Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta Russia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Russia. Mostra tutti i post

sabato 26 ottobre 2019

Caso Lega Russia

Caso Lega Russia

Report sui trasferimenti di denaro di D'Amico e Savoini
La finanza sta vagliando una serie di operazioni 
realizzate tra il 2011 e il 2012. Al centro della vicenda 
il consigliere di Matteo Salvini e l'ex portavoce, 
protagonista dell'incontro al Metropol di Mosca

Vendite di case, prelievi di contanti, trasferimenti milionari su conti esteri. Movimenti di denaro di vario genere, tutti effettuati negli anni scorsi dagli uomini che hanno trattato in Russia per conto della Lega. Sono varie le operazioni sospette, contenute in un report il cui contenuto è stato visionato da La Stampa e Corriere della Sera, su cui la Guardia di Finanza cerca di fare luce. 

Nel mirino, in particolare, il consigliere di Matteo Salvini a Palazzo Chigi Claudio D’Amico e l’ex portavoce Gianluca Savoini, protagonista dell’incontro del 18 ottobre scorso all’hotel Metropol di Mosca durante il quale si discusse un finanziamento da 65 milioni di euro che sarebbe stato destinato al Carroccio per finanziare le elezioni europee.

Il report su D’Amico risale al 2012. Si legge sul Corriere della Sera:

All’esecuzione di 14 prelevamenti in contanti in sequenza temporale (da gennaio 2011 a marzo 2012) per complessivi 110mila euro dal conto corrente intestato al Gruppo Lega Nord Padania presso il Banco di Napoli in seguito all’accreditamento di bonifici con cadenza mensile di 8.460 euro provenienti dalla Camera dei Deputati con causale ‘saldo ricevute’”.

La rete tessuta da D’Amico e Savoini è fitta, e porta anche a Oleg Ossipov, ex gestore della fondazione ‘Rossotrudnichstvo’, nonché padre di Irina Ossipova, interprete amica di Savoini, che ha accompagnato Salvini nelle varie trasferte a Mosca. Scrive il quotidiano di via Solferino:


Ossipov risulta segnalato per rilevanti movimentazioni finanziarie che ammontano a 2 milioni 253mila euro tra aprile 2015 e marzo 2016. A fronte di consistenti bonifici dalla Russia sul suo conto (per circa 900mila euro) seguono bonifici in uscita (per circa 760mila euro) disposti a favore di altro conto corrente intestato a lui e ad altre cinque persone fisiche con causali
 riguardanti il pagamento degli stipendi.



Strategica viene ritenuta l’associazione ‘Conoscere Eurasia’. Nel dossier viene anche citato l’avvocato Andrea Mascetti componente del board di Banca Intesa Russia.

In questo intreccio spiccano le ‘segnalazioni’ relative alla Rosneft Oil Company che, come evidenziano gli investigatori, ”è controparte delle negoziazioni
 italo-russe durante l’incontro” al Metropol.

A proposito della compagnia petrolifera nel report si legge ancora:

Viene menzionata per l’operatività anomala riconducibile a Galina Lazareva, moglie del direttore finanziario Petr Ivanovich Lazarev. La donna è una libera professionista nel settore della compravendita immobiliare e riceve: da novembre 2016 ad agosto 2017 9 milioni di euro provenienti dalla Russia, in particolare 3 milioni di euro il 22 settembre 2016 da Banca Intesa Russia tramite bonifico disposto dal marito con causale ‘regalo’; bonifico per circa 3 milioni pervenuto sul conto corrente in dollari Usa giustificato come controvalore di dividendi percepiti in quanto socia della Winkler Limited con sede a Gibilterra; a novembre 2017 e gennaio 2018 ulteriori 5,4 milioni di euro di cui parte del coniuge Lazarev, giustificati quali saldo finanziario 
di una vendita di un immobile in Finlandia.

Non sono Credibili né come Cattolici, né come Patrioti,   né come Sostenitori della Famiglia Tradizionale

LEGGI ANCHE

Non sono Credibili né come Cattolici, né come Patrioti, 
né come Sostenitori della Famiglia Tradizionale...  


.
Mi occupo di Creare le vostre pagine, disegnare loghi e marchi.  Posso realizzare biglietti da visita, personalizzare banner e clip animate.  Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,   blog personalizzati e pagine Social.  Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti,   Associazioni e Liberi Professionisti.
.




.

venerdì 1 febbraio 2019

Venezuela: Onu respinge le ingerenze Usa

Venezuela Onu


Venezuela. 
Anche il Consiglio di Sicurezza Onu
 respinge le ingerenze Usa

Due sconfitte in pochi giorni. Prima all’Osa ed ora all’Onu. La politica aggressiva degli Usa contro il Venezuela non trascina con sé il resto del mondo. I “bei tempi” del dominio unipolare degli Stati Uniti devono cedere il passo ad un nuovo multipolarismo nelle relazioni internazionali.

Tra i 15 paesi membri e 10 paesi eletti ogni anno al Consiglio di Sicurezza, 17 si sono pronunciati contro l’ingerenza sulla situazione politica in Venezuela e 16 hanno sostenuto la posizione di legittimazione del golpe voluta dagli Stati Uniti e presentato all’Onu direttamente dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che aveva preteso una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza per votare una risoluzione di condanna contro il Venezuela 
bolivariano guidato dal Presidente Nicolas Maduro.

Dopo lo stop subito nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati Americani, sul piano diplomatico per gli Stati Uniti è il secondo scacco in meno di una settimana, da quando cioè il loro uomo di paglia Guaidò si è autoproclamato presidente, riconosciuto immediatamente da Usa e dai governi di destra in America Latina, ed ora anche da Israele, ma non è stato riconosciuto dagli altri paesi latinoamericani, da Russia, Cina, Turchia. L’Unione Europea in quanto tale ha invece dato al governo venezuelano di Maduro un ultimatum di otto giorni per convocare nuove elezioni. Un ultimatum che Maduro ha respinto. Il governo italiano al momento appare spaccato tra Salvini che intende allinearsi con gli Usa per il rovesciamento di Maduro e il M5S che respinge questa manovra. L’Italia non era membro di turno nel Consiglio di Sicurezza e quindi non ha dovuto votare. Gli altri paesi europei presenti (Francia, Germania, Gran Bretagna, Belgio, Polonia) hanno votato insieme agli Stati Uniti.

Mi occupo di Creare le vostre pagine, disegnare loghi e marchi.  Posso realizzare biglietti da visita, personalizzare banner e clip animate.  Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,   blog personalizzati e pagine Social.  Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti,   Associazioni e Liberi Professionisti.

I 17 paesi che hanno respinto la risoluzione presentata dagli Usa sono Sudafrica, Russia, Cina, Indonesia, Costa d’Avorio, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Cuba, Bolivia, Suriname, Messico, Barbados, Uruguay, Dominica, Antigua e Barbuda, Guinea Equatoriale, El Salvador.
.

MADURO HA VINTO ELEZIONI DEMOCRATICHE

.

Mi occupo di Creare le vostre pagine Responsive, 
disegnare loghi e marchi.
Posso realizzare biglietti da visita, 
personalizzare banner e clip animate.
Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,
 blog personalizzati e pagine Social.
Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti, 
Associazioni e Liberi Professionisti.


