rappresenta.” 

“Il senatore SARO (PdL) ritiene che le misure di contenimento dei costi della politica e degli apparati pubblici siano frutto di una deriva populista, che rischia di determinare una grave delegittimazione del Parlamento. Inoltre, anche procedendo a una radicale revisione di alcuni istituti quali l'indennità parlamentare o il vitalizio, non si riuscirebbe a recuperare il favore dell'opinione pubblica.” 

Coloro che dovevano difendere la società dalla tempesta ormai prossima, hanno mostrato sì coesione sociale, ma per difendere loro stessi dalla società. 

Se l’Italia riuscirà a uscire dalla situazione in cui è precipitata sarà per merito di quei tanti cittadini che, come in altre occasioni (vedi ingresso nella zona Euro, vedi finanziaria 1992-1993 del Governo Amato), si saranno sacrificati, mostrando senso dello Stato e coesione nazionale. E dovranno essere i parlamentari ad essere grati a questo Paese per essersi salvati, e non viceversa come ha improvvidamente dichiarato a caldo il Presidente della Repubblica. 

Si può essere grati a persone che ci hanno condotto per loro insipienza, voracità e miopia politica a questa situazione? Parlamentari, emanazione delle segreterie di partito, che non possiamo neanche eleggere per una legge elettorale che loro hanno architettato e poi mantenuto in vita? 

E allora, come scrive Pippo Civati sul suo blog, forse è ora di un’operazione di “credito pubblico”, che restituisca credibilità a una classe politica che, con il debito pubblico, ha accresciuto i propri privilegi. Un’operazione, che riduca lo squilibrio tra gli stipendi di parlamentari e cittadini come era nello spirito iniziale della Costituzione, partendo dall’abolizione dei vitalizi, dalla riorganizzazione della struttura statale e da una nuova legge elettorale.

Angelo Romano (hanno collaborato Matteo Pascoletti e Arianna Ciccone)
@valigia blu - riproduzione consigliata


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venerdì 21 maggio 2010

manovra di Tremonti: l'editoria minacciata

Intercettazioni e tagli: l'editoria minacciata


Il ddl sulle intercettazioni è l'ultimo attacco di una lunga offensiva del governo contro l'editoria e la stampa indipendente. Nella manovra di Tremonti, nuovi tagli ai fondi per la stampa cooperativa, no profit e delle minoranze?

L’allarme è di nuovo altissimo. Non solo per il ddl sulle intercettazioni che rischia di ridurre sensibilmente la libertà di stampa in Italia. Sulla stampa indipendente, cooperativa, no profit, delle minoranze linguistiche e di partito pende ancora la scure dei tagli decisi lo scorso anno dal «serial ministro» Giulio Tremonti.
L’editoria è infatti uno degli unici settori in cui – senza un quadro legislativo chiaro – i tagli del ministro stanno già operando con effetti devastanti per l’occupazione e per la vita delle aziende stesse.
Lo ricorda in un Mediacoop, l’associazione delle testate cooperative e no profit, in un comunicato congiunto con la Federazione nazionale della stampa, al Comitato per la libertà d’informazione e all’associazione Articolo 21. «Il Sottosegretario Bonaiuti continua ad annunciare risolutori Stati Generali, che già posticipa all’autunno, ma ribadisce che, comunque, non ci sono risorse – si legge nel comunicato – La proposta di legge di riforma, che secondo la richiesta della Camera e del Senato doveva essere presentata entro giugno, è di là da venire. Per il Governo sembra rappresentare sempre più un semplice artificio dialettico: nelle difficoltà economiche generali il problema della informazione, un settore così decisivo per la democrazia del Paese, sembra non esistere, derubricato ad uno dei tanti problemi, se non l’ultimo. Nel frattempo i provvedimenti assunti nel corso degli ultimi due anni, contestati dalla maggioranza bipartisan di Camera e Senato e adottati, tutti, con il ricorso al voto di fiducia, stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di un centinaio di testate, cooperative, non profit, di partito e di quelle edite e diffuse all’estero, di migliaia di piccole esperienze del mondo dell’associazionismo diffuso, di tante aziende dell’emittenza locale impegnate nell’opera difficile e costosa di transizione al digitale ed hanno assestato un pesante colpo a tutte le grandi e più diffuse testate – quotidiane e periodiche – ed all’editoria libraria con la soppressione delle tariffe postali agevolate. In questo quadro parlare di riforma diventa soltanto una beffa. La riforma è in corso di fatto. L’esito sarà quello di una drastica riduzione delle dimensioni del settore e di un gravissimo colpo al pluralismo delle fonti e dell’accesso. E’ appena il caso di ricordare, infatti, che per i contributi diretti per il 2010 è previsto in Finanziaria uno stanziamento del tutto insufficiente che prefigura un ulteriore pesantissimo ed automatico taglio. Senza contare che la trattativa con Poste Spa, convocata dal Governo per la definizione di un accordo privato sulle tariffe postali, si è impantanata nel più assoluto disinteresse dell’esecutivo. E’ urgente che il Governo riprenda in mano la situazione, predisponga rapidamente il DDL promesso e – in attesa di una riforma che consenta al settore editoriale di uscire dalla transizione e di costruire un moderno sistema della comunicazione – dia attuazione urgentemente ai contenuti dell’appello dei 360 Deputati e dell’ordine del giorno approvato dal Senato che prevedono la conferma del diritto soggettivo per il 2010 e 2011; il ripristino dei contributi per i giornali editi e diffusi all’estero e per l’emittenza locale. Torniamo ad insistere, infine, affinché il Governo assuma le iniziative necessarie per sbloccare la trattativa Poste-Editori per la definizione di un accordo sulle tariffe postali equo e sostenibile».

Il timore è che nella manovra che Tremonti sta preparando e che sarà presentata come decreto del governo, su cui probabilmente peraltro scatterà la fiducia, ci siano nuovi e definitivi tagli ai fondi per l’editoria, senza che ancora ci sia all’orizzonte nè l’appuntamento degli Stati generali, né tantomeno la legge di riforma del settore che il governo e in particolare l’evanescente Bonaiuti hanno annunciato da due anni.



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