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sabato 7 luglio 2018

PENSIONI MILITARI, ECCO COSA CAMBIA DAL 2019

PENSIONI MILITARI, ECCO COSA CAMBIA DAL 2019

Anche il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico dovrà dal prossimo anno lavorare 5 mesi in più. Le indicazioni fornite ieri dall’Inps confermano l’adeguamento dei requisiti di pensionamento del personale appartenente ad Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia penitenziaria, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco nella misura stabilita dal decreto del Ministero del Lavoro e delle’Economia dello scorso 5 Dicembre 2017. 

Com’è noto i lavoratori nelle forze armate e delle forze di polizia ad ordinamento militare e civile mantengono requisiti previdenziali diversi da quelle generali vigenti nell’AGO e nelle gestioni sostitutive ed esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria in virtu’ delle specificità del settore riconosciute ai sensi del Dlgs 165/1997 che non sono state interessate dal regolamento di armonizzazione adottato nel 2013 (Dpr 157/2013). Ma anche questi valori devono essere comunque adeguati, in sintonia con quanto accade nei confronti degli altri lavoratori iscritti alla previdenza pubblica obbligatoria, alla speranza di vita.

Pertanto nel prossimo biennio 2019-2020 slitterà in avanti l’età anagrafica richiesta per la pensione di vecchiaia sia quella anagrafica e/o contributiva prevista per l’accesso alla pensione di anzianita’.

In particolare il trattamento di vecchiaia dal 1° gennaio 2019 può essere conseguito al raggiungimento dell’età anagrafica massima per la permanenza in servizio prescritta dai singoli ordinamenti variabile in funzione della qualifica e del grado (oscilla tra i 60 e i 65 anni) aumentata di un anno congiuntamente al requisito contributivo previsto per la generalità dei lavoratori, 20 anni di contributi. Il requisito anagrafico non viene adeguato agli incrementi della speranza di vita però nell’ipotesi in cui al compimento di detto limite di età risultino già soddisfatti i requisiti prescritti per il diritto a pensione (di anzianità), in sostanza i 35 anni di contributi. 
Circostanza abbastanza frequente.

Anche i requisiti per la pensione di anzianita’ subiranno lo slittamento. Dal 2019 si potrà accedere al trattamento anticipato al perfezionamento o di una anzianità contributiva di 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica; oppure al raggiungimento di una anzianità contributiva non inferiore a 35 anni e con un’età di almeno 58 anni; oppure al raggiungimento della massima anzianità contributiva corrispondente all’aliquota dell’80%, a condizione essa sia stata raggiunta entro il 31 dicembre 2011 (attesa l’introduzione del contributivo pro-rata dal 1° gennaio 2012), ed in presenza di un‘età anagrafica di almeno 54 anni. Quest’ultima casistica è in realtà ormai inverosimile attesa la naturale fuoriuscita dal servizio del personale di elevata anzianità, di servizio ed anagrafica.

Nei confronti del personale in parola, inoltre, continuerà a trovare applicazione il differimento di 12 mesi tra perfezionamento dei requisiti anagrafici e/o contributivi e riscossione del primo assegno pensionistico a causa della finestra mobile. Si ricorda però che per coloro che accedono alla pensione di anzianita’ indipendentemente dall’età anagrafica il differimento sarà di 15 mesi. 

Il personale che, invece, ha raggiunto i requisiti per il diritto a pensione entro il 2018 ancorchè la decorrenza si collochi successivamente al 31 dicembre 2018 non sarà coinvolto nell’adeguamento alla speranza di vita. Ai fini del raggiungimento degli anni contributivi si rammenta che il personale può godere di specifiche supervalutazioni dei servizi prestati entro il limite massimo di cinque anni.



