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martedì 20 marzo 2018

Tecniche di Cambridge Analytica: Escort , Mazzette e profili facebook



Non solo profili facebook, anche escort e mazzette:
 Channel 4 svela tecniche di Cambridge Analytica.
 A svelare quale sarebbe il modus operandi della società coinvolta nello scandalo globale su Trump e la Brexit un'inchiesta condotta da un reporter sotto copertura di Channel 4 News, emittente britannica, che si e' intrufolato con una telecamera nella sede dell'azienda spacciandosi per il rampollo di una ricca famiglia dello Sri Lanka desideroso di acquisire una maggiore reputazione politica a scapito degli avversari.

Escort, ex spie, mazzette e fake news per aiutare i propri clienti a vincere le elezioni, in qualunque parte del mondo essi si trovino. Molta tecnologia ma anche metodi antichi quelli cui avrebbero fatto ricorso gli uomini della Cambridge Analytica, la societa' con sede nel Regno Unito che e' al centro del datagate che sta travolgendo Facebook. Societa' che ha lavorato anche per la campagna di Donald Trump ed è venuta in possesso di dati che sarebbero stati usati per influenzare anche il voto sulla Brexit. A svelare quale sarebbe il modus operandi della Cambridge Analytica un'inchiesta condotta da un reporter sotto copertura di Channel 4 News, emittente britannica, che si e' intrufolato con una telecamera nella sede dell'azienda spacciandosi per il rampollo di una ricca famiglia dello Sri Lanka desideroso di acquisire una maggiore reputazione politica a scapito degli avversari. 

Escort ucraine Il giornalista ha cosi' incastrato il presidente della Cambridge Analytica, Alexander Nix, e altri manager della societa', colti con le mani nel sacco. Uno dei suggerimenti dati da Nix al finto cliente e' stato lo scenario del sexy scandalo per screditare gli avversari politici, facendoli avvicinare da alcune escort ucraine. Spie e mazzette Un'altra opzione messa sul tavolo - come si evince dalle conversazioni filmate - e' stata quella di utilizzare degli ex 007 dei servizi di sua maesta' in contatto con la societa'. Tra le offerte anche quella di bustarelle e tangenti con cui corrompere e incastrare le vittime inconsapevolmente filmate. "questi sono solo degli esempi delle cose che possiamo fare e che sono state fatte", avrebbe quindi concluso Nix che nega di aver mai usato le tattiche descritte nel servizio di Channel 4 News. 

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mercoledì 17 febbraio 2016

LOMBARDIA: 20 anni di Scandali Sanitari

Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari


Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari
L'arresto di Rizzi è soltanto l'ultimo capitolo. Da Poggiolini a Poggi Longostrevi fino a Mantovani:
 i casi di appalti pilotati, corruzione e malaffare in Regione.
Appena il tempo di spiegare la portata della riforma - o, meglio, «evoluzione» come la preferisce definire Roberto Maroni - del Sistema socio-sanitario lombardo, «perché 'riforma'», spiegava il governatore il 18 gennaio 2016, «evoca qualcosa che non funziona, mentre il Sistema socio-sanitario in Lombardia è una eccellenza» - che ecco piombare sul Pirellone un nuovo scandalo.

Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari

IN MANETTE IL CONSIGLIERE LEGHISTA. 
Tra i 21 arresti spiccati il 16 febbraio nell'ambito 
dell'operazione Smile su presunte irregolarità in appalti odontoiatrici presso aziende ospedaliere 
lombarde c'è pure Fabio Rizzi, presidente della Commissione Sanità e Politiche sociali del Consiglio 
regionale nonché braccio destro di ROBERTO MARONI e padre di quell'«evoluzione» della Sanità più volte decantata dal governatore.
L'accusa nei confronti del leghista è pesante: associazione per delinquere.

IL LIBRO NERO DELLA SANITÀ. 
L'indagine della procura di Monza è però solo l'ultimo capitolo del libro 
nero della Sanità lombarda.
Che va dall'arresto di Duilio Poggiolini, il Re Mida della Sanità o il boss della malasanità, e arriva fino alle manette scattate ai polsi di Mario Mantovani, console berlusconiano, ras della sanità regionale ed ex vice presidente lombardo.
In mezzo ci sono mazzette, truffe, vacanze e viaggi sospetti, turbative d'asta. Ma anche emoderivati 
infetti e cliniche degli orrori.

1993: Tangentopoli scoperchia gli affari di Poggiolini

Nella bufera milanese di Tangentopoli finì nel 1993 Duilio Poggiolini, presidente della Commissione per i farmaci dell'allora Comunità economica europea e iscritto alla P2.
Secondo il pool di Di Pietro, Poggiolini era a libro paga delle case farmaceutiche per fare inserire i 
farmaci nei prontuari manipolandone i prezzi.
A riscuotere le mazzette delle multinazionali era la moglie Pierr di Maria, 
anch'essa arrestata e morta nel 2007.

IL TESORO NEL MATERASSO. 
Quando venne catturato latitante sotto falso nome in una clinica di 
Losanna, gli inquirenti trovarono su un conto svizzero intestato alla consorte 15 miliardi di vecchie lire.Nulla in confronto al cosiddetto 'tesoro Poggiolini': lingotti d'oro, gioielli, quadri, monete antiche, rubli e banconote nascoste perfino nei puff e nei materassi della sua abitazione all'Eur. 

1997: Poggi Longostrevi e lo scandalo delle prescrizioni d'oro

Per un Re Mida della Sanità nazionale, ce n'era uno di quella lombarda: Giuseppe Poggi Longostrevi, medico e proprietario di una rete di cliniche private nel Milanese.
Nel 1997 un'inchiesta mise con le spalle al muro centinaia di medici di famiglia che prescrivevano 
scintigrafie presso le strutture convenzionate di proprietà di Longostrevi dietro compenso (dalle 50 alle 100 mila lire) più il 15% del valore degli esami di laboratorio e regali da parte del manager.

UN DANNO DA 60 MILIARDI.
 Secondo l'accusa, molti esami non vennero nemmeno effettuati.
In compenso fioccavano i rimborsi da parte della Regione.
La Corte dei conti stimò i danni causati all'erario in 60 miliardi.
Ma c'è di più: Poggi Longostrevi tra il '96 e il '97 aveva pagato una mazzetta da 72 milioni di lire a 
Giancarlo Abelli, allora presidente della Commissione Sanità in Regione Lombardia.
«Una consulenza», spiegò Abelli, già braccio sanitario di Roberto Formigoni.

ABELLI FECE CARRIERA. 
«Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione», confessò 
invece Longostrevi, che dopo nove mesi agli arresti si tolse la vita con una overdose di barbiturci.
«Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto... Alcuni sono stati 
costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore».
Ciò che accadde ad Abelli che dopo lo scandalo delle ricette ottenne la poltrona alla Sanità.
Alla fine se la cavò con un processo per false fatture. Ma visto che non si dimostrò la volontà di evadere le tasse, fu assolto dall'accusa di frode fiscale, continuando la sua carriera al Pirellone al fianco del Celeste e poi come fedelissimo di Silvio Berlusconi a Roma.
È scomparso il 26 gennaio 2016.

2011: Daccò e l'impero di ROBERTO FORMIGONI

In piena era formigoniana la sanità regionale è stata sconvolta da un altro scandalo: il crac della 
Fondazione San Raffaele, centro d'eccellenza di Don Verzé.
Nel mirino nel novembre 2011 è finito Pierangelo Daccò, uomo vicino a Comunione e liberazione, 
accusato di distrarre milioni dall'ospedale: avrebbe ricevuto denaro in contante dal vice di Verzé, Mario Cal, poi finito suicida.
Tra l'altro fu lui a gestire l'acquisto del nuovo aereo privato del prete-manager, intascandosi una 
consulenza da un milione di euro.
Affare che provocò 10 milioni di buco nel bilancio dell'ente.

FONDI NERI ALLA MAUGERI. 
Il nome di Daccò però è legato anche all'inchiesta sui fondi neri del 
Pirellone alla clinica Maugeri in cui è accusato di aver distratto circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e finti appalti.
Vicenda che vede imputato anche l'amico ed ex governatore lombardo Formigoni con cui il faccendiere condivideva feste, cene, vacanze e viaggi.
Che, secondo l'accusa, in realtà erano benefit per ottenere favori dalla Regione.
Il Celeste è stato così rinviato a processo per associazione a delinquere e corruzione assieme, tra gli 
altri, all'ex assessore regionale alla Sanità Antonio Simone e allo stesso Daccò.
«SOLO VIAGGI DI GRUPPO». Nel 2012 Formigoni si difese parlando di quelle vacanze in Sardegna come «scambi tra persone amiche» e «viaggi di gruppo in cui alla fine si conguagliano le spese», negando di aver mai ricevuto «regalie».
Ferie a tre che la moglie di Simone Carla Vites - accusata di riciclaggio - aveva invece definito 
«weekend “romantici” a cui mio marito non mi portava. Daccò trascinava in vacanza gente che aveva fatto voto di castità, povertà e obbedienza, facendoli ballare come bambini deficienti».

2015: bufera sul ras della Sanità lombarda Mantovani

I guai della Sanità lombarda dall'impero del Celeste passano alla gestione di Roberto Maroni, colui che brandendo una ramazza aveva promesso di disinfestare la Lega dagli scandali bossiani.
Eppure il Barbaro sognante si è dovuto arrendere alla realtà dei fatti.

APPALTI SOSPETTI.
 A ottobre del 2015 è infatti finito in manette il suo vice ed ex assessore alla 
Sanità, il forzista Mario Mantovani con l'accusa di corruzione e concussione per appalti nella sanità, 
compresa una gara sul trasporto dei dializzati. 
In carcere sono finiti pure il collaboratore del berlusconiano, Giacomo di Capua, capo di gabinetto 
dell'assessorato e mente dei manifesti «Via le Br dalla procura», e Angelo Bianchi, ingegnere del 
provveditorato alle opere pubbliche per la Lombardia e la Liguria, già rinviato a giudizio per presunti 
appalti truccati in Valtellina.

