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venerdì 18 settembre 2015

Ad Obama Dati Falsi sull'Isis



Hanno dato Ad Obama Dati Falsi sull'Isis, intelligence Usa nei guai
Il Pentagono indaga su possibili distorsioni delle informazioni

Un gruppo di analisti di intelligence statunitense ha consegnato agli investigatori del Pentagono
documenti che dimostrerebbero che alti ufficiali militari hanno manipolato le conclusioni del rapporti sulla lotta allo Stato islamico, sminuendo la pericolosità dei jihadisti. Lo rivela il New York Times, citando varie fonti dell'amministrazione. Era stato lo stesso quotidiano che ad agosto aveva dato notizia dell'apertura dell'indagine interna al ministero della Difesa Usa. L'ispettore generale del Pentagono, che esamina le accuse, si sta concentrando su figure di lato livello dell'intelligence, che dirigono decine di analisti militari e civili presso il Comando centrale degli Stati uniti, il Centcom, responsabile delle operazioni militari contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Bridget Serchak, portavoce dell'ispettore del Pentagono, ha confermato che l'indagine punta al comando dell'intelligence del Centcom.

 "L'inchiesta chiarirà se ci siano state falsificazioni, distorsioni, ritardi, soppressioni o modifiche impropri di informazioni di intelligence" ha affermato, sottoleiando che verrà esaminata "ogni responsabilità personale per qualunque comportamento inadeguato o incapacità di seguire i procedimenti stabiliti". Se le notizie dell'inchiesta erano già trapelate, gli analisti al centro delle indagini oggi dicono che sono stati i loro superiori del Centcom a cambiare le conclusioni su vari temi, quali le capacità militari delle forze irachene e il successo dei bombardamenti in Iraq e Siria, presentando una quadro migliore delel realtà sul campo alla CasaBianca, al Congresso e e agli altri centri di intelligence. "Gli alti gradi dell'intelligence hanno capovolto ogni cosa" ha detto un analista al NYtimes, aggiungendo che le accuse sono rivolte ai più alti responsabili della divisione intelligence del Centcom, guidata dal generale dell'esercito Steven R. Grove. Il tema metterà certamente in difficoltà oggi il generale Lloyd J. Austin III, comandante in capo del Comando, che dovrà parlare al Senato della campagna militare contro i jihadisti dell'Isis.


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mercoledì 30 aprile 2014

I VALORI di Silvio Berlusconi : COMPRARSI TUTTO

buffone

 MANDARE IN ROVINA IL PAESE ITALIA E COMPRARSI TUTTO , 
DAI VOTI ALLE MAGGIORI AZIENDE QUOTATE IN BORSA .

In ogni questione su cui ha messo le mani ha devastato tutto a nostre SPESE
e FACENDO GUADAGNARE i suoi uomini/donne
inserendoli nelle CARICHE cruciali del paese ITALIA
VEDI :
ALITALIA
TERREMOTO L'AQUILA
PONTE SULLO STRETTO

I VALORI di Silvio Berlusconi.
Si va dallo scandalo escort, all’Obama “abbronzato”, passando per le auto-celebrazioni
(«Sono il miglior premier in 150 anni di storia»).

Queste le “peggiori” .

1) “Ce n’erano 11… me ne sono fatte solo 8 …” - E’ la notte del primo dell’anno 2009. Il capo del governo, al telefono con Gianpaolo Tarantini, imprenditore barese, indagato nel fascicolo d’inchiesta sul presunto giro di escort portate a Palazzo Grazioli, racconta la sua serata di Capodanno appena conclusa. Questa l’intercettazione pubblicata dal Corriere della Sera: «Ieri sera avevo la fila fuori dalla porta della camera… erano in undici… io me ne son fatte solo otto perché non potevo fare di più…
 non si può arrivare a tutto…» (1 gennaio 2009).

2) “Meglio belle ragazze, che gay” – «Sono fatto così da sempre: qualche volta mi capita di guardare in faccia una bella ragazza, ma è meglio essere appassionato di belle ragazze che gay». Nei giorni in cui esplode il caso Ruby, Silvio Berlusconi minimizza così, dal Salone del ciclo e motociclo alla Fiera di Milano, la vicenda che lo vede a processo per prostituzione minorile e concussione (2 novembre 2010).

3) “Una settimana di campeggio” – «Certo, si tratta di alloggi temporanei. Ma lo dovrebbero prendere come un weekend di campeggio». Questo il commento alla televisione tedesca N-TV dell’allora Presidente del consiglio sui 28.000 senza tetto del terremoto de L’Aquila, costretti al campo d’accoglienza per gli sfollati
(8 aprile 2009)-

4) “Investite da noi, ci sono tante belle ragazze” – «L’Italia è un paese straordinario per fare investimenti. Oggi (è il 24 settembre 2003) ci sono molti meno comunisti in Italia: sono al 16 per cento anche se negano di esserlo mai stati. Un altro motivo per investire in Italia è che abbiamo bellissime segretarie ». Berlusconi mostra tutta la sua verve quando a Wall Street, sede della Borsa di New York, davanti a una platea scelta di imprenditori italiani ed americani, prova a convincere gli ospiti a investire i loro soldi nel nostro Paese
(24 settembre 2003).