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Previsioni per il 2018



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venerdì 4 maggio 2018

Con la Scusa dei BLACK BLOC qualcuno vuole Sfilarci l’ENI


 IL GOVERNO IMPIEGHI L’ESERCITO SABATO 
A PRESIDIO DI MILANO E DELL’ENI

Premetto che chi scrive ha ricoperto per molti anni a cavallo degli anni ’80 e ’90 la carica di Direttore Generale della SOFID, Società Finanziamenti Idrocarburi, Capogruppo finanziaria dell’ENI e pertanto a conoscenza dell’importantissimo ruolo per la sicurezza strategica nazionale che ha sempre svolto l’azienda fondata dal grandissimo e sempre compianto Enrico Mattei.

Ebbene, per sabato 5 maggio nel pomeriggio, è prevista a Milano una manifestazione di protesta anti-ENI organizzata dalla sinistra estrema, movimenti anarchici, centri sociali e dagli immancabili Black Bloc provenienti da tutta Europa ad iniziare (che caso!) dalla Francia e dalla Germania alla parola d’ordine perché “il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono, L’ENI e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale” (dai volantini che circolano sul web). Anche agli occhi dei meno addetti ai lavori appare chiaro che le motivazioni addotte siano alquanto pretestuose e risibili non per altro perché dovrebbe esserci prima di Milano e dell’Italia file interminabile di paesi da contestare per motivi ben più gravi e reali ad iniziare proprio da quelli 
da dove provengono molti manifestanti.

Allora perché prendersela proprio con l’ENI a Milano quando per il mondo ci sarebbero motivi molto più “comprensibili” di contestazione? O considerano la ELF, la SHELL, la ESSO, la TOTAL, ecc… esempi di virtusismo e impeccabili operatori nel settore petrolifero?

La risposta è purtroppo molto semplice: perché l’ENI è un boccone molto ambìto rappresentando non solo un asset strategico italiano per l’approvvigionamento energetico, ma anche per la “dote” in giacimenti petroliferi sparsi per il mondo. Insomma chi controlla l’ENI controlla l’Italia e mette le mani su cospicue riserve petrolifere contando inoltre su elevatissime tecnologie e invidiati know how nel settore delle perforazioni offshore (es. SAIPEM). Perciò a Milano si cerca la guerriglia contro l’ENI per indebolirla e renderla più aggredibile in un momento delicatissimo della politica italiana con un governo dimissionario e in carica per gli affari correnti, ma che è completamente senza spina dorsale e che vive alla giornata, più attento che non ci siano danni materiali per le strade che lungimirante ai veri motivi per il quale domani sarà provocato volutamente l’inferno a Milano. Proprio per questo i leader politici di qualsiasi colore, a patto che considerino come priorità assoluta l’interesse del Paese, dovrebbero urgentemente invocare l’utilizzo dell’esercito a presiedere la città di Milano con il preciso ordine di “proteggere” dalla furia telecomandata dei Black Bloc & Co. non solo i cittadini milanesi ma anche i facili bersagli come stazioni di servizio e le auto Enjoy identificando tutti, nessuno escluso, i manifestanti e dando l’inequivocabile segnale che l’Italia non è intenzionata a spossessarsi dell’ENI. Magari potrebbero emergere delle sorprese dall’attenta identificazione dei partecipanti, scoprendo chi siano realmente i “mandanti” e i finanziatori di tale strana e sospettissima manifestazione che ha tutti i presupposti di essere
 una missione punitiva intimidatoria nei confronti dell’Italia.

Domenica prossima dai giornali non vorremo leggere l’ennesima devastazione del centro di Milano in stile inaugurazione EXPO’, ma un bel pò di gente identificata con nome e cognome e i collegamenti con chi ha interesse a trasformare il nostro Paese in un campo di battaglia per poi farcelo portare via per un piatto di lenticchie, pardon, di crauti!

Antonio M. Rinaldi


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martedì 19 novembre 2013

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti


Droga e Afghanistan soldati-trafficanti. 