GUAI PURE PER GARAVAGLIA. 
Tra i 12 indagati compare anche il leghisita Massimo Garavaglia, 
assessore all'Economia e vicinissimo a Maroni.
Avrebbe agito per turbare la gara «per l'affidamento del servizio di soggetti nefropatici sottoposti al 
trattamento dialitico».
Mantovani - signore di Arconate di cui è stato sindaco per quasi 15 anni, badante di Mamma Rosa, la 
madre di Berlusconi, che ha assistito fino all'ultimo e organizzatore dei pullman di anziani in occasione delle manifestazioni di Silvio - è un altro dei ras della Sanità lombarda: alla sua famiglia fanno capo la società Immobiliare Vigevanese che realizza residenze socio assistenziali e la Fondazione Mantovani che gestisce alcune di queste strutture.
Come slogan ha: «Il valore della vita, il calore della famiglia, la forza della solidarietà».

2016: Rizzi, Longo e il legame tra imprenditoria e politica
E ora con l'arresto di Rizzi, medico anestesista e rianimatore, segretario provinciale del Carroccio di 
Varese dal 2006 al 2008, e dal 2008 al 2013 senatore, Bobo deve fare fronte a un nuovo terremoto.
L'indagine, coordinata dalla procura di Monza, ha ricostruito l'operato di un gruppo imprenditoriale 
accusato di aver corrotto funzionari delle gare di appalto pubbliche lombarde, bandite da diverse 
aziende ospedaliere per la gestione esterna di servizi odontoiatrici, riuscendo ad aggiudicarsele.
Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla corruzione e alla turbativa 
d'asta per i servizi odontoiatrici esternalizzati in Lombardia.

LONGO, IMPRENDITORE DELLO STAFF.
 Con Rizzi è finito in carcere l'imprenditore Mariuo Valentino 
Longo, componente dello staff del consigliere.
I due sarebbero stati pagati dal gruppo imprenditoriale al centro dell'inchiesta con il finanziamento della campagna elettorale di Rizzi per le elezioni regionali del 2013.
E successivamente con versamenti tra cui una tangente di 50 mila euro e una serie di finte consulenze, per 5 mila euro al mese, fatturate dalla moglie di Longo.
Al centro dell'inchiesta c'è l'mprenditrice Maria Paola Canegrati, considerata
 il «vertice» del sistema corruttivo.

GARE MILIONARIE SOLO FORMALI. 
Secondo gli inquirenti, le società a lei riferibili tra cui la Elledent e 
la Service Dent (del gruppo Odontoquality con sede ad Arcore-Monza), in 10 anni avrebbero preso il 
monopolio dei servizi odontoiatrici appaltati in esterno dagli ospedali lombardi.
Rizzi e Longo avrebbero favorito l'imprendice in gare di appalto bandite dalle Aziende Ospedaliere 
Istituti Clinici di Perfezionamento (del 2015, da 45 milioni di euro) e Ospedale di Circolo di Busto Arsizio (del 2014, da 10 milioni di euro). Gare che secondo l'accusa erano puramente formali.
Canegrati stessa, dal 2013, avrebbe tessuto una rete di azione a livello amministrativo con funzionari 
pubblici corrotti, i quali erano a libro paga del suo gruppo imprenditoriale.
Si parla di un giro di affari di 400 milioni di euro.

2007: non solo tangenti, anche i morti della clinica Santa Rita

Ma la malasanità lombarda non è solo fatta di mazzette, benefit e appalti truccati.
È fatta anche di morti.
Nel 2007 un'operazione della Guardia di finanza e della procura di Milano hanno portato alla luce gli 
orrori della clinica Santa Rita di Milano dove venivano effettuate operazioni chirurgiche senza che 
fossero necessarie solo per incassare i rimborsi della Regione.
Il primario di chiurugia toracica Pier Paolo Brega Massone è stato condannato all'ergastolo anche in 
Appello con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per la morte di quattro pazienti e 45 casi di lesioni.

«Semo in una bott de ferr. Tutto regolare!».
Era il 14 maggio del 2015 quando Fabio Rizzi
 veniva intercettato in auto con la compagna Lorena Pagani.
E' il padre della riforma sanitaria della Lombardia di Roberto Maroni e ora sospeso da Matteo Salvini dalla Lega Nord si diceva tranquillo di fronte alle insistenze della donna che, preoccupata per il mutuo, i mobili da acquistare e i lavori da fare in casa, domandava quanti soldi sarebbero arrivati in futuro dai presunti affari che i due avevano in ballo con Mario Valentino Longo, responsabile odontoiatria in Regione, e soprattutto con Maria Paola Canegrati, la dominus dell’odontoiatria lombarda e secondo i magistrati di Monza il vertice del sistema corruttivo scoperchiato dai magistrati. È questo uno dei passaggi dell'ordinanza di custodia cautelare dell'indagine condotta dal procuratore aggiunto Luisa Zanetti insieme con il sostituto Manuela Massenz.

GLI AFFARI IN BRASILE DI RIZZI E LONGO. 
Ma appalti lombardi a parte, nelle loro ricerche i pm sono arrivati fino a Miami, a Panama, in Lussemburgo, Dubai e in Brasile durante questa indagine denominata «Smile» che scuote le fondamenta di una 
Regione abituata da 20 anni a scandali sulla Sanità.
Hanno ricostruito le società dove gli indagati avevano le quote azionarie, un universo di scatole fiscali dove le compagne di Rizzi e Longo avrebbero fatto da prestanome, 
con conti persino Montecarlo.
Ma sono soprattutto gli affari in Brasile quelli su cui la procura ha acceso un faro scoprendo che dietro la costruzione di un ospedale per i bambini si sarebbero celati in realtà altri interessi e spartizione di utili illeciti.
«L’intenzione», si legge nell’ordinanza, «è quella di sfruttare il proprio ruolo politico e istituzionale per favorire, in cambio di compensi occultati attraverso false consulenze pagate a prestanome – l’inserimento delle imprese italiane nei rapporti commerciali con lo Stato brasiliano».

I SOLDI PER IL MUTUO ED AL PARTITO. 
Gli investigatori hanno intercettato gli indagati sin dal 2013, scoprendo anche lo stato patrimoniale di Rizzi, che in alcune conversazioni telefoniche spiegava alla compagna di guadagnare in totale 8 mila euro al mese, di questi 5 andavano nel mutuo di casa, mentre 1.500
 a favore del suo partito la LEGA NORD.

