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domenica 29 aprile 2018

Metà della Produzione di Armi Italiane va all'Islam



Affari per 16 miliardi di euro. 
Tra gli acquirenti Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Turchia.

Vale 16 miliardi di euro il giro d’affari delle esportazioni italiane di armi nei Paesi islamici calcolato nell’ultimo triennio. Tra i materiali d’armamento anche oltre 200 mila agenti tossici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi per un giro d’affari di 29 milioni di euro. E’ quanto emerge dal report “Italian Terrorism Infiltration Index 2018” dell’Istituto Demoskopika.

Un business pari alla metà dell’intero export italiano nel settore bellico quantificabile in 32.034 milioni di euro. In altri termini, ogni 100 euro incassati dagli operatori del made in Italy, circa 50 euro provengono dal mondo islamico. Tra i clienti “più redditizi” figurano Qatar e Arabia Saudita, con una spesa di oltre 5,3 miliardi di euro, impegnati, il primo a guidare una coalizione militare nel conflitto in Yemen e il secondo, ritenuto, da alcune fonti internazionali, possibile finanziatore di gruppi jihadisti e terroristici.

Lombardia e Lazio, inoltre, si confermano, per il terzo anno consecutivo, le realtà territoriali più “esposte” al terrorismo, a cui si aggiunge il Piemonte, che si posiziona al terzo posto, secondo il rapporto Italian Terrorism Infiltration Index 2018  che, oltre ad analizzare i dati più recenti del mercato delle esportazioni dei materiali d’armamento, ha tracciato una mappa delle regioni più a rischio di potenziale infiltrazione terroristica sulla base di quattro indicatori ritenuti “sensibili”: le intercettazioni autorizzate, gli attentati avvenuti in territorio italiano, i visitatori nei musei italiani e gli stranieri residenti in Italia provenienti dai primi cinque paesi considerati la top five del terrore secondo il rapporto di Demoskopika.

Export armi: i paesi islamici valgono ben 16 miliardi di euro
Dal 2015 al 2017, le aziende del settore armamenti italiane hanno introitato dai Paesi islamici  15.905 milioni di euro passando dai 1.768 milioni di euro esportati nel 2015, agli 8.954 milioni del 2016 e ai 5.183 milioni di euro del 2017. Un volume d’affari pari al 49,6% dell’intero export italiano nel settore bellico quantificabile in circa 32.000 milioni di euro.

Il completamento della rilevazione dell’andamento dell’export made in Italy nel settore bellico evidenzia incassi per 877 milioni di euro nel 2013 e per 873 milioni di euro nel 2014. Tra le 28 aree individuate dallo studio in base alla percentuale dei musulmani in rapporto alla popolazione totale di ciascuna singola realtà e alla religione prevalente, ben 9 figurano tra i primi 26 Paesi in cui è più forte l’impatto del terrorismo, sempre secondo l’analisi del Global Terrorism Index 2017.

Occhio agli acquirenti: svettano Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Turchia
Ogni 100 euro incassati dalle imprese italiane per la vendita e la fornitura di armamenti, circa 50 provengono dai Paesi della mezzaluna. Tra i principali acquirenti ci sono Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Singapore che hanno acquistato aerei, elicotteri, carri armati, navi, missili, siluri, agenti tossici e tecnologie varie versando nelle casse italiane ben 13.988 milioni di euro nell’arco temporale osservato.

