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domenica 2 febbraio 2014

Unica Grande Opera Pubblica : la messa in sicurezza del territorio


In novembre l'alluvione in Sardegna. Due settimane fa, quella nel modenese e la sciagura sventata per un soffio sulla linea ferroviaria Milano-Ventimiglia. Ieri, Roma finita letteralmente sott'acqua.

Non si tratta di fatalità, ma di disastri annunciati e ripetuti nel tempo. È la tragica ma ovvia conseguenza delle condizioni di dissesto idrogeologico in cui versa l'80% dei comuni italiani, oltre 6.600 su tutto il territorio nazionale. Più di 5 milioni di cittadini si ritrovano ogni giorno esposti al pericolo di frane e alluvioni. 43 sono i miliardi di euro necessari per mettere in sicurezza il territorio italiano: negli ultimi 10 anni ne sono stati erogati soltanto 2.

Oggi torniamo a proporre l'unica grande opera pubblica di cui l'Italia ha bisogno: un piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio, per superare finalmente la logica dell'emergenza. L'unico sbarramento che conta per noi è quello al dissesto idrogeologico. Non ci stancheremo mai di ripeterlo.

La Corruzione ed i Condoni Edilizi di case che non dovrebbero essere create in luoghi inopportuni
 ( letti di fiumi o in riva al mare ) sono le Cause e questi sono gli effetti e se non si risolve il problema della corruzione anche il "ripristino" del territorio sarà fatto come al solito 
dagli amici degli amici...
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domenica 27 ottobre 2013

Great Wall of Vagina


Jamie McCartney sta realizzando un pannello insolito che verrà messo all’asta per beneficenza.
 Si tratta di più di 400 calchi di vagina, al momento ne ha solo 370 e ha indetto un casting per raggiungere il numero prefissato, ogni pannello sarà composto da 40 calchi per un totale di 10 pannelli, un vero e proprio Great Wall of Vagina.
 In ogni opera c’è un intento, quello di Jamie è quello di mostrare le varietà di forme che la vagina può avere, rendendola “pubblica” in modo da ristabilire l’equilibrio tra imbarazzo e consapevolezza.

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Genitali femminili sono stati a lungo una fonte di fascino, recentemente di festa, ma in generale di confusione. Oggi sembra che la creazione di immagini della vagina è l'unico appannaggio di pornografi, artisti erotici e femministe. Passo in artista inglese Jamie McCartney, che ha colto l'ortica per creare una scultura monumentale muro tutto su questa più intima dei luoghi. Per 400 donne i loro privati ​​sono andati pubblico ...

La metà di un decennio da quando le sue umili origini, La Grande Muraglia della vagina ha sedotto le donne provenienti da diversi paesi e di tutti i ceti sociali di volontariato che viene espresso dal McCartney in una reazione estremamente positiva per il progetto.

Il lungo polittico 9 metro consiste di quattrocento calchi in gesso di vulve, tutti unici, organizzati in dieci grandi pannelli. McCartney ha precisato per rendere questo progetto più ampio e inclusivo possibile. La fascia d'età delle donne è 18-76. Sono inclusi madri e figlie, gemelli identici, uomini transessuali e donne così come una donna di pre e post natale e un altro pre e post labiaplasty.

Non è volgare, è vulva! Questo non è solo sensazione, è l'arte con una coscienza sociale e McCartney vuole la gente a fermarsi, guardare e ascoltare. Qui si tratta di catturare l'attenzione, con umorismo e spettacolo, e poi educare le persone su ciò che le donne normali davvero assomigliano. Descritto come "I monologhi della vagina di scultura" questo pezzo è destinato a cambiare la vita delle donne, per sempre.

"Per molte donne il loro aspetto genitale è una fonte di ansia e io ero in una posizione unica per fare qualcosa al riguardo."

Vulve e piccole labbra sono diversi come i volti e molte persone, in particolare donne, non sembrano saperlo. McCartney spera che questa scultura aiuterà a combattere l'aumento esponenziale, visto negli ultimi anni, di cosmetici ambulatori labiali. Questa nuova moda per creare vagine 'perfetto' imposta una tendenza preoccupante per le future generazioni di donne.

La Grande Muraglia della vagina rende la visione affascinante e rivelatrice che è un grido lontano dalla pornografia. Non è arte erotica. Non si tratta di eccitazione. McCartney ha tirato fuori un trucco incredibile - per rendere deliberatamente la non sessuale sessuale e vi porterà molto più profondo. Uno è in grado di fissare senza vergogna ma con meraviglia e di stupore per questa denuncia della varietà umana.

"E 'ora la nostra società è cresciuta intorno a questi temi e sono certo che l'arte ha un ruolo da svolgere."

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Jamie McCartney

Jamie McCartney è uno scultore inglese, formatosi alla Scuola d'Arte di Hartford, Stati Uniti d'America, da dove si è laureato con il massimo dei voti nel 1991.

Jamie è un artista che è difficile da definire. Ammette di avere una Oevre gran parte scultorea,
 ma il suo lavoro attraversa molte discipline e che rifugge qualsiasi etichetta particolare. 
"Do la colpa mia laurea in Experimental Studio Art ... Sto ancora sperimentando ".
 Questo è vero. 
Se c'è una firma McCartney è il suo approccio completamente nuovo per fare arte. 
Nessun argomento è tabù, nessun processo o il materiale è off limits. 
Egli abbraccia esperimento come la forza trainante dietro la sua creatività, spesso mettendosi in extremis per realizzare i suoi slip autoimposti. Interrogato, 
"Ho appena faccio roba" è il suo mantra. 
Questa finta umiltà nasconde una forte, alcuni direbbero eccentrico,
 pharacter con un preciso je ne sais quoi ... 
E 'un maerick, un enfant terrible e quello che fa sta causando una molto scalpore.

