Le Carte Parlanti

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venerdì 6 luglio 2018

F35 e aumento delle spese militari, il M5S si allinea alla destra

Stando alle stime ufficiali della Difesa si tratterebbe di ulteriori 16 miliardi annui,   che sommati ai reali 23 attuali farebbero oltre 39 miliardi all’anno.   I dati si tradurebbero a più di 100 milioni al giorno.  Ma non siamo mica in Guerra, e se invece Destinassimo,   la metà ai Disoccupati ed al Mondo del Lavoro ?


Passati dai banchi dell’opposizione a quelli di governo
 i movimentisti dei 5 stelle sembrano aver cambiato idea
 su molte questioni in tema di Difesa. 
Con buona pace delle promesse da campagna elettorale.

Con il M5S si rischia di essere un po’ confusi. Giravolte, cambi d’idee e ripensamenti. Da quando sono andati al governo poi, la ‘schizofrenia’ sembra essere peggiorata. Prendiamo il caso degli F-35 gli aerei militari che il Movimento 5 Stelle ha da sempre osteggiato.

“Il programma F35 (i cacciabombardieri) è un programma fallimentare. Chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci in culo”, diceva Alessandro Di Battista. Ma anche Manlio Di Stefano auspicava di chiudere “subito i contratti per gli F-35 ”; così come Tatiana Basilio che tuonava: “Riteniamo il programma degli F35 inutile e costoso”. Per non parlare del voto sulla piattaforma Rousseau che aveva promosso un piano per la riduzione delle spese militari, di riduzione delle missioni e per lo stop immeditao all’acquisto degli F35.

Passati dai banchi dell’opposizione a quelli di governo i movimentisti dei 5 stelle sembrano aver cambiato idea. A confermarlo le parole della ministra della Difesa Elisabetta Trenta che ha assicurato che non taglierà gli ordini degli F35, al massimo potrebbe allungare il piano d’acquisto. “È un programma che abbiamo ereditato e lo valuteremo», ha speigato Trenta, “considerando i vantaggi industriali e tecnologici per l’interesse nazionale”.

Ma non erano il male assoluto? O anche stavolta la differenza tra propaganda e realtà ha riportato tutti con i piedi per terra con buona pace degli elettori? A chiederselo anche il dem Francesco Russo: “Per 4 anni il M5S ci ha letteralmente insultato sul programma relativo agli F-35: “Corrotti, venduti alle lobby delle armi” tanto per citare, a memoria, due degli epiteti più ricorrenti. L’altro ieri il Ministro della Difesa Trenta (scelto dal M5S) ha confermato, in un’intervista l’acquisto degli F-35. Quindi delle due l’una: o i grillini sono corrotti e venduti alla lobby delle armi oppure per quattro anni hanno raccontato un sacco di bugie ai cittadini. A voi la scelta”.

Anche sulle spese militari il ‘cambiamento’ annunciato non c’è.
Anzi le spese militari, secondo il piano di Trenta dovrebbero aumentare. Lo ha detto lei stessa confermando che l’obiettivo è quello previsto dalla Nato di arrivare al 2% del prodotto interno lordo entro il 2024. Stando alle stime ufficiali della Difesa si tratterebbe di ulteriori 16 miliardi annui, che sommati ai reali 23 attuali farebbero oltre 39 miliardi all’anno. I dati, citati dagli studi del Sipri e dell’Osservatorio Millex, si tradurebbero a più di 100 milioni al giorno da spendere per la Difesa: dove troverà la Ministra le coperture?

Ma non siamo mica in Guerra, 
e se invece Destinassimo, 
la metà ai Disoccupati ed al Mondo del Lavoro ?


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Previsioni per il 2018



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sabato 5 ottobre 2013

- LAVORO -: 12 ottobre: manifestazione nazionale a Roma per la...

12 ottobre: manifestazione nazionale a Roma per la difesa e l'applicazione della Costituzione


12 OTTOBRE: MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA




Il 12 ottobre l'appuntamento è a Roma in Piazza della Repubblica alle ore 14. 

L'appello: 'la via maestra'

Ecco il testo dell'appello che ha convocato l'assemblea dell'8 settembre da cui scaturisce il percorso di mobilitazione per la difesa e l'applicazione della Costituzione.
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lunedì 1 ottobre 2012

- LAVORO -: Coda per lo smartphone, non per il lav...


Tutti in fila per il telefonino di ultima generazione e nessuno in fila quando c’è da protestare per la difesa del lavoro o per le ingiustizie a cui quotidianamente siamo sottoposti??
E poi il messaggio che arriva è sicuramente quello del Paese dei bengodi che poco ha a che fare con quello che vogliamo realmente e ne andiamo anche fieri?’
Credo che ognuno di noi possa disporre dei propri soldi come meglio crede ed investirli nell’acquisto dei beni  che ritiene necessari per la sua vita , ma su questa cosa in un momento come quello che stiamo vivendo dobbiamo per forza cercare di fare una riflessione.
 leggi tutto ....
- LAVORO -: Coda per lo smartphone, non per il lavoro:   Coda per lo smartphone, non per il lavoro Tutti in fila per il telefonino di ultima generazione e nessuno in fila quando c’è da ...

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lunedì 17 settembre 2012

Sabra e Shatila 30 anni dopo


Ariel Sharon, a quel tempo ministro della difesa di Israele

Sabra e Shatila sono due campi di rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut, in Libano.
 Tra il 16 e 18 settembre del 1982, in cerca di vendetta per l'assassinio di Gemayel e coordinandosi con le forze israeliane dislocate a Beirut ovest, le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika, entrarono nei campi profughi di Sabra e Shatila, e massacrarono centinaia di arabi palestinesi, tra cui vecchi, donne e bambini. Il film d'animazione Valzer con Bashir ripercorre con estrema drammaticità quel massacro.

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 Una sera, in un bar, un vecchio amico racconta al regista Ari Folman un incubo ricorrente nel quale 26 cani feroci lo inseguono. Lo stesso numero di animali, ogni notte. I due giungono alla conclusione che cè un legame tra lincubo e la loro missione nelle file dellesercito israeliano durante la prima guerra del Libano, all'inizio degli anni 80? Ari si sorprende a scoprire di non ricordare niente di quel periodo della sua vita. Incuriosito da questo fatto inspiegabile, decide di incontrare e intervistare vecchi amici e compagni d'armi in giro per il mondo. Ha bisogno di scoprire la verità su quel periodo e su se stesso. Mano a mano che Ari va avanti con le ricerche, nella sua memoria cominciano ad emergere immagini surreali...

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Sabra e Shatila 30 anni dopo. 
Una strage rimasta impunita. Vi proponiamo l'articolo che scrisse Robert Fisk uno dei primi giornalisti ad entrare nei campi palestinesi dopo il massacro.

Nena News - "Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l'odore. Grosse come mosconi, all'inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito - a legioni - sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all'altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c'è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All'inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l'odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini - i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» - se n'erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c'erano cadaveri - donne, giovani, nonni e neonati - stesi uno accanto all'altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest - il secondo palazzo del viale Camille Chamoun - li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell'orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un'altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C'erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell'odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un'atrocità, un episodio - con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano - che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all'inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell'Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l'unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c'erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C'erano neonati - tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione - gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell'esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov'erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov'erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c'era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d'auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all'entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest'odore?»