Nel dettaglio, riguardo, la fornitura di armi, la cifra corrisposta all’Italia per l’acquisto di aerei, elicotteri, carri armati, navi, missili, tecnologia e altri armamenti è stata di 7.711 milioni di euro da parte del Kuwait, di 4.597 milioni di euro dal Qatar, di 736 milioni di euro dall’Arabia Saudita, e di 528 milioni di euro dalla Turchia. E, ancora, in ordine decrescente, tra gli acquirenti islamici risultano Singapore (416 milioni di euro), Emirati Arabi Uniti (393 milioni di euro), Pakistan (391 milioni di euro), Oman (226 milioni di euro), Algeria (221 milioni di euro), Bangladesh (166 milioni di euro), Indonesia (113 milioni di euro), Iraq (74 milioni di euro), Malesia (70 milioni di euro), Bahrein (59 milioni di euro), Egitto (52 milioni di euro), Turkmenistan (47 milioni di euro), Giordania (31 milioni di euro), Marocco (30 milioni di euro), Ciad (13 milioni di euro), Albania (12 milioni di euro), Tunisia (10 milioni di euro), Nigeria (9 milioni di euro), Afghanistan (614 mila euro), Kazakistan (442 mila euro), Brunei (200 mila euro), Guinea (97 mila euro), Burkina Faso (84 mila euro) e, infine, la Mauritania (5 mila euro).

Il borsino degli armamenti: maggiori incassi da aerei, elicotteri e navi
Poco meno di 100 tra aerei ed elicotteri venduti, nell’ultimo triennio, all’intero mercato di esportazione mondiale di riferimento dell’Italia e non esclusivamente all’area islamica individuata, hanno generato introiti per 8.552 milioni di euro. A seguire, nello speciale borsino dei materiali d’armamento, compaiono le forniture di 16 navi da guerra con un giro d’affari pari a 4.178 milioni di euro oltre a 745 mila unità tra bombe, siluri, razzi, missili ed accessori per 2.054 milioni di euro. Segue la vendita di 418 mila armi automatiche e non, per 501 milioni di euro, poco meno di 3 mila veicoli terrestri per 431 milioni di euro, circa 207 mila agenti tossici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi per 29 milioni di euro e 3,4 mila software per 54 milioni di euro.


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Previsioni per il 2018






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venerdì 20 novembre 2015

Islam e Terrorismo sono due cose Separate


L’Islam e il terrorismo sono due cose separate
Collegare l'Islam al Terrorismo, e come Collegare il Cattolicesimo alla Pedofilia 
 bisogna dialogare con i Mussulmani per sconfiggere l' ISIS dall'interno ,
 altre bombe non servono 

La notte del 13 novembre quasi non ho dormito per l’ansia. Come spiegherò che non è colpa mia? Che questo non è l’Islam? Che non credo nelle stesse cose in cui credono questi terroristi? Che gli assassini non hanno religione?
Un musulmano non può condannare gli eventi e basta. Non può semplicemente cambiare la foto profilo con una in cui compare la bandiera francese. Non può twittare #PrayingForParis, no. Deve scrivere #NotInMyName. Deve giustificarsi. Deve spiegare la differenza tra musulmano e fanatico 100 volte al giorno.
Il mio cellulare non ha smesso di vibrare da quella sera. C’è chi mi ha mandato un messaggio, chi ha telefonato e anche chi si è presentato sotto casa. Perché? Per dirmi che mi vuole bene. Per dirmi che sa che io con quei pazzi fanatici che hanno massacrato quasi 130 persone a Parigi la sera del 13 novembre non c’entro niente. Vero, ma è ovvio che c’è un errore nel sistema se hanno tutti sentito il bisogno di dirmelo.
Nel mio mondo ideale questa cosa sarà così scontata che nessuno mai dovrà ribadirla. Io non sarò costretta a dover espiare i peccati altrui, ma soltanto i miei. Anche perché gli “altri” di cui parliamo, i fanatici, sono solo l’1 per cento circa degli 1,6 miliardi di musulmani nel mondo.
L’Isis ha sete di nuove reclute, ha bisogno di attirare a sé altri disadattati, altri individui confusi ed emarginati. Vuole aumentare quella minuscola percentuale, ma noi possiamo fermarli.
La strage di Parigi è quello di cui avevano bisogno l’estrema destra, gli xenofobi, gli islamofobi e le Oriana Fallaci di turno. Si possono aggrappare a questa tragedia, strumentalizzarla e mancarle di rispetto usandola per predicare le loro idee piene di odio, per promuovere l’idea di un NOI e un VOI che non esistono. Queste persone non sono tanto diverse dai terroristi che hanno compiuto gli attacchi a Parigi, anzi, in parte è anche loro la colpa di ciò che è avvenuto.