5) “Obama, è uno abbronzato e vi saluta” – «Vi porto i saluti di uno che si chiama… uno abbronzato… Ah, Barack Obama». E poi «voi non ci crederete, ma sono andati a prendere il sole in spiaggia in due, perché è abbronzata anche la moglie» Dopo l’incontro con il presidente americana e la First Lady Michelle, Berlusconi inaugura con queste parole l’intervento alla festa nazionale della Libertà di Milano. E’ la ripetizione di una battuta che, già all’indomani dell’elezione di Obama nel 2008, destò molte polemiche. Il Cav. descrisse il Presidente degli Stati Uniti d’America come un «giovane, bello e abbronzato»
(27 settembre 2009).

6) La superiorità dell’Occidente – «Noi dobbiamo essere consci della superiorità della nostra civiltà, che consiste di un sistema di valori che ha dato alla gente una diffusa prosperità nei paesi che l’hanno abbracciata, e garantisce rispetto per i diritti umani e le religioni. Questo rispetto di sicuro non esiste nei paesi Islamici». E’ il settembre 2001, nei giorni successivi l’attentato alle Torri Gemelle. Nel mezzo dei tentativi di costruire una alleanza globale per affrontare il terrorismo, Berlusconi si fa portavoce delle generalizzazioni sull’Islam. In seguito si scuserà, affermando che le sue parole sono state mal tradotte e fuori contesto
 (27 settembre 2001).

7) «Mussolini non uccise nessuno, Mussolini mandava la gente in vacanza all’estero». E’ il punto di vista del nostro ex primo ministro contenuto nell’intervista del settimanale britannico «The Spectator». Berlusconi affronta il tema dell’Iraq (è il periodo della Seconda Guerra del Golfo) ed è sollecitato a fare un paragone tra Saddam e Benito Mussolini, il cui regime, secondo il premier, non fu feroce come quello iracheno. Berlusconi si sofferma sul fatto «che in Medio Oriente non c’è democrazia, è un popolo che per quasi quarant’anni ha conosciuto solo la dittatura e non conosce altro sistema che la dittatura…» E Nicholas Farrell, uno dei due cronisti inglesi che ha condotto l’intervista ,lo interrompe: «Come in Italia?» Berlusconi: «Lasciamo stare, era una dittatura molto più…». «Benevolente», dice, «o benigna», traduce l’interprete del presidente del Consiglio. Riprende Berlusconi: «Sì, Mussolini non ha mai ammazzato nessuno,
Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino» (11 settembre 2003).

8) «Io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima . Sopporto tutto, mi sacrifico per tutti». Un senso di autostima smisurato quello paventato dal Cavaliere in questa dichiarazione durante un comizio a Roma nei giorni della campagna elettorale per le politiche del 2006. Con lo stile enfatico e la leggendaria vanità che lo contraddistingue da quasi 20 anni, Berlusconi arriva a sottolineare le analogie con il Salvatore. Sempre in quell’occasione, il premier chiuse il discorso con un’altra battuta:
«Spero che i miei figli non mi facciano interdire» (12 febbraio 2006).

9) «Tra qualche mese me ne vado, vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato… punto e basta». E’ il periodo dei processi. In una telefonata del 13 luglio 2011 intercettata in merito al Caso Tarantini, sulla presunta estorsione di cui sarebbe stato vittima, il Cavaliere mostra tutta la sua amarezza per i fatti giudiziari che lo coinvolgono. Dall’altra capo del telefono c’è Valter Lavitola, ex direttore de L’Avanti, accusato di aver fatto da tramite per i versamenti di denaro al faccendiere. Si parla sopratutto di vicende legali. E’ giusto ricordare che qualche anno prima, il 26 gennaio del ’94, Berlusconi faceva il suo ingresso nelle case degli italiani con un videomessaggio con cui inaugurava la campagna elettorale:
«L’Italia è il paese che amo» (13 luglio 2011).

10) “Sono il miglior premier della storia” – «Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere in 150 anni della sua storia». Berlusconi liquida così un giornalista spagnolo che gli chiedeva dello scandalo sessuale
 e del giro di prostituzione e veline in cui sarebbe coinvolto (10 settembre 2009).

http://cipiri.blogspot.it/2014/05/berlusconi-e-unindecenza-firma-la.html

Berlusconi è un'indecenza: 

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La libertà di Berlusconi è un'indecenza. 
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ALITALIA

http://cipiri.blogspot.it/2013/09/alitalia-la-bufala-di-berlusconi-carico.html

Alitalia : la bufala di Berlusconi 

a carico dei contribuenti


«8 miliardi di euro a carico dei contribuenti, bruciati nell'indifferenza più totale. Un vero scempio di denaro pubblico, di migliaia posti di lavoro, di dignità. Mentre oggi scopriamo che i soliti "capitani coraggiosi" hanno comprato l'Alitalia nel 2008 per 260 milioni di euro, a fronte di un valore di 1052 milioni. Ci dicevano che Alitalia sarebbe rinata, oggi è a un passo dal fallimento. 

TERREMOTO L'AQUILA
http://cipiri.blogspot.it/2013/11/laquila-new-town-sprechi-e.html

L’AQUILA: New Town , 

SPRECHI E INFILTRAZIONI MAFIOSE


L’AQUILA 

 ARRIVA IL DOSSIER DI BRUXELLES

PONTE SULLO STRETTO
http://cipiri.blogspot.it/2014/03/ponte-sullo-stretto-di-messina-12.html

Ponte sullo Stretto di Messina : 

1,2 miliardi per non costruirlo



Il Ponte sullo Stretto: 1,2 miliardi per non costruirlo. 
CAPITALISMO

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domenica 15 settembre 2013

SIRIA : Guerra, solo un rinvio?


 La Russia gioca la carta della soluzione diplomatica. Obama alle corde. 
Ma gli Usa potrebbero colpire piu' avanti, alla prima opportunita' favorevole .

- Mentre si profila incerto il consenso del Congresso Usa all'operazione militare annunciata più volte da Obama, la Siria ha accolto favorevolmente la proposta russa di mettere sotto il controllo internazionale le armi chimiche. Lo ha detto ieri il ministro degli Esteri siriano Walid al-Moualem dopo colloqui a Mosca in cui ha lodato il Cremlino per gli sforzi tesi ad "evitare un'aggressione americana". Nel tentativo di sbloccare la situazione al Consiglio di sicurezza Onu, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha detto che potrebbe chiedere al Consiglio di sollecitare Damasco a spostare le sue armi chimiche in siti all'interno del Paese dove possano essere custodite in sicurezza e poi distrutte.

La proposta di Mosca getta la palla nel campo dell'amministrazione Obama che adesso dovrà rispondere a quella che pare delinearsi come una soluzione negoziata della crisi.

Informato, forse in anticipo, di questa mossa a sorpresa della Russia, il segretario di Stato Kerry aveva messo in campo ieri una proposta che appariva solo destinata a guadagnare un po' di tempo e i consensi che continuano a mancare. Kerry infatti ha inviato un diktat alla Siria secondo cui il regime dovrebbe consegnare i suoi arsenali di armi chimiche per evitare i bombardamenti. Ma è una proposta che sottolinea ancora una volta la difficoltà dell'ammninistrazione statunitense ad avviare una escalation di guerra contro la Siria.

Negli Stati Uniti, secondo un sondaggio di Cnn/Orc International, il 59% degli intervistati ha detto che il Congresso non dovrebbe approvare la risoluzione per il via libera all'offensiva, su cui è atteso un primo voto mercoledì, in Senato, nonostante la maggioranza pensi che il presidente Bashar al-Assad abbia usato armi chimiche contro la sua popolazione. Per quasi il 70% degli intervistati, l'azione militare non servirebbe né a raggiungere degli obiettivi, né a tutelare gli interessi nazionali. Il 55% si è dichiarato comunque contrario all'intervento in Siria, anche in caso di approvazione da parte del Congresso; senza l'ok di Capitol Hill, invece, i contrari sarebbero il 71 per cento. Da un lato, dopo aver annunciato di voler decapitare la leadeship siriana, Kerry pretende addirittura che questa posi la testa sul ceppo. Dall'altra diventano sempre più numerose le prove secondo cui l'uso delle armi chimiche sarebbe stato operato dalle milizia ribelli e non dalle forze armate siriane.

Le dichiarazioni del giornalista belga sequestrato e liberato insieme a Domenico Quirico (il quale, abbiamo la netta impressione che sia sottoposto a pressioni fortissime per offrire una versione diversa da quella del suo compagno di prigionia), le rilevazioni satellitari russe (che dovrebbero avere lo stesso valore di quelle statunitensi), le considerazioni del commissario Onu Carla Del Ponte, indicano conclusioni radicalmente opposte a quelle che l'amministrazione statunitense pretende di imporre come verità e come pretesto per bombardare la Siria. Gli stessi giornali statunitensi continuano a scrivere che stavolta manca del tutto la "pistola fumante" che legittimi un attacco militare. Obama in questi giorni si sta giocando l'appoggio del Congresso (e dei sondaggi) concedendo ben sei interviste ad altrettanti emittenti statunitensi in poche ore. La Casa Bianca scatenerà nella serata di oggi un'offensiva mediatica a tutto tondo per persuadere i deputati repubblicani e democratici a sostenere l'attacco sulla Siria.

Per l'amministrazione USA dunque la strada dell'intervento militare in Siria appare ancora problematica. Ma la riluttanza non è un antidoto all'avventurismo militare. Anzi, il rischio principale è proprio questo: il prevalere di una visione "corta" su questa crisi in Medio Oriente (come afferma giustamente il generale Fabio Mini) rispetto ad una disamina razionale delle conseguenze che una aggressione alla Siria, seppur limitata, può innescare.

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giovedì 21 marzo 2013

Palestinesi a Obama in visita nei territori okkupati

 

Palestinesi a Obama:

 «Gli Usa negano il nostro diritto all'esistenza»

Abu Mazen pero' pensa ad altro e chiederà alla Casa bianca di fare pressione su Israele per scongelare 700 milioni di dollari in dazi e tasse


 ore 12.15
PROTESTA A RAMALLAH, SCONTRI TRA MANIFESTANTI E POLIZIA

Sono scoppiati piccoli scontri tra la polizia palestinese e circa 150 manifestanti a Ramallah, mentre è in corso l'incontro tra il presidente Obama e il presidente Abbas. I manifestanti, con in mano le scarpe in segno di disprezzo, cantano slogan contro gli Stati Uniti e chiedono ad Obama di andarsene.
Questa mattina centinaia di palestinesi si sono ritrovati in piazza Al Manara, al centro di Ramallah, per protestare contro la visita del presidente Usa, accusato di non fare nulla per i diritti nazionali del popolo palestinese. I manifestanti hanno marciato verso il palazzo presidenziale Miqata, ma sono stati fermati dalla polizia.

ore 12.00
AHFAD YOUNIS RESISTE

L'esercito israeliano è tornato nel nuovo villaggio palestinese di Ahfad Younis per intimare agli attivisti palestinesi di andarsene. Il gruppo - circa 300 persone - ha rifiutato. I soldati hanno promesso lo sgombero appena Obama lascerà il Paese.