Appena superato l'ingresso sud del campo, c'erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C'erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall'entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell'agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all'orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l'ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall'altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un'altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall'orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l'unica prova - per quanto ne sapesse - di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l'aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n'erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c'era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l'avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l'altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all'altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all'attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l'avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n'erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po'. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani - gli assassini della ragazza - avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l'americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all'entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall'altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l'equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l'odore era terrificante e ai miei piedi c'era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel'avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall'altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L'intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer - con il posto di guida vuoto - parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov'erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell'Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l'uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall'altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all'ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato - osservato attentamente - dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest - forse erano falangisti, forse israeliani - ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C'era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c'era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese - un collega di Ane-Karina Arveson - aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati - i falangisti o i miliziani di Haddad - erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo - il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo - della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c'erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l'albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c'erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant'anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C'erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un'arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c'era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c'era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi. -di Robert Fisk - settembre 1982


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giovedì 17 maggio 2012

Difesa: spending review spendi di più




Difesa: Non è una “spending review”! Ma “spendi di più”

Si è aperta ieri al Senato la discussione sul disegno di legge delega che avrebbe dovuto tagliare la spesa militare. Quella del ministro Di Paola è una “riforma” che comporterà l’aumento della spesa pubblica e delle spese militari. Altro che scure sulla Difesa.


    
 Finalmente si taglia. I cacciabombardieri F35 passano da 131 a 90. I soldati passano da 190.000 a 150.000. Uno sente queste cose e pensa: finalmente si tagliano le spese militari. E invece no. Quella del ministro Di Paola è una “riforma” che comporterà l’aumento della spesa pubblica e delle spese militari. Altro che scure sulla Difesa. Altro che “spending review”! Questa è una “spendi di più”. Sottoposto a una fortissima pressione morale ed economica, il ministro della Difesa ha dovuto annunciare la revisione di tutti i programmi di armamento delle forze armate e dell’intero apparato militare. Per ottemperare a questo impegno il ministro ha predisposto un disegno di legge oggi in discussione al Senato con il titolo “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale”.  Cosa dice il ministro? Non c’è alcun bisogno di ridefinire il modello di difesa, perderemmo solo un sacco di tempo. Facciamo noi militari. Il Parlamento deve solo delegarci e noi taglieremo dappertutto: spese, personale, caserme, sprechi, armamenti. Alla fine avremo delle FFAA più efficaci ed efficienti “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, neppure nella fase iniziale del processo”. Anzi, “al termine del processo di riforma, ci saranno significativi vantaggi per la finanza pubblica.” Meglio di così? Dov’è il problema?
Di problemi non ce n’è uno ma molti. Ecco un primo elenco.
1. Il progetto comporta non una riduzione ma un aumento della spesa pubblica.  Il ministro vuole liberarsi di circa 33.000 militari scaricando il loro costo sulle altre amministrazioni dello stato. Allo stesso tempo pretende di mantenere inalterato il bilancio a sua disposizione. Ma se il saldo della Difesa resta invariato vuol dire che aumenterà la spesa degli altri ministeri.
2. Il progetto comporta non una riduzione ma un aumento della spesa militare. Il principio-guida è: meno soldati più armi. Ci teniamo gli stessi soldi, riduciamo il personale e investiamo i “risparmi” per comprare nuove armi.
3. Anche la vendita delle infrastrutture militari da dismettere non porterà alcun beneficio al bilancio dello stato o alle comunità locali ma dovrà contribuire ad aumentare il bilancio della difesa.
4. Per incassare altri soldi il ministro pretende inoltre di essere autorizzato a svendere direttamente ad altri paesi le armi di cui si vuole sbarazzare, magari per poi dire che gliene servono di nuove. Di più. Molto di più. Con la riforma il ministro della difesa potrà impegnarsi personalmente nella vendita di armi italiane nel mondo cancellando d’un botto tutte le ipocrisie che circondano l’intreccio tra i militari e l’industria degli armamenti. “In sostanza, l’intervento è volto a rendere maggiormente efficace il rapporto tra lo Stato e le imprese nazionali, al fine di promuoverne l’affermazione in ambito internazionale.”
5. Il ministro ha le idee chiare anche in materia di protezione civile. Non importa quale sia la minaccia da fronteggiare: ogni intervento di protezione civile delle FFAA dovrà essere pagato (dai comuni o dallo stato si vedrà) a piedilista direttamente al ministero della Difesa. Lo stesso vale per i servizi di assistenza al volo sugli aeroporti militari aperti al traffico civile e per ogni altra attività svolta in favore di altri soggetti pubblici o privati. Se qualcuno vuole i nostri servigi deve pagare.
6. Un’altra pretesa del ministro Di Paola si chiama “flessibilità gestionale di bilancio”. Come a dire: voi dateci i soldi, poi decidiamo noi come spenderli. Visto le performance del passato c’è da giurare che non si faranno mancare nulla. Ieri le maserati e domani?
7. Con la stessa spudoratezza il ministro pretende di gestire tutto il delicatissimo capitolo della riduzione del personale militare e civile. Per liberarsi di questo “peso” senza troppi problemi, il ministro pretende che ai suoi uomini non venga applicata la riforma delle pensioni appena approvata, che si adottino trattamenti di favore per il trasferimento dei militari in altre amministrazioni pubbliche, negli enti locali e persino nelle municipalizzate e si estendano alcuni privilegi oggi negati a tutti gli altri.
8. Il piano presentato dal ministro è estremamente vago e difficilmente realizzabile. Ci costringe a impegnare centinaia di miliardi di euro da qui al 2024 senza alcuna garanzia di successo. Tant’è che tra le tante pretese c’è anche quella di prorogare annualmente il termine entro cui realizzare la riforma. Se non basteranno 10 anni, la faremo in 11, 12, 13, 14…. Ma questa è la riforma della repubblica delle banane!
Una riforma così delicata e complessa richiede un ben altro approccio. Prima di tutto il Parlamento discute i problemi della sicurezza dell’Italia e ridefinisce gli obiettivi da perseguire con i diversi strumenti a disposizione. L’ultima volta che ha tentato di farlo erano ancora gli anni ’80. Individuate le finalità si ridefiniscono i criteri d’impiego delle FFAA anche alla luce delle necessità di contenimento della spesa pubblica. Solo allora si dà mandato ai tecnici di riformulare l’organizzazione dello strumento militare. Nel frattempo si dà il via ad un’operazione accurata di lotta agli sprechi, ai privilegi e agli scandali che investono la Difesa e di revisione puntuale di tutti i programmi di armamento, a cominciare dai cacciabombardieri F35.
Niente di tutto questo. Il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola chiede una delega in bianco che gli consentirà di continuare a comprare armi costosissime utili solo a coinvolgere l’Italia in nuove guerre ad alta intensità, di rafforzare l’oscuro mix di interessi che lega la Difesa all’industria militare, di difendere i privilegi della casta militare e di tenere in piedi un carrozzone anacronistico ma molto utile alla mala politica. Impediamoglielo!
Ps. Come mai il disegno di legge delega è stato presentato solo dal Ministro della Difesa? Eppure si tratta di un provvedimento estremamente complesso che coinvolge numerosi ministeri e modifica ruoli e poteri. Perché non c’è la firma del Presidente del Consiglio dei ministri? Perché il testo non è stato concordato con i ministri dell’economia, delle finanze, degli affari esteri, del lavoro e delle politiche sociali, per la pubblica amministrazione e la semplificazione?

Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della Tavola della pace

 http://www.perlapace.it/index.php?id_article=8133&PHPSESSID=9cd5c20ffe92467d2f8d9bd8e950e56f


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giovedì 3 maggio 2012

LINKS: ROMA: IN DIFESA DELL'ACQUA E DEI SERVIZI PUBBLICI ...

ROMA: IN DIFESA DELL'ACQUA E DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI



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IN DIFESA DELL'ACQUA E DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI
PER I DIRITTI DEI LAVORATORI E LA DEMOCRAZIA

ROMA NON SI VENDE!

SABATO 5 MAGGIO
MANIFESTAZIONE CITTADINA
PARTENZA PIAZZA VITTORIO ORE 15.00



LINKS: ROMA: IN DIFESA DELL'ACQUA E DEI SERVIZI PUBBLICI ...: - IN DIFESA DELL'ACQUA E DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI PER I DIRITTI DEI LAVORATORI E LA DEMOCRAZIA ROMA NON SI VENDE! SAB...

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martedì 22 novembre 2011

Al presidente del Consiglio Monti e al ministro della Difesa




 Lettera aperta al presidente del Consiglio Monti 

e al ministro della Difesa



Ci chiederete sacrifici, questo lo sappiamo bene. E saremmo anche disposti a farne, di sacrifici. Ma vi preghiamo, fate che questi sacrifici abbiano un senso diverso dal mantenere una costosissima macchina di morte.
Caro presidente Monti, caro ministro ammiraglio Giampaolo Di Paola
Il vostro è un governo tecnico, che più tecnico non si può. Nemmeno un politico ne fa parte, e questa oggi potrebbe essere anche una buona notizia.
Siete stati incaricati di risanare il nostro Paese. Potreste per favore cominciare dalle spese più mostruose, più mostruosamente inutili e più inumane che lo Stato italiano affronta?
Ve ne elenco qualcuna: lo Stato spende 50 mila euro al minuto (tre milioni di euro all'ora, 72 milioni al giorno, oltre due miliardi di euro al mese, ventisette all'anno) per mantenere l'esercito da cui il ministro ammiraglio proviene.
Siete sicuri che siano tutti indispensabili?
Siete sicuri che sia indispensabile spendere oltre un miliardo e mezzo per fare la guerra agli afgani?
Siete sicuri che sia indispensabile spendere 15 miliardi di euro per dei cacciabombardieri (che poi vanno mantenuti, e Lei sa bene, egregio ministro, quanto costa mantenere un cacciabombardiere, si raddoppiano quasi, le cifre)
E' proprio necessario avere in dotazione due portaerei?
Ma è proprio necessario che nell'esercito italiano ci siano più graduati che soldati semplici?
Che ci siano più di 500 generali? E che a questi generali debbano essere pagate non solo le Maserati blindate ma addirittura le case e persino le colf?
Ci chiederete sacrifici, questo lo sappiamo bene. E saremmo anche disposti a farne, di sacrifici. Ma vi preghiamo, fate che questi sacrifici abbiano un senso diverso dal mantenere una costosissima macchina di morte.
Buon lavoro e grazie per l'attenzione
Maso Notarianni


 http://it.peacereporter.net/articolo/31620/Lettera+aperta+al+presidente+del+Consiglio+Monti+e+al+ministro+della+Difesa

LEGGI ANKE
http://cipiri.blogspot.com/2011/11/tre-milioni-allora-litalia-in-crisi-li.html

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lunedì 21 novembre 2011

Tre milioni all’ora: l’Italia in crisi li spende per la difesa. Firmate l’appello di Zanotelli


Tre milioni all’ora: l’Italia in crisi li spende per la difesa. Firmate l’appello di Zanotelli
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Malgrado l’assenza di supporto mediatico sono già settemila le adesioni, che continuano a ritmo incessante, all’appello contro la manovra finanziaria di Padre Alex Zanotelli, che chiede di tagliare drasticamente le enormi spese militari italiane e non i servizi sociali.
Di seguito il testo dell’appello.
In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. È mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!
È mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…” (art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.
Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?
Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?
E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!
Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.
E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).
È un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.
Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli
per firmare http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm




LEGGI ANKE
http://cipiri.blogspot.com/2011/11/al-presidente-del-consiglio-monti-e-al.html


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lunedì 31 ottobre 2011

MINISTERO DELLA DIFESA , VENTI MILIARDI DI EURO ALL’ANNO

Basta con le spese militari! Il 4 novembre abbracciamo le caserme



Basta con le spese militari!