MIO SITO  :

SE HAI DOMANDE COMMENTA SOTTO QUESTO POST  O CLICCA LA FOTO ED ENTRI NEL MIO SITO

.

domenica 15 aprile 2018

Scontro all'Onu : la Russia per condanna Attacco Militare



Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha bocciato 
una risoluzione proposta dalla Russia per condannare 
l'attacco militare di Usa, Regno Unito e Francia contro la Siria. 
Il testo non ha raccolto i 9 voti necessari per la sua approvazione. 
A favore hanno votato solo Russia, Cina e Bolivia. Otto i contrari e 4 gli astenuti.

Il voto ha avuto luogo durante una riunione di emergenza del consiglio a New York, convocata dalla Russia per prendere in considerazione la bozza di risoluzione che esprimeva una "grande preoccupazione" per "l'aggressione" contro uno Stato sovrano che viola, secondo Mosca, "il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni unite".

L'attacco, compiuto prima dell'alba su tre obiettivi (un centro di ricerca a Damasco, un deposito di armi chimiche a ovest di Homs, un altro deposito e un centro di comando sempre nei pressi di Homs), è arrivato a una settimana dal sospetto raid con agenti chimici sulla città ribelle di Douma. "Missione compiuta!", ha scritto in un tweet Trump che, dopo le minacce, è passato ai fatti. "Un attacco perfettamente eseguito. Grazie alla Francia e alla Gran Bretagna per la loro saggezza e per la potenza delle loro efficienti forze armate. Non poteva esserci un risultato migliore", si legge ancora. Gli Stati Uniti "non tollereranno l'uso di armi chimiche contro uomini, donne e bambini", ha ribadito con forza il vicepresidente Mike Pence. "La notte scorsa, le forze statunitensi hanno compiuto uno straordinario sforzo militare contro gli impianti di armi chimiche e ridotto notevolmente la capacità della Siria di produrre armi chimiche", ha detto.

ONU - Per il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, "non esiste una soluzione militare alla crisi, la soluzione deve essere politica". "Dobbiamo accelerare il processo politico", ha affermato, sottolineando l'obbligo per gli Stati membri di "agire coerentemente con la Carta delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale".

"Il Consiglio di sicurezza - ha precisato - ha la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali". "Esorto gli Stati membri del Consiglio ad esercitare tale responsabilità e ad evitare azioni che potrebbero aggiungere sofferenza al popolo siriano. Per otto lunghi anni il popolo siriano ha vissuto una serie di orrori", ha scandito Guterres.

All'inizio della sessione, il segretario generale ha poi riconosciuto di essere deluso dal fatto che il Consiglio di sicurezza "non sia riuscito a concordare un meccanismo efficace contro l'uso di armi chimiche in Siria". La situazione in Siria richiede una "indagine approfondita" e il team dell'Opac, l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche è già arrivato in Siria ed è "pronto a recarsi sul luogo" del presunto attacco con armi chimiche.

USA - "Locked and loaded". Pronti ad usare la forza. Così si definiscono gli Stati Uniti se la Siria userà ancora armi chimiche. Lo ha spiegato Nikky Haley, ambasciatore degli Usa all'Onu, riferendo il contenuto di una conversazione con il presidente Donald Trump dopo il raid compiuto in Siria con la collaborazione di Francia e Regno Unito. "Ho parlato stamane con il presidente. Ha detto che se il regime siriano usa questo gas velenoso ancora una volta, gli Stati Uniti sono pronti ad usare la forza", ha detto intervenendo al Consiglio di Sicurezza.

"Il tempo per le parole è finito. Abbiamo avuto 5 meeting del Consiglio sulla Siria in questa settimana". L'azione "non è una vendetta, né una punizione, né per una simbolica dimostrazione di forza. Abbiamo agito per scoraggiare il futuro uso di armi chimiche", ha aggiunto.

"Abbiamo dato alla diplomazia chance dopo chance. I nostri sforzi risalgono al 2013. La Siria si è impegnata a rispettare la convenzione sulle armi chimiche. Ma come abbiamo visto dallo scorso anno, questo non è successo", ha proseguito. "Il regime siriano, con il ripetuto ricorso alle armi chimiche, ci ha spinto ad agire. Il raid di ieri è un messaggio chiarissimo: gli Stati Uniti non consentiranno al regime di Assad di usare le armi chimiche".

Secondo il diplomatico russo, Trump e i suoi alleati ignorano la legge internazionale e questa azione "neocoloniale" richiama il comportamento degli "hooligans". "Questo è teppismo nelle relazioni internazionali, e non teppismo minore, dato che stiamo parlando di grandi potenze nucleari". "Il Consiglio di sicurezza è stato completamente ignorato e la sua autorità è stata minata", ha tuonato ancora Nebenzia.

GB - Il coinvolgimento del Regno Unito negli attacchi aerei contro la Siria è stato un "intervento umanitario" giusto e legale, ha detto l'ambasciatore del Regno Unito presso l'Onu, Karen Pierce. "Il regime siriano ha ucciso il suo stesso popolo per sette anni" e l'uso di armi chimiche "è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità", ha affermato Pierce.

L'ambasciatrice ha quindi elencato quattro condizioni per una risoluzione diplomatica alla crisi siriana. Per prima cosa Damasco deve terminare il suo programma di armi chimiche e distruggere le sue scorte, quindi deve esserci un'immediata cessazione delle ostilità, che comprenda l'accesso umanitario alla popolazione civile. Il regime siriano deve poi tornare ai colloqui di Ginevra, i negoziati di pace delle Nazioni Unite che si sono conclusi lo scorso anno, e infine "deve render conto per l'uso di armi chimiche e di altri crimini in Siria".

FRANCIA - "La Francia non ha assolutamente dubbi sulla responsabilità del regime di Assad nell'attacco chimico a Douma" ha evidenziato l'ambasciatore francese all'Onu, François Delattre, sottolineando che quanto successo richiedeva una "forte risposta". "Coloro che sfidano questo dovrebbero rivedere i fatti e le informazioni pubblicate in un rapporto reso disponibile in precedenza dalla Francia", ha aggiunto Delattre.

RUSSIA - Al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia, ha lanciato un duro attacco agli Stati Uniti, definendo i raid contro obiettivi in ​​Siria un'azione aggressiva di Washington e dei suoi alleati (Regno Unito e Francia). "Gli Usa stanno ulteriormente aggravando una situazione umanitaria già catastrofica", ha detto Nebenzia, che ha accusato Washington di destabilizzare con la sua "escalation" tutto il Medio Oriente.


LEGGI ANCHE
SIRIA



.
Previsioni per il 2018






.

domenica 16 ottobre 2016

No all'invio dei soldati italiani al confine della Russia (Lettonia)


L'articolo 11 della Costituzione recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
Visto e considerando che l'invio di soldati italiani in Lettonia è una provocazione implicita alla Russia, tale azione dovrebbe essere vietata per una nazione che sulla carta costituzionale dice di ripudiare la guerra.
Chiediamo all'unisono che sia ritrattata questa decisione scellerata, che oltre ad esser pericolosa per possibili conflitti, rischia di danneggiarci anche sotto l'aspetto economico, essendo le nostre aziende già penalizzate dalle sanzioni alla Russia. 


FIRMA LA PETIZIONE





  
IL TUO FUTURO ADESSO 
entra in



martedì 27 ottobre 2015

Lega Nord e Casa Pound un Filo Nero con la Russia



Lega e Casapound, il filo nero che li lega al Cremlino
Prende corpo il flirt fra il Carroccio e i “fascisti del  terzo millennio”. A cui Matteo Salvini sembra aver voluto affidare la gestione routinaria dei rapporti con la Russia. 
E la nuova faccia dell’estrema destra italiana piace a Mosca.

