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sabato 21 aprile 2018

Condannato Dell’Utri per la Trattativa Stato Mafia e Silvio



La storia entra dalla porta principale dell’aula bunker di Pagliarelli: 
alle 16, dopo 4 giorni e mezzo
 (e quasi 5 anni di udienze) 
di camera di consiglio, la corte d’assise del processo Trattativa esce con una 
sentenza che in pochi si aspettavano. 
A parte Nicola Mancino, l’unico che non rispondeva degli accordi 
inconfessabili nel periodo delle stragi del ‘92-’93 e 
che viene assolto dall’accusa di falsa testimonianza, 
tutti gli imputati vengono condannati. 

Una batosta: 12 anni ai generali dei carabinieri del Ros Mario Mori 
e Antonio Subranni, per avere stretto le intese con i boss, 28 anni a Leoluca Bagarella 
(la Procura ne aveva chiesti 16), 
12 all’altro mafioso Nino Cinà, altrettanti a Marcello Dell’Utri, che garantì - lo dice il 
dispositivo, con sufficiente chiarezza, lo rilancia il pm Nino Di Matteo - il necessario tramite tra i 
capimafia che ricattavano lo Stato e il governo Berlusconi. E poi 8 anni al colonnello Giuseppe De 
Donno e a Massimo Ciancimino, superteste in apparenza smentito su tutta la linea ma - in attesa delle motivazioni - in gran parte creduto dai giudici. Per il pentito Giovanni Brusca scatta la prescrizione. 
Difese sotto choc, preannunciato l’appello. La posizione processuale di Mancino era relativamente 
marginale, ma aveva pesato tantissimo nella vicenda. Perché c’erano le sue telefonate intercettate con il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, morto d’infarto a 62 anni, nell’estate del 2012, col dolore e l’irritazione del Colle. E c’erano le conversazioni (registrate dalla Dia) ancora dell’ex ministro dell’Interno con lo stesso Napolitano, distrutte senza essere depositate 
(e dunque pubblicate), ma solo dopo il ricorso del Capo dello Stato 
e su ordine della Corte costituzionale. 



Decisione dura quella del collegio presieduto da Alfredo Montalto, il magistrato che, da Gip, aveva 
arrestato per concorso esterno il decimo imputato di questa vicenda, Calogero Mannino, tenendolo in 
carcere (nel 1995) sebbene avesse perso 40 chili e affermando che era una sua scelta, nutrirsi solo di 
verdure. Mannino, processato a parte, in abbreviato, per la trattativa, era stato assolto dal Gup Marina Petruzzella, nel 2015. Sentenza che va in controtendenza rispetto ad assoluzioni nei grandi processi di Palermo – Andreotti, salvato in gran parte dalla prescrizione, lo stesso Mannino dall’accusa di mafia, il generale Mori, processato due volte e sempre uscito pulito – e perché dice a chiare lettere che la 
strategia mafiosa di attacco allo Stato, iniziata dopo la conferma in Cassazione delle condanne del 
maxiprocesso, con l’omicidio di Salvo Lima e con le stragi del ’92, fu vincente. I boss trovarono infatti sponde negli uomini dello Stato, che assecondarono le richieste di attenuazione del carcere duro, di una legislazione restrittiva contro i pentiti e i sequestri di beni. I mafiosi così continuarono: morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i grandi nemici di Cosa nostra, catturato, dal Capitano Ultimo e dal Ros di Mori e Subranni, Totò Riina – in circostanze misteriose, seguite da un’inspiegabile perquisizione del covo fatta solo dopo 18 giorni – gli eccidi proseguirono, stavolta in Continente, tra maggio e luglio ’93, a Roma, Firenze e Milano. E a novembre di quello stesso anno il guardasigilli dell’epoca, Giovanni Conso, non aveva rinnovato o prorogato 330 decreti di sottoposizione al 41 bis. La sentenza rimette poi in gioco il ruolo di Forza Italia, partito fondato, con Silvio Berlusconi, proprio da Dell’Utri, che sta già scontando 7 anni per concorso in associazione mafiosa. Dell’Utri “trattò” dal ’93 in poi, al posto del Ros: a gennaio del ’94 fallì l’attentato dello stadio Olimpico contro i carabinieri, a marzo 
dello stesso anno il Partito  FORZA  ITALIA vinse le elezioni. 
E tutto si acquietò. 