La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli

Secondo l'Onu per l'oppio è stato un anno di produzione record, anche nella zona di Kabul, sotto il controllo delle truppe Nato. In Italia è finita in nulla l'inchiesta militare partita dal caso di Alessandra Gabrieli, militare della Folgore diventata tossicodipendente e spacciatrice dopo la missione. Indagini simili sono state insabbiate in Canada e Regno Unito...
continua a leggere ...
salutepiu: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti.  La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli Secondo l'...

leggi anche : http://cipiri.blogspot.it/2013/11/afghanistan-oppio-vince-10-anni-di.html

Afghanistan : Oppio Vince 10 anni di Guerra


Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo "Afghanistan Opium Risk Assessment 2013", pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani...

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NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

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sabato 6 luglio 2013

Egitto, il golpe «popolare»




Roma, 5 luglio 2013 - Non c'è solo la vicenda del diktat del Consiglio supremo di difesa italiano al parlamento sugli F35 a richiamare un nostrano clima egiziano. C'è anche il modo con cui i media democratici e indipendenti stanno raccontando il golpe al Cairo. Dalle colonne del Corriere della sera al Tg3, fino a Rainews 24, è una gara a negare e nascondere che di colpo di stato militare si tratta. La spiegazione data è inquietante. Il colpo di stato dei militari egiziani guidati dal generale-ministro della difesa Al Sisi sarebbe infatti «popolare», perché applaudito da folle oceaniche giubilanti.

L'informazione libera e la sensibilità della sinistra si sono formate, fra l'altro, in questo paese proprio sulla denuncia dei tentativi di colpo di stato, dei vari «rumor di sciabole», di quella ingerenza violenta e stragista più volte tentata per sconvolgere l'assetto della democrazia costituzionale su mandato della "piazza" rumorosa o della maggioranza silenziosa di turno. Perché questa sensibilità ora dovrebbe ancora valere per l'Italia e non invece per un grande paese arabo come l'Egitto?

Visto che il presidente Morsi e il suo partito, i Fratelli musulmani, hanno vinto solo un anno fa democratiche elezioni alla fine convalidate, nonostante denunce di brogli, dagli osservatori internazionali e dalle Nazioni unite? Non è vero, come sostengono a Rainews 24, che per Morsi - alle prese fra l'altro con un dopo-Mubarak di miseria e di imposizioni del Fmi - si è trattato di «29 mesi di incapacità politica»: i mesi sono dodici.

Fermo restando il giudizio negativo per le sue gravi responsabilità, per esempio nell'incapacità di rappresentare le trasformazioni sociali in corso nella nuova Costituzione, ancorato com'è ad una visione islamo-centrica, Morsi è stato eletto il 30 giugno del 2012. E allora quanti golpe militari dovremmo augurarci in Italia, contro i governi fallimentari che si susseguono ad esecutivi coalizzati e nemmeno eletti, inconcludenti e per tempi perfino più ridotti? Vogliamo i colonnelli?

Ma il golpe in Egitto, sostiene Antonio Ferrari nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera, «è popolare». Era forse meno «popolare» quello in Cile del generale Augusto Pinochet dell'11 settembre 1973, quando assunse il potere, ben coordinato dalla Cia, per rispondere - sosteneva - «alle richieste del popolo», quella classe media che da mesi scendeva in piazza contro il governo di sinistra di Allende democraticamente eletto, con proteste oceaniche e rumorose di piazza, mentre i camionisti bloccavano il paese e i commercianti serravano i negozi impedendo gli approvvigionamenti, e i soldati si pronunciavano nelle caserme?

Forse in queste posizioni c'è qualcosa di più di una semplice adesione alla superficialità dominante nell'epoca del lettismo-berlusconismo. C'è, ed è grave, una piena complicità con il silenzio-assenso che sul golpe egiziano viene da Washington. Cioè da molto vicino, visto il rapporto subalterno padrone-servo che gli Stati uniti hanno assegnato all'esercito egiziano, sotto Mubarak, con Morsi e in questi giorni.
Mentre il golpe era in corso e le agenzie e i giornali di tutto il mondo titolavano semplicemente quello che era sotto gli occhi di tutti «colpo di stato militare in Egitto», dal Dipartimento di Stato Usa arrivava una specie di bofonchio da tre scimmiette che non vedono, non parlano, non sentono: «Non ci risulta...», è stata la frase lapidaria. Fino alle verità della dichiarazione illuminante di Obama di ieri: «...Si ripristini al più presto il processo democratico».
Non pare di ricordare che la necessità dei colpi di stato militari facesse parte del Discorso del Cairo di Obama nel 2009.