Abbandonata “la diplomazia del lettone” di berlusconiana memoria, la destra riscopertasi a trazione leghista,  sembra aver appaltato a Casa Pound il compito di tessere i legami con il Cremlino. 
Anche grazie a pontieri come Fabrizio Fratus, esponente storico della destra milanese e pioniere nell’operazione di cooptazione di intere fette della galassia nera nella Lega, il flirt fra il Carroccio e i “fascisti del  terzo millennio” è ormai divenuto qualcosa di decisamente più serio. E a loro Matteo Salvini sembra aver voluto affidare la gestione routinaria di quei rapporti  con la Russia che oggi - complice forse anche l’operazione di restyling  che ha spedito in soffitta celtiche e braccia tese-  sembrano essere diventati  più istituzionali. La nuova faccia dell’estrema destra italiana piace  Mosca,  se è vero che sarà Rossotrudnichestvo  - ente di quel ministero degli Esteri russo, da almeno un decennio feudo incontrastato del fedelissimo di Vladimir Putin, Sergej Lavrov – a benedire la conferenza “Italiani in Crimea” prevista per venerdì 23 ottobre al Centro russo di scienza e cultura di Roma.

E LAVROV CHE DICE?
Astuto e inflessibile volto della Russia al burrascoso tavolo delle trattative con Europa e Stati Uniti, Lavrov è sempre stato ben attento a non mettere in piazza simpatizzanti impresentabili. Eppure è stato proprio l’Ente controllato dal suo ministero a schierare fra gli oratori non solo la figlia del direttore, Irina Osipova, studentessa moscovita leader dell’associazione italo-russa Rim, che sta collaborando al lancio di Sovranità, nuova costola di Casa Pound, ma anche vecchi e nuovi nomi della galassia nera, come Luca Bertoni e Andrea Bonazza. Voce e anima di «Lombardia-Russia» e «Lombardia-Crimea» - organizzazioni di fronte cui la Lega nazional popolare di Salvini sta cercando di radicarsi su tutto il territorio della penisola – Bertoni è ormai un nome abbastanza noto negli ambienti della destra russa, dei quali più volte è stato gradito ospite. Ancor più di lui, sembra apprezzato Andrea Bonazza, consigliere comunale di Casa Pound a Bolzano e volto della onlus Solidarieté Identité,  divenuto noto  per le sue dichiarazioni di amore 
e stima nei confronti di Hitler e Mussolini.

GLI SCIVOLONI DI BONAZZA
Non più tardi di qualche mese fa, Bonazza – appena eletto consigliere comunale – si è guadagnato un’interrogazione parlamentare e una denuncia per apologia del fascismo,  per aver sostenuto che «ci sono leggi e strutture del fascismo che funzionano sicuramente meglio delle castronerie fatte oggi. Se ci fosse Mussolini in Italia le cose andrebbero assolutamente molto meglio e alla grande».  Contrariamente alla Cassazione che lo ha condannato a due mesi per aver fatto il saluto romano, il pm della procura di Bolzano non sembra aver ravvisato un reato nelle parole del consigliere comunale di Cpi e il 29 settembre scorso ha chiesto l’archiviazione del procedimento. Da parte sua Bonazza non si è mai mostrato preoccupato, così come ha respinto al mittente le obiezioni su Popoli, l’associazione “solidarista” con cui la sua Solidarité Identités lavora in Birmania orientale a sostegno dei Karen, minoranza etnica dal 1948 in lotta armata per l'indipendenza.

BIRMANIA ARMATA
Per la Procura di Verona, il fondatore di Popoli Franco Nerozzi ai Karen non si limitava a fornire medicine. Arrestato per terrorismo internazionale perché accusato di aver utilizzato la Birmania come campo di addestramento di un gruppo di volontari reclutati per realizzare un golpe alle isole Comore, Nerozzi – pur proclamandosi vittima di un equivoco – ha patteggiato un anno e dieci mesi ed è tornato in Birmania. Dove continua a lavorare in tandem con Casa Pound. L’ultima “missione”  - informa il sito Sol.id – si è conclusa qualche giorno fa. E’ probabile che Bonazza, oratore di punta al convegno di Rossotrudnichestvo, non si intrattenga più di tanto sul punto, ma il silenzio sull’argomento potrebbe non riuscire a rendere più presentabile il personaggio, finito al centro delle cronache bolzanine anche per diversi episodi di violenza.

FASCISTI A PIETROGRADO
Ma Bonazza non è certo l’unico personaggio ingombrante che la Russia si ritrovi fra i suoi sostenitori. Il gran lavorio internazionale dell'ideologo del neo-eurasismo russo Aleksandr Dugin ha dato i suoi frutti e adesso sono in tanti i simpatizzanti più o meno dichiarati della destra fascista o nazista a guardare con ammirazione allo “zar” Putin. Nel marzo scorso, ospiti del primo “Forum conservatore russo internazionale”, organizzato dal partito nazionalista Rodina, guidato dal vicepremier Dmitriy Rogozin e fondato da Aleksey Zhuravlev, noto deputato del partito “presidenziale” Russia Unita, si sono presentati a San Pietroburgo l’europarlamentare neonazista Udo Voigt, l’ex leader del partito anti-immigrazione British National Party, Nick Griffin, due europarlamentari del partito neonazista greco Alba Dorata, Elefterios Sinadinos e Georgios Epitidios, più lo svedese Stefan Jacobsen, del neonazista Partito degli Svedesi e il leader del partito razzista di estrema destra bulgaro Ataka. Non sono mancati gli italiani.

AMBASCIATORI MA NON TROPPO
Per Forza Nuova, si è presentato all’appuntamento Roberto Fiore, mentre «la Lega Nord ha declinato il nostro invito - ha detto il vice-capo del comitato organizzatore del Forum Yuri Liubomirski-  perché  i suoi rappresentanti erano impegnati in Italia”, ma c’era Luca Bertoni per l’associazione Lombardia-Russia. La sua partecipazione al forum però si è trasformato in un piccolo giallo politico. Dopo una dura imbeccata di Luca Savoini, fondatore di Lombardia – Russia e storica firma della Padania, Bertoni ha affermato di aver partecipato solo a titolo personale. Peccato però che il suo nome campeggiasse fra gli oratori. Magari quella fra Carroccio e estrema destra è una coppia di fatto, ma per l’ufficialità del matrimonio bisognerà attendere ancora un po’.


.



Sono Web Designer, Web Master e Blogger, creo siti internet e blog personalizzati
 a prezzi modici e ben indicizzati. 
Studio e realizzo i vostri banner pubblicitari con foto e clip animate. 
Mi diletto alla creazione di loghi per negozi , aziende, studi professionali,
 campagne di marketing e vendite promozionali.

MIO SITO  :  http://www.cipiri.com/



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .

MUNDIMAGO


.

venerdì 25 aprile 2014

Ucraina : una Guerra per l’Energia



La situazione precipita in Ucraina. 
Una guerra per l’energia bussa alle porte dell’Europa


La situazione sta precipitando in Ucraina. Una guerra per l’energia bussa alle porte dell’Europa: il controllo dell’Ucraina è cruciale per stabilire da chi gli europei devono comprare il gas e quanto devono pagarlo.
Settant’anni di pace hanno rimosso dal pensiero europeo la possibilità di un conflitto armato.
In Ucraina ormai si spara apertamente; il segretario di Stato americano Kerry ed il ministro degli Esteri russo Lavrov hanno avuto una telefonata carica di tensione.
 Lavrov ha minacciato l’intervento armato come in Georgia.