DA : http://www.lastampa.it/



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e il governo dell’ex cavaliere Silvio Berlusconi che ...



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lunedì 19 marzo 2018

Profili Facebook Rubati per fini Elettorali : referendum Brexit e Elezioni Usa 2016


 Tegola su Zuckerberg 
Lo scandalo si allarga. 
Stati Uniti e Regno Unito 
ora puntano il dito contro l'amministratore delegato Mark Zuckerberg. Elezioni Usa 2016, con la vittoria di Trump, e referendum Brexit sono stati "manipolati"? E chi lo avrebbe fatto ha utilizzato dati contenuti proprio su uno dei più famosi e frequentati social del web? 


Si ingrandisce lo scandalo Facebook, il giorno dopo l'inchiesta del New York Times e del Guardian, che ha dimostrato come i dati dei profili di 50 milioni di elettori americani siano stati illecitamente usati da Cambridge Analytica e da una società canadese per fini elettorali.                                          Nel mirino è finito il fondatore di Fb, Zuckerberg: gli Usa vogliono ascoltarlo davanti alla Commissione d'inchiesta per il voto alle presidenziali del 2016, in cui ha vinto Trump, e Londra per il referendum che ha portato poi alla Brexit. Facebook, intanto, ha già silurato Cambridge Analytica e i due scienziati responsabili della raccolta dati.  In una nota, Facebook fa sapere che sta conducendo un "controllo interno per accertare se i profili personali dei 50 milioni di utenti segnalati come dati utilizzati in modo improprio da un consulente politico esistano ancora". Facebook sta "cercando di stabilire l'accuratezza delle accuse", ovvero "che un ricercatore abbia fornito alla società Cambridge Analytica dati di user Facebook, a partire dal 2014, in modo inappropriato". Paul Grewal, vice presidente Facebook, ha affermato di essere impegnato ad "applicare con forza tutte le politiche aziendali per proteggere le informazioni degli utenti". 

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lunedì 5 marzo 2018

Elezioni, Berlusconi Contestato al seggio da Femen a Seno Nudo






Elezioni, Berlusconi contestato al seggio da Femen a seno nudo

E' stato un voto movimentato quello del presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi al seggio di via Scrosati. L'ex premier era appena entrato al seggio all'interno della sezione numero 502. La ragazza aveva la scritta 'Femen' sul petto e sulla schiena e gli ha ripetuto più volte 'Berlusconi sei scaduto, il tuo tempo è scaduto' prima di essere bloccata e trascinata fuori dalla Polizia. La contestatrice è stata poi identificata: è una 30enne  franco-algerina con cittadinanza francese. Sul suo conto è stata aperta un'indagine per introduzione e disordini nel seggio e anche per atti osceni. La Femen è stata fotosegnalata dalla polizia e verrà rimpatriata in Francia con il divieto di rientrare in territorio italiano per i prossimi cinque anni.

Uscendo, il leader è stato fermato dai giornalisti e ha commentato con una battuta: "E' finito il mio tempo? Sì, in effetti la coda era finita". Poi ha aggiunto: "Non ho visto, non sono riuscito a vedere niente" nonostante la ragazza fosse salita su uno dei banchi degli scrutatori, proprio davanti a Berlusconi e avesse urlato la sua protesta. Alla fine il leader è uscito tra chi gli gridava "Berlusconi torna" ma anche "Condannato vergogna, sei scaduto".

#BERLUSCONI SEI SCADUTO !

In questo giorno di elezione italiana, giornata internazionale di lotta contro lo sfruttamento sessuale, un'attivista femmen ha interpellato l'ex cavaliere per fargli capire che il suo tempo era superato.

Berlusconi ha dietro di sé una lunga carriera, fatta di corruzione, ricatto, mano messa sulla stampa nazionale e comunicazioni, sessismo, organizzazioni di serate a scopo sessuale con giovani ragazze minori, di frequente uso della prostituzione, 
e Tanti altri fatti che sarebbe difficile farne un unico articolo.

Ma femmen non dimentica. Femmen non dimentica il #rubygate, non dimenticare lo sfruttamento di giovani ragazze, non dimenticare gli attacchi misogini, non dimenticare nemmeno la coalizione con l'estrema destra, non dimenticare le parole fascista (" Mussolini non ha ucciso di Oppositori, li ha mandati in vacanza in esilio ", ironia macabra di un oscuro ex cavaliere).