أوباما جاي - Obama Jay


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Ahfad Younis (Gerusalemme), 21 marzo 2013, Nena News - «Questo villaggio di tende è la risposta ad una Amministrazione americana complice del colonialismo e dell'occupazione». Abir Qubti, portavoce del Coordinamento dei Comitati popolari palestinesi, risponde categorica alle nostre domande. Parla mentre 300 attivisti palestinesi stando dando vita di nuovo all'accampamento di Bab Shams nel corridoio di terra "E1" (13 kmq), tra Gerusalemme Est e la Valle del Giordano, dove il premier israeliano Netanyahu intende far costruire migliaia di case per coloni. A gennaio la polizia israeliana lo evacuò con un atto di forza e anche questo nuovo villaggio di tende, battezzato Ahfad Younis (il nipote di Younis, il protagonista del romanzo "Bab al-Shams" di Elias Khouri), è destinato a subire la stessa sorte. «Obama e gli Stati Uniti - spiega Abir - tacciono di fronte alle violazioni e gli abusi sistematici a danno dei palestinesi. Dovrebbero invece riconoscere che la Cisgiordania occupata è terra palestinese e non appartiene a Israele».

È forte la rabbia tra gli attivisti. Mentre ieri issavano le 15 tende di Ahfad Younis, da Tel Aviv e Gerusalemme arrivavano le dichiarazioni di Obama sui legami e diritti storici del popolo ebraico «sulla terra di Israele». «Non ne siamo affatto sorpresi», ci diceva ieri Amer, un altro protagonista di questa ennesima iniziativa dei Comitati popolari contro la colonizzazione. «C'è un impegno sistematico degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali volto a riconoscere solo la narrazione storica israeliana. Eppure questi paesi sanno che è contro la storia. È uno stravolgimento politico e culturale che vuole negare i legittimi diritti dei palestinesi anche solo su di una piccola parte della loro terra», ha aggiunto Amer.

Gli umori a Bab Shams-Ahfad Younis riflettevano ieri i giudizi di gran parte dei palestinesi dei Territori occupati, alla vigilia della visita di Barack Obama a Ramallah dove oggi incontrerà il presidente dell'Anp Abu Mazen e il premier Salam Fayyad. Un meeting inutile secondo molti, che non porterà alcun beneficio e che potrebbe sfociare in pressioni sui dirigenti palestinesi per farli tornare al tavolo delle trattative, rinunciando alla precondizione dello stop alla colonizzazione israeliana. Nei giorni scorsi si sono svolte manifestazioni e raduni a Ramallah e in altre località. Ieri anche a Gaza. In protesta contro l'arrivo di Obama (che domani visiterà brevemente la Chiesa della natività a Betlemme). Sono stati calpestati poster con l'immagine del presidente americano e scanditi slogan contro il «no» pronunciato lo scorso novembre da Obama all'adesione della Palestina alle Nazioni unite come Stato osservatore.

«Questa amministrazione segue il percorso tracciato da quelle precedenti che hanno usato il diritto di veto (nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu) per ben 43 volte per aiutare Israele e negare i diritti dei palestinesi», sottolinea Abir Qubti.

Abu Mazen da parte sua riceverà con tutti gli onori il presidente americano. Chiederà a Obama di convincere il premier israeliano a sbloccare i fondi palestinesi (700 milioni di dollari in dazi doganali e tasse) che tiene congelati dallo scorso novembre (da allora Israele ha trasferito solo 200 milioni di dollari nelle casse dell'Anp in profondo deficit). Il presidente palestinese spera anche di persuadere Obama a spingere per ottenere la liberazione di detenuti politici in carcere in Israele. In particolare di Samer Issawi, in sciopero della fame da mesi (accetta solo flebo di sali e glucosio) e in condizioni critiche. Ieri Laila Issawi, la madre del prigioniero ha indirizzato un appello a Obama per la scarcerazione immediata del figlio.

Tra i palestinesi non manca chi non si arrabbia e piuttosto ironizza sulla visita di Obama nei Territori occupati. Il cantante Alaa Shiham ha scritto una canzone per l'arrivo del presidente Usa. «Obama vuole uno Stato per noi, ma dice che lo Stato ha bisogno di più tempo. Aspettiamo da sempre, possiamo aspettare ancora», dice il ritornello. Nel video che spopola su Youtube, si vede Obama, interpretato da un attore locale, che rimane bloccato al check point israeliano di Kalandia e che ad un certo punto tira fuori un cartellino rosso con la scritta "Veto". «Obama usa il veto - canta Shiham - e se non ci diamo una mossa non avremo più aria da respirare o acqua da bere».

di Michele Giorgio

 http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56045
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mercoledì 23 gennaio 2013