Ho dedicato molte parole alla dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo, che transita attraverso l’Ucraina. Se gli Usa “convincono” la Russia a interrompere le forniture all’Europa, ecco che il mercato europeo si apre all’importazione via nave del gas statunitense: ci costerà più caro e le nostre bollette contribuiranno a tener su la bolla del fracking, insostenibile dal punto di vista finanziario oltre che ambientale.

Manca proprio poco a che la Russia venga “convinta” a chiudere il rubinetto. Oltre alle questioni militari e diplomatiche, c’è la faccenda del “reverse flow”, ossia l’ipotesi di far scorrere nei gasdotti il gas da Ovest verso Est (anzichè da Est verso Ovest) affinché altri Paesi europei inviino gas russo all’Ucraina, che non riesce a pagare le bollette e che quindi rischia di vedersi tagliate le forniture dalla Russia. Tuttavia – ed è una cosa che è difficile trovare sui media italiani – secondo il colosso russo Gazprom una mossa del genere sarebbe priva di un solido retroterra legale.
 E potrebbe essere la goccia in grado di far traboccare il vaso già colmo.

La Russia è già pronta a vendere il suo gas alla Cina invece che all’Europa: è un errore pensare che l’interruzione delle forniture di gas all’Unione Europea danneggerebbe gravemente gli interessi russi. Poche ore fa il presidente statunitense Obama ha avvertito la Cina che gli Usa si schiereranno in armi a fianco del Giappone per proteggere le isole Senekau, ossia brulli scogli perduti in mezzo all’Oceano dall’incerto status giuridico di cui nessuno si è mai particolarmente interessato finchè non si è scoperto
 che nascondono nei fondali un tesoro di petrolio e di gas.

CRIMEA - RUSSIA AMERICA - INTERVISTA GIULIETTO CHIESA.

. .

GIULIETTO CHIESA PARLA DELLA CRISI CRIMEA... DELL'AMERICA... DELLE STRATEGIE USA PER VENDERE SOLTANTO LEI IL PETROLIO ALL''EUIROPA - DI RENZI FILOAMERICANO - DEL GAS CHE PAGHEREMO IL 20 PER CENTO IN PIU'.
.
leggi tutto sullo zodiaco

leggi anche 



NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/carte.html


GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO



. Bookmark and Share .

mercoledì 1 gennaio 2014

LA RUSSIA DI PUTIN


LA RUSSIA DI PUTIN

L'avvocato Stanislav Markelov e la giornalista Anastasia Baburova sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco nel centro di Mosca. Markelov era il difensore della famiglia di una ragazza cecena, Elsa Kungajeva, assassinata e seviziata dall'ex colonnello Jurij Budanov nel 2000. Il militare era stato condannato a dieci anni di carcere, ma è stato rilasciato in anticipo sulla parola lo scorso dicembre. Anastasia Baburova lavorava per la Novaja Gazeta, lo stesso quotidiano della giornalista Anna Politkovskaja, assassinata nel 2006.

.

leggi anche 


NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/


http://www.mundimago.org/dona_cofanetto.html

GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO


.

.

venerdì 8 novembre 2013

La " Maria " diventa business di Stato



Il proibizionismo ha fallito.

 Dal Sudamerica agli Usa.

 E ora si cambia linea con le “canne di Stato”. 

Che portano tasse e colpiscono il crimine. 

Così anche in Italia si riapre il dibattito


In Uruguay la “canna di Stato” è ormai realtà, e tra pochi mesi chi vorrà fumarsi uno spinello potrà scegliere tra quattro qualità diverse di erba, vendute direttamente sui banconi della farmacia.
 Il conto alla rovescia è quasi alla fine: il Senato a novembre dovrebbe dare il via libera definitivo alla legge che permetterà al governo guidato da Josè “Pepe” Mujica di coltivare e vendere direttamente marijuana a circa un dollaro al grammo. «Dopo l’approvazione del Parlamento bisognerà solo aspettare che i semi germoglino», ha spiegato Josè Calzeda, capo della Giunta nazionale delle droghe: «Una volta seminato e fatta la prima raccolta, riforniremo i negozi al dettaglio. I cittadini registrati potranno comprarsi fino a 40 grammi al mese, e piantare massimo sei piante alla volta». Obiettivo primario: creare un mercato legale per sconfiggere i cartelli narcotrafficanti del Paraguay, massimi esportatori di cannabis del Sud America.

GUERRA PERDUTA

Molti considerano la decisione di Montevideo una rivoluzione. E non solo per i 120 mila consumatori abituali che in Uruguay potranno rollare e squagliare resina senza nascondersi: il resto del mondo, infatti, sta guardando con enorme interesse l’esperimento voluto dal presidente ex guerrigliero. L’ideologia proibizionista è in crisi da tempo, e in Occidente si è riaperto il dibattito su quali siano le migliori politiche sui narcotici. Nel 2011 la Commissione globale sulla politica delle droghe, organismo di cui fanno parte esperti in materia e personaggi come l’ex presidente dell’Onu Kofi Annan, ha pubblicato una relazione devastante in cui si spiega che «la lotta alla droga iniziata cinquant’anni fa è fallita», e si sottolineava come in primis per la cannabis, «occorre sperimentare modelli di legalizzazione che colpiscano la criminalità organizzata salvaguardando la salute dei cittadini».

Il manifesto della commissione è stato apprezzato da molti leader, come gli ex inquilini della Casa Bianca Bill Clinton e Jimmy Carter. Un mese fa, davanti all’assemblea delle Nazioni unite, il presidente del Guatemala ha pregato i paesi membri di darsi una mossa, smettendola di «stigmatizzare» coloro che fanno uso di sostanze stupefacenti senza arrecare danno agli altri. La tolleranza zero non va più di moda: in Portogallo e in Australia Occidentale la depenalizzazione della marijuana è stata un successo, l’uso della gangja per scopi terapeutici è sempre più diffusa, mentre in Olanda la protesta dei 670 coffee-shop è riuscita a bloccare la norma che prevedeva il divieto di vendere marocchino e super skunk agli stranieri.

La frontiera degli antiproibizionisti di recente si è spostata negli Usa, il paese del pianeta che spende più soldi nella battaglia alle sostanze stupefacenti: quest’anno gli Stati di Washington e Colorado hanno legalizzato attraverso un referendum popolare il consumo personale di marijuana. Non solo a scopo medico (per alcune malattie l’uso di cannabis è già permesso in 18 Stati) ma anche per momenti di piacere, fumate collettive o torte all’erba jamaicana. Obama ha dato un occhio ai sondaggi (qualche giorno fa una rilevazione Gallup spiegava che per la prima volta la maggioranza degli americani, circa il 58 per cento, è a favore delle canne libere; nel 1969 al tempo degli hippy erano fermi al 12 per cento) e ha chiesto al dipartimento della Giustizia di non ricorrere contro le nuove leggi. Ora altri Stati potrebbero seguire la scelta di Denver e del distretto della capitale.

TASSE E MILIARDI

Il movimento a favore del libero spinello, insomma, sta prendendo piede. Grazie ad argomentazioni e parole d’ordine che, almeno per quanto riguarda gli stupefacenti leggeri, fanno sempre più presa sull’opinione pubblica. Anche perché i divieti finora imposti non hanno fermato la diffusione capillare della cannabis: se nel 1998 i fan accaniti erano stimati in 140 milioni, nel rapporto dell’Onu del 2012 erano lievitati a 180. La fine del proibizionismo, spiegano gli esperti fautori del laissez-faire, darebbe una mazzata al giro d’affari della criminalità organizzata, permettendo contemporaneamente ai governi nazionali di incassare miliardi in tasse (in Colorado solo per le entrate fiscali della cannabis terapeutica ammontano ad oltre 5 milioni di euro, mentre un report del Medical Marijuana Business Daily prevede che alla fine del 2018 il mercato Usa della cannabis, grazie ai due referendum, arriverà a sfiorare i 6 miliardi di dollari; secondo i radicali in Italia, invece, lo Stato potrebbe incassare dalla legalizzazione fino a 8 miliardi di euro) e risparmiare somme enormi oggi investite per la repressione del fenomeno.