Il fatto è che gli Stati uniti hanno da poco staccato l'assegno annuale di un miliardo e mezzo con cui sostengono l'esercito, il suo ruolo e le sue istituzioni; soldi ben spesi a quanto pare, che fanno dei militari la vera realtà sociale garantita in Egitto, uno stato nello stato che «se si muove - dice lo scrittore Aswani - lo fa solo per difendere i propri interessi». Un ruolo che è inevitabilmente destinato a confliggere con gli interessi dei settori laici, dei ribelli e dello stesso El Baradei che ora plaudono. Anche grazie a questo controllo, gli Stati uniti hanno condizionato la presidenza Morsi, impegnandola nella continuità dei trattati di pace con Israele, vale a dire sacralizzando lo status quo del dominante a scapito dei palestinesi dominati, e inoltre impegnando Il Cairo, a fianco dell'Arabia saudita e del Qatar, in una politica di pericoloso sostegno del jihad sunnita anti-Assad in Siria. Tra le colpe di Morsi c'è anche l'avere accettato questo condizionamento.

Ultima considerazione, come ricordava Gian Paolo Calchi Novati: è già accaduto che ad una affermazione elettorale dell'islamismo politico si sia risposto con un golpe militare o con il violento boicottaggio internazionale, nel 1992 con la vittoria del Fis in Algeria e nel 2006 con quella di Hamas in tutta la Palestina (non solo a Gaza, anche in Cisgiordania). Il risultato di questi interventi ha sconvolto il Medio Oriente e il mondo, allargando le ferite delle sue crisi.

Editoriale pubblicato il 5 luglio 2013 dal quotidiano Il Manifesto - di Tommaso Di Francesco

leggi anche - http://cipiri.blogspot.it/2013/07/egitto-17-i-morti-negli-scontri.html

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Egitto : 17 i morti negli scontri




Manifestazioni al Cairo, Alessandria e in altre citta' dei Fratelli Musulmani per protestare contro il colpo di stato compiuto dai militari e la deposizione di Morsi

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 22.30

E' salito a 17 il bilancio provvisorio delle vittime degli scontri in Egitto tra sostenitori e oppositori dell'ex presidente Mohamed Morsi, a 48 ore dal golpe che l'ha deposto.

SCONTRI ANTI E PRO-MORSI VICINO TAHRIR

Le ambulanze accorrono verso verso il ponte '6 Ottobre' sul Nilo, vicino a piazza Tahir al Cairo, dove si stanno scontrando oppositori e sostenitori di Mohamed Morsi. Altre centinaia di sostenitori dell'ex presidente deposto dal golpe militare sono all'esterno del palazzo Maspero, la sede della tv di Stato.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 20

Migliaia di sostenitori del presidente egiziano Mohammed Morsi, deposto due giorni fa dal colpo di stato dei militari, si stanno dirigendo verso la sede della tv pubblica. Il corteo e' giunto in prossimità di Piazza Tahrir, dove si sono radunati i manifestanti dell'opposizione anti-Morsi e Fratelli Musulmani, facendo temere la possibilità di scontri fra le due fazioni. Domani scenderanno in piazza a manifestare anche gli attivisti della campagna "Tamarod" (Ribelle). "Invitiamo il popolo egiziano a manifestare in tutte le province a partire da domani - si legge in un comunicato di "Tamarod" - per difendere la vittoria del 30 giugno", data della manifestazione oceanica contro Morsi. Gli attivisti invitano il popolo a "stringersi intorno all'esercito contro i terroristi" e sostengono che i "Fratelli Musulmani e le loro milizie non esiteranno a trascinare l'esercito egiziano in una guerra civile per giustificare un intervento straniero".