Il 4 novembre abbracciamo le caserme

http://cipiri.blogspot.com/2011/10/basta-con-le-spese-militari-il-4.html 

VENTI MILIARDI DI EURO 

ALL’ANNO 

AL MINISTERO DELLA DIFESA


Le spese di guerra schizzano alle stelle!
I costi del crimine della guerra, oggi di Antonio Mazzeo
“Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale”. Continua ad essere chiamato così il 4 novembre, cent’anni dopo la fine del primo terribile conflitto mondiale del secolo breve. Celebrata dai cappellani militari nelle piazze di tutta Italia, caserme e unità navali aperte alla visita di civili, giovani e studenti, donne e uomini armati nel nome della difesa del suolo patrio, dell’onore, di libertà sempre più effimere e intangibili. Eppure mai come quest’anno ci sarebbe tanto bisogno di riflettere sui soffocanti e deleteri processi di militarizzazione della società, dell’economia, della vita di milioni di italiani. Siamo in guerra, una guerra fatta di morti invisibili, in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Somalia, Africa centrale, Filippine, Kurdistan, Yemen e chissà ancora in quanti posti ancora. Una guerra che nelle periferie delle megalopoli è fatta di disperazione, abbandono, emarginazione, morte per fame e malattie. Una guerra alle risorse del pianeta, ai beni comuni, alle migrazioni, all’ambiente. Guerre che vedono l’Italia protagonista, complice, responsabile, vittima. I numeri sono entità fredde, astratte, spersonalizzanti. Il loro uso può assuefare, normalizzare, virtualizzare. Ma ci sono numeri che il 4 novembre ministri, generali e cappellani si guarderanno bene a menzionare. Come ad esempio quelli forniti dal Comando Nato di Bruxelles per quantificare le operazioni di morte realizzate in Libia. Dall’inizio di Unified Protector (31 marzo 2011) sino allo scorso 21 ottobre, ad esempio, sono state condotte 26.223 “sortite” di cui 9.634 Strike (quelle in cui c’è il cosiddetto ingaggio di obiettivi). Ovviamente ci si guarda bene a descrivere la tipologia degli obiettivi di cui si sta parlando. In linea con le guerre globali e permanenti del XXI secolo dove sono satelliti e computer a dirigere blitz e bombardamenti e dove vige il diktat di occultare qualsiasi scenario di distruzione in campo “avversario”, falchi e strateghi di Bruxelles si guardano bene a fornire i dati sui morti e i feriti. Non esistono. Non devono esistere. Ma quanti bambini, donne e uomini sono caduti sotto le bombe dei 9.634 Strike degli aerei Nato? Il 4 novembre faremmo bene a fermarci un attimo e pensarci. Anche perché, sempre secondo la Nato, l’80% delle missioni aeree della coalizione anti-Gheddafi sono state lanciate da basi italiane (Decimomannu, Trapani-Birgi, Sigonella, Gioia del Colle, Aviano, Amendola e Pantelleria, con l’apporto di altre infrastrutture Usa, Nato e italiane come Camp Darby, Pisa, Napoli-Capodichino, Poggio Renatico, Augusta, ecc.). Il 4 novembre dovrebbero riscendere in piazza gli indignati che si oppongono al modello globale neoliberista e al conseguente smantellamento dello stato sociale. Sì, perché la guerra, anzi le guerre del complesso militare-industriale nazionale, stanno dilapidando enormi risorse finanziarie, dissanguando i bilanci dello Stato e annientando le politiche di redistribuzione sociale. Per la Libia assistiamo a un tragico balletto delle cifre di spesa. Solo nei primi mesi di combattimento, l’intervento italiano è costato 500 milioni di euro, ma alcuni analisti affermano che si sia già abbondantemente superato i 700 milioni. Del resto i costi operativi dei singoli mezzi impiegati raggiungono valori allucinanti: tra i 30 e i 65.000 euro per ogni ora di volo dei cacciabombardieri; 11.500 euro per un’ora di volo dei cargo C-130; 100.000 euro di carburante per ogni ora di navigazione della portaerei “Garibaldi” e del cacciatorpediniere “Andrea Doria”. Senza dimenticare che ogni missile o bomba lanciata costa decine e decine di migliaia di euro: dieci strike, centinaia di miglia di euro; cento strike, milioni. Operazioni doppiamente immorali, per il sacrificio delle vittime in Libia, per i milioni di disoccupati o per le famiglie precipitate al disotto della soglia di povertà nel nostro Paese. Senza contare la guerra a Gheddafi, le missioni militari all’estero costeranno a fine 2011 un miliardo e mezzo di euro. Un insostenibile spreco di denaro imposto dai fabbricanti d’armi del complesso Finmeccanica e dal colosso degli idrocarburi ENI, le due holding che con il loro potere finanziario condizionano pesantemente le scelte di politica industriale, estera e della difesa. Come insostenibile è il livello raggiunto dalle spese militari: sempre nel 2011, il solo bilancio del Ministero della difesa ammonta a 20.556.850.000 (venti miliardi e mezzo) di euro, 192 milioni in più del bilancio 2010. E questo mentre istruzione, università, sanità, ambiente, pensioni e assistenza sociale hanno subito tagli draconiani. Vanno poi aggiunti i circa 3 miliardi di euro provenienti dai bilanci di altri ministeri che però hanno aperte finalità militari. Dai fondi del ministero per lo Sviluppo economico si attinge per la ricerca e produzione dei nuovi cacciabombardieri “Eurofighter”, delle unità navali classe “Fremm o per contribuire a favore delle industrie militari e spaziali nazionali; 753 milioni di euro sono stati sottratti dai fondi del ministero dell’Economia per prorogare gli interventi bellici in Afghanistan, Libano e nei Balcani; una percentuale ormai altissima del budget del MIUR, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca viene destinata alla folle corsa spaziale e satellitare delle forze armate. Nei deliri collettivi dei Signori delle guerre, l’Italia si trasforma giorno dopo giorno in un’immensa portaerei di morte, dove si moltiplicano basi, porti e infrastrutture militari, e dove sempre maggiori porzioni di territorio vengono armate e militarizzate. Festeggeremo il 4 novembre a Vicenza, splendida città del Palladio convertita in alloggio-caserma per i parà Usa pronti all’uso in Africa e Medio oriente; o in Sicilia, dove sta sorgendo uno dei quattro terminali terrestri del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare statunitense, il MUOStro di Niscemi, bomba ecologica che disperderà microonde cancerogene per un raggio di oltre 140 km. Lo festeggeremo a Sigonella, dove in 15 anni è stato speso un miliardo di dollari per trasformare lo scalo in un Hub, movimentare uomini, armi e munizioni in mezzo mondo e ospitare i famigerati Global Hawk, gli aerei senza pilota che disumanizzeranno ulteriormente le future guerre planetarie. Festeggeremo il 4 novembre nelle tante città di mare dove periodicamente approdano sottomarini e unità navali a capacità nucleare, decine di reattori desueti con il loro immane carico radioattivo. Lo festeggeremo infine con i corpi armati a cui è stata affidata l’ultima delle guerre all’umanità, quella contro le migrazioni e i migranti: la Guardia costiera, le Capitanerie di porto e la Guardia di finanza, che accanto alla Marina militare, all’Aeronautica, all’Esercito, all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia, presidiano i mari per impedire con ogni mezzo gli sbarchi di chi sogna ancora di poter sfuggire ai conflitti, ai disastri sempre meno naturali, alla fame e al sottosviluppo. Corpi militari che con i fondi “civili” europei acquistano sofisticati sistemi d’intercettazione radar e da installare all’interno dei parchi e delle riserve naturali del sud Italia e della Sardegna. Crimini che si sommano ad altri crimini, ingiustizie ad ingiustizie, logiche di morte alla morte. No, noi non festeggeremo il 4 novembre. Lo vivremo come un giorno di dolore e di lutto. E mostreremo indignati tutta la nostra rabbia, contro le guerre, le armi, i militarismi e le militarizzazioni.
Pubblicato in Telegrammi della nonviolenza in cammino, n. 721 del 27 ottobre 2011.

http://www.officinarebelde.org/spip.php?article606

Basta con le spese militari! Il 4 novembre abbracciamo le caserme



Basta con le spese militari!

Il 4 novembre abbracciamo le caserme


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sabato 29 ottobre 2011

FREE - WEB: 19 Maserati per la Difesa

19 Maserati per la Difesa



19 Maserati per la Difesa


È polemica sulle 19 Maserati blindate acquistate dal ministero della Difesa. A chiedere lumi, con un’interrogazione urgente al ministro La Russa, è il deputato Pd Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del partito.
«Faccio una domanda semplice: di fronte alla durissima crisi economica che subiscono sulla loro pelle milioni di italiani, di fronte agli oltre 2,5 miliardi di euro di tagli subiti in tre anni dal comparto Difesa, di fronte alle accorate proteste che a questo riguardo proprio nelle ultime ore il Cocer dell'Esercito ha rivolto al governo, esistono ragioni comprensibili e spiegabili per le quali il ministero della Difesa ha sentito il bisogno di arricchire il proprio parco auto con 19 Maserati blindate?».



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Rinunci all'auto blu? subito pronto un rimborso di € 70.000

FACCIAMO UN APPLAUSO A TUTTI QUEI POLITICI CHE SONO ANDATI IN TELEVISIONE A DIRE CHE HANNO RINUNCIATO ALLE AUTO BLU....Bla bla BRAVI! PECCATO CHE HANNO OMESSO UN PICCOLO PARTICOLARE: RINUNCIANDO ALL'AUTO BLU PERCEPIRANNO € 70.000,00 IN PIU' ALL'ANNO, QUALE RIMBORSO PERCHE' UTILIZZERANNO LA LORO AUTO!! P.S - E' un rimborso alto perchè è comprensivo dei costi degli autisti(per coprire 7 gg ne occorrono 2) bollo, assicurazione benzina e manutenzione.Oltre ai tagliandi.