D’altra parte l’approccio proibizionista resta dominante. A favore delle loro tesi, i conservatori elencano gli studi scientifici che dimostrerebbero come la cannabis possa provocare effetti negativi a lungo termine, soprattutto tra chi ha iniziato a usarla da giovane: la sostanza aumenta la probabilità di sviluppare depressione o sintomi psicotici, come la schizofrenia e il disturbo bipolare. Mentre altre ricerche evidenziano problemi per la memoria e un rapporto stretto tra l’uso di droghe leggere e quello di sostanze pesanti. A chi punta il dito sulla pericolosità del principio attivo della cannabis, il tetraidrocannabinolo, gli antiproibizionisti contrappongono però le statistiche sull’abuso di alcol e tabacco, “droghe” legali che provocano vere carneficine: secondo una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità del 2013, il fumo uccide nel mondo circa sei milioni di persone ogni anno, mentre l’Istituto superiore di Sanità ha stimato che solo in Italia negli ultimi 12 mesi sono morte a causa dell’alcol 30 mila persone, trenta volte il numero dei decessi causati nello stesso periodo da overdose da eroina e oppiacei. Se nel decennio 2005-2015, chiosa l’Oms, alcol e tabacco causeranno tumori mortali a quasi 30 milioni di persone, leggendo il capitolo sui decessi causati dai vari narcotici della relazione 2011 della Ue salta agli occhi che un paragrafo sulla canapa non è stato nemmeno stilato.

In Italia - uno dei pochi paesi occidentali dove una legge del 2006, voluta da Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi del Pdl, ha equiparato l’hashish e la marijuana a cocaina ed eroina - gli antiproibizionisti hanno da sempre un faro: Marco Pannella e il partito radicale. Che in queste settimane sta raccogliendo le firme per un nuovo referendum. L’obiettivo non è la legalizzazione tout-court, non raggiungibile per via referendaria, ma «l’eliminazione», spiega l’ex senatore Marco Perduca, «del carcere per i fatti di lieve entità. Depenalizzando la coltivazione domestica di cannabis e il possesso di quantità medie di droghe svuoteremmo le carceri». Al 30 settembre 2013 su circa 64 mila detenuti ben 25 mila erano dentro per la violazione della legge sulla droga. Difficile sapere quante tra questi siano in galera per spaccio di cannabis (reato che può essere punito da 6 a 20 anni), visto che le sostanze psicotrope davanti alla legge sono tutte uguali. «A spanne, però, possiamo ipotizzare che oltre un terzo (ossia 9 mila persone, soprattutto stranieri) uscirebbe subito se la marijuana fosse legalizzata. La situazione delle carceri», chiosa il radicale, «migliorerebbe strutturalmente». Altro che amnistia, insomma. Senza dimenticare i benefici sul lavoro di polizia, istituzioni sanitarie e trubunali: nel 2012, come segnala il Dipartimento delle politiche antidroga nella sua relazione annuale, il 77 per cento delle segnalazioni (in tutto 32.694) fatte dai prefetti ai Sert competenti ha riguardato la cannabis.

MARIA FOREVER

Il pugno di ferro, a livello globale e nazionale, non sembra avere funzionato. Né sulla diminuzione della produzione, né sul livello dei consumi. Nell’ultimo rapporto dell’Onu la cannabis resta di gran lunga la droga illegale più popolare al mondo, con un numero di appassionati stimato superiore ai 180 milioni di persone, il 3,9 per cento di umani tra i 15 e i 64 anni. Per fare un confronto, l’uso della cocaina è dieci volte più basso. L’Europa rappresenta per l’hashish il mercato più grande del mondo, con importazioni massicce dal Marocco, che dopo Afghanistan e Messico ha le coltivazioni più estese del pianeta. La produzione è ormai globale e intensiva: in Albania, a Lazarat, lo scorso agosto la Guardia di Finanza ha fotografato con il satellite un’area coltivata a marijuana estesa 319 ettari, pari a 400 campi di calcio. «Il prodotto finito», spiegarono i finanzieri, «al dettaglio verrà venduto a cinque euro al grammo, con un guadagno stimato in 4,5 miliardi di euro». Pari a poco meno del 50 per cento dell’intero Pil albanese.

I mattoni di erba pressata e la resina marocchina invadono l’Europa da ogni direzione: i prezzi variano a seconda della qualità dai tre ai 24 euro, e il consumo nel 2012 ha toccato, secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, le 2.500 tonnellate annue, fumate da 3 milioni di consumatori abituali. Di sicuro l’Italia, insieme alla Grecia, è il paese in cui la produzione nazionale di marijuana è cresciuta di più: nel 2011 sono state oltre un milione le piante sequestrate (al 99, 3 per cento sono coltivate al Sud, dove il clima è ideale), in pratica la stessa quantità espropriata in Jamaica. Per fare un confronto, in Francia la polizia ne ha trovate solo 73 mila. Secondo l’ultima relazione della Direzione centrale servizi antidroga, però, il numero di piante pignorato nel 2012 è addirittura quadruplicato, superando i 4,1 milioni di esemplari: un dato che ci mette ai primi posti tra i produttori mondiali. Mafia, camorra, sacra corona unita e ’ndrangheta gestiscono da sempre parte importante dei traffici internazionali, dello stoccaggio e della vendita, ma ormai si sono buttati anche su piantagioni esterne e indoor. Già: se un tempo le droghe leggere erano considerate attività minori, «oggi Cosa Nostra si dedica anche alla coltivazione. La criminalità organizzata ha urgente bisogno di soldi, perché con la crisi», ragiona il procuratore aggiunto della Dda Teresa Principato, «le estorsioni e gli appalti non sono più redditizi come un tempo».

Il business è miliardario: da Trento a Siracusa fumano in centinaia di migliaia, uomini e donne, giovani e vecchi. Nella relazione Ue 2012 il Belpaese si segnala come lo Stato con la prevalenza più alta di consumatori rispetto alla popolazione generale: il 32 per cento degli italiani ha provato marijuana almeno una volta nella vita, il 14,3 per cento l’ha usata nell’ultimo anno, il 6,9 per cento nell’ultimo mese, percentuale che raddoppia tra gli under 24. Gran parte della sostanza è importata da Russia, Albania e Africa o prodotta da associazioni criminali, ma anche le coltivazioni per uso personale ormai fanno la loro parte: spulciando i rapporti delle forze dell’ordine si scopre che nella sola settimana tra il 7 e il 15 ottobre sono state scovate piantagioni in mezza Penisola (piantine su un balcone a Chieti, altre 13 a Macerata, giardini a Catanzaro e Pisa, 50 piante a Sessa Aurunca, 42 ad Alessandria, 9 vasi a Lucca, mentre un friulano ha trasformato in serra la cameretta della figlia di tre anni) e ha arrestato una dozzina di persone, tutte italiane. Tra loro persino contadini di erbe aromatiche ed imprenditori edili che, a causa della recessione, avevano deciso di riconvertire la loro vecchia attività in perdita gettandosi sul business di “Maria”. La domanda, per lei, è sempre alta.

di Emiliano Fittipaldi  per -  http://espresso.repubblica.it/
.

NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/

GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO


.

.

giovedì 7 novembre 2013

Arafat Avvelenato con Polonio


Una verità nota da 9 anni: Arafat avvelenato

L'Università di Losanna: «Nella salma riesumata c'è polonio 18 volte oltre la norma». Per i palestinesi e' stato ucciso da chi lo voleva morto: Israele. Tel Aviv nega

- È altamente probabile che l'ex leader dell'Olp Yasser Arafat, morto per una misteriosa malattia nel 2004, sia stato avvelenato. La notizia diffusa ieri da al Jazeera - che ha ottenuto in esclusiva il rapporto di 108 pagine redatto da specialisti svizzeri dell'università di Losanna sul corpo riesumato di Arafat - si è abbattuta come un macigno sulle già tese relazioni israelo-palestinesi.

E se trovasse ulteriori conferme in analoghe indagini che stanno svolgendo in Russia e Francia, potrebbe suscitare un'ondata di sdegno nei Territori occupati e, forse, diventare la scintilla di una nuova sollevazione palestinese contro l'occupazione. I governi israeliani che si sono succeduti dal 2004 a oggi hanno negato qualsiasi coinvolgimento.

Tuttavia un accertamento definitivo della morte per avvelenamento di Arafat darebbe ai palestinesi - all'uomo della strada e alla leadership dell'Autorità nazionale (Anp) di Abu Mazen - la conferma di un ruolo svolto nella vicenda da Ariel Sharon che era premier di Israele nel 2004. Con conseguenze imprevedibili sul terreno.

Sharon era un nemico storico di Yasser Arafat e aveva tentato di eliminarlo nel 1982 a Beirut, durante l'invasione israeliana del Libano. Poi, dopo quasi venti anni, nei giorni dell'operazione «Muraglia di Difesa» (Seconda Intifada), era stato sul punto di ordinare alle forze armate israeliane (entrate a Ramallah) di colpirlo. Fermato dagli americani, Sharon scelse di confinare Arafat nella Muqata di Ramallah, dove il leader palestinese rimase fino alla fine dei suoi giorni.

La morte però avvenne in Francia dove Arafat era stato «autorizzato» da Israele ad andare a curarsi. Il presidente palestinese si spense per una emorragia cerebrale devastante, poche ore dopo un apparente miglioramento. I medici francesi non furono in grado di stabilire la causa della malattia che aveva causato nell'organismo del presidente palestinese un inspiebabile brusco calo delle piastrine.

I palestinesi hanno sempre creduto all'avvelenamento di Arafat. Solo poco più di un anno fa però, grazie alla tv al Jazeera e alle analisi svolte da un laboratorio svizzero sugli indumenti del leader scomparso, è emersa questa presenza del polonio, altamente radioattivo. Il rapporto ottenuto da al Jazeera spiega che sul corpo riesumato di Arafat sono stati registrati livelli di polonio 18 volte superiori alla norma. Gli esami hanno riscontrato in particolare un «innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino» e che c'è «un 83% di probabilità che sia stato avvelenato».

Il rapporto è stato consegnato a Parigi a Suha Tawill, la vedova di Arafat, che ha commentato: «Sono di nuovo a lutto, è stato come se mi avessero detto che è appena morto». Netto il giudizio dell'ex ministro degli esteri Nabil Shaath. «È stato avvelenato da chi lo voleva morto», ha detto. Shaath ha invocato un'inchiesta internazionale per accertare come e chi abbia usato il polonio contro Arafat.

L'ex ministro degli esteri ha evitato di accusare apertamente Israele. Il caso-Arafat tiene sulle spine i vertici palestinesi. Se davvero si è trattato di avvelenamento, a compierlo non può essere stata che una persona rimasta accanto ad Arafat nei giorni in cui era confinato nella Muqata. Da qui la cautela (a dir poco) che in questi anni ha spinto i leader dell'Anp e lo stesso presidente palestinese Abu Mazen a tenere una linea di basso profilo sulla vicenda. Girano peraltro voci di pressioni americane volte a non dare risalto all'esito degli esami di laboratorio per non compromettere le trattative bilaterali israelo-palestinesi riprese a luglio e che appaiono tutte in salita.

di Michele Giorgio per  : http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90304


leggi anche 


NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/

GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO


.

.

domenica 15 settembre 2013

SIRIA : Guerra, solo un rinvio?


 La Russia gioca la carta della soluzione diplomatica. Obama alle corde. 
Ma gli Usa potrebbero colpire piu' avanti, alla prima opportunita' favorevole .

- Mentre si profila incerto il consenso del Congresso Usa all'operazione militare annunciata più volte da Obama, la Siria ha accolto favorevolmente la proposta russa di mettere sotto il controllo internazionale le armi chimiche. Lo ha detto ieri il ministro degli Esteri siriano Walid al-Moualem dopo colloqui a Mosca in cui ha lodato il Cremlino per gli sforzi tesi ad "evitare un'aggressione americana". Nel tentativo di sbloccare la situazione al Consiglio di sicurezza Onu, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha detto che potrebbe chiedere al Consiglio di sollecitare Damasco a spostare le sue armi chimiche in siti all'interno del Paese dove possano essere custodite in sicurezza e poi distrutte.

La proposta di Mosca getta la palla nel campo dell'amministrazione Obama che adesso dovrà rispondere a quella che pare delinearsi come una soluzione negoziata della crisi.

Informato, forse in anticipo, di questa mossa a sorpresa della Russia, il segretario di Stato Kerry aveva messo in campo ieri una proposta che appariva solo destinata a guadagnare un po' di tempo e i consensi che continuano a mancare. Kerry infatti ha inviato un diktat alla Siria secondo cui il regime dovrebbe consegnare i suoi arsenali di armi chimiche per evitare i bombardamenti. Ma è una proposta che sottolinea ancora una volta la difficoltà dell'ammninistrazione statunitense ad avviare una escalation di guerra contro la Siria.

Negli Stati Uniti, secondo un sondaggio di Cnn/Orc International, il 59% degli intervistati ha detto che il Congresso non dovrebbe approvare la risoluzione per il via libera all'offensiva, su cui è atteso un primo voto mercoledì, in Senato, nonostante la maggioranza pensi che il presidente Bashar al-Assad abbia usato armi chimiche contro la sua popolazione. Per quasi il 70% degli intervistati, l'azione militare non servirebbe né a raggiungere degli obiettivi, né a tutelare gli interessi nazionali. Il 55% si è dichiarato comunque contrario all'intervento in Siria, anche in caso di approvazione da parte del Congresso; senza l'ok di Capitol Hill, invece, i contrari sarebbero il 71 per cento. Da un lato, dopo aver annunciato di voler decapitare la leadeship siriana, Kerry pretende addirittura che questa posi la testa sul ceppo. Dall'altra diventano sempre più numerose le prove secondo cui l'uso delle armi chimiche sarebbe stato operato dalle milizia ribelli e non dalle forze armate siriane.

Le dichiarazioni del giornalista belga sequestrato e liberato insieme a Domenico Quirico (il quale, abbiamo la netta impressione che sia sottoposto a pressioni fortissime per offrire una versione diversa da quella del suo compagno di prigionia), le rilevazioni satellitari russe (che dovrebbero avere lo stesso valore di quelle statunitensi), le considerazioni del commissario Onu Carla Del Ponte, indicano conclusioni radicalmente opposte a quelle che l'amministrazione statunitense pretende di imporre come verità e come pretesto per bombardare la Siria. Gli stessi giornali statunitensi continuano a scrivere che stavolta manca del tutto la "pistola fumante" che legittimi un attacco militare. Obama in questi giorni si sta giocando l'appoggio del Congresso (e dei sondaggi) concedendo ben sei interviste ad altrettanti emittenti statunitensi in poche ore. La Casa Bianca scatenerà nella serata di oggi un'offensiva mediatica a tutto tondo per persuadere i deputati repubblicani e democratici a sostenere l'attacco sulla Siria.