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domenica 5 aprile 2015

EXPO 2015: tutte le Colpe di FORMIGONI




EXPO 2015, TUTTE LE COLPE DI FORMIGONI

E' comprensibile che il presidente Formigoni, di fronte all’opinione pubblica, voglia esaltare e valorizzare un evento come quello di Expo 2015, però, all’interno del consiglio regionale (in cui martedì scorso si è svolta una discussione su questo tema) era bene dirsi le cose per quelle che sono, evitando di presentare la situazione in maniera un po’ troppo ottimistica rispetto alla realtà.
Fin dall’inizio della vicenda di Expo 2015, il Partito democratico non ha mai fatto mancare il proprio sostegno all’iniziativa, anzi, abbiamo sostenuto convintamente la candidatura della città di Milano e abbiamo contribuito a fare in modo che il capoluogo lombardo fosse scelto come la sede dell’evento. Non abbiamo fatto e non faremo mancare neanche adesso il nostro sostegno ad Expo ma, se vogliamo la riuscita di questo evento, il nostro non può essere un sostegno acritico.
Innanzitutto, dobbiamo essere chiari su un punto: Expo deve restare una grande opportunità per Milano, per la Lombardia e per il nostro paese. Expo ha portato ad alcune scelte, ha portato già ad investimenti sulle infrastrutture ma, soprattutto, resta una grande opportunità per quello che sarà l’evento e per quello che potrà lasciare a questa città, a questa Regione e a questo paese, sapendo che oggi – al di là della propaganda – la crisi ci ha costretto a ridimensionare il progetto ed è giusto che questo avvenga. Gran parte delle opere previste (come, ad esempio, il collegamento via ferro tra l’aeroporto di Malpensa e Rho oppure tra l’aeroporto di Orio al Serio e Bergamo, che Formigoni ha annunciato) in realtà non si faranno mai, nonostante siano comprese nelle quarantacinque opere ritenute necessarie all’evento. Non solo: non siamo assolutamente certi che neanche le opere essenziali saranno tutte pronte per il 2015. E dobbiamo avere questa consapevolezza, non possiamo fingere che non ci siano problemi.La crisi ci costringe a ridimensionare e ripensare l’evento e non ci sfugge neanche il rischio che ci siano ritardi sulle infrastrutture. Tuttavia, paradossalmente, la crisi mondiale – per i suoi caratteri – può essere anche un elemento positivo per Expo 2015 e può essere un grande volano per l’evento proprio perché il tema che si andrà ad affrontare diventerà decisivo con questo scenario. Nel 2015 speriamo di avviarci verso la fine di questa crisi globale e il tema di come devono cambiare i consumi e i comportamenti e delle cose che bisogna fare per rimettere in campo politiche nutrizionali diverse da quelle in essere sarà decisivo. Se scommetteremo su questo, Milano e l’Expo potranno diventare una straordinaria occasione e, per sei mesi, potranno diventare davvero il punto di riferimento nel mondo per un tema che, a quel punto, sarà di tutti.
Ora però serve ciò che non c’è stato in questi anni: serve il massimo impegno e la massima coesione istituzionale, tra tutte le istituzioni. Oggi, non si può parlare di Expo senza vedere i problemi che ci sono nei rapporti tra le diverse istituzioni protagoniste dell’evento. Non si può non vedere che i troppi contrasti hanno già prodotto danni ad Expo: hanno prodotto ritardi e confusione.A tuttora non sappiamo chi sarà il commissario dedicato al Padiglione Italia. Non tutto è chiaro rispetto al diritto di superficie per le aree perché si sono creati problemi anche su quel fronte. Ci sono ancora troppe incognite, troppi contrasti, troppa poca coesione tra le istituzioni. Ma il danno peggiore che è stato prodotto è che si è passato due anni a litigare su chi doveva stare nelle società, sull’assetto delle società, a quale corrente dovevano appartenere i membri della società. Dobbiamo sapere che, in quei due anni, si è parlato di Expo solo per questo e tutto ciò ha prodotto una disaffezione profonda proprio in quei cittadini che in Expo credevano e che volevano investire su Expo. Una disaffezione che ha coinvolto, dunque, proprio quei soggetti che pensavano che Expo fosse una grande opportunità e che oggi dobbiamo tornare a convincere di questo.Oggi la priorità è questa: recuperare la fiducia di chi abita in Regione Lombardia rispetto al fatto che Expo possa essere un’opportunità per tutti i cittadini e non solo per qualcuno. Dobbiamo recuperare la fiducia dei cittadini e dobbiamo recuperare una capacità di coinvolgere gli enti locali. Ovunque si andava, due anni fa, molti enti locali, i sindaci, gli amministratori chiedevano di far loro sapere di Expo perché era una grande occasione per loro; oggi non lo dice più nessuno. Oggi anche i Comuni, i sindaci, i presidenti delle provincie lombarde vivono l’Expo come un appuntamento lontano. Dobbiamo fare in modo che gli enti locali tornino a vedere l’Expo come una grande opportunità non solo per il sito ma per tutta la realtà milanese e lombarda.
I tempi sono stretti e o la politica dà un supporto vero, di coesione che attualmente sta mancando – a partire dalla collaborazione sui temi cruciali, a partire dal governo, a partire dal coinvolgimento dei Comuni, delle realtà produttive – o non ce la facciamo.In questo scenario che si è venuto a definire, però, ci sono delle responsabilità. Formigoni è il commissario generale di Expo ed è l’unico che ha seguito questa vicenda dall’inizio e che avrebbe dovuto garantire la continuità della scommessa sull’Expo. Formigoni, quindi, ha la responsabilità del deterioramento che c’è stato in questi anni nei rapporti tra le istituzioni e, in particolare, tra il Comune di Milano e la Regione Lombardia e tra il governo e chi organizzava l’Expo. Formigoni ha la responsabilità di non aver coinvolto gli enti locali, le istituzioni lombarde e di non averle fatte sentire protagoniste di questa vicenda. Formigoni non è riuscito a tenere il quadro istituzionale; lo dicono le cronache, è sotto agli occhi di tutti.Il perché è evidente: Formigoni confonde l’occasione dell’Expo con un’occasione non per la città, per i cittadini, per la Regione, ma come un fatto di propaganda, assumendosi troppo spesso ruoli o meriti che non ha e non sono suoi o che non lo sono interamente e questa ossessione di mostrarsi come il deus ex machina di Expo 2015 non aiuta.
Durante l’ultima seduta del consiglio regionale, Formigoni ha parlato del futuro delle aree di Expo, ma non sarà lui a decidere che cosa si farà lì. Formigoni ha anche tenuto per un quarto d’ora una lezione interessante sul tema e su come intende svilupparlo, dimenticando che su questo ha solo un compito: controllare che durante i sei mesi di svolgimento dell’Expo non si vada fuori tema e tutto ciò che viene organizzato stia in quell’ambito. Non ha la responsabilità del tema, di istruirlo o di costruirlo, mentre invece ha la responsabilità di coinvolgere tutti. Dal momento che siamo in ritardo, oggi, occorre che tutte le responsabilità siano dedicate a tempo pieno allo svolgimento dell’Expo e Formigoni non è in grado di farlo. Lo dimostrano le vicende di questi mesi. Per questo, il Partito democratico – che comunque non farà mancare il proprio impegno e il proprio contributo ad Expo 2015 – insieme al resto delle opposizioni, aveva presentato un ordine del giorno per chiedere a Formigoni di rimettere al governo il suo mandato di commissario generale, prendendo così atto dei limiti che ci sono stati.Richiesta questa che, a parole, era stata avanzata anche da Matteo Salvini ma che, nei fatti, è rimasta inascoltata dal gruppo della Lega in consiglio regionale, come dimostra l’esito della votazione. Richiesta questa che non significa meno impegno da parte della Regione Lombardia per Expo ma, anzi, vuol dire dedicare un lavoro serio su questo terreno.


in Galera i Manager Nominati da Formigoni

La procura di Milano ha sequestrato i conti bancari di Roberto Formigoni nell'ambito dell'inchiesta sulla fondazione Maugeri. Sequestrata anche la villa ad Arzachena, in Sardegna, e alcune proprietà immobiliari. 
Formigoni: sequestro 49 mln e villa
Caso Maugeri,
Il sequestro è stato effettuato dalla Guardia di Finanza di Milano su richiesta della Procura. Oggetto del provvedimento conti correnti di Formigoni e la villa in Sardegna di Alberto Perego, amico di vecchia data dell'ex Governatore. Il provvedimento di sequestro è stato firmato dal gip Paolo Guidi.

Il sequestro preventivo di tutti i conti, meno uno, di Formigoni viene motivato dal gip col recupero del profitto dei reati contestati a Formigoni nel rinvio a giudizio di un mese fa nell'ambito dell'indagine San Raffaele - Maugeri. Il 'Celestè è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e appropriazione indebita. Il sequestro ammonta a 49 milioni di euro che vengono trasferiti sul Fondo Unico Giustizia. La villa in Sardegna sequestrata venne ceduta nel 2011 a un prezzo ritenuto di favore dagli inquirenti a un coinquilino di Formigoni nella comunità del Memores Domini. L'unico conto non risparmiato è quello in cui l'attuale senatore percepisce l'indennità parlamentare mensile.

FORMIGONI: VOGLIONO DISTRUGGERMI, NON HO VILLE
«Non ho conti milionari né ville. Quello che è stato fatto è l'ennesima calunnia nei confronti di Formigoni. Si vuole distruggere la figura di Formigoni e la sua opera». Lo ha affermato lo stesso ex presidente della Regione Lombardia . «Strabilio - ha detto - Non ho mai avuto a disposizione tanti soldi. Neanche la centesima parte di 49 milioni. Vorrei che i magistrati tirassero fuori le prove se le hanno, ma non le hanno. Non ho mai posseduto una villa in Sardegna. Per ora hanno sequestrato un conto corrente con 75 mila euro di passivo. Se questo servirà ad azzerare i miei debiti, ne sarò felice». E ha aggiunto: «Se privati hanno sottratto fondi da aziende private, ne risponderanno».

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EXPO 2015 E' SOLO UN SET CINEMATOGRAFICO

11mila metri quadrati di EXPO 2015 saranno solo delle enormi scenografie a causa dei ritardi...
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venerdì 14 marzo 2014

Federica Gagliardi la Dama Bianca di Berlusconi



La signora nella foto è stata fermata in arrivo dal Sudamerica, all’aeroporto di Fiumicino. Nel suo trolley c’erano 24 kg di cocaina. La suddetta , in occasione del G20 del 2010, in Canada, ha rappresentato tutti noi italiani, perché faceva parte della delegazione al seguito del presidente del consiglio Berlusconi, con cui la signora volò a nostre spese, a Toronto, su un aereo di Stato. Mi chiedo: se su un volo di comuni mortali ti porti nel trolley, fra cipria e guêpière, 24 kg di coca, su un volo di Stato con pochi o nulla controlli, quanti ne avrà spacciati ? Trenta quintali di coca suddivisi per trenta cappelliere?

La panterona (all’anagrafe Federica Gagliardi) è stata assunta alla regione Lazio dall’ex governatrice Renata Polverini. A presentarla a Berlusconi fu il consigliere comunale del Pdl Francesco Maria Orsi, poi travolto in un’inchiesta di mazzette, prostitute e, guarda un po’, cocaina. La Gagliardi dichiarò “con quelle cose lì io non c’entro nulla”. La panterona tricolore, infatti, ci rappresentava tutti al “welcome dinner” che apriva i lavori del summit del G20. La chiamavano “la dama bianca” di Berlusconi. Dama bianca come Giulia Occhini, l’amante di Fausto Coppi. Con 24 kg di bianco in più, nel suo trolley di Biancaneve.

Berlusconi torna a tremare. Federica Gagliardi dal carcere: "Conoscerlo è stata la mia rovina". E il nome del Cav torna più volte nella vicenda della Dama Bianca secondo una fonte "grande amica della Pascale". Legami con Lavitola e Tarantini. E i pm di Napoli sono infuriati per la fuga di notizie. "C'è una talpa in procura".

LO SFOGO DELLA DAMA BIANCA - "Conoscere Berlusconi mi ha rovinato la vita". Sono state praticamente le prime parole pronunciate da Federica Gagliardi, in arte la Dama Bianca, dal carcere dove si trova rinchiusa a Civitavecchia in seguito all'arresto per essere stata ritrovata all'aeroporto di Fiumicino con 24 chilogrammi di cocaina nel suo trolley. Secondo alcuni si tratterebbe di un avvertimento al Cavaliere. Se davvero la Gagliardi può mettere nei guai Berlusconi non è dato saperlo, ma di certo dalle parti di Arcore qualche paura è venuta. E sì, perché questa è una storia che può davvero arrivare a sviluppi inaspettati. Tra i tanti personaggi della politica, della finanza e dello spettacolo che starebbero tremando in attesa delle rivelazioni della Dama Bianca ai pm, dando per scontato che arrivino, c'è forse anche Berlusconi. Secondo alcune fonti, infatti, l'inchiesta della Procura di Napoli potrebbe arrivare ad Arcore...