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 18.30

FRATELLANZA SMENTISCE ARRESTO GUIDA, BADIE INTERVERRA' A MANIFESTAZIONE La Fratellanza smentisce l'annunciato arresto della sua guida spirituale Mohamed Badie. Secondo alcune fonti Badie si rivolgera' ai manifestanti pro Morsi dal palco della moschea di Rabaa el Adaweya a breve. Secondo l'agenzia di stampa egiziana "Mena", e' stato invece arrestato Helmi el Gazzar, esponente di spicco della confraternita, per incitamento alla violenze, che e' stato trasferito alla prigione di Tora al Cairo insieme ad altri due importanti esponenti della Fratellanza, Mahdi Akef e Mohamed el Omda.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 17

FRATELLI MUSULMANI, 4 'MARTIRI' IN MANIFESTAZIONE PRO-MORSI C'e' confusione su 3 forse 4 egiziani uccisi oggi durante le manifestazioni al Cairo. Il sito dei Fratelli Musulmani riferisce che si contano "quattro martiri". Tre li conferma anche l'agenzia francese Afp. La notizia invece viene smentita tanto dal ministero dell'interno quanto dall'Esercito che sostiene di aver usato solo lacrimogeni e colpi sparati a salve.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 16.30

Le autorita' egiziane negano le notizie di vittime in scontri al Cairo. Una fonte della sicurezza citata dalla tv di Stato ha affermato che "non ci sono state vittime durante gli scontri davanti al quartier generale della Guardia Repubblicana", dove si ritiene che sia detenuto Mohamed Morsi, destituito due giorni fa dall'Esercito co un colpo di stato. In precedenza la tv satellitare al-Jazeera aveva riferito della morte di tre persone in una sparatoria davanti al quartier generale della Guardia Repubblicana. Il sito web dei Fratelli Musulmani d'Egitto parlava invece di almeno un ''martire''. Un militante islamico invece e' morto all'alba a Luxor, nel sud dell'Egitto, in scontri tra musulmani e cristiani. Secondo quanto riferito dal quotidiano Al Ahram, l'uccisione di Hassan Sayed Sedki ha scatenato la reazione dei musulmani che hanno dato alle fiamme diverse abitazioni cristiane in citta'.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 14.30

C'e' una massiccia presenza di forze militari all'esterno della moschea Rabia al-Adawiya, nel quartiere di Nasr City, la zona del Cairo dove e' in programma la principale manifestazione dei Fratelli Musulmani a favore del deposto presidente Mohammed Morsi. L'area, in cui sono accampate migliaia di persone, e' circondata da veicoli militari. In attesa delle manifestazione, almeno una decina di caccia militari hanno sorvolato a bassa quota il Cairo, chiaro gesto intimidatorio. Una dichiarazione della Fratellanza Musulmana letta dai sostenitori nei pressi della moschea ha confermato "il rifiuto completo del colpo di stato militare contro un presidente eletto e contro la volonta' della nazione"; e ha annunciato il rifiuto "a collaborare con le autorita' usurpanti". Decine di migliaia di egiziani sono attesi alla moschea e potrebbero marciare fino al vicino ministero della Difesa; sul posto e' apparso anche uno dei membri piu' autorevoli del movimento, Mohamed Beltagy, che non e' stato arrestato.

AGGIORNAMENTO ORE 12.30

La preghiera islamica ha aperto oggi nelle piazze dell'Egitto le manifestazioni dei sostenitori del presidente deposto Mohamed Morsi decisi a denunciare il golpe militare. L'appello del ''Fronte nazionale di difesa della legittimita''', che riunisce molte delle organizzazioni islamiche egiziane, fa riferimento a raduni pacifici ma la tensione resta alta. Il rischio di violenze è elevato. L'Esercito, che dice di voler garantire il diritto a manifestare, ha schierato migliaia di uomini e mezzi blindati al Cairo e in tutto il Paese. Il ministero dell'Interno ha avvertito che rispondera' ''con fermezza'' a eventuali disordini. Anche l'opposizione scenderà in strada e si riunirà a piazza Tahrir per quello che chiama il ''Venerdi' della difesa dei risultati della Rivoluzione''.