Per l'amministrazione USA dunque la strada dell'intervento militare in Siria appare ancora problematica. Ma la riluttanza non è un antidoto all'avventurismo militare. Anzi, il rischio principale è proprio questo: il prevalere di una visione "corta" su questa crisi in Medio Oriente (come afferma giustamente il generale Fabio Mini) rispetto ad una disamina razionale delle conseguenze che una aggressione alla Siria, seppur limitata, può innescare.

.
.

.

martedì 26 marzo 2013

Tunisi : Social Forum Mondiale 2013



  - Riprende fiato, come non accadeva da un po', l'azione della società civile globale. A dodici anni dalla prima edizione di Porto Alegre, martedì 26 marzo si aprirà a Tunisi il Forum Social Mondiale. La scelta della capitale tunisina è quanto mai simbolica. Non solo perché luogo di innesco e ancora epicentro della cosiddetta «primavera araba», lungi dall'essersi compiuta - anzi con forti rischi di ritorno ad autunni autoritari - ma soprattutto perché, con le incertezze politiche e sociali legate a una turbolenta transizione, il paese nordafricano è paradigmatico dello stato «fluido» in cui versano l'economia e la democrazia sul pianeta dall'inizio della crisi economica.

Nei giorni scorsi inoltre sono iniziati a Durban, in Sud Africa, le attività del contro-vertice della società civile a margine dell'assise dei paesi Brics, ossia il G5 delle economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e appunto Sud Africa. Un incontro storico, quello ospitato dai movimenti sudafricani con la partecipazione di forze sociali e sindacali degli altri paesi emergenti, dove si vivono oggi in maniera più marcata le contraddizioni del processo di globalizzazione liberista e le disparità economiche e sociali. Il tutto avviene fuori dalle stanze ufficiali, dove martedì e mercoledì i leader dei Brics discuteranno come evitare che la recessione che attanaglia le economie avanzate possa per travolgere anche loro. Il tutto in un clima di sospensione e incertezza, esacerbato dalle ultime tensioni sui mercati legate alla crisi finanziaria di Cipro. Per tutti e due i forum della società civile parliamo in un certo senso di esordi assoluti. È infatti la prima opportunità offerta ai movimenti del Mediterraneo dopo un decennio di incontri in America Latina, Asia ed Africa sub-Sahariana.

Un'occasione per trovare la forza e raccontare all'intera società civile mondiale che cosa è davvero successo negli ultimi due anni e quanto ancora resta da fare per costruire un'autentica democrazia e ridare potere ai popoli di questi paesi dopo decenni di dittature e sfruttamento delle risorse naturali, foraggiati dai governi della vicina Europa e dagli Stati Uniti.

Va aggiunto che a Tunisi sarà anche la prima volta al Forum sociale mondiale dei «nuovi movimenti» nati nelle economie avanzate sotto l'acuirsi della recessione: il movimento di Occupy così come gli «Indignati», che per primi hanno incarnato nelle loro pratiche il messaggio che arriva da Tunisi e da Piazza Tahrir al Cairo. Allo stesso tempo, mai in passato la società civile si era radunata a margine del meeting dei Brics, realtà dove gli sconvolgimenti e le tensioni sociali sono ormai alle stelle.

I movimenti sociali di questi paesi si dissociano apertamente dalla volontà di potenza e dominazione dei loro governi, tutto sommato ingabbiati nel modello liberista basato, tra le altre cose, sullo sfruttamento a più non posso delle risorse naturali. Una critica dura dal Sud sul nuovo Sud, che fino a oggi mancava, e che apre nuovi scenari politici. Non a caso il contro-vertice di Durban si chiama «Brics dal basso», quasi a riecheggiare un «altro Brics è possibile» che fa pendant con l'altro mondo possibile rivendicato da Porto Alegre fino al campus universitario di Tunisi, dove si terrà il Forum.

In entrambi i casi, lo sforzo è quello di incrociare le lotte in corso e costruire una narrativa comune, un prezioso elemento che si è perso dallo scoppio della crisi economica in poi. Nel 2003, l'opposizione al liberismo e alla guerra erano riusciti a produrre inedite piattaforme di azioni globali, che avevano fermato la Wto a Cancun e avevano occupato le piazze di mezzo mondo per bloccare, purtroppo senza successo, l'occupazione dell'Iraq.

Negli ultimi anni il contesto è profondamente mutato. Nonostante le battute di arresto delle campagne militari in Iraq e Afghanistan, il collasso dei mercati finanziari e l'acuirsi della crisi climatica, predetti dal movimento alter-mondialista dal G8 di Genova in poi, la risposta dei movimenti è stata principalmente su scala nazionale, spesso reattiva, ma talvolta debole, se non assente. È mancata la forza di chi può affermare «l'avevamo detto», aggregando consenso con il rilancio di alternative locali, nazionali, regionali e globali. A Durban come a Tunisi, i movimenti sociali ricercano una nuova agenda comune, capace di diventare egemonia culturale prima che sia troppo tardi. 

di Antonio Tricarico


SITO : http://www.fsm2013.org/

-



.  .

-

giovedì 13 dicembre 2012

Internet diventera' meno aperto, costoso e più lento

 
SVEGLIAMOCI
CI VOGLIONO SOLO COSI' 

.
In questo momento a un incontro in ambito ONU a Dubai, regimi autoritari stanno facendo pressione affinché venga imposto un controllo assoluto da parte dei governi su internet utilizzando un trattato globale vincolante: internet potrebbe diventare meno aperto, più costoso e molto più lento. Abbiamo solo pochi giorni per fermarli.

Internet è stato un esempio incredibile di ridistribuzione del potere nelle mani dei cittadini: ci ha permesso di essere più connessi tra di noi e di avere uno spazio da cui parlare e fare pressione sui leader come mai nella storia. Tutto questo grazie al fatto che finora è stato governato dagli utenti e da organizzazioni no-profit invece che dai governi. Ma ora paesi come Russia, Cina e Emirati Arabi Uniti stanno cercando di riscrivere un importante trattato sulle telecomunicazioni chiamato ITR per mettere internet sotto il loro controllo: il web sarebbe modellato dagli interessi dei governi e non da noi, gli utenti. Tim Berners-Lee, uno dei "padri di internet," ha lanciato l'allarme sul rischio che ciò porti a un aumento della censura online e di invasione della nostra privacy. Ma se ci opporremo con un appello di massa dal basso, potremo dare una mano ai paesi che invece si oppongono a questo colpo di mano.

Abbiamo fermato attacchi come questo in passato e possiamo farlo di nuovo prima che il trattato venga blindato questa settimana. Un'ondata di opposizione ai nuovi trattati ITR sta già montando: firma la petizione per dire ai governi di togliere le loro mani da internet e poi gira questa email a tutti quelli che conosci. Non appena raggiungeremo 1 milione di firmatari, la consegneremo direttamente ai delegati a questo incontro riservatissimo:

http://www.avaaz.org/it/hands_off_our_internet_i/?bkBgnbb&v=20033

L'incontro per aggiornare le ITR (International Telecommunication Regulations) si svolge sotto l'egida di un'agenzia dell'ONU, l'International Telecommunications Union (ITU). In una situazione normale non meriterebbe una grossa attenzione ma Russia, Cina, Arabia Saudita e altri paesi stanno cercando di usare questo incontro per aumentare il controllo di internet da parte dei governi attraverso proposte che permetterebbero di scollegare utenti dalla rete gli utenti più facilmente, minacciare la loro privacy e legittimare il monitoraggio e il blocco del traffico, introducendo nuovi dazi per accedere ai contenuti online.