FEDERICA, FRANCESCA E LE NOTTI DI ARCORE - Il legame tra la Gagliardi e Berlusconi potrebbe non essere solo quello professionale che ha condotto la Dama Bianca sui voli del Cav per il Canada o per Panama. C'è chi sostiene che la Gagliardi abbia frequentato Arcore almeno fino all'estate del 2012 e abbia instaurato un ottimo rapporto proprio con Francesca Pascale, la fidanzata del Cavaliere. Secondo il Fatto, un berlusconiano di ferro ostile alla Pascale, avrebbe indicato anche alcuni posti di Roma dove le due sarebbero state viste insieme.

LAVITOLA, GIANPI E SAVIANO - La Gagliardi è stata al seguito del Cavaliere a Panama e in Brasile. Era l'estate del 2010 e quelli erano i paesi, tra gli altri, dove forte era la presenza di Valter Lavitola. Erano i tempi in cui il Cavaliere affittò il castello di Torcrescenza, vicino a Roma, che secondo i pm sarebbe stata teatro di altre notti dal tenore simile a quelle di Arcore. Notti nelle quali avrebbe avuto un ruolo la stessa Gagliardi.

Saviano scrive su Twitter: 
"24 kg di coca nel trolley di Federica Gagliardi. 
I trafficanti usano spesso voli diplomatici. 
I voli di Berlusconi le servivano a questo?".
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- I suoi segreti fanno paura. E intorno al suo nome si fa il vuoto. Se davvero Federica Gagliardi, l'ex dama bianca al seguito di Silvio Berlusconi, fermata giovedì a Fiumicino con 24 chili di cocaina purissima stipati nel suo trolley, è stata reclutata da una rete di trafficanti internazionali, come ritiene la pubblica accusa, aveva tutte le carte in regola per diventare Lady droga. La dama preferita dai narcos, e forse anche da consumatori eccellenti di coca.

I MILLE VOLTI DI FEDERICA

Frequentatrice del mondo dello spettacolo e della finanza, amante della bella vita con puntate costanti tra Ibiza, Saint Tropez, Formentera, in contatto con attrici, soubrette, cantanti, dalla Caprioli alla Mosetti con cui cinguetta continuamente su Twitter (tutti ovviamente estranei all'inchiesta), soprattutto ben introdotta ai piani alti della politica. Colpisce, sempre tra i tweet, l'annuncio che avrebbe partecipato al convegno su usura e crimine tenuto lo scorso giugno alla Scuola superiore di polizia: "Interverrò anche io come esponente di Alleanza democratica", scrive. Prima, c'era stata la stagione delle incredibili missioni internazionali al fianco del Cavaliere, nel 2010 (tappe prima al G8 di Toronto, in Canada, poi a Panama e in Brasile), fino all'amicizia con lo spregiudicato Francesco Maria Orsi, ex fidatissimo consigliere del sindaco di Roma Alemanno, oggi sotto processo per una truffa da un milione e già prosciolto da accuse per festini di droga con prostitute.

LA POSSIBILE SVOLTA

Il nome della Gagliardi ora scotta. "Amici? No mai", dicono tutti quelli che l'hanno frequentata, aiutata a scalare posizioni. Trema la Roma dei salotti, della politica e dello showbiz. Anche perché si apre la settimana che potrebbe essere decisiva per l'inchiesta napoletana che ha portato alla sua cattura. Lei, da una cella di Civitavecchia, inoltrerà nelle prossime ore la richiesta di essere interrogata dal pm, come conferma il suo avvocato Nicola Capozzoli. Filtra poi la notizia che gli indagati sarebbero una decina. Tra loro, la Finanza avrebbe individuato il broker internazionale, mediatore dei mega-acquisti di coca, cui sarebbe molto legata la Gagliardi.

L'OMBRA DI UN GIRO DI ESCORT

Ma chi è l'uomo che rifornisce la Gagliardi? E che rapporto ha con le mafie italiane? La rampante Federica è in uno stato di prostrazione quando racconta la sua versione, dal carcere: "Ero andata in Sudamerica per accompagnare un uomo di affari in viaggio di lavoro. A Caracas ero ospite di ambienti governativi, funzionari di Stato. Ma, prima di lasciare l'albergo, mi è stato detto che avrei dovuto portare dei documenti. Mi sono fidata. Solo a Fiumicino, aperto il trolley, ho capito che l'avevano manomesso". Federica potrà dimostrare, come spiega al suo legale, che è stata vittima di un clamoroso colpo di ignoti trafficanti? Se non fosse così, l'indagata eccellente rischia una condanna pesantissima: oltre dieci anni di carcere. Chissà che non provi a fare mente locale sui suoi ricordi. Intanto, da Napoli, il pm Pierpaolo Filippelli continua a monitorare i clan di camorra, dal cui "ascolto" è nata tutta l'inchiesta. Sullo sfondo potrebbe esserci anche un giro di escort romane. Ambienti attraversati da ragazze pronte a tutto pur di non perdere il loro tenore di vita.

IL MISTER X ALLO SCALO

Una sola certezza, in mano agli inquirenti. "Se una persona sbarca da Caracas e sa di avere 24 chili di cocaina nel trolley, sa anche un'altra cosa: che qualcuno la salverà dai controlli", ragiona una fonte qualificata. Si rafforza l'ipotesi che ci fosse un mister X nello scalo, un uomo che avrebbe subito prelevato il carico o condotto la Gagliardi verso il passaggio "Staff only" che porta direttamente all'uscita dei voli senza passare per i varchi, tantomeno per l'olfatto dei cani antidroga. E chissà se è stata un'altra talpa, o solo la soddisfazione di chi opera sul sequestro choc, a far trapelare la notizia che l'inchiesta-madre è a Napoli. Dettaglio che non doveva uscire: se fosse rimasto segreto, avrebbe regalato più vantaggio agli inquirenti. "C'è stato comunque un danno limitato", fanno sapere dalla procura.

LO SCARICABARILE TRA VIP

Ma com'è possibile che una stagista introdotta nella politica diventi trafficante di coca? Domanda da girare a chi l'avrebbe notata nel comitato elettorale dell'allora candidata Renata Polverini. Molti hanno puntato il dito su Giulio Violati, imprenditore bene (e marito dell'attrice e produttrice Maria Grazia Cucinotta). Ma lui è categorico: "È un'assoluta sciocchezza che sia stato io a portare la Gagliardi nel comitato della Polverini, chiaro? Lo smentisco definitivamente". E allora, chi? "Lei venne presentata alla lista civica "Insieme cambiamo" dall'allora consigliere comunale, con delega all'Ambiente di Roma, Francesco Maria Orsi. Io non so null'altro. E sono stufo di esser tirato in ballo, ho figli che non meritano questi assurdi imbarazzi, come non li merita mia moglie".

IL TRAMITE CON BERLUSCONI

"Repubblica" gira allora la precisazione ad Orsi. Personaggio controverso, secondo molti proprio l'uomo che avrebbe presentato Federica a Berlusconi, il quale aveva apposto la propria firma sui manifesti elettorali di Orsi. Il consigliere finisce nei guai nel 2011: prima un giro di droga e festini con prostitute (posizione poi archiviata), poi l'inchiesta su una colossale truffa da un milione per fantomatiche case mai consegnate agli acquirenti (procedimento per il quale è stato invece rinviato a giudizio). Anche Orsi va su tutte le furie. "Violati dice questo? Uffa, 'sta Gagliardi? Che palle!". Scusi? "Io l'ho incontrata lì al comitato. Non so chi la portò". Eppure si dice che uscivate insieme. "Ma no, c'erano mille persone, quel comitato dietro Piazza del Popolo era un hangar". L'ha rivista poi, Federica? "Non so niente della piega che ha preso la sua vita.