Un account Twitter dell’Isis ha infatti condiviso la prima pagina dell’edizione di Libero del giorno dopo l’attentato di Parigi, con il titolo “Bastardi Islamici”, per reclutare altri combattenti e promuovere sentimenti “anti-occidente”.
“Musulmani occidentali, guardate cosa pensano di voi. Guardate come vi trattano. Non meritate questo, venite da noi…”

E così, proprio dalla nostra terra, è partita l’ennesima propaganda del sedicente Stato islamico, composto in gran parte proprio da combattenti europei. Noi stessi, con un titolo del genere, abbiamo gettato le basi per chissà quanti altri massacri.
Il vero schiaffo in faccia all’Isis sarebbe mostrare solidarietà. Restare uniti. Dirgli che sappiamo che l’Islam non è quello che loro sostengono. Che musulmani, ebrei, cristiani, buddisti, siamo tutti uniti contro di loro, che sono l’unico vero nemico dell’occidente e del mondo.
Sentiamo sempre il bisogno di dare la colpa a qualcuno o qualcosa per poter sfogare la nostra rabbia e certo non aiuta che questi fanatici si autodichiarano musulmani, ma basterebbe leggere l’ABC dell’Islam per capire che di musulmano hanno ben poco.
Non lasciate che la paura e la rabbia vi rendano ciechi. Sfoghiamo la nostra frustrazione in altri modi, indirizziamola alle persone giuste, ai terroristi, agli assassini, ai fomentatori dell’odio, agli islamofobi, ai fanatici, agli estremisti religiosi o politici che siano, ai razzisti.
Restiamo uniti. Restiamo umani.
L’opinione della giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia dopo gli attentati di Parigi

FIRMA LA PETIZIONE
AUTORE DEL TITOLO
CITATO NELL'ARTICOLO
radiazione immediata dall' 
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MUNDIMAGO


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domenica 15 novembre 2015

Bisogna Dialogare con l' Islam per Eliminare l' IS


Apriamo le porte all’islam

Questo è il momento migliore, anzi è l’unica cosa intelligente e persino furba che possiamo fare.

Sono uscito dal teatro nel quale ho fatto uno spettacolo e in un bar, dove ho preso un caffè per arrivare sveglio a casa, ho appreso della strage in corso in Francia. Nel mio quotidiano si è infilata questa coltellata. Così è successo a me e penso che sia accaduto anche a tanti altri. Ma al telegiornale di notte ho sentito anche Matteo Salvini e l’ho risentito rimbalzare per tutto il giorno successivo in televisione e in rete.

“Chi mi parla dell’islam moderato lo prendo a calci in culo”, scrive, e “non è più il momento dell’ipocrisia, delle sfilate e dei minuti di silenzio, questa è una guerra, serve un intervento militare internazionale subito in Siria e in Libia”.

L’ha detto il migliore degli urlatori che conosce il tono più appropriato per rimbombare nelle pance degli italiani e farle risuonare più del cervello. Ma tanti altri hanno ripetuto lo stesso concetto.

E invece no.

Le bombe non serviranno a nulla. Inaspriranno la violenza, moltiplicheranno gli assassini
Non sono d’accordo nemmeno un po’. Nemmeno se avessero ucciso persone che conosco.
Per ore ho cercato i miei amici a Parigi. Li ho sentiti sconvolti. Mi dicono: “Eravamo fuori a poche 
centinaia di metri. Siamo sotto shock, ma…”, “C. sta chiusa in casa, un po’ di paura, aspettiamo domani per capirci qualcosa…”, “Io tutto bene…”, “Tutto bene. Nessun morto in famiglia, ma sto in 
Lussemburgo, chissà se ci lasciano tornare in Francia. Un abbraccio”, “… una punta di vera 
disperazione per il mondo in cui viviamo” e “Noi bene. A casa per fortuna”.
Faccio un paragone che sembra azzardato, ma sono convinto che non lo sia. Nel nostro paese è stato 
possibile chiudere i manicomi perché gli infermieri e i medici che ci lavoravano si sono ribellati contro i medici e gli infermieri che gli lavoravano accanto e volevano (per paura, per interesse personale, per ideologia, per stupidità, per morbosità) tenere in piedi quel tritacarne umano che era il manicomio.