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giovedì 1 agosto 2013

la Grande Barriera Corallina rischia di essere distrutta


Anche volendo sarebbe difficile immaginare una cosa più assurda di questa. L’industria mineraria australiana, leggendaria per la sua incoscienza, ha avuto una nuova idea: infischiarsene del catastrofico cambio climatico in corso nel Pianeta, costruire la più grande miniera di carbone del mondo, e poi collegarla tramite una rotta di navigazione che passerà attraverso il tesoro più prezioso della nostra Terra: la Grande Barriera Corallina.

Un’idea tremenda che avrebbe conseguenze devastanti, e il gruppo di investimento Aurizon che porta avanti il progetto lo sa bene. Sono indecisi e possiamo riuscire a fargli cambiare idea, affossando il progetto. Uno di loro ha persino fatto delle donazioni contro il cambio climatico!

Raccogliamo insieme un milione di firme e dimostriamo il nostro sconcerto di fronte a questo assurdo progetto, spingiamo Aurizon a ritirare il finanziamento e magari convinceremo anche il primo ministro australiano Kevin Rudd a entrare in gioco. Per questo esiste Avaaz, facciamo prevalere il buon senso!

La Grande Barriera Corallina (il più grande organismo vivente sulla Terra, casa di un quarto di tutte le specie che popolano gli oceani) sta sparendo lentamente. Negli ultimi 30 anni ha perso metà del corallo a una velocità sempre maggiore. Il cambio climatico è una delle cause, ma altrettanto si può dire della fervente industria mineraria australiana. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, “se la tendenza attuale continuasse, potrebbe accadere ciò che pensavamo impossibile: la Grande Barriera Corallina morirebbe”.

E nonostante tutto ciò, l’industria estrattiva ha in progetto nuovi giganteschi porti da costruire nell’Australia del nordest ad Abbot Point (giusto accanto alla Barriera) per rendere più facile il trasporto del carbone al resto del mondo. Tutto ciò raddoppierebbe le navi che ogni anno passano accanto alla Barriera e devasterebbe 3 milioni di metri cubi di fragile fondale marino, ma non solo: bruciando tutto quel carbone, l’impatto inquinante sarebbe pari a tre volte quello attuale dell’Australia trascinandoci ancor di più verso una catastrofe climatica irreversibile.

I finanziatori si stanno incontrando in questi giorni per decidere cosa fare e nelle prossime due settimane il ministro dell’Ambiente australiano dovrà scegliere se approvare o meno il progetto. La nostra azione può portarli a fermare il disastro, in particolar modo possiamo fare leva sul primo ministro Rudd, che vorrebbe conservare la sua reputazione internazionale in vista delle prossime elezioni.

Il momento in cui verranno prese le decisioni è arrivato, è adesso. Firma subito questa petizione e condividila con tutti quelli che conosci per fermare la devastazione della Grande Barriera Corallina:
La Grande Barriera Corallina rischia di essere distrutta per fare posto a un enorme progetto minerario. Ma l’abbandono di uno degli investitori principali affosserebbe l’accordo e proteggerebbe la Barriera, Patrimonio dell’Umanità. Possiamo convincerli a fare un passo indietro, o spingere il primo ministro australiano Rudd a fermare il piano, ma dobbiamo agire ora! -

- Firma subito la petizione e aiutaci a salvare 

la Grande Barriera Corallina:

https://secure.avaaz.org/it/australian_coal_disaster_global/?bkBgnbb&v=27549 

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domenica 28 luglio 2013

Sud Italia : il piu' grande Museo a cielo aperto nel Mediterraneo



"Per iniziare dobbiamo partire da qui, dal riconoscere che fra templi greci arcaici, classici, edificazioni medioevali e invenzioni del barocco, il Meridione ha la piu' alta concentrazione del Mediterraneo. Le sei collezione archeologiche delle principali città del Mezzogiorno sono da sole di un'importanza capitale: qualsiasi persona evoluta ci dovrebbe passare almeno una volta nella vita, come alla Mecca.

 Eppure sono in stallo. Perchè? Perchè piuttosto che investire su questa ricchezza fino a ieri puntavamo sulle fabbriche. A Melfi, in Basilicata, abbiamo portato le automobili, anzichè i turisti. Abbiamo costruito l'Ilva a Taranto, quando nella città avvelenata dall'acciaio bisognerebbe per il Museo nazionale e i suoi ori celebrati in tutto il mondo. E sapete qual è la media di occupazione di alberghi in Sicilia? Due mesi: un insulto al patrimonio sterminato dell'isola. I nostri politici devono capire che Bagnoli a Napoli, l'Ilva a Taranto, la Fiat a Melfi sono strade sbagliate per definizione. La vera soluzione per il Sud è che diventi un grande serbatoio di beni culturali, di qualità di vita e di turismo, perchè queste forze messe insieme rendono molto più delle tre fabbriche che ho nominato moltiplicate per dieci. Anche in termini di occupazione.

Dobbiamo immaginare uno sviluppo diverso per il territorio. Un futuro che dovrà passare necessariamente attraverso una potentissima operazione di restauro dei beni culturali, talmente vasta da assomigliare a un piano Marshall. Ecco si tratta d'impostare un piano Marshall per il Meridione.

 Iniziamo, per esempio, a riportare all'antico splendore Palermo, uno dei più importanti centri storici del Mediterraneo. Non solo una città meravigliosa, ma anche un luogo con una funzione geopolitica cruciale se pensiamo che l'Europa non sia solo quella dell'austerity, ma anche quella del dialogo fra i paesi del Mare Nostrum. Il restauro dei palazzi di Palermo è quindi un problema EUROPEO, non italiano o cittadino.