Obama : Discorso di insediamento 2013



Il presidente spiega che "essere fedeli ai principi su cui si fonda la propria nazione non vuol dire non dare risposte alle nuove sfide". Che si tratti del riconoscimento dei diritti dei gay - per la prima volta citati da un presidente americano in un discorso inaugurale - o della necessità di rendere la società e soprattutto i bambini più sicuri attraverso un maggior controllo sulle armi da fuoco. Passando per la necessità di varare finalmente una riforma dell'immigrazione che sia la più equa possibile. Non scende nei dettagli Obama, ma nel discorso c'é tutta la sua piattaforma, ci sono le sue priorità per continuare "il viaggio senza fine" avviato dai padri della Patria. Un viaggio a cui Obama guarda con ottimismo: "Un decennio di guerre è finito e la ripresa economica è ripartita. E le possibilità dell'America - afferma - sono illimitate". E il futuro, la propserità economica devono poggiare "sulle spalle di una classe media forte", ripete come in questi ultimi mesi ha sempre sostenuto in campagna elettorale. Ma il presidente americano non poteva non rivolgersi al resto del mondo, verso cui la superpotenza statunitense ha degli obblighi ben precisi. E lo fa ribadendo come l'America continuerà a "sostenere la democrazia ovunque", dall'Asia all'Africa, dalle Americhe al Medio Oriente. Da domani si comincia davvero. E, smaltita l'allegria del gran ballo che conclude la lunga e storica giornata, Obama dovrà mettersi immediatamente al lavoro. Innanzitutto al tavolo dei tagli alla spesa da cui dipende il futuro dell'economia Usa. Ma anche per svolte che potrebbero davvero essere storiche, come quella sulla legalizzazione delle nozze gay o dell'annunciata stretta sulle armi da fuoco.

Dal riscaldamento globale all'occasione storica offerta dalla fine della crisi, dai diritti di gay e lesbiche al sostegno alla democrazia: i passaggi più importanti


Di solito è durante il discorso sullo stato dell’Unione, rivolto una volta l’anno al Congresso, che i presidenti americani delineano la loro visione politica e le loro intenzioni per l’anno a venire. Una volta ogni quattro anni, però, il discorso sullo stato dell’Unione viene scavalcato in importanza dal discorso di insediamento, che di solito guarda ancora più lontano, si tiene a distanza dalla concretezza dei temi politici quotidiani ma individua le sfide che, secondo il presidente di turno, gli Stati Uniti dovranno affrontare sul lungo termine. La lettura del discorso di Obama – e dei 10 passaggi più significativi, tradotti di seguito – chiarisce bene qual è la sua visione per i prossimi anni: gli americani hanno un’occasione storica per cambiare la realtà e renderla più vicina ai loro ideali, complice la fine di questo decennio complicatissimo, ma potranno farcela solo lavorando insieme, fedeli al contenuto della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti.

Nessuna verità si realizza da sola
«Quello che ci rende eccezionali – che ci rende americani – è la nostra fedeltà a un’idea messa per iscritto in una dichiarazione fatta più due secoli fa: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, e fra questi la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. Oggi proseguiamo questo viaggio infinito per colmare la distanza tra il significato di queste parole e la realtà del nostro tempo. La storia ci dice che per quanto queste verità possano essere di per sé stesse evidenti, non si sono mai realizzate da sole; che per quanto la libertà sia un dono di Dio, dev’essere creata e protetta dalle Sue persone qui sulla Terra».

Insieme
«Non abbiamo mai abbandonato il nostro scetticismo nei confronti delle autorità centrali, né abbiamo creduto alla favola per cui tutti i mali di una società possono essere risolti semplicemente dal governo. Ma sappiamo che nessuno da solo può addestrare tutti gli insegnanti di matematica e scienze di cui avremo bisogno per dare ai nostri figli gli strumenti per affrontare il futuro, o costruire le strade e le reti e i laboratori di ricerca che porteranno nuovi posti di lavoro e nuove imprese. Oggi più che mai dobbiamo fare queste cose insieme, come una sola nazione e un solo popolo».

Più in alto
«Dobbiamo sfruttare nuove idee e nuove tecnologie per ricostruire il nostro governo, rinnovare il fisco, riformare le scuole, dare modo a chi ha talento di lavorare di più, imparare di più e arrivare più in alto. Ma se i mezzi possono cambiare, l’obiettivo rimane uguale: una nazione che riconosca gli sforzi e la determinazione di ogni singolo cittadino. Questo è quello di cui abbiamo bisogno, questo ci è richiesto da questo momento. Questo è ciò che darà vero significato al nostro credo».

Siamo fatti per questo momento
«Queste generazione di americani è stata messa alla prova da crisi che hanno rafforzato la sua determinazione e messo alla prova la sua risolutezza. Un decennio di guerra sta finendo. La ripresa economica è iniziata. Le nostre possibilità sono illimitate, visto che possediamo tutte le possibilità richieste da questo mondo senza frontiere: gioventù e guide, diversità e apertura, un’infinita capacità di rischiare e un dono per l’invenzione. Cari americani, noi siamo fatti per questo momento e non ce lo faremo scappare, lo coglieremo, finché lo faremo tutti insieme».

Non dobbiamo essere d’accordo su tutto
«Rispettare i nostri documenti fondativi non significa che dobbiamo essere d’accordo su ogni sfumatura della vita. Non significa che dobbiamo definire tutti la libertà nello stesso esatto modo o che dobbiamo seguire la stessa strada verso la felicità. Il progresso non ci obbliga a risolvere dibattiti durati secoli sul ruolo del governo una volta per tutte, ma ci chiede comunque di agire nel nostro tempo».