La stessa forza dobbiamo trovarla nelle donne e negli uomini di religione islamica 
che vogliono e devono aiutarci a combattere dall’interno questo tumore spietato.
 Le bombe non serviranno a nulla. 
Inaspriranno la violenza, moltiplicheranno gli assassini, 
trasformeranno i pacifici in guerriglieri. Sarà 
duro e forse anche pericoloso. 
Ma bisogna saltare da questa finestra perché non c’è una minestra
 in alternativa.
Faccio mie le parole di Ascanio Celestini, (attore) 
Apriamo le porte all’islam.
Bisogna dialogare con questa Religione.
E Distruggiamo l'IS insieme





Belpietro condannato per il falso attentato a Fini

Il direttore di “Libero” Maurizio Belpietro è stato condannato a due mesi di arresto, convertiti in 
un’ammenda da 15 mila euro, per la falsa notizia di un attentato a Gianfranco Fini. Il reato di Belpietro è procurato allarme: “Libero” pubblicò una notizia che mobilitò le forze dell’ordine in tutt’Italia, che poi si rivelò senza alcun fondamento. La fonte del direttore fu scoperta dalla polizia, e si trattava di una persona che voleva prendersi gioco dei giornali. Belpietro era stato assolto nel 2011 dal gip, ma la Cassazione aveva annullato la prima pronuncia della magistratura. Ora, come riporta il “Corriere della Sera”,  il decreto penale (che  Belpietro impugnerà) esclude «l’esimente di un preteso diritto di informazione» per «totale assenza» di «qualsiasi connotato di serietà» in mancanza di una «anche minima verifica possibile». La pena detentiva (poi commutata in ammenda) per il gip non contrasta con Strasburgo perché il no al carcere per i giornalisti è nei casi di diffamazione; e i precedenti penali negano al direttore le attenuanti.

Falso Attentato a Belpietro

Compiute tutte le verifiche, eseguiti tutti gli esperimenti, valutate tutte le testimonianze, gli inquirenti 
sarebbero infatti arrivati a convincersi che in via Monte di Pietà, nel palaz­zo dove abita il direttore di 
Libero , quella sera non sia accaduto in realtà assolutamente nulla. Ovvero: che nessuno ab­bia 
cercato di fare la pelle al giornalista. Che sulle scale del palazzo non ci fosse nessun al­tro, se non il 
capo della squadra di poliziotti che vigila sulla sicurezza di Belpietro. E che tutto quanto accaduto gli 
spari, l’allarme, eccetera  sia stato frutto, nella migliore delle ipotesi, di un errore di valutazione.

Il quotidiano Libero, il giorno successivo alla strage di Parigi, operata da terroristi anti-occidentali, ha dedicato la sua prima pagina ad un servizio anti-islamico intitolato 'Bastardi islamici', contravvenendo a tutte le norme della deontologia professionale in materia di incitamento all'odio razziale e di correttezza dell'informazione.

Il servizio è firmato dal direttore del giornale, Maurizio Belpietro che è indegno di rimanere un giorno di più nell'Ordine professionale.

LETTERA  A
Presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino
Dopo l'ignobile titolo fatto in prima pagina da Libero all'indomani della strage di Parigi, chiediamo la radiazione immediata di Maurizio Belpietro dall'Ordine dei Giornalisti.