L'Unione deve occuparsi delle sue culle, difenderle, promuoverle. Deve farsi carico dei suoi tesori: città dei fenici, dei normanni, del Regno di Sicilia non puo' essere curata soltanto dal governo di Roma e dal mendicante Ministero dei Beni Culturali. Deve diventare un progetto europeo e lo dico nonostante io abbia partecipato poche settimane fa ad un'audizione di Barroso a Bruxelles. Uno degli appuntamenti più deprimenti dei miei ultimi dieci anni, perchè ho capito che alla Commissione europea IMPORTA BEN POCO della bellezza italiana. Ma questo non cambia la realtà dei fatti. Pensiamo a Pompei. La villa dei misteri, i corpi pietrificati delle vittime dell'eruzione, i mosaici, gli affreschi erotici i versi dell'Eneide incisi dagli studenti sui muri non sono proprietà dei campani. Appartengono a chiunque studi latino, a Tubingen o alla Sorbona o a Oxford. Con i ragazzi dell'Università di Palermo abbiamo coniato un bellissimo slogan per illustrare questa idea: Terra omnia". Invece che terronia, il Sud è Terra omnia. Di tutti. prendiamo un altra città formidabile per la sua qualità catastrofana: Cosenza. Ha una parte antica talmente collassata, dove solo alcuni privati hanno cominciato a restaurare, sostenuti dal grande impegno del Comune, che investe per riaprire piccole botteghe medievali. Rimetterne in piedi il cuore cittadino significherebbe restituire un centro abitato da 30.000 persone, e far conoscere agli stranieri un autentico gioiello della Calabria finora trascurato"
Philippe Daverio "l'espresso - 4luglio 2013"

L’idea di fondo è chiara:
 la cultura intesa come giacimento di ricchezze artistiche, paesaggistiche, storiche, architettoniche, intellettuali, enogastronomiche - che l’Italia deve cominciare a sfruttare per avere la speranza di una rinascita economica.

Per uscire dalla crisi che attanaglia il paese bisogna ripartire da qui. Dal più grande patrimonio che abbiamo a disposizione, il bene comune più grande, la nostra identità storica: la cultura. Cultura come combustibile non inquinante, come fonte di movimento e di rinnovamento sociale, come sorgente energetica. Bisogna ripartire dalla cultura come energia vitale e motore del paese. Dalla cultura come innovazione, ricerca, investimento.
 Dalla cultura come volano di crescita e sviluppo economico.

L’obiettivo è quello di “catturare” le potenzialità dell’Italia a dispetto di tutti gli sprechi esistenti, delle mille possibilità mancate, delle pochissime strategie politiche e dell’ordinaria inefficienza del settore pubblico. L’obiettivo è quello di individuare i pionieri di una nuova era economica in cui acquisti valore ciò che, purtroppo, oggi valore non ha.
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lunedì 1 aprile 2013

MAI AL QUIRINALE!!



italia libera e democratica

MAI AL QUIRINALE!!

chiediamo il vostro sostegno..
Indignados Italia è promotrice di un nuovo evento:
"MAI AL QUIRINALE!!"

la nostra intenzione è quella di organizzare una grande manifestazione di protesta se sarà presentata la candidatura di Berlusconi a Presidente della Repubblica nel maggio del 2013
vediamo se riusciamo tutti a dare una mano.. invitate i vostri amici..

Berlusconi è un grande stratega.. La strategia è l’arte di muovere bene le proprie risorse e sfruttare le debolezze del nemico..
Silvio ha capito benissimo che non riuscirà a rigovernare l'Italia e adesso punta alla poltrona di Napolitano..

Avete sentito le ultime discussioni?
Pdl rilancia: Presidenzialismo alla francese cioè la possibilità che siano i cittadini stessi a decidere con il voto direttamente il capo dello Stato;
Berlusconi: "Elezione diretta del Presidente della Repubblica.."; "Candidarmi al Quirinale? Io farò quello che mi chiederà di fare il Popolo della Libertà.";
lapsus sfuggito ad Alfano (il burattino) che rivolgendosi al Cavaliere vicino, dice: "Come dice il presidente della Repubblica... voglio dire il presidente Berlusconi".;

Noi diciamo NO!! Berlusconi MAI AL QUIRINALE!!

copiare questo messaggio sulla vostra bacheca è un dovere morale.. non corriamo il rischio di vedere per 7 anni l'Italia rappresentata da Silvio Berlusconi.. grazie

http://www.facebook.com/events/140132489454441/



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lunedì 5 marzo 2012

VIDEO: Lucio Dalla "L'anno che verrà"

Lucio Dalla "L'anno che verrà"


L'Anno Che Verrà


Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità.

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VIDEO: Lucio Dalla "L'anno che verrà": L'Anno Che Verrà Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po' e siccome sei molto lontano più forte ti scriv...



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sabato 10 settembre 2011

Australia, la più grande speranza per il futuro del clima , Firma la petizione




Australia, la più grande speranza per il futuro del clima ,

 Firma la petizione

LEGGI ANCHE:

 http://cipiri20.blogspot.com/2011/09/il-fotovoltaico-sara-lenergia-piu.html



Australia: la più grande speranza per il futuro del clima

Al popolo australiano:

Da tutto il mondo esprimiamo il nostro sostegno alla proposta australiana di combattere il cambiamento climatico attraverso la carbon tax e investimenti per le soluzioni per il futuro. Con questa legge l'Australia si unirà a un gruppo di governi lungimiranti e spingerà altri grandi paesi inquinatori ad agire ora. Vi chiediamo di sostenere la determinazione del vostro governo a combattere per il futuro del nostro pianeta.
Sei già membro di Avaaz? Inserisci il tuo indirizzo e-mail e premi "Invia".
E' la prima volta? Per favore compila il modulo qui sotto.
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Recenti firmatari della petizione

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  • un minuto fa
    trudy knight, Regno Unito
500,000
481,693
481,693 hanno firmato. Aiutaci ad arrivare a 500,000
Pubblicato il: 30 Agosto 2011
In questi giorni una battaglia decisiva per il clima scuote l'Australia: il governo sta per adottare una legge che ridurrebbe le emissioni di gas serra e imporrebbe agli inquinatori di pagare. Ma le grandi industrie, appoggiate da Rupert Murdoch, stanno cercando di affossare la legge.