La stupida LEGGE Fini-Giovanardi ha prodotto gli effetti contrari al buon senso, ha riempito le carceri e le comunità di tossicomani e ladri di polli, mentre i grossi se la cantavano e ballavano alla grande e nel Mondo ormai lo sapevano anche i "Sassi" che il proibizionismo è stupido e inutile ... ma noi niente, siamo l'Italia dei meglio, c'è il vaticane et company a tavola ...
l giro di vite proi­bi­zio­ni­sta por­tato avanti dal 2006 sem­bra solo aver pro­dotto bene­fici ai bilanci dei trafficanti.
L’arresto lo scorso marzo della ’dama bianca’ Fede­rica Gagliardi aveva aperto uno squar­cio sul giro di droga che dal Suda­me­rica arri­vava in Ita­lia attra­verso i voli per Fiu­mi­cino e, via nave, al porto di Salerno. 
Ieri 28 arre­sti hanno chiuso l’inchiesta sul traf­fico di cocaina e hashish dal Vene­zuela orga­niz­zato dal cam­pano Pasquale Fio­rente e dal fra­tello Ales­san­dro. 
Tra i cor­rieri uti­liz­zati pro­prio Fede­rica Gagliardi, cioè la donna vestita di bianco foto­gra­fata dai papa­razzi men­tre nel 2010 sbar­cava a Panama con il pre­mier Sil­vio Ber­lu­sconi su un volo di stato insieme a Val­ter Lavi­tola. 
Nel 2006 e 2007 aveva lavo­rato nell’assessorato al Com­mer­cio del comune di Roma, cono­sciuta negli ambienti poli­tici di destra visto che aveva fatto parte del comi­tato elet­to­rale di Renata Pol­ve­rini e aveva anche rico­perto il ruolo di capo della segre­te­ria del segre­ta­rio gene­rale del Lazio.
I pm di Napoli, Fran­ce­sco Greco e Pier­paolo Filip­pelli, hanno con­te­stato a tutti gli inda­gati l’accusa di traf­fico inter­na­zio­nale di stu­pe­fa­centi. Base ope­ra­tiva nella pro­vin­cia di Napoli e luo­ghi di spac­cio in pro­vin­cia di Roma, Monza, Salerno, Mace­rata e Vicenza, appoggi in Spa­gna, Olanda e Colom­bia. Gli sbar­chi avve­ni­vano con la com­pli­cità di alcuni espo­nenti della Pola­ria di Fiu­mi­cino e di alcuni dipen­denti di una ditta di puli­zie, non­ché di un dipen­dente di una società di movi­men­ta­zione con­tai­ner nel porto di Salerno. 
Tra il 2012 e lo scorso anno, oltre al seque­stro dei 23 chili di coca nel trol­ley della Gagliardi, sono stati sot­tratti alla banda 1,5 chili di coca all’aeroporto di Milano, 34 chili di pol­vere bianca ancora a Fiu­mi­cino, 19 chili di coca a Capo­di­chino. 
Nel 2006 era entrata in vigore la legge Fini – Gio­va­nardi, con l’equiparazione di dro­ghe leg­gere e pesanti, così men­tre le car­ceri si riem­pi­vano fino all’invivibile, costrin­gendo l’Unione euro­pea a mul­tare l’Italia per la con­di­zione disu­mana dei cen­tri deten­tivi, i traf­fici di stu­pe­fa­centi cre­sce­vano vor­ti­co­sa­mente, tanto che seque­stri ingen­tis­simi erano con­si­de­rati dal car­tello dei fra­telli Filip­pelli come un sem­plice intral­cio. 
Fede­rica Gagliardi era stata con­tat­tata attra­verso un’agenzia di modelle di Roma, con­si­de­rata un volto famoso non­ché coperta da ami­ci­zie influenti, le stesse che aval­la­vano giri di vite sulle dro­ghe, e per que­sto per­fetta come corriere.

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martedì 26 novembre 2013

Berlusconi Vinse Grazie a Cosa Nostra


Mutolo fiume in piena:
 “Napolitano cela la verità sulla trattativa, Berlusconi vinse grazie a Cosa Nostra”

Il pentito Mutolo parla della trattativa, di Napolitano, di Paolo Borsellino
 e dei contatti che Silvio Berlusconi ebbe con Cosa Nostra.

 La trattativa tra Stato e mafia è innegabile. 
Questa l'opinione di Gaspare Mutolo, il pentito che fu braccio destro di Totò Riina.

Intervistato da "La Zanzara", su radio 24, l'uomo offre la sua ricostruzione di quegli anni, soffermandosi anche sulla citazione come teste del presidente Napolitano, nell'ambito del processo palermitano che dovrebbe far luce sui patti che intercorsero tra istituzioni e criminalità organizzata. "La trattativa fra Stato e mafia esiste da sempre, c'è stata di sicuro", ha spiegato Mutolo. "Il presidente Napolitano, detto con grande rispetto, si è voluto immischiare nei processi, vuole coprire qualcosa che non era giusto e nascondere la verità". Poi conferma le ipotesi che in molti hanno tentato di abbattere, sulla strage di via D'Amelio, ovvero che "Paolo Borsellino fu ucciso perché era contrario alla trattativa, al cento per cento." Di fatto, Mutolo ammette che vi fu un'accelerazione, con l'eccidio del giudice, dopo la strage di Capaci: bisognava fermare chi ostacolava gli interessi istituzionali e mafiosi, quelli dei criminali e dei politici collusi.

Proprio sui politici collusi, il collaboratore di giustizia, non appare affatto clemente: secondo lui dovrebbero "subire le stesse sorti del mafiosi, anzi peggio. Peggio del 41 bis, dovrebbero essere castrati". "La vera mafia è a Roma", aggiunge, "Invece i trattamenti sono diversi”.

Mutolo si concentra persino sulla figura dell'ex premier: "“Ho avuto delle esperienze personali con il personaggio Berlusconi", ricorda. Specifica che non era legato "in senso stretto" alla mafia, "ma aveva contatti con qualche mafioso, come attestano delle sentenze." D'altra parte, prosegue, "è difficile per certe persone non avere rapporti con la mafia".

"Nel ‘74", ricostruisce, "mi trovavo a Milano con altri personaggi perché dovevo fare un sequestro di persona. Dopo ci fu un richiamo per tutti e non si parlò più di sequestrare Berlusconi. Poi arrivò ad Arcore lo stalliere siciliano Vittorio Mangano…”. E anche Dell'Utri "aveva molti contatti coi mafiosi": "E’ una cosa risaputa, un dato di fatto”, chiosa Mutolo, che fornisce anche la propria opinione in merito il ritorno di Forza Italia, rivelandosi scettico: “I tempi non sono quelli del ‘93 e del ‘94", osserva. A quel tempo Berlusconi "fece il pieno perché c’era la mafia, che ha aiutato Forza Italia."

Marco Travaglio: 
"Berlusconi nasce corruttore, poi tutto mazzette e tv"

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"Questo è sicuro", ribadisce, "ho sentito a riguardo molte intercettazioni del ‘93. Tutta la Sicilia mafiosa era per Forza Italia, tutte le organizzazioni mafiose hanno votato Berlusconi, perché i mafiosi si sentivano traditi dalla Dc mentre i comunisti erano contro”.

“Oggi la mafia non è più quella di vent’anni fa", spiega ancora Mutolo. "Sono quasi tutti in galera, anche se di amici dei mafiosi oggi in Parlamento ce ne sono ancora tanti. Meno di prima ma ancora tanti. Lo posso dire al cento per cento." E dove sono? "Più a destra che a sinistra". D'altra parte, "se ogni tanto si sente l’urlo di Riina, come quello di un coniglio in gabbia, è perché si è sentito tradito dalle promesse che gli hanno fatto allora”.

L'intervista si sposta poi sulla sua persona: “Vivo ancora sotto protezione e lo Stato mi dà 1200 euro al mese", ammette. "Non dico che sono pochi, ma per quello che ho fatto merito questo ed altro. Sono uno dei pochissimi collaboratori che ha detto tutto e a cui lo Stato non ha mai rimproverato nulla. Però mi ha confiscato tutto. Devo pagare tutto dalla a alla zeta, non ho parenti. Dipingo e vendo qualche quadro, non mi posso lamentare”.

Riguardo alle proprie preferenze politiche, spiega che gli "piacerebbe tornare a votare". Un tempo si ritrovava nei Radicali, perché Pannella "aiutava i disagiati ed era contro alcune leggi". Ora, però, voterebbe per un partito di sinistra: "Mi piace particolarmente M. R.", conclude.

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sabato 28 gennaio 2012

Formigoni, Mazzette, cosche mafiose e tangenti.



Formigoni, il cerchio si stringe

 Ecco i dossier in arrivo dalla Svizzera. 

Mazzette, cosche mafiose e tangenti.


Massimo Ponzoni, consigliere e sottosegretario regionale Pdl, straordinario collettore di voti per "il grande capo Formigoni" in Brianza, già assessore lombardo all'Ambiente e alla Protezione civile: arrestato dai magistrati di Monza per una valanga di tangenti urbanistiche e per due bancarotte immobiliari, con imprese svuotate per finanziare le campagne elettorali. Franco Nicoli Cristiani, ras del Pdl a Brescia, consigliere regionale e assessore all'Ecologia nelle prime giunte Formigoni: incarcerato dai giudici di Brescia e Milano subito dopo aver intascato una mazzetta di 100 mila euro (e ne aspettava altri 100 mila) per autorizzare una discarica fuorilegge di scorie d'amianto. Pierangelo Daccò, imprenditore-faccendiere internazionale di stretta osservanza ciellina, proprietario dello yacht di una delle tante vacanze gratuite del governatore lombardo: arrestato da altri magistrati milanesi per traffici milionari di fondi neri, prelevati dalle casse dell'indebitatissimo ospedale San Raffaele.

Tre nomi, tre inchieste che marcano solo alcuni dei passaggi più recenti delle tempeste giudiziarie che da mesi scuotono i vertici della Regione Lombardia. Imbullonato dal 1995 alla poltrona di presidente, Roberto Formigoni da Lecco, 64 anni, oggi è un politico assediato dagli scandali. Se n'è accorto anche Umberto Bossi ("Ormai ne arrestano uno al giorno") che ha rumorosamente minacciato di togliere l'appoggio della Lega e far crollare la giunta. A rischio di scatenare un regolamento di conti nel centrodestra in tutto il Nord. Forte del potere garantito dalla poderosa macchina del consenso targata Comunione e liberazione, il "celeste" governatore resta trincerato in cima al grattacielo più alto della metropoli (si è fatto costruire un apposito Pirellone-bis, naturalmente con soldi pubblici), ma mostra tutto il suo nervosismo gridando al complotto di inesistenti giudici comunisti, gli stessi che avevano chiesto il carcere per il suo sfidante di sinistra Filippo Penati. E per la prima volta dichiara che potrebbe non ripresentarsi nel 2015, con la malcelata speranza di ricompattare la sua base, superare la bufera e puntare su Roma. Gli scandali però si moltiplicano. Dalla sanità alle grandi opere, dai rifiuti alla mafia. Gli sviluppi delle tante inchieste aperte restano imprevedibili. E un colpo di scena inatteso, che "l'Espresso" è in grado di rivelare, arriva dalla Svizzera.