Firmate questa petizione

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sabato 15 dicembre 2012

Una Costituzione non per tutti gli egiziani


Una Costituzione non per tutti gli egiziani

Ecco i punti piu' critici e controversi del testo della Costituzione che gli egiziani sono chiamati a votare e che le opposizioni contestano con forza .


  - Leggiamo i 236 articoli della nuova Costituzione egiziana. Uno degli articoli più complessi è il secondo, «i principi della sharia (legge islamica, ndr) sono la fonte principale di legislazione». Ad acquisire un nuovo ruolo di indipendenza e controllo è il centro dell'Islam sunnita, la moschea di al-Azhar, definita un'«istituzione con autonomia esclusiva» e si negano ad autorità esterne i poteri di nomina e revoca del gran muftì. Il punto oggetto di controversie è invece l'articolo 219 delle disposizioni generali in cui si stabilisce una definizione molto ampia dei principi della sharia: regole fondative, giurisprudenza e fonti credibili della dottrina sunnita.

Più avanti (art. 10) si ricorda che «la famiglia è la base della società ed è fondata su religione, moralità e patriottismo», nello stesso contesto si aggiunge che una donna ha il diritto «ad una maternità gratuita e alla salvaguardia della salute del bambino» e debba conciliare «i doveri verso la sua famiglia con il suo lavoro». Una buona parte della Carta costituzionale si occupa di diritti sociali e promette in maniera vaga l'«eliminazione della povertà e della disoccupazione», di proteggere i diritti dei lavoratori, dividere i costi tra capitale e lavoro o dividere i profitti con giustizia.

Più avanti leggiamo nella nuova Costituzione egiziana che «i salari devono essere legati alla produzione», stabilendo un salario minimo e massimo che non viene però quantificato. Secondo l'articolo 15, «la legge regola l'uso della terra per ottenere giustizia sociale e proteggere contadini e fattori dallo sfruttamento».

Dall'articolo 58 in avanti si parla di educazione e diritti sociali. Come stabiliva anche la Costituzione del 1971, la scuola è obbligatoria e gratuita solo fino alle elementari. «La religione e la storia nazionale» sono gli insegnamenti centrali dell'educazione pre-universitaria. E così si richiama in modo generico il dovere di sradicare l'analfabetismo, assicurare l'assistenza sanitaria, al risarcimento dei danni da parte dello stato ai martiri della rivoluzione del 25 gennaio 2011 e alle loro famiglie. Nell'articolo 65, si fa riferimento «ad una pensione per i lavoratori che non hanno accesso al sistema di sicurezza sociale». A questo punto si aggiunge la proibizione del lavoro minorile senza specificare l'età in cui un minore può iniziare a lavorare. Di interesse, è l'articolo 74 che chiarisce l'indipendenza della magistratura e proibisce ogni corte diversa da quella civile. Tuttavia, all'articolo 198 si garantisce l'indipendenza della giustizia militare nonché un budget autonomo per l'esercito.

Dagli articoli 126 in avanti si parla dei poteri del parlamento e del presidente della repubblica. Il parlamento può sfiduciare il primo ministro o uno dei ministri a maggioranza. Mentre il presidente della repubblica può dissolvere il parlamento solo per giusta causa e in seguito a referendum. Il presidente è il comandante delle Forze armate e della polizia, nomina il personale amministrativo civile, militare e può dichiarare a sua discrezione lo stato di emergenza. Secondo l'articolo 152, l'impeachment del presidente deve essere approvato con una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Una delle principali novità, è l'articolo 188 che stabilisce per la prima volta l'elezione diretta dei Consigli locali su base regionale. Infine, nelle disposizioni generali si stabilisce che l'attuale presidente resta in carica per quattro anni e la Camera alta (Shura) acquista i poteri parlamentari fino alle prossime elezioni. Infine, si definisce la maggioranza dei due terzi con il ricorso ad un referendum popolare per qualsiasi riforma costituzionale.


di Giuseppe Acconcia*
 
*Scritto per Il Manifesto


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