La carbon tax è una misura che avvantaggia tutti: costringe le grandi industrie a produrre in maniera pulita e garantisce più risorse alle famiglie di lavoratori. Se passerà, servirà da stimolo per altri grandi paesi inquinatori a seguire a ruota e potrebbe essere la nostra maggiore speranza contro il cambiamento climatico. Ma Murdoch è molto potente: detiene ben il 70% della stampa australiana, che utilizza come megafono per diffondere la paura fra la gente. Se insieme riusciremo a silenziarlo con messaggi di speranza da tutto il mondo, potremo aiutare a far passare questa legge.

Questa battaglia è combattuta in questi giorni sulle emittenti radio australiane. Firma la petizione urgente per sostenere questa iniziativa coraggiosa e condividila con tutti: non appena raggiungeremo le 250.000 firme manderemo in onda alla radio una serie di pubblicità che diffonderanno i nostri messaggi globali, spiegheranno i benefici della legge e genereranno il sostegno dell'opinione pubblica.


Firma la petizione SUL SITO QUI SOTTO IL LINK

http://www.avaaz.org/it/australian_carbon_price/?rc=fb&pv=38


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martedì 13 luglio 2010

La grande beffa dell' Incubatore del Ponte di Messina




La grande beffa dell'Incubatore del Ponte

DI :Antonio Mazzeo


Mercoledì 14 luglio l'inaugurazione della nuova sede delle società che realizzeranno il Ponte sullo Stretto. La sede è quella dell'«incubatore di imprese» all'interno dell'università di Messina. Protesta la rete No Ponte: «una scelta discutibile che fa dell’Università l’head office di Impregilo & Partner».

All’inaugurazione della nuova sede delle società chiamate a realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina, mercoledì 14 luglio, ci sarà anche il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli. Il quartier generale di Eurolink [il consorzio general contractor per la progettazione e i lavori] e dei soggetti impegnati nel monitoraggio ambientale e nel «project management», sarà ospitato all’interno del Polo «Papardo» dell’Università degli studi di Messina, a pochi chilometri dall’area dove dovrebbe sorgere uno dei due piloni della mega-opera. I locali sono quelli dell’Incubatore d’Imprese finanziato con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse».
La struttura non è mai entrata in funzione; avrebbe dovuto ospitare, a regime, sino a 46 aziende di giovani e ricercatori provenienti dall’Ateneo. In cambio di un canone il cui importo è ancora segreto, Sviluppo Italia Sicilia, che l’aveva ricevuta in concessione dall’Università, l’ha sub-affittata a tempo indeterminato alle grandi aziende del Nord che partecipano al miliardario banchetto del Ponte. Una di esse, Impregilo, capofila della cordata general contractor, il Polo universitario lo conosce bene, avendo eseguito i lavori di realizzazione della Facoltà d’Ingegneria, 144 miliardi di vecchie lire per tre edifici di 35 mila metri quadrati di superficie. La consegna dei locali del «Papardo» risale al giugno 2004, con un «leggero» ritardo sui tempi previsti, giustificato dall’allora Preside d’Ingegneria con il «passaggio dalla Bocoge, la stessa ditta che ha costruito la nuova sede di Lettere all’Annunziata, alla Impregilo». Valutazione assai discutibile dato che la società di costruzioni leader in Italia aveva rilevato il 40 per cento del capitale azionario di Bocoge nell’ottobre del 1997, tre anni prima cioè che l’azienda ottenesse dall’Ateneo l’appalto per la nuova Facoltà. E nel 2002, sempre Impregilo, aveva poi acquistato dalla famiglia Bonifati un altro 40 per cento del capitale «Bocoge».

Una transazione, quella Università – Sviluppo Italia – Società Ponte, duramente stigmatizzata da attivisti e militanti in lotta contro la realizzazione del «Mostro sullo Stretto». La Rete No Ponte ha manifestato in occasione dell’ultima riunione del Senato Accademico, chiedendo inutilmente, tre volte, di potersi sedere con il rettore e discutere di una scelta che fa dell’Università l’head office di Impregilo & Partner. La risposta del Senato è giunta poi attraverso una nota telegrafica. «La concessione dell’immobile a Sviluppo Italia Sicilia – si legge – è stata deliberata nel 2002 e, sulla scorta di essa, il concessionario può destinare locali a imprese senza preventive autorizzazioni dell’Università, com’è avvenuto nel caso specifico».
Un’affermazione che non convince per nulla il professore Guido Signorino, ordinario di Economia applicata nella facoltà di Scienze Politiche e delegato del rettore per il Liaison Office Università-impresa al tempo della concessione dell’incubatore a Sviluppo Italia. «Nel 2002 venne siglata non la concessione, ma il suo precedente procedurale: un ‘protocollo di intesa’ in base al quale si avviarono i negoziati per definire i termini con cui si sarebbe costituito l’incubatore nell’Università», spiega Signorino. «Su questa base Sviluppo Italia mosse i suoi passi per ottenere dal Ministero delle Attività Produttive il finanziamento della ristrutturazione dei locali di Papardo. L’atto di concessione venne sottoscritto invece nel marzo 2004».

L’economista sottolinea poi che la concessione trasferisce sì la responsabilità di gestione della struttura a Sviluppo Italia, ma ne vincola la finalità a quella di «incubatore di imprese», facendo esplicito riferimento al suo ruolo di «centro di servizi per le imprese nascenti» e di «accompagnatore al mercato delle imprese incubate da parte del gestore». «L’utilizzo di spazi per finalità non previste dall’atto ne rappresenta una violazione», afferma Signorino. «È ovvio che Eurolink e società collegate non possono essere considerate “imprese nascenti” e non abbisognano di alcun “accompagnamento al mercato” da chicchessia. Inoltre, la durata dell’utilizzo dei locali non appare commisurata ai limiti indicati nell’atto di concessione. La permanenza nell’incubatore era definito in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative. I lavori per il Ponte avranno invece una durata minima di sei anni».

Il professore Signorino ricorda che l’atto di concessione conferiva all’Università l’obbligo di vigilare che la struttura venisse gestita nel pieno rispetto delle sue finalità. Nel caso in cui il gestore avesse disposto dell’immobile in maniera non conforme, la concessione doveva essere revocata. «Si prevedeva inoltre la costituzione di un ‘comitato paritetico di indirizzo e di controllo’, composto da un ugual numero di rappresentanti dell’Università e di Sviluppo Italia. Il comitato avrebbe dovuto fornire indicazioni sulle attività produttive da privilegiare nell’uso della struttura ed esprimere pareri sulle imprese da insediarvi. Non è quindi corretto lasciare intendere che l’Università non abbia strumenti di indirizzo gestionale e che l’assegnazione degli spazi abbia luogo senza un suo preventivo controllo. Resta da capire se il ‘comitato paritetico’ sia o meno stato insediato. Ne dubito, visto che l’incubatore non è ancora completato. Ma ciò non giustifica che, prima ancora che esso sia consegnato e che gli organi previsti per la sua gestione siano istituiti, ne vengano decise utilizzazioni che derogano alle finalità ed ai vincoli istituzionali».

Signorino non ritiene credibile che la locazione dell’incubatore sia stata fatta in totale autonomia da Sviluppo Italia e che l’Università di Messina è stata solamente informata a cose fatte. «Si direbbe quasi il contrario, ossia che l’Università abbia deciso di caldeggiare questa assegnazione, facendo pressioni su Sviluppo Italia perché ciò avvenisse», dichiara il docente. Un pressing a tutto campo confermato direttamente dall’agenzia di sviluppo. Sentiti il 25 giugno dal settimanale Centonove, i responsabili di Sviluppo Italia hanno dichiarato che «è stato il massimo rappresentante dell’ateneo a chiedere con lettera di mettere a disposizione di Eurolink e delle altre società l’edificio».

Dubbi e perplessità non risparmiano comunque la S.p.A. pubblica nata per promuovere le imprese e non certo per incrementare le sue rendite con l’affitto di locali ottenuti in concessione. Il capitale sociale di Sviluppo Italia Sicilia [6.816.066,92 euro], è controllato al 100 per cento dalla Regione Siciliana che, a sua volta, è pure azionista di minoranza della Stretto di Messina S.p.A, la società concessionaria pubblica che ha assegnato ad Eurolink la progettazione, realizzazione e gestione post-opera del Ponte tra Scilla e Cariddi. «Con la stipula di un contratto di locazione degli immobili di contrada Papardo, Sviluppo Italia Sicilia, cioè la Regione, si trova a dover esercitare il proprio controllo sulle attività attribuite ad Eurolink, mentre contemporaneamente riceve dalla stessa associazione temporanea d’imprese, i canoni mensili per l’affitto del core business del Ponte sullo Stretto», denuncia Luigi Sturniolo, rappresentante della Rete No Ponte di Messina. «Siamo di fronte ad una doppia speculazione a danno delle strutture pubbliche: da un lato, la “rendita” che Sviluppo Italia si assicura dagli affitti e, dall’altro, il privilegio offerto al general contractor di poter insediare il suo centro direzionale a prezzi fuori mercato. Questo è il corollario del Ponte: operazioni basate sulla sottrazione di spazi pubblici, sulla negazione di vere prospettive occupazionali alle giovani generazioni in nome dei profitti e degli interessi privati».

A provare come la riconversione dell’incubatore universitario in officina generale dei Padrini del Ponte è l’ultima grande beffa a danno delle popolazioni locali, un articolato documento della Rete No Ponte. «Secondo la definizione formulata dalla National Business Incubators Association [NBIA], un «Incubatore» è uno «strumento di sviluppo economico progettato allo scopo di accelerare la crescita ed il successo di iniziative imprenditoriali mediante un insieme strutturato di risorse e servizi», scrivono i ricercatori della Rete. «La finalità di un incubatore è dunque ‘quello di generare aziende di successo, in grado di uscire dal programma di supporto avendo raggiunto autonomia e solidità finanziaria’. Tra gli obiettivi strategici, la creazione di posti di lavoro; il sostegno all’economia locale; il trasferimento tecnologico e la valorizzazione dei risultati della ricerca; la rivitalizzazione di aree depresse; la diversificazione produttiva; la promozione di specifici settori industriali e di specifici gruppi sociali. Nulla di questo ha a che fare con la costruzione del Ponte».

La Rete ricorda che gli incubatori sorti in ambito accademico dovrebbero rispondere all’esigenza delle Università «d’intensificare il trasferimento tecnologico e le relazioni industriali, favorendo i propri studenti, ricercatori, docenti e laboratori di ricerca, sviluppando la collaborazione con le aziende e partecipando attivamente allo sviluppo locale». Nello specifico dell’incubatore dell’Università di Messina, le finalità dichiarate nella concessione puntavano al «rinvigorimento dell’economia locale» e all’«offerta di spazi ai giovani per esprimere la propria capacità d’impresa in una città poco competitiva». «L’incubatore di contrada Papardo – ricorda la Rete No Ponte – doveva essere destinato all’ospitalità, con durata limitata, di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica. Il consorzio Eurolink non presenta invece alcuna caratteristica idonea a consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della struttura. Non è una impresa ‘nuova’, risultando dalla costituzione in consorzio dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general contractor del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006. Nessuna delle società di costruzioni che compongono l’ATI ha sedi o filiali nell’area dello Stretto [alcune sono, anzi, straniere] e sono tutte di antica formazione e nella titolarità di corporation e gruppi azionari di rilevanza nazionale [famiglie Benetton, Gavio e Ligresti per Impregilo]».

Quanto sia costato allo Stato l’«Incubatore del Ponte» è un mistero. Nel 2002 l’Università di Messina presentò un piano finanziario per 4 milioni di euro, ma ad oggi non è stato specificato il reale ammontare dei fondi ottenuti per l’implementazione della struttura. Cifre discordanti persino sull’estensione dell’area ad essa destinata. Nei documenti si fa riferimento una volta ad un «complesso» di 4.400 metri quadrati, un’altra volta a 4.355, una terza a «soli» 3.500. Comunque sia, le aziende del Ponte non potevano trovare di meglio.
Tra qualche giorno il taglio del nastro e l’insediamento. Per presentare il progetto definitivo e iniziare i lavori avranno ancora tutto il tempo che vogliono.


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venerdì 2 luglio 2010

Le Università in corsa per il Ponte di Messina

Le Università in corsa per il grande banchetto del Ponte

Gli Atenei siciliani e calabresi sgomitano per accaparrarsi qualche briciola delle risorse finanziarie pubbliche per l’avvio dei lavori del Ponte.


Del progetto esecutivo non c’è ancora l’ombra, i soldi bastano appena per sventrare colline e riempire cave e discariche con milioni di metri cubi d’inerti, ma sull’affaire del Ponte sullo Stretto planano come avvoltoi le grandi e piccole università di Calabria e Sicilia. Dopo aver ignorato per decenni il dibattito sui costi politici, economici, sociali, ambientali e criminogeni della grande opera, abdicando alle proprie finalità istituzionali di analisi e ricerca, gli Atenei sgomitano tra loro per accaparrarsi qualche briciola delle risorse finanziarie pubbliche impegnate per l’avvio dei lavori del Ponte. Con un comunicato congiunto, le Università di Enna, Palermo, Reggio Calabria e Catania hanno preannunciato che «si mobiliteranno insieme per contribuire ad affrontare la grande sfida che vede protagonisti, non solo ingegneri e architetti, ma studiosi di molteplici ambiti».
Voci autorevoli rivelano che già sarebbe stato sottoscritto un contratto di 800 mila euro tra il Consorzio delle Università siciliane ed Eurolink, l’associazione d’imprese general contractor per la progettazione e l’esecuzione dei lavori, finalizzato a distribuire «migliaia di test e misurazioni sui provini di cemento armato tra tutte le Università siciliane».
In perfetta sintonia con l’obiettivo di rafforzare la fabbrica del consenso implementata da signori e padrini del Ponte, Aurelio Misiti, portavoce nazionale dell’Mpa, ha annunciato la presentazione di alcuni emendamenti alla manovra economica in discussione al Parlamento, per un totale di 100 milioni di euro, che prevedono la realizzazione di due grandi laboratori scientifici situati a Messina e a Reggio.
Il primo, di Scienza e tecnologia dei nuovi materiali, da affidare a un consorzio delle tre Università siciliane con la Sapienza di Roma e il secondo, di Aerodinamica e aeroelasticità, destinato a un consorzio delle tre Università calabresi con il Politecnico di Milano. Insomma, ce ne sarebbe per tutti, anche se ciò allarma classi dirigenti e accademici dell’area dello Stretto, preoccupati di perdere la leadership su contributi e commesse.
Per spegnere sin dal nascere obiezioni e proteste, la società concessionaria del Ponte ed Eurolink hanno precisato di essere intenzionate a stabilire una «collaborazione privilegiata» con i due Atenei di Messina e Reggio Calabria. E i primi discutibili risultati non mancano.
È di qualche giorno la notizia della firma di un contratto di locazione di un intero edificio del polo scientifico universitario «Papardo» di Messina, per ospitare l’head office, ovvero la sede delle direzioni generali della Stretto di Messina Spa, del general contractor e delle società impegnate nel monitoraggio ambientale e nel «project management» del Ponte [Fenice Spa e Parsons Transportation Group].
La struttura che si estende su un’area complessiva di 4.400 mq, comprende in particolare l’«Incubatore d’Imprese» finanziato e realizzato con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse». Grazie ad una convenzione siglata 7 anni fa dall’allora rettore Gaetano Silvestri, l’incubatore fu concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, ente acquisito recentemente dalla Regione Siciliana che è pure azionista di minoranza della società concessionaria del Ponte. Secondo il testo della convenzione, a Sviluppo Italia veniva affidato non solo la gestione, ma anche il completamento, con fondi dell’ente, del «Parco tecnologico» di contrada Papardo con l’obiettivo che fosse destinato all’ospitalità di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica. Nei piani di allora, la contiguità dell’incubatore con le facoltà tecnologiche avrebbe facilitato lo sviluppo di attività innovative e tecnologicamente avanzate, dotando l’Ateneo di una struttura unica nel panorama centro-meridionale. Dopo il rinnovo dei vertici accademici e l’entrata in scena dell’odierno rettore Giuseppe Tomasello, il progetto fu abbandonato sino a quando, due anni fa, Invitalia Spa, la nuova Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, avviò i lavori di restauro e di adeguamento funzionale dell’infrastruttura. Secondo quanto annunciato dalla Stretto di Messina, l’inaugurazione e l’attivazione all’interno del polo universitario del quartier generale delle società che concorrono alla realizzazione del Ponte dovrebbe avvenire entro la fine del mese di luglio.
A esprimere un giudizio fortemente critico sull’intera operazione, il professore Guido Signorino, ordinario di Economia applicata e responsabile della sezione «Economia» del Centro Studi per l’Area dello Stretto «Fortunata Pellizzeri». «L’insediamento del Centro direzionale di Eurolink nel non ancora ultimato ‘Incubatore d’Imprese’ è una ipotesi a mio avviso bizzarra e non percorribile – afferma Signorino, che al tempo curò proprio l’accordo di partnership tra l’Università di Messina e Sviluppo Italia-. Tale struttura è dedicata alla nascita di imprese ‘nuove’, frutto di ‘spin off’ da ricerca. L’incubatore dovrebbe garantire, in particolare ai giovani, l’offerta di spazi adeguati a costi contenuti e servizi di supporto, di assistenza consulenziale e di reperimento di finanza dedicata ed agevolata. Nel caso dell’incubatore di Messina, esso nasce anche con lo scopo specifico di promuovere e sostenere la nascita di imprese ad opera dei laureati dell’Università».
Il professore Signorino ricorda come la permanenza nell’incubatore ha sempre una durata limitata, trascorsa la quale l’impresa esce dalla struttura per affrontare il mercato con le forze nel frattempo maturate, rendendo disponibile a nuove attività lo spazio occupato. «La permanenza nell’incubatore di Messina – spiega l’economista – era definito nell’accordo di concessione in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative».
Il consorzio Eurolink non presenterebbe invece alcuna caratteristica idonea a consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della struttura. «Non si tratta di una impresa ‘nuova’, risultando dalla costituzione in consorzio dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general contractor del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006», aggiunge Signorino. «Sicuramente il Ponte non è frutto di ‘progetti di ricerca’ dell’Università di Messina, né il consorzio è costituito da imprenditori giovani e non sufficientemente attrezzati per affrontare i costi normali della permanenza sul mercato. In relazione alla durata della locazione, Eurolink dovrebbe installarsi prima dell’inizio dei lavori, che avranno una durata minima di sei anni. Occorre dunque pensare ad una permanenza per lo meno pari ad 80 mesi. Per ciò che riguarda il costo della locazione, non noto, occorre ricordare che la logica dell’incubatore non è quella della valorizzazione reddituale degli immobili. Sviluppo Italia è una SpA pubblica nata per promuovere le imprese, non per incrementare la sua rendita con l’affitto di locali ottenuti in concessione».
L’economista rileva infine che lo stabile di contrada Papardo è in via di ristrutturazione con un finanziamento pubblico concesso per lo specifico scopo di realizzarvi l’«incubatore»: «la sua utilizzazione a beneficio del consorzio Eurolink costituirebbe, a mio avviso, una distorsione di tali finalità, di cui si gioverebbe un gruppo di imprese già esistenti e attive sul mercato internazionale».
Rilievi pesanti che forse meriterebbero l’apertura di un fascicolo in Procura per accertare se non siano stati commessi possibili illeciti con la riconversione dei locali universitari nel centro strategico dei business men del Ponte. In occasione della riunione del Senato accademico prevista per il 5 luglio, la Rete No Ponte ha intanto preannunciato un sit-in di protesta contro ogni forma di sostegno dell’Ateneo di Messina al devastante progetto di collegamento stabile nello Stretto.

DI : Antonio Mazzeo

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martedì 29 giugno 2010

Crisi globale: fallimento del G20

Crisi globale. Il fallimento del grande circo chiamato G20

Andrea Baranes, Zoes Campagna riforma Banca mondiale, Zoes


L’unico accordo è che non c’è nessun accordo. Con questo slogan si potrebbe riassumere il G20 che si è appena tenuto a Toronto. Il G20 è nato, almeno a livello di incontri tra capi di Stato e di governo, da meno di due anni, nel tentativo di coordinare la risposta delle più grandi economie del pianeta alla peggiore crisi finanziaria dei tempi recenti.
Era questo coordinamento tra diverse politiche economiche il principale scopo del vertice di Toronto, nell’anno della presidenza della Corea del Sud, e in attesa del summit di Seul verso la fine dell’anno. In questo quadro, è possibile affermare senza mezzi termini che a Toronto il G20 ha fallito.

Il vertice è stato preceduto dalla decisione della Corea del Sud di applicare dei controlli sui flussi di capitali. L’Indonesia ha seguito questo esempio, mentre Obama esercitava ogni pressione perché il Congresso Usa trovasse un accordo sulle nuove regole per il settore bancario prima dello svolgimento del G20. Negli stessi giorni la Germania decideva di proibire la vendita allo scoperto di diversi titoli, e assieme alla Francia spingeva per una tassa sulle banche e per una sulle transazioni finanziarie. L’obiettivo centrale delle politiche economiche di Germania e Gran Bretagna è quello di operare tagli alle spese per ridurre il deficit o per migliorare i conti pubblici. Gli Usa, in direzione opposta, chiedevano all’Europa di non interrompere i piani di stimolo all’economia. Nel frattempo il Nord del mondo propone di eliminare progressivamente i sussidi inefficienti ai combustibili fossili, ma il Sud si oppone, denunciando l’ipocrisia delle nazioni più ricche.
Insomma, un nodo gordiano di proposte isolate, di veti incrociati, di iniziative autonome. La pochezza del comunicato finale, che non riporta nessun impegno concreto, poche date e scadenze, ancora meno cifre, conferma che i leader del G20 non sono riusciti in alcun modo a sciogliere questo impasse.