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mercoledì 16 giugno 2010

Welcome In difesa del diritto di asilo

Welcome. In difesa del diritto di asilo


Appello per una giornata internazionale di lotta in difesa del diritto d’asilo e contro tutti i respingimenti, il 20 giugno 2010. Manifestazioni congiunte nei porti di Venezia, Bari e Ancona, e in quelli di Igoumenitsa e Patrasso in Grecia.
Appello per una giornata internazionale di lotta in difesa del diritto d’asilo e contro tutti i respingimenti, il 20 giugno 2010. Manifestazioni congiunte nei porti dell’Adriatico e in quelli di Igoumenitsa e Patrasso in Grecia.
Da maggio del 2009, con i respingimenti dei migranti verso la Libia, ha avuto inizio una delle pratiche più violente e lesive della dignità umana che le istituzioni italiane abbiano mai messo in atto. Migliaia di persone tra cui donne in stato di gravidanza e bambini, sono state ricacciate verso le prigioni libiche, gli stupri e le deportazioni nel deserto. Si tratta per la maggior parte, come dimostrano le statistiche delle Nazioni unite, di persone in fuga da guerra, persecuzione e violenza generalizzata. Profughi che avrebbero il diritto, secondo le convenzioni internazionali, le leggi comunitarie, la costituzione italiana, di raggiungere un luogo dove chiedere e ottenere asilo.
Era inevitabile che nella dichiarata «guerra all’immigrazione clandestina» il diritto d’asilo venisse travolto, ostacolato, strumentalizzato, banalizzato, svuotato e calpestato. È stato soprattutto attraverso la spettacolarizzazione della frontiera di Lampedusa, sfruttando un’ansia da «invasione» provocata e poi «curata» con la brutalità dei respingimenti nel Mediterraneo, che si sono legittimate le ulteriori restrizioni dei diritti dei migranti e il recente pacchetto sicurezza con l’introduzione del «reato di immigrazione clandestina».
Mentre le nuove leggi non hanno fatto altro che alimentare l’irregolarità forzata dei migranti in Italia, la loro precarietà e il loro sfruttamento sul mercato del lavoro, è stato materialmente impedito l’accesso al territorio alle persone più fragili e più difficilmente «clandestinizzabili»: i potenziali rifugiati. Nonostante i respingimenti siano stati condannati del Consiglio d’Europa e alcuni funzionari del ministero dell’interno siano stati rinviati a giudizio, tutto questo continua ad avvenire.
La vera frontiera a Sud dell’Italia è diventata la costa libica, un luogo irraggiungibile e sottratto a qualsiasi tipo di controllo democratico.
Esiste un’altra frontiera italiana, però, molto più vicina e meno spettacolarizzata, dove «respingimenti» altrettanto illegali e violenti vengono attuati ogni giorno nel silenzio.
Dai porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi, la polizia di frontiera respinge ogni anno migliaia di profughi afghani, curdi, somali, eritrei, sudanesi, palestinesi, che cercano, nascondendosi dentro o sotto i tir in partenza dai porti di Igoumenitsa e di Patrasso, di fuggire dalla Grecia, paese dove l’asilo non esiste [0,03 per cento delle richieste accolte] e che riserva ai migranti un trattamento paragonabile a quello libico.
L’Italia ne ha respinti 3.148 nel solo 2009. Tra di loro moltissimi minorenni e bambini ora rinchiusi nelle carceri greche o rimandati in Turchia e da lì, molto spesso, nei loro paesi d’origine in mezzo alla guerra.
Tutto questo accade nelle nostre città, ogni giorno, anche in questo momento, dentro i nostri porti ormai militarizzati, sulle navi di linea che prendiamo per andare in vacanza.
In Grecia, nonostante la situazione drammatica in cui versa il paese, associazioni e movimenti continuano a sostenere la battaglia dei rifugiati e ci invitano a condividerla.
Indietro non si torna per chi sta cercando di arrivare, ma anche per chi è già qui e può perdere il diritto di restare da un momento all’altro perdendo il lavoro e il permesso di soggiorno.
Indietro non si torna per chi il diritto di restare ce l’ha ancora, ma ogni giorno deve sopportare il razzismo e i veleni di una società alla deriva.
Indietro non si torna anche e soprattutto adesso, che la Crisi viene utilizzata come ricatto individuale e collettivo per impedirci di combattere per ciò in cui crediamo, per non farci parlare di diritti e di dignità, di solidarietà e di opposizione alla guerra.
Indietro non si torna perché, e la Grecia lo dimostra, dove la vita delle persone non vale nulla, dove i profughi non vengono accolti, dove i bambini vengono segregati e abbandonati al loro destino, allora tutto il peggio può succedere.
Per questo l’associazione Kinisi di Patrasso e il Solidarity Group di Igoumenitsa stanno ripartendo del diritto di asilo per parlare dei diritti di tutti e il 20 giugno ci chiedono di essere con loro, da una sponda all’altra della «frontiera» per liberarla, per riprendercela, per farla scomparire. Perché abbiamo un’altra idea di Europa e di mondo.
20 giugno 2010: le città italiane rispondono all’appello delle associazioni greche e sono pronti ad accogliere grandi manifestazioni plurali e condivise che si stringano intorno ai porti guardando l’altra sponda dove, ad Igoumenitsa e Patrasso, altri faranno sentire la loro voce. Tutti insieme, contro tutti i respingimenti, per il diritto d’asilo in Italia, in Grecia, in Europa.
Partecipa anche tu alla campagna WELCOME. INDIETRO NON SI TORNA.
Possono esserci tanti percorsi diversi, in tutte le città italiane, per arrivare al 20 Giugno nei porti dell’Adriatico. Iniziative da costruire, riflessioni da approfondire, persone da convincere e da portare con noi.
Scarica e diffondi il video “Indietro non si torna” sui respingimenti tra la Grecia e l’Italia
Il sito di Melting pot Europa si offre come strumento condiviso di dibattito e confronto, informazione e diffusione di tutte le iniziative che verranno programmate verso il 20 giugno.
Nei prossimi giorni verranno definiti i dettagli dei percorsi e degli appuntamenti a Venezia, Ancona e Bari.
Per Info e adesioni: *infowelcome@meltingpot.org
*





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martedì 8 giugno 2010

appello in difesa del diritto di asilo

Welcome. Indietro non si torna: appello in difesa del diritto di asilo


www.meltingpot.org


Appello per una giornata internazionale di lotta in difesa del diritto d’asilo e contro tutti i respingimenti, il 20 giugno 2010. Manifestazioni congiunte nei porti di Venezia, Bari e Ancona, e in quelli di Igoumenitsa e Patrasso in Grecia.

Appello per una giornata internazionale di lotta in difesa del diritto d’asilo e contro tutti i respingimenti, il 20 giugno 2010. Manifestazioni congiunte nei porti dell’Adriatico e in quelli di Igoumenitsa e Patrasso in Grecia.

Da maggio del 2009, con i respingimenti dei migranti verso la Libia, ha avuto inizio una delle pratiche più violente e lesive della dignità umana che le istituzioni italiane abbiano mai messo in atto. Migliaia di persone tra cui donne in stato di gravidanza e bambini, sono state ricacciate verso le prigioni libiche, gli stupri e le deportazioni nel deserto. Si tratta per la maggior parte, come dimostrano le statistiche delle Nazioni unite, di persone in fuga da guerra, persecuzione e violenza generalizzata. Profughi che avrebbero il diritto, secondo le convenzioni internazionali, le leggi comunitarie, la costituzione italiana, di raggiungere un luogo dove chiedere e ottenere asilo.
Era inevitabile che nella dichiarata «guerra all’immigrazione clandestina» il diritto d’asilo venisse travolto, ostacolato, strumentalizzato, banalizzato, svuotato e calpestato. È stato soprattutto attraverso la spettacolarizzazione della frontiera di Lampedusa, sfruttando un’ansia da «invasione» provocata e poi «curata» con la brutalità dei respingimenti nel Mediterraneo, che si sono legittimate le ulteriori restrizioni dei diritti dei migranti e il recente pacchetto sicurezza con l’introduzione del «reato di immigrazione clandestina».
Mentre le nuove leggi non hanno fatto altro che alimentare l’irregolarità forzata dei migranti in Italia, la loro precarietà e il loro sfruttamento sul mercato del lavoro, è stato materialmente impedito l’accesso al territorio alle persone più fragili e più difficilmente «clandestinizzabili»: i potenziali rifugiati. Nonostante i respingimenti siano stati condannati del Consiglio d’Europa e alcuni funzionari del ministero dell’interno siano stati rinviati a giudizio, tutto questo continua ad avvenire.
La vera frontiera a Sud dell’Italia è diventata la costa libica, un luogo irraggiungibile e sottratto a qualsiasi tipo di controllo democratico.

Esiste un’altra frontiera italiana, però, molto più vicina e meno spettacolarizzata, dove «respingimenti» altrettanto illegali e violenti vengono attuati ogni giorno nel silenzio.

Dai porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi, la polizia di frontiera respinge ogni anno migliaia di profughi afghani, curdi, somali, eritrei, sudanesi, palestinesi, che cercano, nascondendosi dentro o sotto i tir in partenza dai porti di Igoumenitsa e di Patrasso, di fuggire dalla Grecia, paese dove l’asilo non esiste [0,03 per cento delle richieste accolte] e che riserva ai migranti un trattamento paragonabile a quello libico.
L’Italia ne ha respinti 3.148 nel solo 2009. Tra di loro moltissimi minorenni e bambini ora rinchiusi nelle carceri greche o rimandati in Turchia e da lì, molto spesso, nei loro paesi d’origine in mezzo alla guerra.

Tutto questo accade nelle nostre città, ogni giorno, anche in questo momento, dentro i nostri porti ormai militarizzati, sulle navi di linea che prendiamo per andare in vacanza.

In Grecia, nonostante la situazione drammatica in cui versa il paese, associazioni e movimenti continuano a sostenere la battaglia dei rifugiati e ci invitano a condividerla.

Indietro non si torna per chi sta cercando di arrivare, ma anche per chi è già qui e può perdere il diritto di restare da un momento all’altro perdendo il lavoro e il permesso di soggiorno.
Indietro non si torna per chi il diritto di restare ce l’ha ancora, ma ogni giorno deve sopportare il razzismo e i veleni di una società alla deriva.
Indietro non si torna anche e soprattutto adesso, che la Crisi viene utilizzata come ricatto individuale e collettivo per impedirci di combattere per ciò in cui crediamo, per non farci parlare di diritti e di dignità, di solidarietà e di opposizione alla guerra.
Indietro non si torna perché, e la Grecia lo dimostra, dove la vita delle persone non vale nulla, dove i profughi non vengono accolti, dove i bambini vengono segregati e abbandonati al loro destino, allora tutto il peggio può succedere.

Per questo l’associazione Kinisi di Patrasso e il Solidarity Group di Igoumenitsa stanno ripartendo del diritto di asilo per parlare dei diritti di tutti e il 20 giugno ci chiedono di essere con loro, da una sponda all’altra della «frontiera» per liberarla, per riprendercela, per farla scomparire. Perché abbiamo un’altra idea di Europa e di mondo.

20 giugno 2010: le città italiane rispondono all’appello delle associazioni greche e sono pronti ad accogliere grandi manifestazioni plurali e condivise che si stringano intorno ai porti guardando l’altra sponda dove, ad Igoumenitsa e Patrasso, altri faranno sentire la loro voce. Tutti insieme, contro tutti i respingimenti, per il diritto d’asilo in Italia, in Grecia, in Europa.

Partecipa anche tu alla campagna WELCOME. INDIETRO NON SI TORNA.

Possono esserci tanti percorsi diversi, in tutte le città italiane, per arrivare al 20 Giugno nei porti dell’Adriatico. Iniziative da costruire, riflessioni da approfondire, persone da convincere e da portare con noi.

Scarica e diffondi il video “Indietro non si torna” sui respingimenti tra la Grecia e l’Italia

Il sito di Melting pot Europa si offre come strumento condiviso di dibattito e confronto, informazione e diffusione di tutte le iniziative che verranno programmate verso il 20 giugno.

Nei prossimi giorni verranno definiti i dettagli dei percorsi e degli appuntamenti a Venezia, Ancona e Bari.

Per Info e adesioni: *infowelcome@meltingpot.org

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lunedì 4 gennaio 2010

Difesa della democrazia e della Costituzione


. Un'assemblea nazionale per la difesa della democrazia e della Costituzione

di Giuseppe Giulietti



Il giornle del partito dell'amore ha deciso oggi di manganellare il presidente della Camera Gianfranco Fini, e lo ha fatto in modo durissimo, nequivocabile, parogonandolo "all'orribile Di Pietro". C'è poco da scherzare, nel loro linguaggio si tratta di una accusa terribile, la stessa che veniva rivolta agli infami, ai traditori, a quelli che sputano nel piatto del padrone, che sarebbe poi re Silvio, il vero proprietario del Giornale.

Le stesse parole oggi riservate a Fini, furono scagliate contro Indro Montanelli quando osò manifestare le sue critiche al medesimo Berlusconi.

L'offensiva odierna segna l'apertura di una vera e propria campagna contro Fini, contro Napolitano, contro la corte costituzionale, contro chiunque voglia e vorrà difendere la prima parte della costituzione e impedire che l'annunciato confronto possa trasformarsi in una svendita della legalità repubblicana.

Naturalmente non mancheranno le prese di distanza, le rettifiche, gli attestati di affetto all'amico Fini ,ma la ricomposizione sarà impossibile.

Lo stesso spettacolo, del resto, era andato in scena dopo i messaggi mediatici e politici riservati alla signora Veronica, al direttore dell'Avvenire Dino Boffo, alla corte costituzionale, allo stesso Fini.
Il prossimo obiettivo sarà,al momento opportuno,il presidente Napolitano.

Non ci interessa sapere se qualcuno chiederà a Feltri di dimettersi, comunque sarebbe una operazione di facciata, forse lo ritroveremmo, poco dopo, in una delle trasmissioni del polo raiset.

In ogni caso al direttore del Giornale va dato atto di aver dato voce agli umori profondi di una parte della destra, quella più vicina al presidente del consiglio, quella che vuole il botto finale, la devastazione della costituzione e una bella lezione agli oppositori e ai poteri di controllo, in quanto tali.

Di fronte a questo assalto le opposizioni dovrebbero trovare il coraggio di riunirisi, di concordare un'azione comune, dentro e fuori il Parlamento, abbandonando estremismi verbali e tentazioni consociative rovinose.

Non è escluso che il messaggio di oggi possa essere anche una richiesta di immediato scioglimento delle camere per puntare alla realizzazione di una repubblica presideniale fondata sul controllo diretto dei media principali e sul rapporto plebiscitario tra il capo e la sua gente.

Altro che rispetto dei valori racchiusi nella prima parte della Costituzione!

Anche per queste ragioni abbiamo deciso di promuovere la prima assemblea nazionale di articolo 21, interamente dedicata alla Costituzione e aperta alla partecipazione di quanti, cittadine e cittadini, comitati, associazioni, forze politiche e sindacali, non intendono assistere al tentativo di mettere sotto i piedi la legalità repubblicana e di modificare la natura stessa dell'ordinamento democratico nato dalla lotta di liberazione.

Per raggiungere questo obiettivo, bisognerà andare oltre gli schemi del passato, abbandonare categorie rassicuranti ma non utili nel presente, e mettere insieme quanti, anche nel centro destra, non intendono più accettare lo schema di una sorta di "democrazia proprietaria e familistica" nella quale conta solo il denaro, la forza, il controllo e la manipolazione della pubblica opinione.

Questo schema non è pericoloso solo per chi non ama il berlusconismo, ma anche per chi, pur essendo di destra, non vuole rinunciare alla politica, al confronto tra i progetti, alla libera dialettica nelle assemblee elettive e alla necessità che sia assicurata una autonomia reale a chi deve garantire la legalità e il controllo verso qualsiasi forma di corruzione e di degenerazione del potere.

Questi valori e questi principi sono oggi in discussione.

Articolo 21, insieme a tanti altri soggetti collettivi, vuole lavorare per unire e non per dividere, per questo la nostra assemblea sarà interamente dedicata alla individuazione di percorsi e azioni comuni con l'obiettivo di suscitare un grande movimento unitario capace di andare oltre i vecchi confini e di contribuire a spazzare dai nostri cieli quelle nubi che minacciano di distruggere il raccolto.

In questo caso il raccolto sarebbe rappresentato dalla costituzione e da quei diritti, a cominciare da quelli sociali, che sono una grande ricchezza individuale e collettiva.

Mai come in questo caso sarà il caso di non limitarsi ad assistere, fermandosi a tifare per una delle squadre in campo, anche perchè il risultato finale della partita riguarderà il nostro presente e il futuro dei nostri figli.

DA : http://www.articolo21.org/

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lunedì 17 agosto 2009

Afghanistan, Esteri e Difesa ammettono: è guerra.

Afghanistan, Esteri e Difesa ammettono: è guerra. Ma chi dovrebbe difendere la Costituzione (e il lavoro, e la libera informazione, e i servizi pubblici) è troppo occupato a discutere delle proprie poltrone e delle altrui puttane)
Meglio La Russa, e meglio Franco Frattini, di chi oggi dovrebbe stare all'opposizione e ieri stava al governo di questo Paese.

Senza ipocrisie, il ministro degli Esteri e quello della Difesa ci dicono che l'Italia è in guerra. Per preparare la pace.

Non c'era bisogno di loro per capire che questo Paese è precipitato nella barbarie.

Le fabbriche chiudono, e l'opposizione si occupa delle sue poltrone e delle altrui puttane.

Si attacca l'unità dello Stato e l'opposizione si occupa delle sue poltrone e delle altrui puttane.

Si cancella la libertà di informazione e l'opposizione si occupa delle sue poltrone e delle altrui puttane.

Si elimina il servizio pubblico radiotelevisivo, rapinando miliardi di euro ai cittadini, e l'opposizione si occupa delle sue poltrone e delle altrui puttane.

Si dice con malcelato disprezzo che la Costituzione italiana è carta straccia e l'opposizione si occupa delle sue poltrone e delle altrui puttane.

Siamo in guerra, ve ne rendete conto? Sveglia!

1) Secondo la giurisdizione internazionale, il governo legittimo dell'Afghanistan è ancora quello talebano. Dice il generale Fabio Mini, cioé una persona molto lontana dal poter essere definita pacifista. "I talebani non sono semplici terroristi. O meglio non sono soltanto questo: sono anche i rappresentanti del governo legittimo dell'Afghanistan precedente alla guerra. In linea teorica, la loro legittimità sull'Afghanistan si esaurisce con la debellatio, cioè con la loro sconfitta, con la fine della guerra e con l'instaurazione di un nuovo governo legittimo. Ma se gli americani continuano la guerra contro di loro significa che la debellatio non è stata completata, che il governo è un fantoccio degli occupanti e che in sostanza i talebani continuano a combattere giuridicamente in nome di uno Stato che non ha firmato alcuna resa e che non ha cessato di rivendicare la propria sovranità contro l'occupante di turno".

2) "Oggi la Costituzione con l’articolo 11 rifiuta la guerra. Dovremmo interpre­tare quel rifiuto alla guerra includendo anche le azioni propedeutiche al creare la pace", dice il ministro Frattini, perché "qui non si tratta di esercitazioni, bensì di azioni nelle quali davanti a noi ci sono ter­roristi, talebani, insorti ai quali la pace la dobbiamo imporre perché non c’è ancora. La imponiamo con la legittimazione della Nato, dell’Onu, ma parlare di una situazione di pace è come nascondersi dietro a un dito".
Frattini dice una cosa giusta e una cosa sbagliata: la Nato approva e legittima la guerra in atto. L'Onu invece no: le Nazioni Unite hanno dato il via libera, un po' obtorto collo per la verità, ad una missione internazionale di peacekeeping. Oggi invece quella missione non esiste più. Si chiamava "International Security Assistance Force", e secondo il sito dell'esercito italiano ha il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela dell'Autorità afghana che si è insediata a Kabul il 22 dicembre 2001 a seguito della Risoluzione n. 1386 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2001. (Authorizes, as envisaged in Annex 1 to the Bonn Agreement, the establishment for 6 months of an International Security Assistance Force to assist the Afghan Interim Authority in the maintenance of security in Kabul and its surrounding areas, so that the Afghan Interim Authority as well as the personnel of the United Nations can operate in a secure environment).

La missione Isaf è poi passata sotto lo stesso comando che dirige Enduring Freedom, tecnicamente la guerra di invasione dell'Afghanistan, e di fatto, essendo stata completamente snaturata, non esiste più. Il tutto, ovviamente, senza che in Italia fosse fatto un passaggio di discussione parlamentare, che pur sarebbe stato obbligatorio.

Quindi, secondo il ragionamento dei nostri ministri e della nostra opposizione che forse distratta dalla discussione sulle proprie poltrone e sulle altrui puttane ha subito approvato l'idea di Frattini e La Russa, è lecito combattere in armi un governo e un Paese purché come fine ultimo ci sia qualche cosa di alto e importante, come la pace. Un ragionamento assurdo, paradossale. Perché seguendolo se ne dedurrebbe che chiunque prenda le armi per un fine che lui e i suoi alleati ritengano importante e alto sarebbe legittimato. Lo sarebbe stato Saddam quando ha invaso il Kuwait, lo sarebbe stato Hitler quando ha invaso la Polonia, lo sarebbero stati - se è vero come dicono in molti che dietro le loro armi ci fossero i servizi segreti dell'Est - le Brigate Rosse.

E noi siam qui, costretti a leggere e ascoltare e vedere in tv non un ragionamento serio sulla paradossale situazione in cui siamo caduti, ma - quando va bene - una discussione sulle proprie poltrone e sulle altrui puttane.

Forse, quando ci faranno assistere ai combattimenti dei gladiatori e ai leoni che mangiano i diversamente credenti, qualcuno di potente si accorgerà che duemila anni di crescita civile sono stati spazzati via. Sempre che non sia distratto dalle proprie poltrone e dalle altrui puttane.

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giovedì 6 agosto 2009

- INNSE - Dateci risposte



"Dateci risposte, noi siamo determinati a resistere"

«Stiamo bene ma siamo determinati a resistere», ripetono ai colleghi nel cuore della notte. Vincenzo, Massimo, Luigi, Fabio e Roberto, il funzionario della Fiom, i quattro operai della Innse di Milano, che 2 GIORNI FA sono entrati dentro la fabbrica e si sono arrampicati sui carri ponte come gesto di protesta contro lo smantellamento dei macchinari della storica azienda milanese, hanno trascorso la notte così. Fuori i loro colleghi a presidiare la fabbrica, dentro loro, arrampicati sulle gru.

Ci hanno pensato a lungo e poi hanno deciso. Hanno aggirato il blocco delle forze dell'ordine, sono entrati nella fabbrica e insieme a Roberto, funzionario della Fiom, si sono arrampicati sulle gru alte dieci metri «per difendere il nostro lavoro e il lavoro in generale». E da lì ancora non scendono. Sono lassù dalle 11 di ieri, invisibili ai loro colleghi che si battono con loro, perchè chiusi dentro la cabina in cima al braccio di metallo.

«Sono talmente determinati che potrebbero restare lì tutta la notte», aveva pronosticato il segretario della Fiom Gianni Rinaldini, che chiede una "sospensione vera": «Non pochi giorni come proposto dalla prefettura ma un mese». La situazione - avverte Rinaldini - «è senza sbocco». E domanda subito un intervento diretto di Berlusconi per bloccare lo smantellamento della fabbrica già iniziato. Le condizioni poste dal segretario della Fiom dopo un lungo incontro con gli operai della Innse sono: sospensione dello smontaggio per tutto il mese di agosto almeno, allontanamento del presidio delle forze dell'ordine, apertura di un tavolo negoziale.

Ad altre proposte gli operai della Innse hanno detto no. E con quel no si è chiusa la loro terza giornata di passione. Attraversata da molti momenti di tensione. Per i quattro in tuta blu sulle gru e per gli altri che si sono ritrovati anche oggi a fronteggiare la polizia in assetto anti-sommossa.

La quarta giornata di protesta è invece iniziata con una beffa. Al mattino, infatti, tra gli operai in presidio davanti alla fabbrica si diffonde la notizia che il proprietario, Genta, ha convocato una conferenza stampa davanti alla prefettura. Un corteo si stacca da via Rubattino e si precipita a Corso Monforte. Ma dell'imprenditore non c'è nessuna traccia. L'ennesima beffa. Incontro rinviato "per ragioni di sicurezza" spiega il legale dell'imprenditore.

Ieri per due volte gli operai della storica azienda metalmeccanica e le forze dell'ordine, che da domenica presidiano la fabbrica, sono venuti a contatto. Mentre i quattro della Innse riescono a infilarsi nella fabbrica. Un atto «pesante, di cui siamo consapevoli per la difesa del lavoro», rivendica la segretaria milanese della Fiom Maria Sciancati: «I lavoratori si sono accorti stamani entrando che la prima lesatrice è già stata completamente smontata e questo certamente li ha portati al gesto di protesta».

«Chi lavora qua da 30 anni sa da dove passare», ha spiegato sorridendo un collega, Claudio, mentre i cinque erano già nel capannone saliti in cima alle gru. Precisamente nelle cabine e quindi senza il rischio di precipitare. «Ci buttiamo giù», hanno cominciato a gridare. La polizia ha deciso di far allontanare gli operai delle ditte acquirenti dei macchinari. Sospese le operazioni di smontaggio, è cominciata la trattativa.

Gianni Rinaldini, Giorgio Cremaschi e Maria Sciancati della Fiom, facevano avanti e indietro per colloquiare con gli operai all'interno e portare notizie ai loro colleghi fuori, in mobilità dal maggio 2008 e che da 14 mesi presidiano la fabbrica. «La prima macchina è stata già smontata», ha annunciato Sciancati. Poi la richiesta del sindacato alla Prefettura con tre condizioni: sospendere lo smontaggio per agosto; allontanare il blocco delle forze dell'ordine e aprire un tavolo tra istituzioni, parti sociali e imprenditori.

Ore di attesa e poi Rinaldini è uscito dalla fabbrica con la risposta della Prefettura e quella degli operai: «Ci hanno proposto alcuni giorni di sospensione, che non sono sufficienti per una trattativa vera». Ora dunque, ha aggiunto, «scriviamo per chiedere un incontro e un intervento diretto di Berlusconi». Gli operai dalle gru facevano intanto sapere che «le trattative non si fanno con il cappio al collo» e «siamo determinati a resistere per tutta la notte e oltre».

Intanto, il proprietario della Innse, Silvano Genta, commenta la richiesta di trattative avanzata oggi dagli operai e il loro gesto di protesta: «Sono solo strumentalizzazioni politiche, le trattative si fanno a tavolino, con la testa sulle spalle e non con la violenza, perchè sono stato minacciato».

L'imprenditore tempo fa ha anche presentato una denuncia in Procura per l'occupazione della sua fabbrica ed è attualmente aperta un'inchiesta a carico di ignoti.

E spunta anche una lettera inviata il 27 gennaio dalla Rubattino 87, società proprietaria dell'area che fa capo alla Aedes. Nella missiva, una raccomandata con ricevuta di ritorno spedita poco prima che Genta vendesse i macchinari, si contesta alla Innse Iniziative srl che fa capo all'imprenditore «la occupazione di fatto dell'area e la mancata corresponsione di indennizzo adeguato» e lo si avvisa di un'imminente causa per ottenere il risarcimento danni e la riconsegna dell'area. L'ad di Aedes, Nicola Cinelli ha spiegato che «c'è oggi stato un incontro con un imprenditore, ma a livello assolutamente preliminare».

Sulla vicenda interviene anche il segretario Pd Franceschini: «La protesta dei 49 lavoratori della Innse è condivisibile ed è solo un primo segnale di quello che potrebbe accadere in autunno. I lavoratori della Innse vanno non solo sostenuti ma anche capiti - ha dichiarato Franceschini, dopo un incontro a Marghera con le organizzazioni sindacali della chimica -. La loro protesta è condivisibile perché siamo di fronte a impegni non mantenuti e tradimenti veri. Bisogna che la politica risponda coi fatti anche perché questi sono i primi segnali di quello che potrebbe avvenire in un autunno carico di tensioni se non vengono date risposte a chi non ce la può fare ad aspettare la fine della crisi senza aiuti da parte dello Stato». Per Franceschini, dunque, «servono misure per fronteggiare l'emergenza, a cominciare dagli ammortizzatori sociali».
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