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mercoledì 4 settembre 2019

M5S-PD Alleanza Naturale

Salvini Dovrebbe Ritirarsi dalla Politica NON è Capace


D'Alema: 'M5S-PD alleanza naturale, 
per la sinistra è occasione per rincontrare popolo'

Nell'ambito dell'ormai imminente nascita del Governo Conte II fra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, si moltiplicano in queste ore le prese di posizione dei personaggi politici. Proprio nelle scorse ore è stata la volta di Massimo D'Alema, ex presidente del Consiglio ai tempi dell'Ulivo, oggi iscritto ad Articolo Uno dopo essere fuoriuscito dal Pd nel febbraio 2017. Questo 3 settembre il "leader maximo" ha rilasciato un'intervista a "Il Corriere della Sera" parlando del nuovo Governo fra M5S e PD e delle prospettive politiche di medio-lungo periodo che si possono innescare nel rapporto fra queste due forze politiche.


Governo giallorosso, per Massimo D'Alema 'alleanza naturale' 
Massimo D'Alema: 'Fra M5S e PD si è imboccata una strada che era naturale fin dall’inizio'
L'analisi di Massimo D'Alema al Corriere della Sera si basa essenzialmente su un assunto: "Fra il M5S e il PD si è imboccata una strada che era naturale fin dall’inizio, se infatti di un ribaltone proprio si deve parlare, esso fu quello fatto nel 2018 fra Lega e M5S: la maggioranza parlamentare giallo-verde fu un ripiego".

Secondo l'ex Premier, dopo il voto del 4 marzo dello scorso anno, il M5S aveva inizialmente individuato nell’alleanza col PD un possibile sbocco naturale: "Ma quella prospettiva si era fermata davanti alla scelta sbagliata del Partito Democratico di chiamarsi fuori: nel frattempo si è perso un anno e si è consentito che la destra diventasse molto più forte".

D'Alema ha poi spiegato: "Molte analisi statistiche dicono che oltre la metà degli iscritti al sindacato votano per i 5 Stelle.

Quello è un pezzo della nostra gente che da tempo non trovava più risposte nella sinistra e quindi le ha cercate nel M5S, reclamando la lotta alle diseguaglianze e ai privilegi. E' adesso giusto provare a riannodare quel filo che per colpa del centrosinistra si era spezzato".

Secondo lui infatti il rapporto fra il centrosinistra e i ceti popolari si era rotto ben prima della nascita del Governo M5S-Lega: "In questi anni la sinistra non ha saputo forse neppure vedere il disagio sociale che c'era.

Questa invece può essere l’occasione per ritrovare la strada".

Per poi sottolineare che: "Quello che si apre oggi è un processo politico difficile, che necessita di una grossa discontinuità non solo rispetto al governo Conte appena caduto, ma anche rispetto ai governi precedenti, che appunto erano di centrosinistra".

Secondo l'ex leader di PDS e DS infatti: "Nell’alleanza di governo coi 5 Stelle che nasce oggi, la sinistra deve ritrovare le coordinate che aveva perso.

Dobbiamo riuscire a rimetterci in contatto con quel popolo che avevamo smarrito".

Massimo D'Alema su nuovo centrosinistra, legge elettorale e sul premier Conte
In chiusura della sua intervista al Corriere della Sera, Massimo D'Alema ha affermato: "I 5 Stelle avevano sbagliato su una cosa, anche se ora fanno fatica ad ammetterlo, ovvero ad affermare che destra e sinistra non esistevano più. Anzi, proprio loro nell'ultimo anno hanno verificato sulla propria pelle che la destra esiste eccome.

Ad essa deve rispondere un centrosinistra. Per questo io ci andrei cauto nel fare una legge elettorale proporzionale. Viceversa un sistema elettorale maggioritario, che favorisca il bipolarismo servirebbe anche a chi dall'altra parte spera nel ritorno di un centrodestra moderato, lontano dal nazionalismo".

Infine D'Alema ha dato un giudizio sul premier Conte: "Mi pare che rispetto alla precedente alleanza giallo-verde, dentro questo accordo fra M5S e PD Giuseppe Conte si trovi già più a suo agio anche culturalmente, perché è più vicino ai suoi valori".

Conte Schiaffeggia Salvini in Video Nazionale

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venerdì 16 novembre 2018

Il senatore plurindagato che aiuta il M5S sul condono

Condono Ischia: Giggino ‘a Purpett corre in soccorso del M5S


Condono Ischia: Giggino ‘a Purpett corre in soccorso del M5S
Divisi dalla politica, uniti dal condono. Luigi Cesaro, il senatore di Forza Italia più noto come Giggin’ a purpett’ (Giggino la polpetta), è stato un volto simbolo della malapolitica in Campania (e non solo) denunciata dal Movimento 5 Stelle. Adesso però Cesaro, insieme a un manipolo di senatori forzisti, corre in soccorso di Di Maio & soci per salvare il condono per Ischia. Ma chi è Luigi Cesaro? Perché il suo appoggio al M5S dovrebbe far gridare allo scandalo? Cinque legislature, amico e sodale di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario del governo Berlusconi finito in carcere per i suoi rapporti con il clan dei casalesi. Cesaro conosce bene le aule di Tribunale. Processato più volte, è tuttora plurindagato per voto di scambio e minaccia aggravata dalla modalità mafiosa. Il senatore Cesaro nella sua lunga carriera è stato anche autista e avvocato di don Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova camorra organizzata.


I rapporti tra Luigi Cesaro e i vertici della Nuova Camorra Organizzata (N.C.O.) sono racchiusi in una frase pronunciata da Raffaele Cutolo: “Cesaro? Faceva il mio autista!”. Claudio Pappaianni e Walter Molino raccontano per Servizio Pubblico nuove e inedite rivelazioni sulle amicizie pericolose del parlamentare Pdl ed ex presidente della Provincia di Napoli.

La storia di Luigi Cesaro

Cutolo apprende dalla ragazza delle difficoltà a trovare un lavoro di Raffaele Cutolo junior, fratello di lei. Il boss le manda a dire di mettersi in contatto con Luigi Cesaro: “Questo, ora, è importantissimo. Io non ci ho mandato mai nessuno, ma è stato il mio avvocato e mi deve tanto. Faceva il mio autista, figurati”. Cesaro era già finito nei guai per i suoi rapporti con i vertici della N.C.O.. Arrestato nel 1984 e condannato un anno dopo a 5 anni di reclusione, veniva assolto in Appello per insufficienza di prove e “per non aver commesso il fatto” in Cassazione, dal Giudice Corrado Carnevale. Tuttavia, venivano stigmatizzati i suoi rapporti con i vertici della N.C.O. Nei procedimenti, inoltre, si parla di “una lettera chiusa da trasmettere a Pasquale Scotti”. Cesaro, per sua stessa ammissione, ricevette la missiva scritta da donna Rosetta Cutolo “da sue emissarie” per consegnarla a Scotti, il capo del gruppo di fuoco della N.C.O. in quei giorni latitante e reggente del clan.



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venerdì 6 luglio 2018

F35 e aumento delle spese militari, il M5S si allinea alla destra

Stando alle stime ufficiali della Difesa si tratterebbe di ulteriori 16 miliardi annui,   che sommati ai reali 23 attuali farebbero oltre 39 miliardi all’anno.   I dati si tradurebbero a più di 100 milioni al giorno.  Ma non siamo mica in Guerra, e se invece Destinassimo,   la metà ai Disoccupati ed al Mondo del Lavoro ?


Passati dai banchi dell’opposizione a quelli di governo
 i movimentisti dei 5 stelle sembrano aver cambiato idea
 su molte questioni in tema di Difesa. 
Con buona pace delle promesse da campagna elettorale.

Con il M5S si rischia di essere un po’ confusi. Giravolte, cambi d’idee e ripensamenti. Da quando sono andati al governo poi, la ‘schizofrenia’ sembra essere peggiorata. Prendiamo il caso degli F-35 gli aerei militari che il Movimento 5 Stelle ha da sempre osteggiato.

“Il programma F35 (i cacciabombardieri) è un programma fallimentare. Chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci in culo”, diceva Alessandro Di Battista. Ma anche Manlio Di Stefano auspicava di chiudere “subito i contratti per gli F-35 ”; così come Tatiana Basilio che tuonava: “Riteniamo il programma degli F35 inutile e costoso”. Per non parlare del voto sulla piattaforma Rousseau che aveva promosso un piano per la riduzione delle spese militari, di riduzione delle missioni e per lo stop immeditao all’acquisto degli F35.

Passati dai banchi dell’opposizione a quelli di governo i movimentisti dei 5 stelle sembrano aver cambiato idea. A confermarlo le parole della ministra della Difesa Elisabetta Trenta che ha assicurato che non taglierà gli ordini degli F35, al massimo potrebbe allungare il piano d’acquisto. “È un programma che abbiamo ereditato e lo valuteremo», ha speigato Trenta, “considerando i vantaggi industriali e tecnologici per l’interesse nazionale”.

Ma non erano il male assoluto? O anche stavolta la differenza tra propaganda e realtà ha riportato tutti con i piedi per terra con buona pace degli elettori? A chiederselo anche il dem Francesco Russo: “Per 4 anni il M5S ci ha letteralmente insultato sul programma relativo agli F-35: “Corrotti, venduti alle lobby delle armi” tanto per citare, a memoria, due degli epiteti più ricorrenti. L’altro ieri il Ministro della Difesa Trenta (scelto dal M5S) ha confermato, in un’intervista l’acquisto degli F-35. Quindi delle due l’una: o i grillini sono corrotti e venduti alla lobby delle armi oppure per quattro anni hanno raccontato un sacco di bugie ai cittadini. A voi la scelta”.

Anche sulle spese militari il ‘cambiamento’ annunciato non c’è.
Anzi le spese militari, secondo il piano di Trenta dovrebbero aumentare. Lo ha detto lei stessa confermando che l’obiettivo è quello previsto dalla Nato di arrivare al 2% del prodotto interno lordo entro il 2024. Stando alle stime ufficiali della Difesa si tratterebbe di ulteriori 16 miliardi annui, che sommati ai reali 23 attuali farebbero oltre 39 miliardi all’anno. I dati, citati dagli studi del Sipri e dell’Osservatorio Millex, si tradurebbero a più di 100 milioni al giorno da spendere per la Difesa: dove troverà la Ministra le coperture?

Ma non siamo mica in Guerra, 
e se invece Destinassimo, 
la metà ai Disoccupati ed al Mondo del Lavoro ?


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venerdì 1 giugno 2018

Ecco il Governo M5s e Lega

Ecco il governo M5s e Lega

Dopo 88 giorni all’insegna dell’incertezza, 
dei colpi di scena e delle giravolte improvvise,
 una delle più lunghe crisi della storia della Repubblica è terminata e Sergio Mattarella lascia trapelare una certa soddisfazione. Parte un governo politico nonostante un risultato elettorale che non aveva assegnato la vittoria a nessuno. 
Il governo
Giuseppe Conte è il presidente del Consiglio, il quale nel giro di pochi minuti - una volta raggiunto l’accordo politico tra i due partiti in un lungo faccia a faccia tra Salvini e Di Maio - è stato convocato al Quirinale per ricevere l’incarico, ha accettato, ha presentato la lista dei ministri, ottenuto l’ok del presidente e a quel punto l’ha subito resa pubblica. Un governo con 18 ministri, di cui 5 donne. Con Luigi Di Maio e Matteo Salvini vicepremier, il primo col superministero Sviluppo, Lavoro e Politiche Sociali, e il secondo agli Interni. 
I ministeri
Le novità che hanno sbloccato la trattativa politica tra i due leader e col Quirinale riguardano ministeri chiave a partire da quello dell’Economia. Paolo Savona si fa da parte e viene spostato alle Politiche europee, dove potrà comunque far sentire la sua voce a Bruxelles. La casella del Mef viene assegnata al professor Giovanni Tria, economista non troppo distante dallo stesso Savona. Agli esteri poi va Enzo Moavero Milanesi, giurista già braccio destro di Mario Monti nel suo governo. Da notare che a Fraccaro va un ministero che cita nel nome anche la “democrazia diretta”, storica battaglia grillina ma che bisogna vedere come potrà inquadrarsi dentro un governo parlamentare. Per il resto, una spartizione tra lega e 5 Stelle, con molti politici anche tra le fila dei grillini.  

Le reazioni

«Oggi è un giorno storico. Il Movimento 5 Stelle sta per andare al governo del Paese», il commento sul blog delle stelle.  «Grazie davvero a tutti. Il Governo del Cambiamento è realtà!», 
ha scritto su facebook Luigi Di Maio.

Salvini invece ha commentato da Sondrio dove è andato per la campagna elettorale: «Il mio impegno riguarderà la sicurezza di 60 milioni di italiani, sarò il ministro di tutti. A casa loro sarà una priorità». 

leggi anche

Il foglietto con la lista dei ministri, sventolato su Facebook da un arrabbiatissimo Luigi Di Maio domenica scorsa quando il governo politico era naufragato, è tornato quindi sul tavolo della trattativa. Come era stato stabilito il capo politico grillino e Matteo Salvini in tandem vigileranno da vicepremier sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ed entrambi saranno anche ministri...






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martedì 22 maggio 2018

Giuseppe Conte, chi è ed altre cose da sapere



La persona indicata da M5S e Lega
 come nuovo presidente del Consiglio
 è un avvocato di 54 anni e non ha mai fatto politica.

Giuseppe Conte è stato indicato da Movimento 5 Stelle e Lega Nord come presidente del Consiglio del loro futuro governo. Conte ha 54 anni, è nato a Volturara Appula, in provincia di Foggia, è un avvocato civilista e insegnante di diritto, e non ha mai fatto politica. Il suo nome è stato annunciato lunedì pomeriggio da Luigi di Maio 
dopo avere incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Dal 2013 Giuseppe Conte è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Quando il Movimento 5 Stelle lo candidò per quell’incarico, scrive Repubblica, presentò un “curriculum di 18 pagine” e i giornali di oggi insistono molto sulle sue esperienze lavorative e di studio. Le più importanti, tra quelle che dichiara, sono la laurea in Giurisprudenza del 1988, gli studi di perfezionamento a Yale e alla New York University (che ha però smentito che Conte abbia studiato lì) e le docenze di Diritto Privato all’Università di Firenze e all’università LUISS di Roma. Conte, che lavora come avvocato a Roma e ha un suo studio legale, è anche avvocato patrocinante in Cassazione. Giuseppe Conte è stato inoltre il legale nella complessa vicenda sul caso Stamina della famiglia di Sofia, bambina con una grave malattia neurodegenerativa non curabile.

Di Conte non si era parlato molto fino a poche settimane fa, quando prima delle elezioni il Movimento 5 Stelle lo aveva indicato come ministro della Pubblica Amministrazione di un futuro eventuale governo Di Maio. Durante l’evento di presentazione della squadra di governo, Conte fu elogiato da Di Maio per il suo impegno per la de-burocratizzazione dell’amministrazione pubblica e lui stesso – parlando dei suoi obiettivi da futuro ministro – fece riferimento alla “semplificazione della pubblica amministrazione” e alla “cultura della legalità” da promuovere e valorizzare tra gli italiani.


In quell’occasione Conte raccontò di avere avuto i suoi primi contatti con il Movimento 5 Stelle nel 2013, quando gli fu chiesto di diventare membro del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa. «Luigi Di Maio ricorderà, fui molto chiaro», disse Conte, «per onestà intellettuale precisai: “non vi ho votato”, e precisai anche “non posso neppure considerarmi un simpatizzante”, non li conoscevo. In questi quattro anni in cui ho svolto questo incarico non ho ricevuto una telefonata che potesse in qualche modo interferire [..] nel delicato incarico che ho ricoperto». Intervistato a DiMartedì pochi giorni dopo, insistendo sulla sua parziale estraneità al Movimento 5 Stelle, Conte disse che «il mio cuore è tradizionalmente battuto a sinistra».

Durante la presentazione del futuro governo del Movimento 5 Stelle, Conte elogiò molto il “senso delle istituzioni” dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle e disse che a convincerlo a candidarsi a ministro di un loro futuro governo fu la composizione delle liste elettorali e «l’apertura a esponenti della società civile, a figure professionali, figure competenti. Un laboratorio politico meraviglioso, incredibile».

Parlando di quale sarebbe stato il suo programma di lavoro da ministro, Conte insistette molto sulla necessità di semplificare il «farraginoso» quadro normativo italiano e di combattere «l’ipertrofia normativa». Disse che sarebbe stato necessario un censimento di tutte le norme, per potere abrogare le «leggi inutili»; disse che sarebbe stata necessaria una grossa semplificazione della macchina burocratica dello Stato e un riassetto delle autorità indipendenti – «sono decine, ci sono sovrapposizioni di competenze e vuoti legislativi» – e parlò della necessità di rivedere le norme anticorruzione. Conte parlò anche della necessità di «valorizzare la meritocrazia», varando «un programma straordinario di riqualificazione del personale pubblico» e cambiando il modo in cui sono distribuiti gli incentivi economici ai lavoratori dell’amministrazione e, chiudendo il suo intervento, disse che sarebbe stato necessario rivedere integralmente quella che chiamò la riforma della «cattiva scuola», la riforma dell’istruzione approvata dal governo Renzi.

In altre occasioni, prima che di lui si parlasse per incarichi politici, Conte aveva presentato più estesamente le sue idee per la riforma della giustizia amministrativa, di cui ha più volte riconosciuto l’utilità e l’importanza ma anche quelli che secondo lui erano diventati dei limiti al suo funzionamento. Ne aveva parlato in un convegno dello scorso giugno alla Camera. Non sono note quindi le sue opinioni su tantissime altre questioni di cui dovrà occuparsi eventualmente da presidente del Consiglio, né le sue attitudini e capacità politiche nel guidare e gestire un governo, visto che non ha precedenti esperienze amministrative.





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giovedì 10 maggio 2018

Governo : così il Salvini Di Maio si farà


BERLUSCONI DORME MENTRE SI DISCUTE DEL GOVERNO
CON IL PRESIDENTE DELLA 
REPUBBLICA MATTARELLA



Qualche considerazione.
- Chi pensa che tutti gli elettori 5 Stelle siano sul piede di guerra o delusi, ha un’idea appena distorta: lo saranno alcuni, ma non la maggioranza. Sin dal 4 marzo sera era chiaro che un governo (di scopo e breve) M5S-Lega fosse non l’opzione migliore, ma l’unica opzione praticabile. Tutto il resto era impossibile (accordo M5S-Pd senza Renzi), orripilante (accordo coi renziani) o un incubo purulento a cielo aperto (Renzusconi in salsa salviniana). 
Salvimaio, purtroppo, era l’unica strada. E poi (presto) il voto.
- Quello che inquieta non è tanto il Salvimaio, ma il ruolo di Berlusconi. E’ un uomo che gratis non fa nulla e vorrà rassicurazioni. E’ vero che i suoi parlamentari non sono necessari, e quindi Salvimaio nasce autosufficiente, ma Berlusconi sa come vendicarsi: con le tivù, con i giornali. E con le tante giunte condivise al Nord da Lega e Forza Italia.
- I 5 Stelle esultano, ma hanno tantissimo da perdere: Berlusconi ha sempre fottuto tutti quelli che hanno cercato di fotterlo e la stessa Lega non è che all’improvviso sia diventata la forza smaniosa di fare il conflitto di interessi o “una seria legge anticorruzione”. Di Maio deve avere ben chiaro che un Salvimaio breve e di scopo è forse tollerabile, stante il risultato del 4 marzo, ma un Grillusconi (che al momento non esiste minimamente) sarebbe uno schifo inverecondo.
- Salvini sa che deve “uccidere dolcemente” Berlusconi e i suoi. Lo sta facendo: è furbo, bravo (che non vuol certo dire condivisibile) e nel centrodestra è il più bravo per distacco. 
- Il lavoro ai fianchi di Salvini e M5S a Forza Italia ha portato al risultato sperato. Ma ha vinto anche Mattarella, con l’ottimo discorso di lunedì. Ha fatto un piccolo capolavoro.
- La formula usata dai berluscones per non mettersi di traverso, ovvero “astensione critica” o talora “astensione benevola”, tradotta in maniera spicciola significa: “Allo stato attuale non contiamo una sega e se torniamo al voto rimaniamo in 6, quindi ci tocca accettare ‘sta roba”. Non è che Berlusconi abbia cambiato idea: è che numericamente è alla canna del gas. 
- Berlusconi non darà la fiducia, non entrerà nel governo e non romperà l’alleanza con Salvini. Sulla carta è la vittoria perfetta di Di Maio e ancor più Salvini. Ma – insisto – gratis Berlusconi non fa nulla. Ed è il più furbo di tutti. Per Di Maio e Salvini si profilano innumerevoli cetrioli all’orizzonte.
- M5S e Lega hanno numeri per governare autonomamente, ma hanno anche molte diversità. Che succederà quando esploderanno? Anche per questo il contratto deve essere chiaro e con pochi punti, per poter tornare al voto in fretta e chiudere quella che resta un’anomalia: Salvimaio deve essere cioè un’emergenza, non un’alleanza.
- La Lega, dove governa, non pare essere detestata dagli elettori. Infatti poi spesso viene rivotata (Lombardia, Veneto, Friuli). Segno che per molti sa governare e questo volerla tratteggiare come una nuova Gioventù Hitleriana fa ridere gli zebedei. La Lega ha molta più esperienza dei 5 Stelle, che userà per sopperire all’inferiorità numerica e per annacquare le richieste grilline. La Lega, per scaltrezza e furbizia, può mettersi in tasca quando vuole i 5 Stelle, che anche per questo dovranno essere vigilissimi: rischiano mooooolto più della Lega.
- Per i grillini sarà davvero decisivo il contratto. I 5 Stelle hanno più numeri e un elettorato più “esigente”: non dovranno giocare al ribasso. Se daranno la sensazione di andare al Governo solo per il potere, la pagheranno cara in termini elettorali.
- Renzi ha ottenuto quello che voleva e il suo “tanto peggio tanto meglio” ha la sua logica: se i giallo-verdi sbagliano, lui torna in auge. E intanto evita il bagno di sangue del voto anticipato. C’è però il risvolto della medaglia: in questa legislatura, il Pd sarà decisivo come una ciabatta lisa nel deserto. Non solo: se Di Maio e Salvini faranno poche cose ma bene, al prossimo giro potranno fare ancora più male a Renzi. Soprattutto Salvini, che ha dimostrato di avere non solo scaltrezza ma pure coraggio. Ho più volte scritto che sarebbe dipeso tutto da lui: poteva assecondare il Renzusconi II o avere palle. La seconda, e gliene va dato atto.
- Un governo così, che per me durerà poco e forse neanche nascerà perché la strada del contratto e dei nomi è ancora lunga (fino al 4 marzo M5S e Lega si detestavano), qualora si protraesse aprirebbe praterie per una vera forza di sinistra.
- La maggioranza degli elettori 5 Stelle starà per un po’ a guardare, perché se un governo coi renziani era visto come male assoluto – infatti la base era subito insorta – questo è dai più percepito come sopportabile. Ma è una fiducia a tempo. E intanto il “voto alla Marescotti”, cioè di coloro che avevano votato M5S per costringere il Pd a spostarsi a sinistra, si allontana già.
- Proprio perché i 5 Stelle si sono finora presentati come quelli diversi, più bravi di tutti e mejo fighi del bigoncio, verranno ora - giustamente – massacrati non appena deluderanno. Non appena flirteranno coi Gasparri, saranno crivellati. Non appena dimostreranno che stare accanto ai Calderoli non è un’emergenza ma una liaison sentimentale, saranno martoriati. Non appena abiureranno alla questione morale, saranno morti. Eccetera. Se i grillini pensano di avere sconti, non hanno capito proprio nulla. Il difficile, per loro, arriva adesso.

Di Andrea Scanzi



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domenica 6 maggio 2018

Monti bacchetta il Pd: Doveva sedersi al tavolo con il M5S



Il Pd avrebbe dovuto consentire la nascita di un governo M5S? "La mia posizione espressa a diversi esponenti del Pd è stata: vi è andata molto male ma avete un'occasione d'oro fra le mani. Nel momento in cui M5S vi chiederà il sostegno, non dite di no: sedetevi a un tavolo ma ponente condizioni molto esigenti nell'interesse del Paese, sul rapporto con l'Ue e i conti pubblici. Oggi non avremmo l'onorevole Di Maio venire a parlare di abolizione della legge Fornero, come se fosse una cosa leggera dal punto di vista dell'equilibrio dell'Itali". Lo ha detto Mario Monti, a 'In mezz'ora in più' su RaiTre.

"Mi preoccupa l'immagine che Di Maio ci ha presentato: lui stesso e Salvini che si siedono a un tavolo, decidono chi sia un primo ministro accettabile a loro due e, non l'ha detto ma l'abbiamo capito noi, il Presidente della Repubblica dovrebbe attenersi a quella scelta. Questo - sottolinea Monti - non c'è nella Costituzione della Repubblica italiana".



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sabato 14 aprile 2018

Di Battista non ha avuto parole morbide per Berlusconi e Salvini



Quali conseguenze per il M5s?
Alla fine del secondo giro di consultazioni, 
il Movimento aspetta gli sviluppi nel centrodesta. 
E tra le ipotesi c'è anche quella di scegliere per l'opposizione.

Luigi Di Maio era convinto di portare al Capo dello Stato i "passi in avanti fatti". E invece il secondo giro di consultazioni, chiuso con lo stallo 'certificato' da Sergio Mattarella, non ha fatto registrare progressi e anzi sembra mettere in un vicolo cieco i due protagonisti Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Entrambi, a chiare lettere, hanno espresso la volontà di dar vita ad un governo M5s-Lega ma lo scoglio continua ad essere lo stesso: Silvio Berlusconi. Che rappresenta un ostacolo insormontabile per i 5 stelle, oggi più che mai dopo la 'battutaccia' di ieri.
In ambienti M5s, secondo quanto viene sottolineato, si aspetta che sia il leader del Carroccio a 'strappare' dal Cavaliere e si lascia filtrare che la linea pentastellata resta la stessa: nessun passo indietro sulla premiership e netto No a Forza Italia e al Cavaliere. Alessandro Di Battista torna a lanciare i suoi 'strali': "Io dico no a Forza Italia e dico no a Berlusconi. Forza Italia è Berlusconi, è un partito padronale ed è l'emblema del berlusconismo, di quello spirito che ha pervaso e contaminato questo Paese dell'illegalità e della distruzione morale".
"Berlusconi emblema dell'illegalità, Salvini come Dudù"
Ma non è tenero nemmeno con Salvini a dimostrazione che una certa irritazione nei confronti del leader leghista serpeggia tra i 5 stelle: "Salvini ieri sembrava Dudù - attacca l'ex deputato M5s - lui muoveva la bocca, ma era un ventriloquo, a parlare era Berlusconi". Per poi insinuare: "Salvini dovrebbe avere il coraggio di staccarsi, ma forse non può farlo, magari non sappiamo alcune cose" ha aggiunto, "si parla di fideiussioni, quattrini dati alla Lega, non lo so...".
In questo momento comunque tutte le ipotesi sono prese in considerazione in attesa che il presidente della Repubblica comunichi, probabilmente i primi giorni della prossima settimana, la sua decisione. Un preincarico o un mandato esplorativo, forse. Tra i nomi che giravano per un pre incarico c'era anche quello di Giancarlo Giorgetti, il leghista fedelissimo di Salvini: un nome che non è circolato a caso, viene sottolineato, e che non troverebbe l'ostilità dei pentastellati - almeno così sembra - anche se ad oggi Di Maio non rinuncia al suo ruolo di candidato premier.
L'ipotesi incarico istituzionale
E se Mattarella desse un incarico istituzionale alla presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati? Da M5s si ribadisce la massima fiducia nel capo dello Stato e quindi nelle scelte che riterrà opportune. Come dice il deputato M5s Manlio Di Stefano su Fb: "Fortunatamente il presidente Mattarella sta agendo al meglio delle sue prerogative e questo, alla fine, porterà a una soluzione per il nostro paese che veda il Movimento 5 Stelle al governo, così come ribadito dagli elettori il 4 marzo".
Di fatto, i pentastellati fanno i conti con tutti gli scenari possibili, anche con il rischio di essere relegati di nuovo al ruolo di opposizione. Del resto, secondo quanto viene ribadito, i 5 stelle non voterebbero mai per un governissimo e quindi se venissero 'fatti fuori dai giochi', questo il ragionamento di alcuni grillini, "sarebbe peggio per gli altri perché alle prossime elezioni aumenteremmo ancora di più il nostro consenso elettorale". Ragionamento analogo si fa dentro la Lega: qui, secondo quanto si apprende in ambienti parlamentari, la convinzione è che non si troverebbero i numeri per dare la fiducia ad un governo tecnico o di tutti.
"E anche se li trovassero, durerebbero al massimo uno o due anni e poi li spazzeremmo via" sostiene qualcuno tra i leghisti, facendo riferimento a Pd e Forza Italia. Nel Carroccio, del resto, c'è chi pensa che adesso tocchi a Forza Italia fare qualcosa - entro martedì, prima che Mattarella faccia la sua mossa istituzionale - e ipotizza anche un possibile riposizionamento di una parte importante di FI.
Nessuno sembra temere un ritorno al voto 
In ogni caso, sia i leghisti che i 5 stelle dicono di non temere un ritorno al voto: che non si chiede - viene puntualizzato - ma che sarebbe affrontato, come extrema ratio, con la certezza che la prossima tornata elettorale premierebbe entrambi riducendo il peso, già minore, delle altre forze politiche. "Noi non abbiamo nessun paura di andare al voto" hanno ripetuto spesso i 5 stelle pur ribadendo, allo stesso tempo, l'esigenza di non lasciare il paese nel caos e di dargli un governo politico nel pieno dei suoi poteri.
La capogruppo M5s alla Camera, Giulia Grillo, ribadisce su Fb che "la situazione in Siria, gli importanti impegni europei dei prossimi mesi, le esigenze dei cittadini italiani: tutto questo richiede un governo serio che si metta a lavorare subito. Basta a governi che pensano solo a risolvere le proprie dinamiche interne e concentrati su se stessi ma che non risolvono i problemi dei cittadini italiani".
Quindi, insiste: "è necessario far partire un governo del cambiamento e noi siamo pronti". Quella di oggi è stata una giornata di silenzio per Di Maio che questa mattina è andato a visitare i box della Formula E all'Eur - senza l'usuale cravatta, 'solo' giacca blu e camicia bianca - e non ha voluto rispondere alle domande dei cronisti sulla politica. Poi alla Camera, un pranzo veloce in buvette e successivamente un lungo colloquio, in un bar nei pressi di Montecitorio, con il giudice Rosario Salvatore Aitala, eletto alla Corte penale internazionale e già consigliere per gli affari internazionali dell'ex presidente del Senato Pietro Grasso.
Domani Di Maio assisterà alla tappa romana della Formula E, poi domenica sarà a Verona alla manifestazione di Vinitaly, nello stesso giorno in cui sarà presente Salvini. Ci potrebbe essere un incontro tra i due? Da fonti M5s garantiscono di no, nessun faccia a faccia previsto. E in ambienti parlamentari c'è chi ironizza: "Non mi sembra che la fiera del vino sia il luogo ideale per parlare di programmi di governo...".

LEGGI TUTTO SULLO SHOW FATTO DA BERLUSCONI

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mercoledì 24 gennaio 2018

Elezioni 2018 : Di Maio M5s sceglie la Lega



«Dobbiamo essere pronti a tutto e so che per noi sarebbe più facile allearci con Liberi e Uguali ma li avete visti i sondaggi? Li danno al 6%». Luigi Di Maio è sommerso di percentuali. Le studia assieme al suo staff ristretto, nella sede del comitato elettorale e mentre dà gli ultimi ritocchi alle liste per gli uninominali, ragiona di scenari post-elettorali. Previsioni e speranze si mescolano nei suoi ragionamenti: se il M5S andrà bene, prenderà il 30%-32%, «la convergenza di Leu non basterebbe, perché serve il 40% per avere una maggioranza».

Non resta che la prospettiva più praticabile, agli occhi del M5S: l’intesa con la Lega Nord, sul modello di Alexis Tsipras che per formare un governo in Grecia si è alleato alla destra di Anel. «Sono i numeri che ci costringono». E certo è diverso che sentire quasi contemporaneamente Beppe Grillo, mentre annuncia la separazione del suo blog dal M5S, dire che «anche quando sai che non ci sono i numeri, sai che è un’impresa impossibile, riuscire ad andare avanti è essere coraggiosi». Ma in fondo Grillo è uno che dice di voler andare «in cerca di visioni e di folli, di quell’utopia che ti porta ad andare avanti». È quello che era il M5S prima che Di Maio lo portasse nell’età adulta della politica, dove invece per andare avanti i numeri servono eccome. L’asse con la Lega non è proprio la proposta che i parlamentari del M5S si attendono, più propensi a guardare a sinistra che ai sovranisti di Matteo Salvini. Ma Di Maio garantisce che sarebbe un patto di breve durata, «un governo di scopo per realizzare pochi punti importanti per l’Italia». A un mese e mezzo dalle elezioni, i sondaggi hanno convinto i 5 Stelle che al Nord è difficile scalfire il dominio leghista. A Sud la situazione è il contrario: «Sarà un boom, soprattutto in Sardegna e in Sicilia. Lo capisco anche da quanto ci cercano gli imprenditori».

Ma perché la Lega dovrebbe accettare di votare la fiducia al M5S? E perché, soprattutto, dovrebbe farlo se il centrodestra unito avrà una maggioranza autonoma? Di Maio ha un paio di argomenti con cui persuadere Salvini, e ruotano attorno al complicato rapporto con Silvio Berlusconi. Com’è noto l’accordo tra il presidente di Forza Italia e Salvini prevede che il partito della coalizione che prenderà più voti esprimerà il premier. Prima ipotesi: «Se Berlusconi arriva primo non darà molto spazio a Salvini» sostiene Di Maio con i suoi. Altra ipotesi, la Lega arriva prima: «Berlusconi metterà il veto su Salvini premier, magari usando il suo amico Roberto Maroni, per spaccare la Lega». Risultato: sarebbe negli interessi del leader leghista cercare un ’intesa con il M5S, «piuttosto che con un Berlusconi che va in Europa a dare rassicurazioni sulla subalternità dell’alleato nel futuro governo». L’ultima prova è la lite sullo sforamento del 3% del rapporto Debito/Pil. Di Maio sa che nella sfida all’Europa potrebbe più facilmente trovare un spalla in lui che in Berlusconi, anche se il leader 5 Stelle sta accentuando il proprio profilo europeista proprio per rassicurare Bruxelles in vista di un eventuale accordo con Salvini.

Ma basta guardare i venti punti del programma grillino per intuire quanto sia stato costruito in modo da attirare le convergenze di partiti tra loro agli antipodi. Sull’economia, però, al netto del reddito di cittadinanza, la genericità delle misure delineate aiuta a renderle appetibili per la Lega: la riduzione delle aliquote Irpef (non si dice come e quanto) potrebbe benissimo amalgamarsi con la flat tax che propongono i leghisti. «La manovra choc per le piccole e medie imprese» e «la riduzione drastica dell’Irap» non vogliono dire nulla senza cifre, ma fanno gola allo stesso elettorato della Lega. Poi la no-tax area, le 10 mila assunzioni nelle forze dell’ordine, una politica più muscolare su sicurezza e migranti («stop al business dell’immigrazione»), la cancellazione della Fornero sulle pensioni, e in politica estera i rapporti da ricostruire con Vladimir Putin: c’è tanto da offrire ai leghisti in cambio di un sostegno in Parlamento. Ma a una condizione, sulla quale Di Maio non arretrerà: 
«Il presidente Mattarella dovrà dare a noi l’incarico».


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mercoledì 9 settembre 2015

Casamonica in Televisione, Ospiti a “Porta a Porta”



I Casamonica ospiti di Vespa a “Porta a Porta”. 

Scoppia la polemica. Marino: “Paradossale”
Orfini: «Grave errore». Il Pd: è un oltraggio. Protestano M5S e Sel. Grillo: servizio pubblico paramafioso. Ma è record di share. Il conduttore: «Roma non ha perso la dignità con noi»

È bufera sulla partecipazione dei familiari di Vittorio Casamonica a Porta a Porta. Severo il commissario Pd a Roma e presidente dell’Assemblea nazionale del partito, Matteo Orfini: «Porta a Porta e Rai1 riflettano: offrire un palcoscenico ai Casamonica è stato un errore grave che nulla c’entra con il servizio pubblico».

MARINO: “PARADOSSALE”
«La partecipazione a una delle trasmissioni di punta del servizio pubblico Rai della famiglia Casamonica è grave. Oltre che paradossale», ha rincarato la dose il sindaco di Roma Ignazio Marino. «Ieri sera, infatti, più di un milione di spettatori hanno assistito sostanzialmente a un replay dei funerali spettacolari e mafiosi già finiti sui giornali».

VESPA: «ROMA NON HA PERSO LA DIGNITA’ CON NOI»
Lo stesso Vespa, forte comunque dell’ottimo risultato in termini di ascolti (1,3 milioni di spettatori) ha organizzato una puntata straordinaria con l’assessore romano alla Legalità Alfonso Sabella. Il conduttore si è difeso dalle accuse: «Credo anche io che a Roma debba essere restituita la dignità ma credo anche che questa città la dignità non l’ha persa a causa di Porta a Porta». Intanto, è lo stesso nipote di Casamonica, Vittorio jr, a sottolineare: «Voglio ringraziare la Rai e Bruno Vespa, che ci hanno dato la possibilità di smentire tutte le calunnie su di noi e dimostrare che siamo persone oneste». «La redazione - spiega il giovane Casamonica - ci ha invitato giorni fa per darci modo di dire le cose come stanno, e siamo andati volentieri. Su mio nonno hanno detto tante bugie, tante calunnie, ma non era un boss, era una persona normale».

“MIO PADRE COME IL PAPA”
«Io sono venuta per difendere mio padre. Lui non c’entra niente con la droga, né con mafia capitale», aveva detto Vera Casamonica. Poi aveva paragonato il padre prima a papa Giovanni Paolo II, poi a Francesco. «Lo chiamavamo “Papa” perché era troppo buono, come Francesco». E sulla foto affissa sul muro della basilica Don Bosco in cui il padre veniva raffigurato vestito di bianco con una croce al collo, Vera Casamonica aveva negato: «Non era vestito come il Papa - dice -, aveva i pantaloni blu anche se non si vedono. Forse siete voi ad aver interpretato male quell’immagine». E ancora: «Io quel funerale lo rifarei tale e quale». «Mio nonno non era un boss», aveva ribadito il nipote Vittorino.

M5S ALL’ATTACCO
Sulla posizione del Cda Rai, Carlo Feccero è categorico: «non spetta ai consiglieri se sia opportuna o no la decisione di Vespa» di dedicare una puntata del suo talk a quel tema, «niente censure preventive». E il consigliere di amministrazione della Rai, Guelfo Guelfi, su Facebook osserva: «Approfondimenti. Si chiamano così. Ripassano sul caso e lo espongono». Non sono dello stesso avviso, ovviamente, i parlamentari 5 Stelle in Vigilanza Rai: «Ospitare i Casamonica nel salotto di Bruno Vespa è un messaggio diseducativo e va contro la mission del servizio pubblico. La Rai intervenga, spiegando alla commissione di Vigilanza Rai perché è stato fatto l’ennesimo elogio di un clan criminale. Bruno Vespa ha fatto disservizio pubblico, qualcosa di semplicemente inaccettabile», ma anche il blog di Grillo rileva: «Rai: servizio pubblico paramafioso. Fuori i partiti e la mafia dalla Rai. La famiglia Casamonica ospitata dalla Rai nel salotto buono di Bruno Vespa è un oltraggio a tutti gli italiani onesti».

"MIO PADRE A 13 ANNI AVEVA COMINCIATO A TRAFFICARE CON I MOTORINI, A 17 ANNI AVEVA IL FERRARI". Questo è il ricordo della figlia di CASAMONICA.
MA CHE MESSAGGIO E'?
Meglio "trafficare" coi motorini che studiare e capire che LAVORO CREARSI???

FUNERALE dei CASAMONICA a ROMA
 Il problema dell’Italia non sono i Casamonica o i Corleonesi. Loro sono una parte del problema. L’altro pezzo di problema è anche chi oggi non è in grado di fare un’analisi seria su cosa è successo, sullo stato di diritto senza gettare inutile benzina sul fuoco. Senza fermarsi a pensare. Dagli al sindaco, al prefetto, ai carabinieri a tutti, senza cercare di distinguere e capire. E’ legale fare un funerale con carrozza e cavalli? Sì. Se non ci piace va cambiata la legge non serve sbraitare è inutile, è solo sfogatoio. E’ legale che dei parenti agli arresti domiciliari possano partecipare a delle esequie? Sì. E’ legale portare una banda ad un funerale? Sì. E’ legale suonare la musica del padrino? Sì. Tutto questo fa parte del nostro stato di diritto. E’ il motivo per cui siamo una democrazia e non una dittatura: non si incarcerano i sospettati, non si fucila la gente in piazza. Non vi piace? Fate un colpo di Stato o andate a votare la prossima volta chi pensate vi garantisca leggi migliori (o magari solo il loro rispetto).

Per come la vedo io si sono inanellate una serie di coincidenze che senza l’elicottero (come ho già detto ciò che mi sembra più grave non dal punto di vista dei Casamonica
  ma della sicurezza di Roma)
 sarebbero solo sembrate eccentriche. I Casamonica fanno i funerali così da sempre e non è per questo che li vorremmo condannare, ho visto matrimoni di persone onestissime molto più kitsch. Se ce ne siamo accorti solo ora è grave. Ci sono articoli sui Casamonica con Ferrari e Rolls del 1996, e del 1998. La cosa che mi pare grave è che se è vero quanto si dice la banda non sia stata smantellata fino in fondo, i loro beni (se esistono) tutti requisiti.

 Stiamo dando tutti uno spettacolo pietoso, sempre, in qualsiasi discussione. Sarebbe molto più interessante “seguire i soldi” e smantellare sistemi che guardare ciò che coi soldi si compra e si vede, senza chiedersi “da dove”? Vogliamo dare la colpa al sindaco per tutto questo? O vogliamo chiederci cosa è successo a Roma negli ultimi 30 anni? Vogliamo continuare a fare trasmissioni TV (In Onda si sta specializzando in questo format-sketch) con Salvini e le sue felpe contro il nero, l’arabo e il Casamonica. Porta audience. Pubblicità. Ma non fa informazione. Anzi, finisce di distruggere quel poco di coscienza civile che c’è rimasta. A chi giova questa distruzione totale dello spazio riflessivo?

“La partecipazione a una delle trasmissioni di punta del servizio pubblico Rai della famiglia Casamonica è grave. Oltre che paradossale. Credo che tutto ciò non sia accettabile in un servizio pubblico”, ha commentato sindaco di Roma, Ignazio Marino. “Mi auguro che qualcuno alla Rai abbia il buongusto di chiedere scusa alla città di Roma, ai romani e a tutti i cittadini”, è il commento del vicesindaco della Capitale Marco Causi.  “Trovo davvero inaudito – continua i vice di Ignazio Marino – che il servizio pubblico, la Rai, ospiti componenti della famiglia Casamonica per fare intrattenimento mascherato da informazione. Quella andata in scena ieri sera sulla prima rete Rai è la più clamorosa dimostrazione di ciò che dico da tempo: la mafia a Roma è da molti sottovalutata e c’è ancora chi la ritiene alla stregua di un fenomeno folkloristico”.

Sgradevole, vergognoso ed offensivo. Di più: un’offesa a chi combatte le mafie. Sono solo alcuni degli aggettivi lanciati da esponenti del Pd contro la puntata.

La chiesa che ha celebrato le sfarzose esequie di Vittorio Casamonica, esponente dell'omonimo clan della malavita romana, è la stessa che nel 2006 negò il rito funebre al simbolo della lotta per l'eutanasia

I funerali trionfali del boss dei Casamonica
nella chiesa che li negò a Piergiorgio Welby
"Con i suoi gesti si è messo in contrasto con la dottrina cattolica". Quindi niente funerali in Chiesa.

No, non stiamo parlando di Vittorio Casamonica, uno degli esponenti dell'omonimo clan romano accusato di usura, racket e traffico di stupefacenti. Lui, Casamonica, dopo 65 anni di vita lo ha avuto eccome il suo sfarzoso funerale in chiesa. E non in una chiesa qualunque, ma in quella di Don Bosco, a Roma.

La stessa chiesa che negò le esequie a Piergiorgio Welby con la motivazione di cui sopra del Vicariato: "Con i suoi gesti e i suoi scritti si è messo in contrasto con la dottrina cattolica". La colpa di Welby è stata quella di combattere per il diritto all'eutanasia e contro l'accanimento terapeutico. Una lotta pubblica e senza ipocrisie che nel 2006, dopo la sua morte, ha portato la curia romana a negargli una cerimonia religiosa.