Ora non esiste un soggetto che regoli internet in modo centralizzato, ma al contrario varie organizzazioni no-profit lavorano insieme per gestire i diversi punti di vista tecnologici, commerciali e politici in modo che internet funzioni. Il modello attuale certamente non è senza difetti. Il dominio da parte degli USA e l'influenza delle aziende rende evidente la necessità di una riforma, ma i cambiamenti non dovrebbero essere dettati da agenzie di soli governi e senza alcuna trasparenza. Dovrebbero invece emergere da un processo dal basso aperto e trasparente: mettendo gli interessi degli utenti al centro.

L'ITU fa un lavoro estremamente importante: rende sostenibile economicamente l'accesso a internet da parte dei paesi poveri e permette la sicurezza della rete. Ma non è il luogo adatto a introdurre cambiamenti nel modo in cui internet funziona. Facciamo in modo che internet rimanga libero e governato nell'interesse pubblico e mostriamo all'ITU e al mondo che non staremo in silenzio di fronte a questo attacco. Clicca sotto per firmare e condividi questa email con tutti:

http://www.avaaz.org/it/hands_off_our_internet_i/?bkBgnbb&v=20033

I membri di Avaaz hanno lavorato insieme in passato per salvare il web e hanno vinto. Più di 3 milioni di noi hanno chiesto agli USA di uccidere una legge che avrebbe dato al governo la possibilità di chiudere qualsiasi sito, contribuendo a spingere la Casa Bianca a ritirare il suo sostegno. Nell'Ue, il Parlamento europeo ha risposto ai cittadini dopo che 2,8 milioni di noi hanno chiesto di lasciar cadere ACTA, ennesima minaccia alla rete libera. Insieme lo possiamo fare di nuovo.

Con speranza,

Pascal, Ian, Paul, Luca, Caroline, Ricken, Kya e il resto del team di Avaaz

ULTERIORI FONTI

WCIT 2012, l'Onu alla riforma del web. Google denuncia: "C'è rischio censura" (La Repubblica):
http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/12/03/news/wcit_2012_l_onu_alla_riforma_del_web_google_denuncia_c_rischio_censura-47992263/

L'ITU vuole cambiare le regole del web? La Ue non ci sta e Google lancia la campagna Take Action (Il Sole 24 Ore):
http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-11-23/litu-vuole-cambiare-regole-113248.shtml?uuid=AbDn6c5G

ONU, conferenza ITU sotto attacco (Punto Informatico):
http://punto-informatico.it/3666945/PI/News/onu-conferenza-itu-sotto-attacco.aspx

A Dubai è battaglia sul futuro di internet (La Stampa):
http://www.lastampa.it/2012/12/03/blogs/web-notes/wcit-iniziata-a-dubai-la-conferenza-mondiale-sulle-telecomunicazioni-zMcs9SamDO3kEr8YQrEUZL/pagina.html

Un documento riservato mostra le mosse di Russia e Cina per conquistare internet (Wired):
http://daily.wired.it/news/internet/2012/12/10/documento-riservato-russia-cina-conquistare-internet.html

-

. beruby.com - Risparmia acquistando online 
  .
.
 .
 .

-

martedì 27 novembre 2012

Arafat: prove di avvelenamento?

Arafat: prove di avvelenamento?

Eseguiti stamani a Ramallah i prelievi. Esperti provenienti da Russia, Francia e Svizzera cercheranno tracce di polonio nei resti umani del presidente palestinese

  - La strana morte di Yasser Arafat, uno dei più grandi misteri del Medio Oriente, potrebbe cominciare ad avere una soluzione a partire da oggi con l'avvenuta esumazione, questa mattina alla Muqata di Ramallah, della salma del presidente palestinese, deceduto in un ospedale francese nel novembre 2004. Un medico palestinese, lontano dai riflettori dei media, ha prelevato campioni di tessuto umani dalla salma, che saranno analizzati da team di specialisti provenienti da Francia, Svizzera e Russia. Un mistero in effetti la morte di Arafat non lo è mai stato per i palestinesi che, un po' tutti, pensano che «Abu Ammar» (il nome di battaglia di Arafat) sia stato avvelenato da collaborazionisti di Israele. Gli esperti - quelli francesi sono stati nominati dopo una denuncia presentata alla Procura di Parigi dalla vedova di Arafat, Suha Tawill - andranno alla caccia di tracce di polonio, una sostanza altamente pericolosa trovata lo scorso agosto su indumenti ed oggetti appartenuti al leader palestinese.

La riesumazione della salma di Arafat giunge mentre un alto esponente dell'establishment israeliano, il ministro della difesa Ehud Barak, che nel 2000 legò il suo nome a quello del presidente palestinese scomparso, ha annunciato il suo inatteso abbandono della politica. Barak, in qualità di primo ministro laburista, fu protagonista 12 anni fa del drammatico fallimento a Camp David (era presidente americano Bill Clinton) delle trattative per quella che a quel tempo era nota come la «soluzione definitiva» del conflitto israelo-palestinese, sulla base degli Accordi di pace di Oslo, firmati sette anni prima alla Casa Bianca.

L'ex premier israeliano ordinò una dura repressione della seconda Intifada palestinese nei pochi mesi nei quali rimase ancora al potere fino alla pesante confitta elettorale che, all'inizio del 2001, vide l'ascesa della destra di Ariel Sharon. L'improvvisa uscita dalla scena politica di Barak - frutto anche di contrasti personali con il premier Netanyahu - apre la strada, con ogni probabilità, alla nomina a ministro della difesa dell'attuale ministro degli esteri Lieberman. Dopo le legislative israeliane del prossimo 22 gennaio Netanyahu sarà ancora primo ministro (lo dicono tutti i sondaggi) di un governo «di guerra» (all'Iran). Lieberman, un ultranazionalista di destra, da parte sua non nasconde di volere la difesa in vista dell'attacco israeliano alle centrali atomiche iraniane di cui si parla da mesi se non da anni. Netanyahu quindi potrebbe optare per un ministro degli esteri con una immagine più moderata da spendere all'estero.

Intanto, a pochi giorni dalla fine dell'offensiva militare israeliana "Colonna di Difesa" contro Gaza, il movimento islamico Hamas sembra spaccarsi sulla richiesta di adesione dello Stato di Palestina (come non membro-osservatore) che il 29 novembre il presidente dell'Olp e dell'Anp Abu Mazen presenterà all'Onu. Se da un lato il leader uscente, Khaled Meshaal, si dice favorevole all'iniziativa, dall'altro non pochi dei dirigenti di Hamas a Gaza, tra i quali il premier Ismail Haniyeh, si dichiarano contrari. La frattura sulla questione dello Stato segue i passi mossi nei giorni scorsi dal partito di Abu Mazen, Fatah, e dal movimento islamista verso una possibile riconciliazione nazionale, con l'annuncio della scarcerazione di prigionieri politici da entrambe le parti.

 di Michele Giorgio

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42315
-

. beruby.com - Risparmia acquistando online
.
.
 .
 .

-

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru