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sabato 26 gennaio 2013

Olocausto della Memoria


Arte e storia

La parola Storia ha un etimo interessante, perché vi si trovano radici indeuropee ricche di significato. C'è qualcosa del verbo vedere, che è anche una capacità dell'intelletto di riconoscere e giudicare, e quindi di sapere. La Storia è la grande maestra che insegna. O almeno dovrebbe. E la Storia, nella personificazione antica, era una Musa, figlia di Zeus tonante, esattamente Clio, 'colei che rende celebre' e che con le sorelle abitava l'illustre casa, il Museion.
I Musei della Storia sono luoghi dove si celebra (nel senso stretto di frequentazione) il Passato. Un rapporto fruttuoso per il futuro, se è vero che proprio da "ciò che fu" si inizia a imparare.
Ci sono alcuni musei, nel mondo, che hanno lo scopo precipuo di coltivare e rinnovare la Memoria. Il prossimo 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria delle vittime dell'Olocausto, tragedia umanitaria che ogni anno viene ricordata in Italia e nel mondo.
Alla memoria dello sterminio nazista e del popolo ebraico sono dedicati molti musei in tutto il mondo. Ci sono città, come Varsavia e soprattutto Cracovia, dove ancora - nelle zone meno turistiche e frequentate, negli anfratti delle fabbriche, lì dove Oskar Schindler nascondeva i suoi operai - aleggia la ferocia e la crudeltà. Ci sono muri, negli antichi ghetti, ancora imbrattati, a memento del passato. Poi ci sono città che, per una serie di legami con la Shoah, decidono di dedicare allo sterminio un luogo di perpetua memoria. Un museo: nel senso di casa della storia.
Due, almeno, da vedere. Il primo è il Yad Vashem di Gerusalemme, creato dall'architetto israelo-americano Moshe Safdie e inaugurato nel 2005 dopo 10 anni di lavori.
Il Museo è formato da un colossale prisma di 180 metri di lunghezza; all'interno in un percorso a zig zag, gallerie disposte cronologicamente rappresentano, una dopo l'altra, le fasi storiche dell'ebraismo europeo. Il Mevoah, un ipogeo a sezione triangolare in cemento armato, lungo 200 metri e alto 18, è il cardine della composizione e attraversa la sommità del colle Yad.
Il percorso inclinato dà l'impressione di una discesa ad inferos, di calarsi all'interno di una montagna; le pareti laterali convergono verso l'alto da dove, debole e fioca, proviene la luce. "Ho avuto l'idea che le gallerie dove sarebbe stata narrata la storia dell'Olocausto sarebbero state come dei resti archeologici o scavi nella roccia naturale".
Si arriva, alla fine, nella Stanza dei nomi/Hall of Names, un cono di dieci metri che raccoglie testimonianze e lettere delle vittime conosciute dell'Olocausto; simmetricamente, sotto terra, un altro cono è dedicato alle vittime senza un nome.
Il secondo è Il Museo Ebraico di Berlino creato da Daniel Libeskind.
Anche nella costruzione di Libeskind, del 2001, ha una nota zigzagante: se a Gerusalemme è il percorso nella storia a essere disorientante, qui è la struttura che, fortemente simbolica, ricorda una saetta o la stella di Davide distorta.
Così la struttura, che taglia la Lindenstraße, perde ogni funzionalità di contenitore ma diventa essa stessa metafora della sorte di un popolo e, come tale, arte. La concettualizzazione della Shoah nel progetto di Daniel Libeskind è inequivocabile.
Il percorso interno segue la storia, e ne vive le emozioni: come l'altro non affronta l'Olocausto linearmente, il percorso crea le condizioni emotive per una immedesimazione tra lo spettatore e la tragedia. L'arte il questo caso, non è rappresentata dall'oggetto che si vede, si tratta di documenti che come tali (=doceo) insegnano. L'arte è il contenitore, che porta alla compassione, alla comprensione profonda della tragedia.
Una tragedia senza redenzione finale: il percorso del Museo di Berlino si chiude con l'alienazione dell'essere umano, al buio e lontano dal mondo.

La tragedia ha tante forme per essere narrata. Voci che si tramandano, forme che non si deteriorano e rimangono ferme a monito delle generazioni future. Voci che diventano arte, forse perché solo l'arte può rendere liberi.-

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