La minaccia del riscaldamento globale
«Noi, il popolo, crediamo ancora che in quanto americani abbiamo obblighi non solo verso noi stessi ma anche verso i posteri. Risponderemo alla minaccia del riscaldamento globale, sapendo che fallire su questo tema sarebbe tradire i nostri figli e le generazioni future. Qualcuno potrà ancora mettere in discussione le opinioni della stragrande maggioranza della comunità scientifica, ma nessuno può ignorare l’impatto devastante di incendi, siccità e tempeste».

Non siamo obbligati alla guerra perenne
«Noi, il popolo, crediamo ancora che sicurezza e pace durature non richiedano necessariamente la guerra perenne. Noi difenderemo il nostro popolo e i nostri valori con la forza delle armi e dello stato di diritto. Ci faremo avanti e mostreremo coraggio nel risolvere pacificamente le nostre differenze con le altre nazioni: non perché siamo naïve rispetto ai pericoli che affrontiamo, ma perché la diplomazia può risolvere più durevolmente sospetti e paure».

Sostegno alla democrazia
«Sosterremo la democrazia dall’Asia all’Africa, dalle Americhe al Medio Oriente, perché siamo chiamati dai nostri interessi e dalle nostre coscienze ad agire per conto di chi aspira alla libertà. Dobbiamo essere una fonte di speranza per il povero, per il malato, per l’emarginato, per la vittima di pregiudizi: non semplicemente per beneficenza e buon cuore, ma perché nel nostro tempo la pace richiede l’avanzata continua di quei principi descritti dal nostro credo comune. Tolleranza e opportunità, dignità e giustizia».

Finché non saremo tutti uguali
«Il nostro viaggio non sarà finito fino a quando i nostri fratelli e le nostre sorelle gay non saranno trattati come qualsiasi altra persona dalla legge: perché se siamo davvero creati tutti uguali, allora anche l’amore che proviamo verso gli altri deve essere uguale. Il nostro viaggio non sarà finito fino a quando non avremo trovato il modo di accogliere meglio gli immigrati volenterosi e pieni di speranza che vedono ancora l’America come una terra di opportunità, fino a quando i giovani studenti e gli ingegneri saranno compresi nella nostra forza lavoro e non espulsi dal nostro paese. Il nostro viaggio non sarà finito fino a quanto tutti i nostri bambini, dalle strade di Detroit ai rilievi degli Appalachi, alle pianure pacifiche di Newtown, sapranno di essere accuditi e al sicuro da ciò che potrebbe fare loro del male».

Sapendo che il nostro lavoro non potrà essere perfetto
«Le prossime decisioni dipendono da noi, e non possiamo permetterci altri ritardi. Non possiamo fraintendere l’assolutismo con un principio, o sostituire lo spettacolo alla politica, o trattare l’uso di soprannomi e luoghi comuni come una parte di una vera discussione. Dobbiamo agire, sapendo che il nostro lavoro non potrà essere perfetto. Dobbiamo agire, sapendo che le vittorie di oggi saranno solo parziali e che sarà compito di coloro che saranno qui tra quattro anni, tra quaranta e tra quattrocento anni portare avanti quello spirito senza tempo che ci fu dato a Philadelphia».

http://www.ilpost.it/2013/01/22/10-cose-dal-discorso-di-obama/
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mercoledì 16 gennaio 2013

Obama contro Netanyahu


Obama contro Netanyahu : nuove colonie in arrivo

Obama lo definisce un "codardo schiavo dei coloni" e il premier lo sfida: 200 nuove unità abitative.

- A una settimana dalle elezioni israeliane, il premier Netanyahu dà l'ennesimo schiaffo in faccia al presidente statunitense Obama: oggi il Ministero delle Case israeliano ha pubblicato due nuove gare d'appalto per la costruzione di 198 unità abitative in Cisgiordania, 114 nella colonia di Efrat e 84 in quella di Kiryat Arba.

L'annuncio giunge a poche ore dalle indiscrezioni riguardo alle parole di critica che uno stizzito presidente Obama avrebbe rivolto all'attuale premier israeliano. Parlando in privato del progetto di costruzione in area E1, tra Gerusalemme e la colonia di Ma'ale Adumim, Obama avrebbe aspramente commentato: "Israele non sa quali sono i suoi interessi".

A pubblicare l'exploit di Obama è stato l'editorialista di Bloomberg, Jeffrey Goldberg: Obama avrebbe definito Netanyahu "un codardo politico", "schiavo della lobby dei coloni" e "ormai sul sentiero verso il totale isolamento". Parole che non sono certo piaciute al governo israeliano, infuriato per l'uscita di Obama: "Si tratta di una grossa interferenza da parte del presidente statunitense in vista delle elezioni", il commento di un membro del Likud.

Da tempo, la Casa Bianca si è mostrata sempre più lontana dalla visione colonizzatrice e assolutistica del governo israeliano in carica, e non sono pochi gli osservatori che ritengono Israele sempre più isolato all'interno della comunità internazionale. Obama non è mai piaciuto a Tel Aviv, che durante la campagna elettorale americana di novembre ha pubblicamente appoggiato il repubblicano Mitt Romney.

Ma il vaso è colmo: Obama, così come l'Unione Europea, teme che l'eventuale implementazione del progetto E1 distrugga definitivamente le speranze di tornare al tavolo dei negoziati e non nasconde la sua preoccupazione in merito.

Ma se Netanyahu appare sempre più solo a livello internazionale, in casa sembra godere di grande salute. I sondaggi danno Likud-Beitenu - la coalizione di cui è leader insieme al ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman - in testa.

A rafforzare il premier potrebbero essere proprio le politiche di espansione coloniale, che tanto piacciono all'elettorato di centro-destra. Secondo un rapporto pubblicato oggi dall'associazione israeliana Peace Now, i progetti di espansione coloniale in Cisgiordania hanno subito un'impennata nel corso del 2012: +40%, contro il +20% di incremento sotto il suo predecessore, Olmert. L'obiettivo del premier, secondo Peace Now, è rendere impossibile l'implementazione della soluzione a due Stati, ovvero la creazione di uno Stato di Palestina nei Territori Occupati.

Una strategia che finirà per danneggiare lo stesso Stato di Israele. Se da una parte Netanyahu accusa la leadership palestinese di boicottare il processo di pace, a impedire il ritorno al dialogo è proprio il governo di Israele che prosegue indifferente per la propria strada, sordo ai richiami e alle critiche della comunità internazionale.

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sabato 8 dicembre 2012

Obama con Morsi, le strade del Cairo no


Il presidente Usa applaude al dialogo proposto da Morsi e tace sulla Costituzione contestata dalle opposizioni. OGGI CONVOCATE ALTRE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA

 Il Cairo, 07 dicembre 2012, Nena News  - «Tutti i leader politici devono chiarire ai loro sostenitori che la violenza è inaccettabile... E' essenziale che i leader egiziani accantonino le differenze e si accordino su una strada che consenta all'Egitto di andare avanti». Lo ha detto Barack Obama la scorsa notte al presidente egiziano Mohamed Morsi, aggiungendo che il dialogo tra le parti deve avvenire senza precondizioni.

Washington, che negli ultimi mesi ha stretto i rapporti con gli islamisti al potere in Egitto, giudica con favore il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Morsi che pure non è andato oltre la proposta di un incontro domani con le opposizioni.

Più di tutto il presidente egiziano, che il 22 novembre si è attribuito poteri eccezionali, ha confermato che si terrà regolarmente il 15 dicembre il referendum sulla nuova Costituzione, duramente contestata dalle opposizioni. Ieri sera ha promesso soltanto che varerà una nuova assemblea costituente se vincerà il "no" al referendum. Possibilità remota poichè i Fratelli musulmani, sostenuti da altre formazioni islamiste, stanno presentando alla popolazione egiziana il referendum sulla Costituzione come un voto a favore o contro dell'Islam. L'approvazione della nuova carta costituzione e' quasi certa prevedono gli analisti egiziani.
Per questo Morsi vuole andare ad ogni costo al voto alla data prevista, in modo da poter affermare di aver ottenuto il via libera della maggioranza del popolo egiziano.

«La minoranza deve accettare il volere della maggioranza», ha detto Morsi in riferimento alle vittorie elettorali ottenute dal suo movimento, i Fratelli Musulmani, e dagli altri movimenti islamisti. «Siamo una nazione, nessuno ci divida...intendo tutelare la libertà di espressione« in Egitto, ma non «gli appelli al colpo di Stato», ha aggiunto denunciando «omicidi e sabotaggi» che avrebbero compiuto chi lo contesta nelle strade. Ha quindi invitato i leader delle opposizioni a partecipare domani ad un incontro di dialogo nazionale per risolvere la crisi.

E' forte la delusione tra gli oppositori. «Il discorso di Mohamed Morsi chiude la porta a ogni dialogo», ha commentato Mohammed ElBaradei, uno dei leader del Fronte di Salvezza Nazionale. Un secc «no» a Morsi è giunto dal movimento dei giovani del 6 Aprile, protagonista della rivoluzione contro l'ex presidente Mubarak.

Nelle strade la tensione resta alta. La scorsa notte al Cairo è stato dato alle fiamme il quartier generale dei Fratelli Musulmani. La Guardia Repubblicana ieri pomeriggio aveva fatto allontanare sostenitori e oppositori di Morsi dal palazzo presidenziale ma in direzione dell'edificio hanno continuato a marciare cortei di oppositori.

Oggi si temono nuovi gravi scontri tra sostenitori e oppositori di Morsi durante le manifestazioni di protesta convocate per questo pomeriggio. I morti sono stati già sette, i feriti oltre 600. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43405
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venerdì 9 novembre 2012

Obama : riformare il sistema finanziario

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InGlass-Steagall su novembre 9, 2012 a 6:00 AM
Forte della rielezione Obama sarà capace di mettere mano a quelle riforme che la middle class si attende da tempo?
L’influente economista Robert Reich osserva che in realtà Obama non ha ricevuto un mandato chiaro dal pubblico. Il margine di vittoria non è stato molto ampio, ma, ancor più importante, Obama stesso non ha preso impegni espliciti volti all’espansione della classe media invece di concentrarsi sulla riduzione del deficit. http://robertreich.org/post/35208931444
E’ pur vero che il balsamo della vittoria conferisce nuovo prestigio al Presidente, che dovrà esser capace di tradurre il cambio di passo con azioni concrete nei primi 100 giorni dalla sua rielezione.
Il fatto nuovo che può rappresentare il nuovo corso politico di Obama è rappresentato dall’elezione al Senato di Elizabeth Warren, la grande fustigatrice degli eccessi della finanza americana, eletta ieri al Senato dallo stato del Massachusetts con il 54% dei voti. Strenuo difensore dei diritti del piccolo risparmiatore, propensa addirittura a ripristinare il Glass Steagall Act, la professoressa Warren infatti entrerà in modo trionfale a far parte dello stesso Senato che aveva bocciato la sua candidatura alla guida della Consumer Financial Protection Bureau, soffocando così ogni speranza nutrita a Wall Street di poter abrogare o almeno modificare la riforma finanziaria Dodd-Frank. Daniela Roveda – Il Sole 24 Ore – leggi su http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-08/rafforza-partito-regole-063834.shtml?uuid=Ab1mM40G