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Boia chi molla, gridava a fine anni Ottanta il giovane Gianni Alemanno, al tempo capo del Fronte della Gioventù e fedelissimo di Pino Rauti, leader dell'ala movimentista dell'Msi e futuro suocero.




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lunedì 3 marzo 2014

Alessandro Di Battista (M5S) "Sospesi Tor"



Alessandro Di Battista

In questo video racconta cio' che sta accadendo all' interno del parlamento

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appello al premier

RENZI LASCI LA SOCIETÀ DI FAMIGLIA E IL TRUCCO PER LA DOPPIA PENSIONE

Matteo Renzi stasera, un minuto dopo avere ottenuto la fiducia, dovrebbe fare un gesto fondamentale per la sua credibilità: dimettersi dalla società di famiglia. Come il Fatto ha già scritto, Renzi ha ottenuto il diritto alla pensione grazie a un trucco: nel 2003, quando l’Ulivo decise di candidarlo alla Provincia di Firenze (elezione sicura nel giugno 2004) Renzi si fece assumere dalla società di famiglia nella quale era un semplice collaboratore. La Chil Srl si occupava di marketing e vendita dei giornali ai semafori con gli strilloni. Il padre e la madre l’avevano fondata nel 1993 e avevano ceduto nel 1997 le quote ai figli Matteo (40 per cento) e Benedetta (60 per cento). Quando matura la candidatura alla Provincia, Matteo è solo un co.co.co. Se fosse rimasto un collaboratore non avrebbe maturato i 10 anni di contributi pensionistici da dirigente né avrebbe avuto diritto alle cure mediche gratuite e al Tfr. Per regalare questo vantaggio al figliolo, babbo Tiziano e mamma Laura lo assumono e lo pagano come dirigente per pochi mesi, per poi metterlo in aspettativa. Così i contributi sono a carico della Provincia, e del Comune dal 2009, che nel 2013 pagava 3mila e 200 euro al mese per il suo sindaco. Così, grazie a una somma stimabile in circa 350 mila euro versata dagli enti locali per lui in dieci anni, Renzi oggi è un trentenne fortunato dal punto di vista assistenziale e pensionistico.

Se non può essere definita una truffa allo Stato, quella realizzata da Renzi, è una truffa alla ratio, allo scopo alto dello Statuto dei lavoratori del 1970. Il dubbio che sorge leggendo la cronologia di quelle giornate è che nel 2003 abbia usato la norma nata per garantire la partecipazione alle elezioni ai lavoratori per ottenere una pensione e un Tfr ai quali – fino a pochi giorni prima della sua candidatura – non aveva diritto.

Il 17 ottobre 2003 Matteo Renzi e la sorella vendono le quote della Chil alla mamma e al papà. Il 27 ottobre mamma Laura assume in Chil l’ex socio Matteo. Il co.co.co. diventa dirigente un giorno prima che l’Ansa batta la notizia: “Il coordinatore provinciale della Margherita Matteo Renzi per la presidenza della Provincia di Firenze e Leonardo Domenici per la poltrona di sindaco della città sono le candidature proposte alla coalizione dalla Margherita”. Il 30 ottobre, tre giorno dopo l’assunzione, l’Ansa racconta “la positiva accoglienza degli alleati della candidatura a presidente della Provincia del giovane Renzi”. Il 4 novembre, 8 giorni dopo l’assunzione, arriva l’ufficializzazione. Quello stesso anno anche il sindaco di Tortona, Francesco Marguati, viene eletto e assunto nella società di famiglia. Però nel 2008 Marguati e la figlia Michela sono stati condannati in primo grado a 16 mesi e 8 mesi per concorso in truffa aggravata ai danni del Comune. Il sindaco si era fatto assumere dalla figlia 22 giorni prima di assumere la carica. Per il pm, un rapporto di lavoro fittizio che ‘costava’ al Comune 23 mila euro all’anno di contributi”. Ogni storia fa caso a sé e comunque nel 2010, la Corte d’Appello di Torino ha assolto l'ex sindaco di Tortona. Intanto, nell’ottobre 2010 quando la Chil Srl viene ceduta, il ramo d’azienda con dentro il sindaco in aspettativa resta in famiglia: Matteo viene ceduto con il ramo marketing alla Eventi 6 della mamma e delle sorelle. Così il Tfr pagato dai contribuenti fino al 2010, pari a 28.300 euro, resta in famiglia.

Renzi non è l’unico furbetto: Josefa Idem è stata assunta dall’associazione del marito 15 giorni prima della sua candidatura nel 2006, Nicola Zingaretti è stato assunto dal comitato del Pd alla vigilia della sua candidatura ed entrambi sono usciti indenni dalle denunce. L’ex assessore provinciale di Vicenza, Marcello Spigolon, è stato rinviato a giudizio per truffa. Le vicende e le interpretazioni dei magistrati sono diverse ma la questione non è giudiziaria bensì politica. Matteo Renzi deve dimettersi dalla Eventi 6 perché la storia della sua pensione a sbafo da ieri non è più un peccato di gioventù.

Oggi Renzi è il presidente del Consiglio, ha diritto a una retribuzione (tra indennità e diaria) di circa 12 mila euro lordi con un trattamento pensionistico simile a quello dei parlamentari. Entro il 2018 sarà quasi certamente parlamentare e alla fine della carriera avrà diritto al vitalizio. In qualità di dirigente in aspettativa della Eventi 6 potrebbe perseverare nella sua furbata anche a Palazzo Chigi. L’unica differenza è che da oggi la quota di contributi del dipendente (pari al 9 per cento) non sarà versata dal datore di lavoro pubblico, come accadeva con Provincia e Comune, ma da Renzi stesso. Se deciderà di restare dirigente in aspettativa della società di famiglia fino alla fine della sua carriera Renzi si ritroverà una doppia pensione e un doppio Tfr. La scelta sta a lui. Da oggi può chiedere sacrifici ai pensionati d’oro, agli esodati o ai giovani che non avranno mai una sola pensione. Con quale faccia potrà farlo se continua a costruirsi una doppia pensione con un trucchetto?

blog di Alessandro Di Battista  :  http://www.alessandrodibattista.it/

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. Il “papello” c’è e prova la trattativa , Ciancimino consegna una copia del documento redatto da Riina 
LEGGI ANCHE :  http://cipiri.blogspot.it/2012/06/la-rosa-tricolore-renzi-premier.html

La Rosa Tricolore: Renzi premier Berlusconi Presidente della Repubblica



La Rosa Tricolore Renzi premier Berlusconi Presidente della Repubblica 


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