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Il Cairo, 5 luglio 2013 - L'Esercito egiziano ha lanciato, sulla sua pagina Facebook, un invito all'unità e alla riconciliazione che, allo stesso tempo, è anche un pesante avvertimento, in vista delle manifestazioni di protesta organizzate per oggi dai Fratelli Musulmani, il movimento al quale appartiene il presidente Mohammed Morsi deposto dal colpo di stato militare di mercoledì.

«L'uso eccessivo del diritto a protestare potrebbe diventare una minaccia per la pace sociale e la sicurezza», dicono le Forze Armate facendo capire che oggi sorveglieranno con ingenti forze le piazze del Paese dove si raduneranno, presumibilmente centinaia di migliaia di attivisti e simpatizzanti dal movimento dei Fratelli Musulmani che ha visto i suoi leader principali finire in detenzione in queste ultime ore.

Gli Stati Uniti hanno chiesto espressamente alle autorità egiziane di non procedere ad "arresti arbitrari" nei confronti del presidente deposto Mohammed Morsi e dei suoi collaboratori. L'amministrazione americana chiede inoltre un "ritorno rapido e responsabile" verso un governo civile democraticamente eletto. L'esercito ha sostituito Morsi con il presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, fino all'organizzazione di elezioni anticipate, come ha annunciato ieri il capo delle forze armate, generale Abdel Fattah al-Sissi, senza precisare la durata di questo periodo di transizione. A Morsi, che si trova agli arresti domiciliari, e ai vertici dei Fratelli Musulmani è stato vietato di lasciare l'Egitto.

Sulla scena comincia a muoversi Adly Mansour che ha giurato ieri. Il suo primo atto sarà la formazione del nuovo governo. Sembrava che l'esecutivo potesse essere presentato già oggi ma quello che appariva come il candidato naturale a fare il premier della transizione, Mohamed el Baradei, portavoce delle opposizioni, avrebbe declinato l'offerta, probabilmente per non bruciare le sue possibilita' di candidarsi a presidente, se e quando ci saranno le elezioni. Si fa ora il nome di Faruk el Okda, ex goveratore della Banca centrale.

Intanto riesplode la tensione nel Sinai dove poche ore fa un soldato è stato ucciso in attacchi simultanei di militanti islamisti contro posti di blocco della polizia e dell'Esercito.

da - http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=80163

leggi anche - http://cipiri.blogspot.it/2013/07/egitto-il-golpe-popolare.html


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lunedì 4 febbraio 2013

F-35, aerei difettosi , ABOLIRE L' ESERCITO



F-35, aerei difettosi abbiamo speso 17 miliardi



F-35,

aerei difettosi

abbiamo speso 17 miliardi 



Lanciamo una grande campagna per segnalare lo spreco più grande: le spese militari (23 miliardi di euro nel 2011), la guerra in Afghanistan (oltre 760 milioni in un anno), il programma di acquisto degli F35 (15 miliardi nei prossimi anni), la parata militare del 2 giugno (10 milioni di euro nel 2011). http://cipiri.blogspot.it/2012/05/f-35-aerei-difettosi-abbiamo-speso-17.html


Costa Rica









 Attualmente la Costa Rica è uno stato pacifico e democratico che vive una delle situazioni più stabili sia politicamente che economicamente in tutta l'America Latina.
Ordinamento scolastico
Tasso di alfabetizzazione: 96%.