Pochi giorni fa i giudici elvetici hanno trasmesso ai pm milanesi nuovi documenti bancari, che sembrano quasi la fotografia di un peccato originale. Un sistema di conti esteri che per almeno un decennio, quello dell'ascesa e consacrazione del governatore lombardo, ha nascosto e custodito un fiume sotterraneo di finanziamenti che irrorava una specie di cupola di Cl. Soldi versati segretamente da aziende del gruppo Finmeccanica, compresa l'ormai famosa Selex (già Alenia), e dai petrolieri italiani coinvolti nello scandalo Oil for food. Ora le carte documentano che il conto più importante era gestito da due tesorieri ciellini. Almeno uno di loro, negli stessi anni, viveva vicino a Formigoni. Molto vicino. Praticamente sotto lo stesso tetto.

Via Dino Villani è una strada a gomito tra il centro e la periferia nord di Milano, a cinque minuti di macchina dalla Regione. L'immobile con le finiture più ricche è un palazzo a forma di "L", protetto da un alto muro di cinta che lascia intravedere solo il parco e i comignoli dei camini. "C'era anche una piscina", racconta un vicino. Ma chi è il proprietario? E chi ci vive? A rispondere è un ex custode: "Era di Ligresti. Poi è diventato la villa del presidente Formigoni, che ha abitato qui per molti anni. Ora l'immobile è stato ristrutturato e diviso in appartamenti messi in vendita".

Le visure catastali documentano che il palazzo era ed è tuttora di proprietà dell'Immobiliare Costruzioni (Im.co), la scatola edilizia della famiglia Ligresti. La ristrutturazione, stando ai ricordi dei vicini, sarebbe partita poco dopo i primi articoli di stampa sul ruolo di tre amici di Formigoni nello scandalo Oil for food.

Finora si sapeva che gli assessori ciellini all'urbanistica milanese, da Maurizio Lupi in poi, facevano il possibile per aiutare i maxi-progetti del costruttore siciliano, che da re del mattone è nel frattempo diventato imperatore dei debiti. Ma si ignorava che negli stessi anni Formigoni in persona fosse, nella migliore delle ipotesi, inquilino di Ligresti. Visti gli autorevoli precedenti di Scajola e Tremonti, però, non si può escludere che lo fosse a sua insaputa. Anche perché quel palazzo non ospitava solo lui: almeno fino all'autunno 2006, quella era una casa-comunità dei Memores Domini, l'associazione che organizza i ciellini più devoti, quelli che convivono in gruppi chiusi che ricordano i "numerari" dell'Opus Dei o i "sigilli" di don Verzè.

Insieme a Formigoni, allo stesso indirizzo di via Villani 4 ha vissuto per anni Alberto Perego, un fiscalista milanese degli studi Sciumè e Interfield. Lo dichiara lui stesso, il 13 ottobre 2006, deponendo in procura come testimone nell'inchiesta Oil for food. Il pm gli chiede se per caso è lui a essersi intestato, per conto dei Memores, un deposito svizzero chiamato Paiolo: è il forziere dove tra il 1994 e il 2004 sono finiti, tra l'altro, 829 mila dollari versati dalle industrie militari del gruppo Finmeccanica. Perego conferma di far parte dei Memores, spiega che nella casa-comunità di Formigoni viveva anche il suo segretario Fabrizio Rota, ma smentisce qualsiasi pasticcio elvetico: "Non ho mai avuto conti esteri né alcun rapporto con Finmeccanica". Il pm Alfredo Robledo, sulla base di altri documenti e testimonianze, lo indaga per falsa testimonianza. Ora sta per aprirsi il processo. E la Svizzera, il 12 gennaio scorso, ha finalmente trasmesso il documento ufficiale con i nomi dei beneficiari del conto Paiolo, aperto nel lontano 1991, prima di Tangentopoli, alla Bsi di Chiasso.

Il primo titolare è proprio Alberto Perego. Ma la vera sorpresa è che il conto Paiolo, quello che ha custodito fino al 2004 i soldi di Finmeccanica poi travasati verso ignote destinazioni, ha anche un secondo contitolare. Un altro tesoriere occulto di Cl, secondo l'accusa. Che almeno per ora resta senza identità: le autorità svizzere hanno cancellato il suo nome dalle carte. E la procura di Milano non ha fatto una piega, perché rientra nelle regole del gioco: è il segno che si tratta di una persona che finora non è mai emersa nelle indagini italiane. Per cui ha diritto di restare protetta dal segreto bancario svizzero. Morale: nella saga dei conti esteri dell'aristocrazia ciellina, spunta un nuovo mister X delle tangenti bianche.Sul governatore assediato, però, incombono emergenze giudiziarie più gravi del processo all'amico Perego, destinato a quasi sicura prescrizione.

Non a caso Formigoni, mentre è costretto a contare i suoi ex assessori arrestati (compreso Piergianni Prosperini, già condannato), ora ammette addirittura che forse fu "un errore" ricandidare Nicoli Cristiani, un berlusconiano sceso a patti con Cl senza farne parte, o Ponzoni, che però faceva comodo come recordman delle preferenze, tanto da riconquistare un posto in lista nel 2010, quando era già notoriamente indagato (oltre che intercettato con i suoi amici imprenditori della 'ndrangheta). Il governatore però non parla mai di mariuoli, mele marce o traditori. E non solo perché sa che molti degli attuali detenuti politici erano generosi anche con lui.

Come dimostrano le foto, scoperte da "l'Espresso", di Formigoni in costume da bagno sullo yacht di Daccò. O la testimonianza dell'imprenditore pentito che, per comprare "al presidente" un regalo da 12 mila euro, giura di essersi fatto accompagnare in gioielleria dal suo portaborse, in compagnia di Ponzoni.

Il problema più grave, come osserva Bossi con il consueto garbo, è che la lista degli indagati e arrestati continua ad allungarsi. E oltre ai personaggi più in vista comprende molti altri nomi di sicura obbedienza ciellina.

Qualche esempio? Antonino Brambilla, nominato assessore della Provincia di Monza nonostante la condanna definitiva di Tangentopoli (mazzette sui rifiuti ai tempi dell'emergenza discariche a Milano), è stato appena riarrestato come presunto complice di Ponzoni. Il vicedirettore dell'Arpa, l'agenzia regionale deputata a difendere i lombardi dagli inquinatori, dopo le manette sta vuotando il sacco sulle tangenti all'amianto di Nicoli Cristiani. Antonio Chiriaco, manager calabrese di cliniche lombarde, promosso direttore sanitario della ricchissima Asl di Pavia con nomina "fiduciaria" della giunta Formigoni, è in galera dal 2010 non per concorso esterno, ma come mafioso organico della 'ndrangheta. Rosanna Gariboldi, assessore del Pdl pavese fino al giorno dell'arresto e moglie del parlamentare Giancarlo Abelli, uno dei più potenti alleati del governatore, è stata già condannata a due anni di reclusione: riciclava sul suo conto a Montecarlo i fondi neri di Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori targati centrodestra, scomparso per malattia mentre era indagato per colossali disinquinamenti-fantasma, con frodi fiscali e corruzioni da Milano a Sesto.

Ognuna di queste inchieste potrebbe far partire un effetto-valanga. E a questo punto molti altri imprenditori agganciati alla Compagnia delle Opere, il carro economico di Cl, ora temono le manette per tangenti ambientali o edilizie. Costruttori, disinquinatori e asfaltatori sono terrorizzati dalla scoperta che nelle inchieste sull'urbanistica regionale c'è almeno un pentito con i verbali coperti da "omissis". Mentre i fornitori sanitari sono impressionati dal vortice di fatture false, fondi neri e spese pazze emerso sullo sfondo delle rovine del San Raffaele, l'ospedale che per Formigoni era "il fiore all'occhiello della sanità lombarda". E che in realtà ha accumulato un passivo - scoperto solo dopo il suicidio del manager Mario Cal - di un miliardo e mezzo di euro. Anche se incassava la bellezza di 600 milioni all'anno di rimborsi sanitari pubblici, per tre quarti garantiti dagli amici ciellini della Regione Lombardia.

Va sottolineato che Formigoni in passato è sempre stato assolto e allo stato non risulta neppure indagato. Il suo nome però continua a ripetersi anche nelle indagini più spinose. Un esempio? Pierluca Locatelli, l'imprenditore che ha corrotto Nicoli Cristiani, nel novembre scorso cercava una raccomandazione per i primi maxi-appalti dell'Expo 2015. Intercettato, ne parla con un funzionario corrotto. Che gli riferisce di aver interessato "Paolo Alli", il sottosegretario ciellino che sta diventando il braccio destro di Formigoni. E com'è andata? "Il presidente ha dato l'ok", assicura il funzionario corrotto dell'Arpa. Per adesso sono soltanto parole. Intercettazioni che attendono riscontri. Ma in Regione Lombardia, dopo vent'anni di affari in libertà, con la crisi sembrano tornati i tempi di Mani Pulite.

fonte L'Espresso

LEGGI ANKE
http://cipiri.blogspot.com/2012/01/formigoni-dimissioni-e-subito-al-voto.html

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sabato 2 ottobre 2010

Corruzione, la grande beffa meno di cento imputati per mazzette, contro i duemila di 15 anni fa.Tutti diventati onesti? Macchè..




Ufficialmente oggi in Italia ci sono meno di cento imputati per mazzette, contro i duemila di 15 anni fa. Tutti diventati onesti? Macchè, è l'effetto delle leggi che hanno cancellato i reati. Ed ecco i dati veri

Mario Chiesa

Febbraio 1992: Mario Chiesa, politico socialista di livello comunale, viene arrestato a Milano mentre intasca una tangente di 7 milioni di lire. In carcere confessa. Fa arrestare otto imprenditori da lui favoriti. Che vuotano il sacco. Comincia Mani Pulite. Febbraio 2010. Milko Pennisi, politico berlusconiano di livello comunale, finisce in manette sotto Palazzo Marino mentre incassa una mazzetta di 5 mila euro. In banca è pieno di liquido. I pm interrogano una decina di imprenditori da lui favoriti. Nessuno parla. E Pennisi patteggia ammettendo quell'unica bustarella.