Ricordiamo che il G20, nelle parole dei suoi sostenitori, è un forum più ristretto “dell’inefficiente Onu”, dove la presenza di 192 Paesi e le procedure burocratiche non permettono di rispondere con i tempi dovuti alle emergenze economiche e finanziarie. Molto meglio coordinarsi tra pochi Paesi, in forum ristretti, per quanto poco democratici e senza legittimità, così da poter prendere decisioni in tempi brevi e marciare tutti insieme. Questo G20 ha fatto definitivamente cadere la maschera dell’efficienza e del coordinamento. A pensare male si potrebbe dire che davanti al perdurare della crisi siamo al “si salvi chi può”. A volere essere ottimisti, i governi sono arrivati e ripartiti da Toronto in ordine sparso.
In queste condizioni, forse sarebbe il caso di ammettere che il modello G20 ha fallito, e che è davvero necessario rivedere nel suo insieme la governance e l’architettura internazionale. E’ da notare che in sede Onu la Commissione di esperti guidata dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha elaborato da tempo delle risposte concrete alla crisi finanziaria, economica e ambientale. Parliamo della stessa tassa sulle transazioni finanziarie che il G20 non è stato in grado di promuovere, ma anche della creazione di una valuta di riserva sovra-nazionale per rimediare alle enormi tensioni monetarie esistenti, e di moltissime altre questioni sulle quali il G20 si è auto-consegnato la legittimità di decidere, salvo poi non essere in grado di tenere fede agli impegni presi.

Il grande circo del G20 si sposta adesso a Seul per l’incontro di novembre, che dovrebbe, nelle intenzioni dei leader, riuscire a mettere qualche cifra e qualche data al magrissimo comunicato di Toronto. Lo stesso comunicato si chiude ricordando i successivi appuntamenti, in Francia nel 2011 e in Messico nel 2012. L’impressione, lasciando Toronto, è che l’unica cosa su cui i 20 grandi del mondo sono riusciti a trovare un accordo è nel tenere in piedi lo stesso sistema del G20, a discapito della pochezza dei risultati raggiunti. Tutti sorridenti nella foto di gruppo e arrivederci in Corea. Nel frattempo, ognuno per la sua strada, con buona pace dell’intesa e del coordinamento globale.


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giovedì 14 maggio 2009

TERRA MADRE: Ermanno Olmi

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TERRA MADRE: Ermanno Olmi porta sul grande schermo la vita contadina
Settantotto minuti di ritorno alla terra, quella domestica, coltivata e curata dall’uomo senza presunzioni di superiorità e ansie di profitto. Un lungumetraggio fatto di volti accostati al suolo e ai suoi frutti, di rapporti stretti tra uomo e natura, di esistenze al limite messe insieme non tanto per invocare l’esempio, quanto per invitare alla memoria.
Il progetto, pensato per far conoscere la vita delle comunità contadine, ha una forma (quella di un film-documentario) e un nome che è lo stesso del movimento da cui nasce come costola (Terra Madre). Firmato da Ermanno Olmi, prodotto da Cineteca di Bologna, Beppe Caschetto e ITC Movie, in collaborazione con Rai Cinema, e realizzato con il sostegno del ministero per i Beni culturali, della Film Commission Torino Piemonte e di Slow Food, il film sarà nella sale dall’8 maggio, ma non prima di aver inaugurato (il 6 maggio) il Festival internazionale del cinema e cibo Slow Food on Film (a Bologna dal 6 al 10 maggio) con il racconto dell’equilibrio raggiunto dai protagonisti e la terra.
La pellicola si snoda in cinque momenti che hanno nelle immagini del Forum mondiale Terra Madre (Torino 2006) il proprio collante di riflessione espressa. In mezzo, la testimonianza visiva dell’inaugurazione della Banca Mondiale dei Semi (Isole Svalbard, Nord Norvegia, febbraio 2008), la tradizione della custodia dei semi del riso (fattoria di Vandana Shiva, Dehradun, regione Uttaranchal, Nord dell’India, ottobre 2008) e la storia incredibile della dimora e dei campi di un uomo che per più di quarant’anni, in totale isolamento, si è nutrito soltanto di quanto da lui stesso coltivato (San Cipriano, Comune di Roncade nel Veneto, ottobre 2008).
L’ultimo atto sono una trentina di minuti ricchi di rumori inconsueti girati nella Valle dell’Adige: la telecamera spia un contadino nel puntiglioso lavoro di ogni giorno. Di sottofondo, nessuna musica, nessuna parola. Soltanto i suoni della natura e il fastidioso rombo d’una aereo che passa di lì.
Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che questo film l’ha voluto insieme a Luciana Castellina, vi rinviene “una poesia che ci parla di una nuova politica, di un nuovo umanesimo, ora che il sistema imperante dà importanti segni di cendimento. Uno sguardo che non vacilla ma che ci insegna a perderci per trovare una nuova strada. Noi non diciamo di fare quello che si vede, non abbracciamo un mondo antico, il messaggio è invece di estrema attualità: ritornare ad avere memoria perchè senza memoria non c’è futuro e senza senso del limite la terra madre si ribella. Questo film è poesia e nello stesso riflessione e, magari, speranza”.

“Non è un film di Ermanno Olmi - ha detto il regista a Milano, dopo la proiezione per la stampa -, ma un film dove si sono concentrate molte energie e dove l’odore della terra è quasi palpabile. Non è stato pensato prima nella sua struttura, ma è nato da un percorso molto libero. Ci sono tante realtà che dialogano e offrono l’idea complessiva di qual è il nostro rapporto con la terra. Quelle dei personaggio, in particolare quelle dello strano uomo che viveva dei suoi prodotti, non erano condizioni miserabili, ma condizioni che mettono uomo e terra sulla stesso piano. Oggi, invece, la terra è ormai un supporto. Il suolo è diventato parte di un processo produttivo di cui è una delle componenti e non più la condizione irrinunciabile”.

fonte quotidianonet

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