 La Costa Rica non ha forze armate, per una precisa scelta di opportunità politica ed economica: dal 1949 ha ABOLITO L' ESERCITO e nel 1983 ha dichiarato la sua posizione di neutralità. La rinuncia al possesso di una forza militare ha permesso l'indirizzamento delle risorse in altri settori. Questo ha comportato un alto tasso di sviluppo umano, una discreta dotazione di opere pubbliche e una preservazione del proprio patrimonio faunistico e floristico: una notevole parte del territorio (27,9%) è dichiarata parco nazionale. Come effetto di sviluppo si notano gli alti livelli di alfabetizzazione (oltre il 95%), e un buon servizio sanitario pubblico. Fatto non trascurabile: l'assenza di un ceto militare ha prodotto una notevole stabilità politica nel paese (è uno dei pochi stati dell'intero subcontinente a non aver avuto colpi di stato negli ultimi decenni).
La sola forma istituzionale definibile come "armata" è dedicata a compiti di polizia civile, guardie di frontiera, sorveglianza dei parchi naturali, ordine pubblico.

lunedì 31 agosto 2009

Costa Rica, ministero della Pace




Costa Rica, debutto mondiale del ministero della Pace



La Costa Rica è il primo paese al mondo a avere un ministero di questo tipo
Novità in vista nella Costa Rica: il piccolo Paese centro americano, infatti, sarà il primo Stato al mondo ad avere un ministero quasi esclusivamente dedicato alla Pace. Il testo della proposta di legge approvata dalla commissione parlamentare ora dovrà arrivare all'aula che senza ombra di dubbio lo approverà. Dunque, il ministero di Grazia e Giustizia cambierà nome e entro breve si trasformerà nel ministero della Giustizia e della Pace.

Ana Helena Chacon, la deputata che ha avviato le procedure per la proposta di legge, appoggiato dalla quasi totalità della società civile costaricense, ha fatto sapere che il progetto comprenderà anche la nascita di programmi per la diffusione della cultura di pace a tutto campo. "Sono molto felice e orgogliosa che questa mia proposta sia stata accettata. Così facendo diverremo uno dei paesi pionieri in materia. La Costa Rica è il primo paese dell'America Latina a avere questo tipo di ministero che combatterà anche contro la delinquenza giovanile" conclude l'onorevole.
Arrivare alla creazione del Sistema Nazionale della Promozione della Pace, poi, sarà un gioco da ragazzi. Il nuovo dicastero si occuperà della "promozione della Pace e della prevenzione e risoluzione dei conflitti". Saranno invitate a collaborare tutte le organizzazioni non governative che si dedicano alla diffusione della cultura della Pace e contro la violenza.
La Costa Rica da sempre è uno dei paesi del mondo più attenti al tema Pace. Molto nota in tutto il mondo è anche l'Università della Pace che si trova nella capitale San Josè.

Non solo: la Costa Rica non ha un esercito. 

Inoltre, il presidente Oscar Arias è stato insignito del premio Nobel per la Pace nel 1987 grazie al suo impegno contro le guerre che hanno devastato l'area negli anni '80. Anche Oggi Arias è impegnato come mediatore nei colloqui che dovrebbero portare a una soluzione della crisi politica che ha colpito l'Honduras.

Un paese disarmato è possibile? L’esempio della Costa Rica

L’abolizione dell’esercito è sempre sembrata un’utopia auspicabile solo da “fricchettoni” pacifisti. Ma c’è un Paese, la Costa Rica, che lo ha fatto 60 anni fa.

QUANDO LE SPESE MILITARI SPARISCONO – L’abolizione dell’esercito è sempre sembrato un sogno illusorio, un’utopia auspicabile solo da “fricchettoni” pacifisti, ignari dei rapporti internazionale da dover mantenere. Ma c’è un Paese, la Costa Rica, che lo ha fatto sessant’anni fa  per opera di José Figueres Ferrer, coriaceo figlio di catalani emigrati in America. Il 1° dicembre 1948, il paese era uscito da poco da una  guerra civile, che aveva provocato centinaia di morti. In breve, dopo due mesi di combattimenti, il socialdemocratico Ferrer assunse la direzione del governo provvisorio, nazionalizzò le banche e annunciò l’abolizione dell’esercito.

