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giovedì 4 maggio 2017

Il Gioco d’Azzardo strega gli italiani.


 Business record da 95 miliardi
Gratta&Vinci, slot machine e videopoker: nel 2016 giro d’affari cresciuto del 7 per cento Un milione i ludopatici, non c’è intesa per la regolamentazione più severa del settore
Videopoker e casinò on line hanno visto un’impennata nel 2016 rispetto allo scorso anno quanto a numero di giocate e soldi spesi
Nemmeno il Pil della Cina cresce così. Il 7 per cento in un anno è un incremento record e la cifra di 95 miliardi rappresenta il 4,4 del nostro prodotto interno lordo, più di quanto lo Stato investa sull’istruzione (poco più del 4%) e poco meno di quanto gli italiani, tutti, spendano per mangiare. Il cardinale Angelo Bagnasco ha appena tuonato contro il gioco d’azzardo «legale» («una nuova droga, un cancro che lo Stato non solo non contiene, ma favorisce e ci lucra»), che i bilanci di fine anno superano le cifre record che ha appena enunciato.

Dice Bagnasco: «L’affare azzardo rende più di 88 miliardi di euro all’anno: è stato studiato per far perdere, produce povertà e malattia». Quel dato si riferisce al 2015. Poche ore dopo arrivano i risultati del 2016 appena concluso e i miliardi sono diventati 95: ovvero, il 7% in più.

Giocano tutti. Le stime dicono che il 54,4 per cento degli italiani, quasi 30 milioni, si concede ogni anno almeno una volta il gusto dell’azzardo legale; se si fa il calcolo solo sulla popolazione adulta, si sfiora il 70 per cento. Quasi un milione di loro appartiene alla schiera dei patologici: da curare. In mezzo c’è un’area grigia di chi trascorre ore nei bar, nelle tabaccherie, tra slot, gratta e vinci e lotto istantaneo. Due milioni e mezzo di giocatori che, pur non compulsivi, investono cifre consistenti di denaro nella speranza del colpo di fortuna che possa cambiare la loro vita.

La fotografia di un’Italia ancora in crisi vede un comparto in continua crescita. Quello del 2016 è un nuovo record (persino sorprendente, se si considera la lotta all’azzardo intrapresa ormai da decine di amministrazioni locali) e l’altro dato monstre è rappresentato dal paragone con il non lontano 2008: in questi otto anni, la spesa per i giochi è raddoppiata. Le slot machine e le nipotine videolottery di nuova generazione fanno ancora la parte del leone, anche se l’incremento è modesto e il maggior gettito per lo Stato è stato determinato solo dall’aumento delle imposte. Ma crescono vorticosamente, analizza l’agenzia specializzata Agipro, tutti i giochi di scommesse e quelli online. Risfodera appeal persino il SuperEnalotto, che viaggia al 52% in più sul 2015 grazie alla lunga caccia al 6, finita il 27 ottobre scorso con la maxi vincita di Vibo Valentia (163 milioni), e il restyling che ha garantito un jackpot ancora più ricco e la possibilità di vincere anche con il 2. S’impennano Poker e casinò online di quasi il 20 per cento rispetto all’anno precedente.

«Di fronte a questi dati - commenta il parlamentare Lorenzo Basso - davvero non si capisce la ritrosia degli operatori ad accettare le nostre proposte: divieto assoluto di pubblicità e riduzione drastica, se non l’abolizione, degli apparecchi da gioco dai bar, dalle tabaccherie, da tutti i luoghi non dedicati».

Basso, deputato Pd, area cattolica, da anni combatte una battaglia per la regolamentazione severa del settore, insieme a una pattuglia di colleghi bipartisan. Un riordino del settore atteso da anni, da mesi in attesa di un accordo nella conferenza Stato-Regioni, mai giunto all’approdo definitivo. Dopo decine di rinvii, è di nuovo in calendario alla fine di gennaio. Contiene anche, quel provvedimento, la riduzione di un terzo delle slot machine presenti sul territorio che era stata annunciata dall’ex premier Renzi. Risultato: per ora non pervenuto, mentre Comuni e Regioni vanno avanti in ordine sparso. Le accuse di non voler arrivare a un accordo sono respinte al mittente dal vice presidente di Confindustria Sistema Gioco, che rappresenta gli operatori del settore. Attacca il vicepresidente Massimiliano Pucci: «Non siamo noi a non voler chiudere, ogni volta che siamo a un passo, gli enti locali aggiungono un tassello in più. Allora diciamo pure che l’azzardo legale in Italia è del tutto vietato, che noi dobbiamo essere esposti alla pubblica gogna e che tutto deve tornare a com’era prima di queste leggi, quando il comparto era tutto nelle mani della criminalità.
Proviamo, sperimentiamo quel che succede».
LEGGI ANCHE
http://cipiri3.blogspot.it/2013/04/ludopatia-come-la-tossicodipendenza.html
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COSA TI PORTA IL 2017 ?



mercoledì 29 luglio 2015

Meloni e Salvini Mangiate con Noi



Una protesta scoppiata ad ora di cena. I profughi ospiti al residence Mxxxxx di Eraclea (Venezia) hanno appoggiato in strada i vassoi con il cibo, iniziando a protestare digiunando contro le Aziende
( CREATE APPOSITAMENTE ) che hanno trasformato l’immigrazione in un business,

L'obiettivo della sollevezione dei profughi era la Sxxxx che gestisce il denaro che serve a sfamare i Richiedenti Asilo ( che non possono lavorare come firmato da Maroni del Partito Lega Nord ) ed il residence di accoglienza.
REGOLAMENTO DI DUBLINO FIRMATO DA MARONI - LEGA NORD
E SCAIOLA - FORZA ITALIA
se vuoi leggi qui
 http://cipiri.blogspot.it/2015/04/regolamento-di-dublino.htmlIl regolamento Dublino II (formalmente regolamento 2003/343/CE) è un regolamento dell'Unione Europea, in tema di diritto di asilo.


Giorgia Meloni, sta davanti a facebook con il braccio destro alzato, ha pubblicato questa foto .
Giorgia, si è scandalizzata perché di fronte a un cibo giudicato immangiabile, i profughi hanno protestato.
Giorgia, che non ha mai assaggiato un cibo COSI', non sa cos'è un cibo MALSANO. I profughi, che invece l'hanno assaggiato sanno cos'è, se ne sono accorti subito. Anche perché sono richiedenti asilo, alcuni di loro laureati, e sanno che se la comunità europea paga 35 euro al giorno per vitto e alloggio, e qualcuno dà loro questo cibo , significa che qualcun'altro si è intascato I SOLDI  della loro cena.
Giorgia sopra a questa foto ha scritto "hanno lanciato i vassoi in strada". Giorgia, mente.
 I Richiedenti Asilo hanno adagiato le pietanza plastificate sull'asfalto, alcune di queste sono aperte perché il cibo prima lo hanno assaggiato, e il fatto che cibo in terra non ce ne sia rende chiaro anche il procedimento con cui questi vassoi sono stati adagiati sull'asfalto: cioè attraverso una protesta in forma di resistenza civile, che ha previsto appunto l'appoggiare i vassoi in terra, per poter essere visti e fotografati, e poi sedersi intorno. Come hanno fatto.


VOI MANGERESTE DEL CIBO
 CON L'ETICHETTA CHE TI DICE
CHE E' STATO CONFEZIONATO 1 ANNO FA ?



Non hanno urlato, i richiedenti asilo, non si sono strappati i capelli, non li hanno strappati agli operatori, non hanno spaccato il centro.  Loro no. Loro hanno protestato attraverso il digiuno.
Probabilmene se avessero avuto un ufficio stampa avrebbero mandato i comunicati stampa ai giornali e avrebbero convocato una conferenza stampa, ma non sono Giorgia Meloni del Partito Fratelli D'Italia e Matteo Salvini del Partito Lega Nord. Per fortuna sono migliori, anche se l'ufficio stampa non ce l'hanno.

PS. l'opzione "mangi questa minestra o salti dalla finestra" non è un'opzione, è un ricatto. Ricordiamocelo sempre. Esattamente come accade al lavoratore costretto dodici ore nei campi, o in fabbrica, o a tre euro l'ora in un call center, l'opzione del padrone "se non ti va bene vattene" non è un'opzione, è un ricatto. E di fronte ai ricatti resistere è un dovere, anche di chi non è ricattato.

Le 3 bufale  sulla rivolta degli immigrati

1) Lo Stato italiano spende 30 euro al giorno per ogni immigrato
La storia dei 30 euro che, secondo la vulgata di una certa parte politica, sarebbero dati ogni giorno agli immigrati, è falsa: lo Stato italiano non dà soldi agli immigrati ma agli enti incaricati di gestire i centri di accoglienza. La storia dei 30 euro nasce da una (volutamente?) errata interpretazione dei bandi delle prefetture per la gestione dei centri, che prevedono un tetto massimo di spesa di 35 euro a persona accolta. Si tratta di un bando, quindi per vincerlo le cooperative presentano progetti a costi ribassati, con una diretta ripercussione sulla qualità dei servizi. Agli immigrati non viene dato neanche un euro in contanti ma un buono o una carta prepagata per un valore di 2,50 euro al giorno (ma la cifra non può superare i 7,50 al giorno per nucleo familiare, quindi se si è in quattro si ricevono soldi per tre persone e basta). Inoltre viene consegnata una tessera telefonica da 15 euro all’ingresso nel centro. Nel resto dei 35 euro (se va bene) deve starci tutto: vitto, alloggio, pulizia, affitto dei locali, vestiario, ecc.

2) Lo Stato dà i soldi agli immigrati invece che alle famiglie italiane
Non è vero. Lo Stato non sposta fondi destinati alle famiglie italiane per darli agli immigrati. I fondi in questione sono stanziati in compartecipazione dell’Unione Europea, che prevede un finanziamento dei progetti di accoglienza. Se non ci fossero immigrati da accogliere non ci sarebbero quei soldi, quindi non potrebbero essere destinati ad altri fini i ogni caso.

3) Il 90% degli immigrati non ha diritto all’asilo politico
Un’altra bufala, grande quanto una casa: secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero degli Interni (risalenti a febbraio 2015) le richieste d’asilo accolte sono il 51% del totale. Il 49% dei richiedenti asilo non ottiene lo status di rifugiato,

Giorgia Meloni e Matteo Salvini avete assaggiato il CONTENUTO DI QUEI VASSOI ?



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venerdì 7 marzo 2014

Le Origini della Festa dell'8 Marzo



Le origini della festa dell'8 Marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.


Questo triste accadimento, ha dato il via negli anni immediatamente successivi ad una serie di celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo della orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo della fabbrica.




Successivamente, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagonistele rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse un'importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche il punto di partenza per il proprio riscatto.



Non c'è nulla da festeggiare anzi sarebbe un giorno da ricordare con tanta tristezza visto che sono morte tante donne quel giorno... Ma ormai è tutto un business!

se vuoi leggi anche:


Per celebrare la festa della donna, 

bisogna comportarsi come gli uomini?




leggi anche

YO DECIDO : 8 MARZO DI LOTTA, DALL’ITALIA ALLA SPAGNA


Verso l’8 marzo, l’Italia resta un paese non a misura di donna. Secondo l’Istat, nel 2013 il numero di donne costrette, più per mancanza di alternative che per scelta reale, a sobbarcarsi le intere faccende domestiche dovendo così contare unicamente sui soldi del compagno, o del marito,,,
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mercoledì 25 dicembre 2013

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venerdì 8 novembre 2013

La " Maria " diventa business di Stato



Il proibizionismo ha fallito.

 Dal Sudamerica agli Usa.

 E ora si cambia linea con le “canne di Stato”. 

Che portano tasse e colpiscono il crimine. 

Così anche in Italia si riapre il dibattito


In Uruguay la “canna di Stato” è ormai realtà, e tra pochi mesi chi vorrà fumarsi uno spinello potrà scegliere tra quattro qualità diverse di erba, vendute direttamente sui banconi della farmacia.
 Il conto alla rovescia è quasi alla fine: il Senato a novembre dovrebbe dare il via libera definitivo alla legge che permetterà al governo guidato da Josè “Pepe” Mujica di coltivare e vendere direttamente marijuana a circa un dollaro al grammo. «Dopo l’approvazione del Parlamento bisognerà solo aspettare che i semi germoglino», ha spiegato Josè Calzeda, capo della Giunta nazionale delle droghe: «Una volta seminato e fatta la prima raccolta, riforniremo i negozi al dettaglio. I cittadini registrati potranno comprarsi fino a 40 grammi al mese, e piantare massimo sei piante alla volta». Obiettivo primario: creare un mercato legale per sconfiggere i cartelli narcotrafficanti del Paraguay, massimi esportatori di cannabis del Sud America.

GUERRA PERDUTA

Molti considerano la decisione di Montevideo una rivoluzione. E non solo per i 120 mila consumatori abituali che in Uruguay potranno rollare e squagliare resina senza nascondersi: il resto del mondo, infatti, sta guardando con enorme interesse l’esperimento voluto dal presidente ex guerrigliero. L’ideologia proibizionista è in crisi da tempo, e in Occidente si è riaperto il dibattito su quali siano le migliori politiche sui narcotici. Nel 2011 la Commissione globale sulla politica delle droghe, organismo di cui fanno parte esperti in materia e personaggi come l’ex presidente dell’Onu Kofi Annan, ha pubblicato una relazione devastante in cui si spiega che «la lotta alla droga iniziata cinquant’anni fa è fallita», e si sottolineava come in primis per la cannabis, «occorre sperimentare modelli di legalizzazione che colpiscano la criminalità organizzata salvaguardando la salute dei cittadini».

Il manifesto della commissione è stato apprezzato da molti leader, come gli ex inquilini della Casa Bianca Bill Clinton e Jimmy Carter. Un mese fa, davanti all’assemblea delle Nazioni unite, il presidente del Guatemala ha pregato i paesi membri di darsi una mossa, smettendola di «stigmatizzare» coloro che fanno uso di sostanze stupefacenti senza arrecare danno agli altri. La tolleranza zero non va più di moda: in Portogallo e in Australia Occidentale la depenalizzazione della marijuana è stata un successo, l’uso della gangja per scopi terapeutici è sempre più diffusa, mentre in Olanda la protesta dei 670 coffee-shop è riuscita a bloccare la norma che prevedeva il divieto di vendere marocchino e super skunk agli stranieri.

La frontiera degli antiproibizionisti di recente si è spostata negli Usa, il paese del pianeta che spende più soldi nella battaglia alle sostanze stupefacenti: quest’anno gli Stati di Washington e Colorado hanno legalizzato attraverso un referendum popolare il consumo personale di marijuana. Non solo a scopo medico (per alcune malattie l’uso di cannabis è già permesso in 18 Stati) ma anche per momenti di piacere, fumate collettive o torte all’erba jamaicana. Obama ha dato un occhio ai sondaggi (qualche giorno fa una rilevazione Gallup spiegava che per la prima volta la maggioranza degli americani, circa il 58 per cento, è a favore delle canne libere; nel 1969 al tempo degli hippy erano fermi al 12 per cento) e ha chiesto al dipartimento della Giustizia di non ricorrere contro le nuove leggi. Ora altri Stati potrebbero seguire la scelta di Denver e del distretto della capitale.

TASSE E MILIARDI

Il movimento a favore del libero spinello, insomma, sta prendendo piede. Grazie ad argomentazioni e parole d’ordine che, almeno per quanto riguarda gli stupefacenti leggeri, fanno sempre più presa sull’opinione pubblica. Anche perché i divieti finora imposti non hanno fermato la diffusione capillare della cannabis: se nel 1998 i fan accaniti erano stimati in 140 milioni, nel rapporto dell’Onu del 2012 erano lievitati a 180. La fine del proibizionismo, spiegano gli esperti fautori del laissez-faire, darebbe una mazzata al giro d’affari della criminalità organizzata, permettendo contemporaneamente ai governi nazionali di incassare miliardi in tasse (in Colorado solo per le entrate fiscali della cannabis terapeutica ammontano ad oltre 5 milioni di euro, mentre un report del Medical Marijuana Business Daily prevede che alla fine del 2018 il mercato Usa della cannabis, grazie ai due referendum, arriverà a sfiorare i 6 miliardi di dollari; secondo i radicali in Italia, invece, lo Stato potrebbe incassare dalla legalizzazione fino a 8 miliardi di euro) e risparmiare somme enormi oggi investite per la repressione del fenomeno.

D’altra parte l’approccio proibizionista resta dominante. A favore delle loro tesi, i conservatori elencano gli studi scientifici che dimostrerebbero come la cannabis possa provocare effetti negativi a lungo termine, soprattutto tra chi ha iniziato a usarla da giovane: la sostanza aumenta la probabilità di sviluppare depressione o sintomi psicotici, come la schizofrenia e il disturbo bipolare. Mentre altre ricerche evidenziano problemi per la memoria e un rapporto stretto tra l’uso di droghe leggere e quello di sostanze pesanti. A chi punta il dito sulla pericolosità del principio attivo della cannabis, il tetraidrocannabinolo, gli antiproibizionisti contrappongono però le statistiche sull’abuso di alcol e tabacco, “droghe” legali che provocano vere carneficine: secondo una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità del 2013, il fumo uccide nel mondo circa sei milioni di persone ogni anno, mentre l’Istituto superiore di Sanità ha stimato che solo in Italia negli ultimi 12 mesi sono morte a causa dell’alcol 30 mila persone, trenta volte il numero dei decessi causati nello stesso periodo da overdose da eroina e oppiacei. Se nel decennio 2005-2015, chiosa l’Oms, alcol e tabacco causeranno tumori mortali a quasi 30 milioni di persone, leggendo il capitolo sui decessi causati dai vari narcotici della relazione 2011 della Ue salta agli occhi che un paragrafo sulla canapa non è stato nemmeno stilato.

In Italia - uno dei pochi paesi occidentali dove una legge del 2006, voluta da Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi del Pdl, ha equiparato l’hashish e la marijuana a cocaina ed eroina - gli antiproibizionisti hanno da sempre un faro: Marco Pannella e il partito radicale. Che in queste settimane sta raccogliendo le firme per un nuovo referendum. L’obiettivo non è la legalizzazione tout-court, non raggiungibile per via referendaria, ma «l’eliminazione», spiega l’ex senatore Marco Perduca, «del carcere per i fatti di lieve entità. Depenalizzando la coltivazione domestica di cannabis e il possesso di quantità medie di droghe svuoteremmo le carceri». Al 30 settembre 2013 su circa 64 mila detenuti ben 25 mila erano dentro per la violazione della legge sulla droga. Difficile sapere quante tra questi siano in galera per spaccio di cannabis (reato che può essere punito da 6 a 20 anni), visto che le sostanze psicotrope davanti alla legge sono tutte uguali. «A spanne, però, possiamo ipotizzare che oltre un terzo (ossia 9 mila persone, soprattutto stranieri) uscirebbe subito se la marijuana fosse legalizzata. La situazione delle carceri», chiosa il radicale, «migliorerebbe strutturalmente». Altro che amnistia, insomma. Senza dimenticare i benefici sul lavoro di polizia, istituzioni sanitarie e trubunali: nel 2012, come segnala il Dipartimento delle politiche antidroga nella sua relazione annuale, il 77 per cento delle segnalazioni (in tutto 32.694) fatte dai prefetti ai Sert competenti ha riguardato la cannabis.

MARIA FOREVER

Il pugno di ferro, a livello globale e nazionale, non sembra avere funzionato. Né sulla diminuzione della produzione, né sul livello dei consumi. Nell’ultimo rapporto dell’Onu la cannabis resta di gran lunga la droga illegale più popolare al mondo, con un numero di appassionati stimato superiore ai 180 milioni di persone, il 3,9 per cento di umani tra i 15 e i 64 anni. Per fare un confronto, l’uso della cocaina è dieci volte più basso. L’Europa rappresenta per l’hashish il mercato più grande del mondo, con importazioni massicce dal Marocco, che dopo Afghanistan e Messico ha le coltivazioni più estese del pianeta. La produzione è ormai globale e intensiva: in Albania, a Lazarat, lo scorso agosto la Guardia di Finanza ha fotografato con il satellite un’area coltivata a marijuana estesa 319 ettari, pari a 400 campi di calcio. «Il prodotto finito», spiegarono i finanzieri, «al dettaglio verrà venduto a cinque euro al grammo, con un guadagno stimato in 4,5 miliardi di euro». Pari a poco meno del 50 per cento dell’intero Pil albanese.

I mattoni di erba pressata e la resina marocchina invadono l’Europa da ogni direzione: i prezzi variano a seconda della qualità dai tre ai 24 euro, e il consumo nel 2012 ha toccato, secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, le 2.500 tonnellate annue, fumate da 3 milioni di consumatori abituali. Di sicuro l’Italia, insieme alla Grecia, è il paese in cui la produzione nazionale di marijuana è cresciuta di più: nel 2011 sono state oltre un milione le piante sequestrate (al 99, 3 per cento sono coltivate al Sud, dove il clima è ideale), in pratica la stessa quantità espropriata in Jamaica. Per fare un confronto, in Francia la polizia ne ha trovate solo 73 mila. Secondo l’ultima relazione della Direzione centrale servizi antidroga, però, il numero di piante pignorato nel 2012 è addirittura quadruplicato, superando i 4,1 milioni di esemplari: un dato che ci mette ai primi posti tra i produttori mondiali. Mafia, camorra, sacra corona unita e ’ndrangheta gestiscono da sempre parte importante dei traffici internazionali, dello stoccaggio e della vendita, ma ormai si sono buttati anche su piantagioni esterne e indoor. Già: se un tempo le droghe leggere erano considerate attività minori, «oggi Cosa Nostra si dedica anche alla coltivazione. La criminalità organizzata ha urgente bisogno di soldi, perché con la crisi», ragiona il procuratore aggiunto della Dda Teresa Principato, «le estorsioni e gli appalti non sono più redditizi come un tempo».

Il business è miliardario: da Trento a Siracusa fumano in centinaia di migliaia, uomini e donne, giovani e vecchi. Nella relazione Ue 2012 il Belpaese si segnala come lo Stato con la prevalenza più alta di consumatori rispetto alla popolazione generale: il 32 per cento degli italiani ha provato marijuana almeno una volta nella vita, il 14,3 per cento l’ha usata nell’ultimo anno, il 6,9 per cento nell’ultimo mese, percentuale che raddoppia tra gli under 24. Gran parte della sostanza è importata da Russia, Albania e Africa o prodotta da associazioni criminali, ma anche le coltivazioni per uso personale ormai fanno la loro parte: spulciando i rapporti delle forze dell’ordine si scopre che nella sola settimana tra il 7 e il 15 ottobre sono state scovate piantagioni in mezza Penisola (piantine su un balcone a Chieti, altre 13 a Macerata, giardini a Catanzaro e Pisa, 50 piante a Sessa Aurunca, 42 ad Alessandria, 9 vasi a Lucca, mentre un friulano ha trasformato in serra la cameretta della figlia di tre anni) e ha arrestato una dozzina di persone, tutte italiane. Tra loro persino contadini di erbe aromatiche ed imprenditori edili che, a causa della recessione, avevano deciso di riconvertire la loro vecchia attività in perdita gettandosi sul business di “Maria”. La domanda, per lei, è sempre alta.

di Emiliano Fittipaldi  per -  http://espresso.repubblica.it/
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sabato 9 giugno 2012

Milano, in fila per mangiare


Milano, in fila per mangiare

Nella città della moda, capitale del business, sbanca la mensa dei poveri...Alle 8.30 in viale Monza 335 a Milano, davanti ai cancelli dell'associazione laica Pane quotidiano, la fila occupa già tutto il marciapiede sino all'incrocio con via Doberdò. Nella città della moda, capitale italiana dell'economia, la crisi non fa sconti a nessuno. Presi d'assalto non sono più solo i negozi di via Montenapoleone, ma le mense per i poveri e i banchi di distribuzione alimentare.


IN FILA PER MANGIARE. Sono per lo più uomini quelli che arrivano di buon mattino, giovani ma anche anziani, soprattutto stranieri aspettano in piedi sino alle 9 quando il cancello finalmente si apre.
Molti si guardano intorno spaesati, ma la maggior parte aspetta come se quell'attesa fosse ormai un rito quotidiano, una routine. In fila persone di tutti i tipi: lavoratori precari, badanti, giovani mamme con bambini, pensionati e delinquenti. Pure un ex tenore della Scala caduto in disgrazia. E un mix di nazionalità: arabi, ucraini, italiani e latinos.

In fila pensionati, sedicenti poliziotti e lavoratori precari


Davanti alla mensa dell’associazione Opera San Francesco dei frati cappuccini.

Ermelinda viene ogni mattina a prendere da mangiare. Settantacinque anni, peruviana, quattro figli: «Tre vivono qui, uno a Barcellona ed è laureato», racconta a Lettera43.it orgogliosa, «ora sta facendo un master in Oftamologia, ma quando finisce torna in Perù e mi porta con lui».
È stanca Ermelinda: vive in Italia da cinque anni, ad Arequipa era rimasta sola, così i figli più grandi l'hanno portata a Milano. «Loro però vivono a Baggio (quartiere a Ovest di Milano, ndr), vado a trovarli ogni tanto, ma è lontano». Per lei non c'era posto in casa, tanti nipotini e poco lavoro.
ALLA RICERCA DI CIBO E COMPAGNIA. Così la donna vive sola in una piccola casa in zona Pasteur. E l'associazione Pane quotidiano è diventata per lei un punto di riferimento, anche solo per scambiare due chiacchiere con qualcuno che parli spagnolo.
Ogni giorno viene in viale Monza e aspetta il suo turno: «Tieni», ci dice dopo aver tolto dalla borsa un sacchetto di plastica, «prendilo così quando entriamo anche tu ti fai dare le cose e poi me le dai».
IN CODA ANCHE UN INFILTRATO. Davanti a Ermelinda un uomo sulla quarantina ascolta incuriosito la conversazione mentre continua ad accarezzare il suo piccolo cane. Alla domanda: «Come funziona qui?», sorride. E poi chiede: «Non è qui per bisogno vero?». Quindi, insospettito risponde: «Anche io non sono mica qui per mangiare».
Aria distinta, pantaloni blu, t-shirt azzurra, gillet, zaino in spalla, Marco spiega di essere in fila per lavoro. Racconta di essere un poliziotto: «Vengo per fare alcuni controlli, ci sono dei soggetti poco raccomandabili». Dice di conoscere tutti. «Non ci sono solo bisognosi, ma un sacco di gente ingorda che preferisce non fare la spesa al supermercato e così risparmia e si fa i soldi».
CIOCCOLATO, PANE, BANANE E PISELLI. Intanto la fila diventa sempre più lunga. Alle 9 aprono i cancelli. Ognuno passa davanti ai vari banchetti e apre la busta: i volontari mettono dentro una manciata di cioccolato, uno yogurt con i cereali, una confezione di stracchino, una busta di pane, quattro banane e una scatola di piselli che, come è scritto nel cartello sotto le confezioni, sono scaduti il 28 maggio. «Sì ma sono buoni lo stesso», dice Ermelinda.

La ressa al banco dei vestiti

Dopo aver preso le cose da mangiare si può passare al banco dei vestiti, che c'è solo il martedì, il giovedì e il sabato.
Davanti ci sono tante donne, soprattutto dell'Est. Julia non parla bene l'italiano, è ucraina e fa la badante. «Non sono qui per il cibo, mangio dalla vecchia», racconta, «ma vengo solo per i vestiti».
Come lei anche altre signore sulla quarantina, rossetto rosa, orecchini e capelli biondi frugano in mezzo al mucchio di vestiti. Poi escono sorridenti con le borse piene.
Tutti cercano di accaparrarsi i capi migliori: «Hai pantaloni taglia 50?», «ci sono mutande?», «sandali misura 38?».
Massimo cinque minuti per trovare qualcosa davanti a una montagna di indumenti, poi il signore dietro il banco inizia a urlare: «Tu basta, vai via, vedi la fila che c'è, fai passare anche gli altri», dice a un ragazzo slavo che ha appena preso un giubbino di jeans.
I VOLONTARI SONO RUDI. I volontari, quasi tutti uomini ultracinquantenni, hanno modi un po' rudi: «Sono sempre così», dice Maximiliana, ecuadoriana di 65 anni, «non sembrano persone di cuore, ci urlano contro come se noi fossimo qui per divertirci, è umiliante».
Ma a difendere lo staff di Pane quotidiano c'è Tittina, milanese, 53 anni: «È vero sono un po' sgarbati, ma spesso hanno a che fare con gentaglia, e alla fine se non fanno così tutti ne approfittano».
Neanche dopo cinque minuti una scena sembra dar ragione a Tittina: un ragazzo magrebino protesta per il cibo con un volontario, che subito alza la voce e lo invita ad andare via. Prima di uscire il ragazzo si gira e lancia la busta per terra contro l'anziano. Gli animi si accendono, un altro ragazzo entra in difesa del suo amico. Il rischio di una rissa è scongiurato dall'intervento di un giovane che con qualche pacca sulla spalla risolve tutto.

Fuori il caporalato del cibo: sigarette in cambio degli alimenti


In fila per chiedere cibo e alimenti ci sono anche tanti italiani.

Intanto fuori un traffico parallelo attira l'attenzione di Tittina: «Quei due vicino alla macchina grigia», dice, «ogni giorno ne hanno una diversa, loro non hanno certo bisogno, arrivano aspettano che esci, guardano cosa hai dentro le buste e se gli dai i prodotti migliori in cambio ti danno qualche sigaretta. Sono i peggiori».
Una sorta di caporalato del cibo, tabacco e sacchetti di plastica in cambio degli alimenti migliori come le mozzarelle, lo stracchino, i biscotti.
SI DEVE AVERE UN SACCHETTO. Ma non tutti si accorgono del giro losco. Alle 10 la gente continua ad arrivare. Per Dorina, una trentina d'anni, è la prima volta. Indossa un completo nero con una camicetta rosa, ha una cartella sotto il braccio e sembra spaesata. Con le poche parole in italiano che conosce chiede come funziona. Ermelinda apre la borsa e le dà un sacchetto: «Qua devi sempre portartene uno, altrimenti non ti danno le cose», le spiega. Dorina, capelli biondi e sguardo dolce, sorride con i pochi denti che ha in bocca, ringrazia e va via.
In pochi hanno voglia di raccontarsi e quando lo fanno non sempre dicono tutta la verità. «Mi sono sposato a Porto Cervo», continua Marco, il 'poliziotto', mentre prende il cellulare per mostrare una foto del suo matrimonio: «Questa è mia moglie: vedi che bella e che in bel ristorante abbiamo festeggiato? Mica ho bisogno di mangiare qui». Ma poi appena esce dal cancello, si ferma nello spiazzo all'angolo e sbuccia una banana.
POCHI PARLANO, ALTRI MENTONO. Anche Tittina dice di non avere nessuna necessità: «Vengo a prendere qualcosa per il mio vicino, è solo ed è agli arresti domiciliari, così io gli porto da mangiare».
Maria invece è pensionata, messa in piega appena fatta, ballerine gialle, pantaloni blu e camicetta bianca. Con aria distinta apre anche lei il sacchetto davanti al banco delle banane e poi esce veloce: «Ho 600 euro di pensione e almeno per il cibo cerco di risparmiare», dice mentre attraversa la strada e smette di rispondere.
Ugo, anche lui pensionato, arriva in bici, occhiali da sole in testa, tuta da ginnastica e sacchetto in mano. «Qui vengono tutti», racconta, «sembrano poveri, ma in realtà c'è molta gente con i soldi, tanti milanesi. È normale, è come al supermercato, solo che qui non si paga».
NESSUN CONTROLLO, SI ACCOLGONO TUTTI. All'ingresso non c'è nessun controllo. «Per questo la gente si trova bene», osserva Tittina, «quel signore era un tenore della Scala, ora da due anni fa il barbone, ma non vuole mai parlare con nessuno, viene e poi scappa via subito».
La discrezione è apprezzata da tutti. «Qui non ti chiedono né documenti né cosa fai nella vita», dice Maximiliana, «non è come quando vai in chiesa, dove ti fanno sempre un sacco di domande».

Mensa Opera San Francesco: sino a 3 mila pasti al giorno


L'Opera San Francesco distribuisce fino a 3 mila pasti al giorno.

In effetti al centro Sant'Antonio di via Maroncelli per entrare in mensa all'ora di pranzo serve il tesserino. E per averlo si deve passare per il centro di ascolto: in base ai bisogni lo danno per potere accedere al guardaroba, che va rinnovato ogni tre mesi o alla mensa (rinnovo ogni due mesi). «A tavola abbiamo 108 posti, ma circa 216 tesserati, che però non vengono tutti i giorni, così riusciamo ad aiutare tutti», racconta il francescano all'ingresso.
«Gli italiani sono il 50%», dice.
UOMINI SONO LA MAGGIORANZA. Alla mensa dell’associazione dei frati cappuccini di corso Concordia Opera San Francesco (Osf), invece, in fila davanti all'ingresso ci sono per la maggior parte uomini tra i 30 e i 40 anni, stranieri, di colore.
«Ma ora iniziano a venire anche tante donne, e poi c'è sempre uno zoccolo duro del 10% di italiani, soprattutto pensionati», spiega Andrea Rossetto, responsabile del servizio mensa.
OLTRE 600 VOLONTARI AL LAVORO. A gestire la grande macchina di Osf ci sono 43 dipendenti laici e ben 600 volontari che garantiscono il servizio di mensa a pranzo e a cena: sino a 3 mila pasti al giorno.
«C'è stato un grande aumento delle richieste a partire dal 29 agosto 2011», spiega Rossetto, «la media è di 2.600 pasti, di cui 1.800 a pranzo». Il responsabile del servizio racconta come molte persone che avevano smesso di andare perché avevano trovato un lavoro, siano invece tornate a frequentare di nuovo la mensa.
MOLTE PRETESE E MALESSERE. Sempre più numerosi, quindi, e soprattutto più esigenti. Mentre Rossetto parla, un signore si avvicina con il vassoio in mano e dice: «Il pane fa schifo».
Il responsabile del servizio gli dice qualcosa, poi torna con la faccia rassegnata: «C'è sempre più rabbia, riscontriamo un malessere crescente che le persone scaricano qua dentro lamentandosi per il cibo o litigando tra loro».
Osf ha anche un poliambulatorio, ma non un dormitorio. Per ora con il Comune offrono un servizio di social housing e in collaborazione con l'agenzia Idea lavoro raccolgono i curricula per cercare di aiutare i tesserati «ma è sempre più difficile, ci sono tante richieste e il mercato è fermo».
AL SERVIZIO DI ACCOGLIENZA. A non fermarsi mai invece è la porta girevole per entrare in mensa. Ognuno ha la tessera che dura due mesi e permette di mangiare, usufruire delle docce e del guardaroba. Per averla basta andare al servizio di accoglienza.
«Ti chiedono solo di compilare un modulo e un documento per fare una fotocopia», racconta Maria mentre è in fila allo sportello. Fa le pulizie in alcune case, ma il marito è disoccupato: «Veniamo qui solo per mangiare», dice. Se infatti l'affitto e le bollette non si possono evitare, almeno sui pasti si cerca di risparmiare.
In fila c'è anche Sara, clochard dal viso dolce e minuto. «Ho 70 anni», dice, ma ne dimostra almeno 10 in più. La vita di strada non è facile, ma il suo sorriso, seppure privo di denti, per un attimo sembra cancellare tutto: «Ho rinnovato la tessera per la mensa, adesso sono a posto, mi dura sino ad agosto», dice mentre va via trascinandosi dietro le buste con tutto quello che possiede.

di Antonietta Demurtas
http://www.lettera43.it/attualita/milano-in-fila-per-mangiare_4367553751.htm
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martedì 5 maggio 2009

Ecomafia, business senza crisi



Ecomafia, business senza crisi
"Un affare da 20,5 miliardi"
Presentato il rapporto 2009 di Legambiente. Lo scorso anno 71 reati al giorno. Campania sempre maglia nera. Napolitano: "Migliora l'attività di contrasto e prevenzione"

ROMA - Un business di 20,5 miliardi di euro per 25.776 ecoreati accertati: quasi 71 al giorno, tre ogni ora. Circa la metà dei reati (più del 48%) si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). L'Ecomafia, assicura Legambiente nel suo rapporto 2009, non conosce la crisi.

Le cifre fanno impressione. Sono 31 i milioni di tonnellate i rifiuti speciali svaniti nel nulla, in pratica una montagna alta quasi quanto l'Etna. Crescono pure le aggressioni al patrimonio culturale, il racket degli animali e le agromafie. Aumenta però anche la capacità di contrasto delle forze dell'ordine.

Abusivismo. L'abusivismo edilizio non conosce tregua: 28 mila nuove case illegali e moltissimi reati urbanistici, soprattutto nelle aree di maggior pregio. E poi il saccheggio del patrimonio culturale, boschivo, idrico, agricolo e faunistico. "Il cemento - si legge nel rapporto - è il luogo ideale per riciclare i proventi dalle attività criminose e nel caso campano si tratta di proventi ingenti che si traducono in interi quartieri abusivi. Basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa, dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio". In testa c'è la Campania con 1.267 infrazioni accertate, 1.685 denucniati e 625 sequestri. Segue la Calabria con 900 infrazioni, 923 persone denunciate e 319 sequestri. Continua la salita del Lazio, che quest'anno si piazza al terzo posto superando la Sicilia.

Campania infelix. La Campania è in vetta anche nella classfica dello smaltimento illegale con 573 infrazioni accertate (il 14,7% sul totale nazionale) e 63 arresti. Negli ultimi tre anni, si ipotizza siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni genere. Ovvero 520 mila tir che hanno scaricato il loro contenuto nelle campagne napoletane, nell'entroterra salernitano, nelle discariche abusive del casertano, del beneventano e dell'avellinese. Al secondo posto c'è la Puglia con 355 infrazioni accertate, 416 denunce, 271 sequestri e 15 arresti. Terza la Calabria (293 infrazioni, 238 denunce, 567 sequestri), seguita dal Lazio con 291 reati, 358 denunce, 172 sequestri e ben 11 arresti. Al Nord il primato è del Piemonte.

Arresti. Dal dossier emerge la maggiore efficacia degli interventi repressivi da parte delle forze dell'ordine. Aumentano gli arresti, passati dai 195 del 2007 ai 221 del 2008 (+13,3%) e i sequestri, dai 9.074 del 2007 ai 9.676 dello scorso anno (+6,6%). Diminuisce il numero di reati ambientali (dai 30.124 del 2007 ai 25.766 del 2008). Nel dettaglio il comando per la tutela ambientale dell'Arma dei carabinieri, nel 2008, ha arrestato 130 persone, 115 delle quale per reati relativi al ciclo dei rifiuti. Il maggior numero di infrazioni in materia di ambiente (il 56%) viene accertato dal Corpo forestale dello Stato e "molto intensa" è anche l'attività delle Capitanerie di porto. Cresce poi l'azione della Guardia di finanza con un aumento del 24,8% delle infrazioni accertate rispetto al 2007, come quella della Polizia di Stato, +13%, e dei Corpi forestali delle regioni e province a statuto speciale, +9,9%. Di grande rilievo il lavoro svolto dall'Agenzia delle dogane con 4.800 tonnellate di rifiuti sequestrate, a fronte di un quantitativo accertato sei volte superiore.

Traffico animali. Tre miliardi di euro. E' questo il giro d'affari delle zoomafie. Diminuiscono i combattimenti tra cani, mentre restano stabili le corse clandestine di cavalli. Dal rapporto, emerge anche una crescita del traffico di cuccioli venduti in clandestinità, con grossi quantitativi provenienti dai paesi dall'est Europa per un mercato dei cani di razza del valore di 300 milioni di euro all'anno. Infine il 70% della fauna vertebrata risulta minacciata dal bracconaggio, situazione che rischia di aggravarsi con la nuova legge sulla caccia in discussione in Parlamento.

Napolitano. "Constato con soddisfazione che il quadro dei risultati delle attività di prevenzione e repressione evidenzia un crescente coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali impegnati nella tutela delle risorse ambientali, nonché la valenza di nuove e più incisive strategie di indagine e di intervento che consentono di rilevare la presenza nel sottosuolo delle immissioni dei diversi elementi inquinanti", commenta il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Che definisce il rapporto "un prezioso strumento di approfondimento dei fenomeni della criminalità ambientale".

SPERIAMO ............

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