Secondo flash. Il gruppo Eni, che fu travolto da Mani Pulite, è di nuovo sotto inchiesta per presunte maxi-tangenti versate in Nigeria per gas e petrolio. Negli Usa il colosso italiano patteggia, versando 365 milioni di dollari. In Italia rischia al massimo una multa da mezzo milione: manca solo il timbro finale della Cassazione.



La corruzione ha vinto. Nel 2008 in tutta Italia sono diventate esecutive solo 255 condanne per mazzette, come rivelano i dati ottenuti da "L'espresso": un bilancio da paese normale, quasi immune dal malaffare. Invece, diciotto anni dopo Tangentopoli, l'Italia continua a restare in coda a tutte le nazioni civili nelle classifiche sulla legalità: Transparency, l'organizzazione internazionale che misura la "corruzione percepita", ci colloca al 63esimo posto nel mondo, allo stesso livello dell'Arabia Saudita. Ci battono, e di molto, tutti gli Stati occidentali (scandinavi, europei e anglosassoni), ma anche paesi africani come il Botswana e paradisi offshore come Hong Kong o l'ormai celebre isola di Saint Lucia. Le inchieste di Mani Pulite sembravano aver abbattuto il sistema delle tangenti: tra il '92 e il '93 solo a Milano si aprivano in media cinque indagini al giorno per corruzione. Ora, però, una serie di dati raccolti per la prima volta da "L'Espresso" documentano che il periodo di massiccia emersione degli scandali, con imprenditori e politici in coda per confessare, è durato in realtà poco più di un anno. Già dal '94 le inchieste e le denunce si sono ridotte a meno di un quarto. Che Tangentopoli non fosse un'invenzione dei magistrati, lo provano i risultati (parziali) dei primi dieci anni di processi del pool milanese: 1.408 condannati per concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti e falso in bilancio. Ma da allora in poi, come mostrano i dati finora inediti, il numero degli indagati e dei condannati si è sempre più assottigliato. Un calo continuo, che si è accentuato in tre anni chiave (1997, 2002, 2005), in coincidenza con le più criticate leggi che hanno cambiato il codice penale e le regole dei processi. Oggi nel nostro Paese la lotta all'illegalità è ai minimi storici: sempre meno denunce, sempre meno condanne. L'effetto finale è una gigantesca bolla d'impunità. Che gonfia i costi dell'Azienda Italia, complicando l'uscita dalla crisi. E preoccupa le autorità internazionali, al punto da farci rischiare sanzioni dall'Ocse. Mentre il problema più grave, secondo gli esperti, è che una corruzione così pervasiva e vincente favorisce anche l'assalto mafioso all'economia.



Condanne dimezzate L'ex pm Piercamillo Davigo e la professoressa Grazia Mannozzi, nel libro "La corruzione in Italia", avevano analizzato i reati commessi dal 1983 al 2002, scoprendo che solo il due per cento dei colpevoli ha scontato in carcere la condanna definitiva. Negli ultimi anni, come certificano i dati dell'Istat raccolti da "L'espresso", l'area della punibilità si è ancora più ristretta. Nel 2008 in Italia sono stati condannati con verdetto definitivo solo 77 accusati di concussione (tangenti estorte da politici o funzionari pubblici), contro i 158 del 2001. Negli stessi otto anni si sono dimezzati anche i condannati per corruzione, scesi da 354 a 178.



Nel periodo d'oro di Mani Pulite ('93-97) in Italia si contavano 1500-2000 condanne definitive all'anno. Ora a Milano gli uffici statistici della procura ne hanno contate appena 23 nel 2009 e solo 14 tra gennaio e settembre 2010. Politici e imprenditori sono diventati più onesti o è solo diventato più facile ottenere l'impunità? A suffragare l'ipotesi peggiore è il dato sull'"istigazione alla corruzione", che fotografa i rari casi in cui politici o burocrati rifiutano la bustarella offerta da un privato. Per questo reato-termometro, le condanne definitive restano costanti: 121 colpevoli nel 2001, altrettanti nel 2008

Salvati dalla leggeLe statistiche offrono altri indicatori cruciali. Le condanne definitive per tutti i reati di Tangentopoli sono calate drasticamente subito dopo tre riforme che furono ribattezzate "leggi-vergogna" da una parte dell'opposizione. Il primo crollo è l'effetto del cosiddetto "giusto processo", varato tra il '97 e il '99 da destra e sinistra (dopo che la Consulta l'aveva dichiarato incostituzionale), che ha tolto ogni valore alle confessioni non ripetute in aula. Tra centinaia di beneficiati, spicca l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone: inquisito per corruzione nel maxi-progetto immobiliare Portello-Fieramilano, ha conquistato l'assoluzione piena quando l'ex tesoriere dc Gianstefano Frigerio, diventato parlamentare di Forza Italia, ha scelto di non accusarlo più, trasformando in carta straccia le sue precedenti ammissioni.



Le condanne esecutive per tangenti diventano ancora più rare dopo il maggio 2002, quando passa la legge berlusconiana sul falso in bilancio, e dopo il dicembre 2005, quando la "ex Cirielli" dimezza i termini di prescrizione (già prima favorevolissimi agli indagati italiani, come denunciavano l'Ocse e il Consiglio d'Europa). Poi, nel 2006, l'indulto bipartisan ha cancellato tre anni di carcere anche ai pochi condannati per le corruzioni più gravi, come l'ex ministro Cesare Previti: sei anni di reclusione rimasta soltanto teorica.



Fondi neriLe più importanti inchieste di Mani pulite nascevano dalla scoperta di colossali falsi in bilancio: la famosa maxi-tangente Enimont, in gran parte versata al pentapartito (ma con una mazzetta anche per la Lega di Bossi), fu svelata dalle indagini sui fondi neri dell'Eni e della Montedison di Gardini. Ora questa strada è chiusa. Nel 2001 l'Istat aveva registrato 419 condanne definitive per falso in bilancio. Nel 2008 sono scese a 69, di cui ben 57 sanzionate come semplici contravvenzioni.



All'apertura dell'anno giudiziario 2010, il vice-procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha bollato di "irragionevolezza" la nuova legge: "In tutto il distretto di corte d'appello sono pendenti solo cinque processi per falsi in bilancio. Sarebbe bello pensare a un'improvvisa esplosione di correttezza delle società, ma l'aumento esponenziale dei fallimenti mi fa scartare questa affascinante ipotesi. Di fatto è venuta meno la funzione del falso in bilancio come reato-ostacolo, idoneo a prevenire la corruzione e la bancarotta".



Mafia e politicaDopo Sicilia, Campania e Calabria, i capitali sporchi delle cosche stanno riversandosi al Nord. La maxi-inchiesta dei pm milanesi Boccassini, Dolci e Storari, che ha svelato la cupola della 'ndrangheta, ha fatto scoprire anche favoritismi politici e amministrativi alle imprese controllate dalla mafia. Le intercettazioni svelano che i boss, già infiltrati nell'Alta velocità ferroviaria, erano pronti a mettere le mani perfino sui lavori preparatori dell'Expo 2015: dalle strade all'edilizia. Ora le procure di Milano e Monza indagano su decine di appalti e subappalti truccati. Ai tempi di Mani pulite sarebbe scattata l'accusa-base di abuso d'ufficio, che però è stata di fatto abolita con la bicamerale del '97: da allora favorire un privato con soldi pubblici, di per sé, non è più reato. Quindi i pm antimafia sono costretti a dimostrare che politici e funzionari erano consapevoli di arricchire i boss oppure che hanno intascato tangenti. Le inchieste dunque continuano, ma anche qui sono caduti i reati-barriera. Che sia proprio questa impunità una delle cause del contagio mafioso? Grazia Mannozzi, docente di diritto penale, risponde mentre si prepara a un convegno in Finlandia, dove i politici sono preoccupatissimi di aver perso una sola posizione nella classifica di Transparency: "Mafia e corruzione, all'origine, sono industrie autonome. È però verosimile che, in presenza di una corruzione capillare e diffusa, la catena della pubblica amministrazione presenti anelli deboli tali da favorire l'ingresso della criminalità organizzata: come emerge pure in Lombardia. Inoltre, dove è più massiccia la sua presenza, la criminalità finisce col gestire anche il mercato della corruzione, degli appalti pubblici e del voto di scambio. Il metodo mafioso fa sì che lo scambio corruttivo diventi a tenuta stagna: il convergente interesse al silenzio di corrotto e corruttore è rafforzato dall'intimidazione e dall'omertà".

Libera criccaTrattati internazionali come la Convenzione Ocse firmata dall'Italia nel '97, imporrebbero al nostro Parlamento di prevedere nuove forme di corruzione. In molti Paesi, ad esempio, è reato la "retribuzione illecita" (o "traffico d'influenza"): politici e burocrati sono condannabili per il solo fatto di aver preso soldi o accettato regali da un privato. In Italia invece i giudici devono dimostrare anche quale atto specifico è stato comprato con le mazzette. Proprio con questa motivazione, l'ex giudice romano Renato Squillante è stato assolto dalla Cassazione, che pure ha considerato provato il fatto che incassava soldi dagli avvocati di Berlusconi su un conto estero. Nel caso dell'ex ministro Claudio Scajola, è certo che un costruttore della cosiddetta cricca ha versato 600 mila euro in nero per comprargli una casa a Roma, ma resta dubbio se questa in Italia sia corruzione. L'ex ministro-lampo Aldo Brancher, dopo due prescrizioni per Tangentopoli, è stato appena condannato perché nel 2004-2005 intascava denaro dal banchiere Gianpiero Fiorani. Corruzione? No: i magistrati hanno potuto accusarlo solo di "ricettazione". E per vincere il processo hanno dovuto dimostrare non solo che prendeva soldi mentre era parlamentare, ma soprattutto che era "consapevole di ricevere denaro sottratto alla banca". "Il Fatto quotidiano" ha proposto una legge per riempire questi e altri vuoti ratificando le convenzioni internazionali, ma il governo ha altre priorità: meno intercettazioni (con la legge bavaglio), più prescrizioni ("processo breve").