Dopo la firma del decreto legge, il presidente del governo provvisorio si recò alla caserma Bellavista, situata nella capitale San José e davanti alla folla, con una mazza, colpì simbolicamente il muro della caserma. Lo stesso giorno, Ferrer offrì la caserma Bellavista all’università della Costa Rica, che la trasformò in un museo. In questo gesto simbolico è racchiuso il motivo principale dell’abolizione dell’esercito: eliminare le spese militari per aumentare i fondi destinati all’istruzione e per migliorare le condizioni sanitarie di questo Paese. In effetti, attualmente la Costa Rica ha un tasso di alfabetizzazione del 96% e la speranza di vita, di quasi settantasette anni, è quella più alta in tutta l’America Latina.


IL POPOLO E’ D’ACCORDO – Da quando la Costa Rica ha deposto le armi non ci sono state né invasioni né guerre, nonostante l’America Centrale si possa sicuramente considerare una “zona calda” del mondo. Ad oggi, infatti, lo sforzo più grande per la Costa Rica è quello di mantenere questa cultura pacifista in un’area martoriata da continui conflitti. «Smettiamo di comprare armi per pagare più professori e più medici» non si è rivelato solo uno slogan sterile e retorico. Secondo la fondazione Arias per la pace e per il progresso umano, la soppressione delle forze armate permette di finanziare  le università pubbliche e tre interi ospedali.

Esiste però anche un rovescio della medaglia. Rosibel Salas Herrera, vicedirettrice di un istituto tecnico nella regione del Coto Brus, riconosce l’efficienza del sistema d’istruzione, ma ne critica le diseguaglianze. Mentre nella capitale gli studenti dispongono di computer e biblioteche, ritiene che nella regione in cui lei lavora la situazione non sia altrettanto edificante: i bambini sono costretti a seguire le lezioni in aule fatte di lamiere.

Nonostante ciò, nessuno pensa di rimettere in discussione la rinuncia delle spese militari. Per citare un avvenimento emblematico, solo nel 1985 l’America Centrale è stato teatro delle guerre in Guatemala, nel Salvador e in Nicaragua. Così, di fronte alla minaccia che il pericolo potesse raggiungere anche la Costa Rica, il governo aveva un’inchiesta tra la popolazione per sapere se fosse favorevole o no al ripristino delle forze armate. Ebbene, ben il 90% degli intervistati si è rivelato contrario.


L’ECONOMIA DELLA CULTURA – La Costarica è così diventato l’esempio di un Paese che ha costruito sull’assenza dell’istituzione militare la base per il suo sviluppo: è al 48° posto al mondo negli indici di sviluppo, mentre gli altri stati dell’America Centrale sono dietro ai primi cento. Qui le piazze, i monumenti e le vie non ricordano guerre o battaglie, ma i solidi principi su cui si basa questo  Paese:  piazza della Cultura, parco della Pace, la rotonda delle Garanzie Sociali si possono citare come esempi.

Probabilmente anche l’Italia potrebbe considerare questa come alternativa adatta per la riduzione del debito pubblico e il risanamento del pareggio di bilancio prendendo esempio dall’unico Paese al mondo che il giorno di festa nazionale fa sfilare gli studenti anziché i soldati. Le cifre riguardanti i soldi spesi dall’Italia nelle cosiddette “missioni di pace” rivelano un impegno di non poco conto in relazione ai sacrifici a cui sono chiamati gli italiani. E non solo in relazione all’aumento della pressione fiscale, ma anche ai tagli in settori sociali di primaria importanza quali istruzione, sanità ed altri.

Ma se il modello inaugurato più di cinquant’anni fa da Pepe Figueres  Ferrer ha portato la Costa Rica ad essere tra i primi posti  negli indici di sviluppo mondiale, cosa aspettano Stati europei come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia a seguire l’esempio di questo piccolo ma democratico Stato?

L'ITALIA SPENDE 50 MILIONI DI EURO AL GIORNO
IN ARMAMENTI



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