Barack Obama con Elizabeth Warren
Sul New York Times, il prestigioso economista Simon Johnson ha dedicato ampio risalto alla figura di Elizabeth Warren, ferratissima in materia finanziaria, che potrà dare voce al «partito delle regole».
La Warren, sostenuta dall’ala progressive dei Democratici americani, è la figura adatta – secondo Simon Johnson – per entrare a far parte della Commissione bancaria del Senato.
Altri sono in sintonia con la Warren, i Senatori Sherrod Brown dell’Ohio, Jeff Merkley dell’Oregon, Carl Levin del Michigan, Jack Reed di Rhode Island and altri ancora, anche di parte repubblicana.
Quel gruppo dovrà fare pressioni su Obama, che finora non ha mai appoggiato le misure che fanno tremare davvero Wall Street.
Perché, è bene precisare che Barack Obama sino ad oggi ha speso tante parole contro lo strapotere finanziario ma alla prova dei fatti non ha regolamentato la finanza speculativa. Piuttosto ha aiutato a partorire la Legge Dodd-Frank, che di fatto mantiene in vigore il sistema delle banche troppo grandi per fallire “too Big to Fail”.
Lo stesso Obama si è pronunciato apertamente contro la separazione bancaria in un’intervista alla rivista Rolling Stone del 25 ottobre in cui ha detto “non c’è alcuna prova che il ripristino della Glass-Steagall cambierebbe in qualche modo la dinamica”, dicendo che “Il problema nel settore finanziario odierno non può essere risolto imponendo nuovamente modelli creati negli anni Trenta”, ha detto testualmente l’inquilino della Casa Bianca.
Non regge il confronto tra un testo arzigogolato come la Legge Dodd-Frank che è di ben 8.843 pagine, e la Legge Glass-Steagall che con le sue 37 pagine è di una chiarezza incontrovertibile: introdotta nel 1933 è rimasta in vigore fino agli anni Novanta!

Simon Johnson mentre presenta il libro “13 Bankers”
Dinanzi alle dichiarazioni di Obama, si comprende l’importanza di influire sulle decisioni della sua Amministrazione.
Pertanto, se la Warren incarna il simbolo della lotta a Wall Street, scopo di ogni persona seria è appoggiarla e sostenerla.
Per comprendere il pensiero della Warren, è sufficiente leggere la dedica al libro dello stesso Simon Johnson “13 Bankers” (13 Banchieri). http://13bankers.com/
Simon Johnson and James Kwak presentanto la migliore spiegazione di come i furbacchioni di Wall Street ci hanno condotti sull’orlo del collasso. Nel libro strappano i veli al nostro sistema finanziario per presentare l’essenza della spietata sete di potere che ne è al centro. Se volete capire come Wall Street ha conquistato Washington e come la tiene tenacemente in pugno, allora leggete 13 Bankers.
Elizabeth Warren, Professor of Law at Harvard Law School and
Chairwoman of the TARP Congressional Oversight Panel
Facciamo crescere il progetto NOBIGBANKS con un semplice clic.
Salviamo la Gente. Riformiamo le Banche.
E’ in corso la raccolta firme per Glass-Steagall, diffondetela tra i vostri contatti: http://www.firmiamo.it/nobigbanks
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mercoledì 7 novembre 2012

Marilyn Monroe - Happy for OBAMA President

Marilyn Monroe

Marilyn Monroe - Happy for OBAMA President

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 Marilyn Monroe sings Happy Birthday to the President.



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Marilyn Monroe, nome d'arte di Norma Jeane Baker (Los Angeles, 1 giugno 1926 – Los Angeles, 5 agosto 1962), è stata un'attrice, cantante, modella e produttrice cinematografica statunitense.

Dopo aver trascorso gran parte della sua infanzia in case-famiglia, la Monroe cominciò a lavorare come modella, prima di firmare il suo primo contratto cinematografico nel 1946; dopo alcune parti minori, film come Giungla d'asfalto e Eva contro Eva furono i suoi primi successi di pubblico. Negli anni successivi, i suoi ruoli in Niagara e Gli uomini preferiscono le bionde vennero apprezzate dalla critica, ottenendo la definitiva consacrazione internazionale con pellicole come Come sposare un milionario, Quando la moglie è in vacanza, Fermata d'autobus e A qualcuno piace caldo, per la quale vinse un Golden Globe per la migliore attrice in un film commedia o musicale nel 1959. Nel 1999, la Monroe si è ...
GUARDA LE FOTO e continua a leggere ...
FREE - WEB: Marilyn Monroe:  - Marilyn Monroe, nome d'arte di Norma Jeane Baker (Los Angeles, 1 giugno 1926 – Los Angeles, 5 agosto 1962), è stata un'attrice, ...


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