Corruzione internazionaleTangenti pagate da multinazionali a politici, burocrati o dittatori stranieri: è l'unico campo in cui l'Italia è all'avanguardia, collocandosi al terzo posto nel mondo per quantità di condanne (punite 18 società con 21 manager). Nicola Bonucci, direttore degli affari legali dell'Ocse, precisa però che questo positivo giudizio internazionale "riguarda l'azione della magistratura italiana, non la legislazione che continua a presentare numerosi aspetti di criticità". Ma anche quest'unico successo italiano ora è minato. Le imprese inquisite per corruzione internazionale, infatti, temono soprattutto le misure interdittive previste dalla legge 231: dal blocco dei contratti pubblici fino al commissariamento. L'avvocato dell'Eni, Angelo Giarda, ha scoperto però che la legge 231 si è "dimenticata" di applicare le misure interdittive proprio alla corruzione internazionale: "A Milano il gip e il tribunale del riesame ci hanno già dato ragione: ora attendiamo la conferma definitiva della Cassazione". Il caso riguarda le tangenti pagate dal gruppo Eni per aggiudicarsi contratti miliardari in Nigeria (e già ammesse negli Usa). L'Ocse sta seguendo con grande allarme l'udienza in Cassazione. E tra i pm di Milano gira una battuta amara: "Se salta anche la corruzione internazionale, ci mandano i caschi blu". Ma anche il guardasigilli Angelino Alfano sembra pronto a riformare la legge 231: uno scudo in Italia non si nega a nessuno, tantomeno alle società di capitali.

Salvati dalla leggeLe statistiche offrono altri indicatori cruciali. Le condanne definitive per tutti i reati di Tangentopoli sono calate drasticamente subito dopo tre riforme che furono ribattezzate "leggi-vergogna" da una parte dell'opposizione. Il primo crollo è l'effetto del cosiddetto "giusto processo", varato tra il '97 e il '99 da destra e sinistra (dopo che la Consulta l'aveva dichiarato incostituzionale), che ha tolto ogni valore alle confessioni non ripetute in aula. Tra centinaia di beneficiati, spicca l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone: inquisito per corruzione nel maxi-progetto immobiliare Portello-Fieramilano, ha conquistato l'assoluzione piena quando l'ex tesoriere dc Gianstefano Frigerio, diventato parlamentare di Forza Italia, ha scelto di non accusarlo più, trasformando in carta straccia le sue precedenti ammissioni.Le condanne esecutive per tangenti diventano ancora più rare dopo il maggio 2002, quando passa la legge berlusconiana sul falso in bilancio, e dopo il dicembre 2005, quando la "ex Cirielli" dimezza i termini di prescrizione (già prima favorevolissimi agli indagati italiani, come denunciavano l'Ocse e il Consiglio d'Europa). Poi, nel 2006, l'indulto bipartisan ha cancellato tre anni di carcere anche ai pochi condannati per le corruzioni più gravi, come l'ex ministro Cesare Previti: sei anni di reclusione rimasta soltanto teorica.Fondi neriLe più importanti inchieste di Mani pulite nascevano dalla scoperta di colossali falsi in bilancio: la famosa maxi-tangente Enimont, in gran parte versata al pentapartito (ma con una mazzetta anche per la Lega di Bossi), fu svelata dalle indagini sui fondi neri dell'Eni e della Montedison di Gardini. Ora questa strada è chiusa. Nel 2001 l'Istat aveva registrato 419 condanne definitive per falso in bilancio. Nel 2008 sono scese a 69, di cui ben 57 sanzionate come semplici contravvenzioni.All'apertura dell'anno giudiziario 2010, il vice-procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha bollato di "irragionevolezza" la nuova legge: "In tutto il distretto di corte d'appello sono pendenti solo cinque processi per falsi in bilancio. Sarebbe bello pensare a un'improvvisa esplosione di correttezza delle società, ma l'aumento esponenziale dei fallimenti mi fa scartare questa affascinante ipotesi. Di fatto è venuta meno la funzione del falso in bilancio come reato-ostacolo, idoneo a prevenire la corruzione e la bancarotta".Mafia e politicaDopo Sicilia, Campania e Calabria, i capitali sporchi delle cosche stanno riversandosi al Nord. La maxi-inchiesta dei pm milanesi Boccassini, Dolci e Storari, che ha svelato la cupola della 'ndrangheta, ha fatto scoprire anche favoritismi politici e amministrativi alle imprese controllate dalla mafia. Le intercettazioni svelano che i boss, già infiltrati nell'Alta velocità ferroviaria, erano pronti a mettere le mani perfino sui lavori preparatori dell'Expo 2015: dalle strade all'edilizia. Ora le procure di Milano e Monza indagano su decine di appalti e subappalti truccati. Ai tempi di Mani pulite sarebbe scattata l'accusa-base di abuso d'ufficio, che però è stata di fatto abolita con la bicamerale del '97: da allora favorire un privato con soldi pubblici, di per sé, non è più reato. Quindi i pm antimafia sono costretti a dimostrare che politici e funzionari erano consapevoli di arricchire i boss oppure che hanno intascato tangenti. Le inchieste dunque continuano, ma anche qui sono caduti i reati-barriera. Che sia proprio questa impunità una delle cause del contagio mafioso? Grazia Mannozzi, docente di diritto penale, risponde mentre si prepara a un convegno in Finlandia, dove i politici sono preoccupatissimi di aver perso una sola posizione nella classifica di Transparency: "Mafia e corruzione, all'origine, sono industrie autonome. È però verosimile che, in presenza di una corruzione capillare e diffusa, la catena della pubblica amministrazione presenti anelli deboli tali da favorire l'ingresso della criminalità organizzata: come emerge pure in Lombardia. Inoltre, dove è più massiccia la sua presenza, la criminalità finisce col gestire anche il mercato della corruzione, degli appalti pubblici e del voto di scambio. Il metodo mafioso fa sì che lo scambio corruttivo diventi a tenuta stagna: il convergente interesse al silenzio di corrotto e corruttore è rafforzato dall'intimidazione e dall'omertà".

Libera criccaTrattati internazionali come la Convenzione Ocse firmata dall'Italia nel '97, imporrebbero al nostro Parlamento di prevedere nuove forme di corruzione. In molti Paesi, ad esempio, è reato la "retribuzione illecita" (o "traffico d'influenza"): politici e burocrati sono condannabili per il solo fatto di aver preso soldi o accettato regali da un privato. In Italia invece i giudici devono dimostrare anche quale atto specifico è stato comprato con le mazzette. Proprio con questa motivazione, l'ex giudice romano Renato Squillante è stato assolto dalla Cassazione, che pure ha considerato provato il fatto che incassava soldi dagli avvocati di Berlusconi su un conto estero. Nel caso dell'ex ministro Claudio Scajola, è certo che un costruttore della cosiddetta cricca ha versato 600 mila euro in nero per comprargli una casa a Roma, ma resta dubbio se questa in Italia sia corruzione. L'ex ministro-lampo Aldo Brancher, dopo due prescrizioni per Tangentopoli, è stato appena condannato perché nel 2004-2005 intascava denaro dal banchiere Gianpiero Fiorani. Corruzione? No: i magistrati hanno potuto accusarlo solo di "ricettazione". E per vincere il processo hanno dovuto dimostrare non solo che prendeva soldi mentre era parlamentare, ma soprattutto che era "consapevole di ricevere denaro sottratto alla banca". "Il Fatto quotidiano" ha proposto una legge per riempire questi e altri vuoti ratificando le convenzioni internazionali, ma il governo ha altre priorità: meno intercettazioni (con la legge bavaglio), più prescrizioni ("processo breve").Corruzione internazionaleTangenti pagate da multinazionali a politici, burocrati o dittatori stranieri: è l'unico campo in cui l'Italia è all'avanguardia, collocandosi al terzo posto nel mondo per quantità di condanne (punite 18 società con 21 manager). Nicola Bonucci, direttore degli affari legali dell'Ocse, precisa però che questo positivo giudizio internazionale "riguarda l'azione della magistratura italiana, non la legislazione che continua a presentare numerosi aspetti di criticità". Ma anche quest'unico successo italiano ora è minato. Le imprese inquisite per corruzione internazionale, infatti, temono soprattutto le misure interdittive previste dalla legge 231: dal blocco dei contratti pubblici fino al commissariamento. L'avvocato dell'Eni, Angelo Giarda, ha scoperto però che la legge 231 si è "dimenticata" di applicare le misure interdittive proprio alla corruzione internazionale: "A Milano il gip e il tribunale del riesame ci hanno già dato ragione: ora attendiamo la conferma definitiva della Cassazione". Il caso riguarda le tangenti pagate dal gruppo Eni per aggiudicarsi contratti miliardari in Nigeria (e già ammesse negli Usa). L'Ocse sta seguendo con grande allarme l'udienza in Cassazione. E tra i pm di Milano gira una battuta amara: "Se salta anche la corruzione internazionale, ci mandano i caschi blu". Ma anche il guardasigilli Angelino Alfano sembra pronto a riformare la legge 231: uno scudo in Italia non si nega a nessuno, tantomeno alle società di capitali.


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