In quest'anno responsabile della liberazione della parola delle donne, e anche dell'ascolto di questa parola, non dimentichiamo che Asia argento, prima donna ad aver sporto denuncia contro Harvey #Weinstein, ha dovuto lasciare la sua Italia Natale. Non dimentichiamo Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati, che per aver denunciato il sessismo e affermato le sue posizioni femministe ha ricevuto minacce di morte.
Perché sì, dove si aggira l'estrema destra, rode il sessismo. 
E la morte cerca le donne che cercano di liberarsi.

Allora in questo giorno di elezioni ricordiamo che il tempo dei cavalieri è finito!

Berlusconi, sei scaduto!

Tempo scaduto!

Sempre le Femen sulla pagina Facebook italiana del movimento, in merito alla contestazione, hanno scritto un post in cui si legge tra l'altro: "Femen non dimentica il Rubygate, non dimentica lo sfruttamento di ragazze, non dimentica gli attacchi misogini, non dimentica nemmeno la coalizione con l'estrema destra, non dimentica le parole fasciste (" Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino" macabra ironia di un oscuro cavaliere ). Perché dov'è l'estrema destra e il fascismo è anche il sessismo. E la morte è in agguato per le donne che provano a liberarsene. Allora in questa giornata di elezioni, 
ricordiamoci che il tempo dei cavalieri è finito!"

Nel 2013 Berlusconi, sempre nel seggio di via Scrosati a Milano, era stato contestato da tre attiviste delle Femen con le stesse modalità. Poco prima Berlusconi si era detto preoccupato per le lungaggini del voto, lamentando la mancanza del voto digitale e dicendosi preoccupato del fatto che molte persone potrebbero non riuscire a votare a causa delle code, che aumenteranno in serata.





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mercoledì 24 gennaio 2018

Elezioni 2018 : Di Maio M5s sceglie la Lega



«Dobbiamo essere pronti a tutto e so che per noi sarebbe più facile allearci con Liberi e Uguali ma li avete visti i sondaggi? Li danno al 6%». Luigi Di Maio è sommerso di percentuali. Le studia assieme al suo staff ristretto, nella sede del comitato elettorale e mentre dà gli ultimi ritocchi alle liste per gli uninominali, ragiona di scenari post-elettorali. Previsioni e speranze si mescolano nei suoi ragionamenti: se il M5S andrà bene, prenderà il 30%-32%, «la convergenza di Leu non basterebbe, perché serve il 40% per avere una maggioranza».

Non resta che la prospettiva più praticabile, agli occhi del M5S: l’intesa con la Lega Nord, sul modello di Alexis Tsipras che per formare un governo in Grecia si è alleato alla destra di Anel. «Sono i numeri che ci costringono». E certo è diverso che sentire quasi contemporaneamente Beppe Grillo, mentre annuncia la separazione del suo blog dal M5S, dire che «anche quando sai che non ci sono i numeri, sai che è un’impresa impossibile, riuscire ad andare avanti è essere coraggiosi». Ma in fondo Grillo è uno che dice di voler andare «in cerca di visioni e di folli, di quell’utopia che ti porta ad andare avanti». È quello che era il M5S prima che Di Maio lo portasse nell’età adulta della politica, dove invece per andare avanti i numeri servono eccome. L’asse con la Lega non è proprio la proposta che i parlamentari del M5S si attendono, più propensi a guardare a sinistra che ai sovranisti di Matteo Salvini. Ma Di Maio garantisce che sarebbe un patto di breve durata, «un governo di scopo per realizzare pochi punti importanti per l’Italia». A un mese e mezzo dalle elezioni, i sondaggi hanno convinto i 5 Stelle che al Nord è difficile scalfire il dominio leghista. A Sud la situazione è il contrario: «Sarà un boom, soprattutto in Sardegna e in Sicilia. Lo capisco anche da quanto ci cercano gli imprenditori».

Ma perché la Lega dovrebbe accettare di votare la fiducia al M5S? E perché, soprattutto, dovrebbe farlo se il centrodestra unito avrà una maggioranza autonoma? Di Maio ha un paio di argomenti con cui persuadere Salvini, e ruotano attorno al complicato rapporto con Silvio Berlusconi. Com’è noto l’accordo tra il presidente di Forza Italia e Salvini prevede che il partito della coalizione che prenderà più voti esprimerà il premier. Prima ipotesi: «Se Berlusconi arriva primo non darà molto spazio a Salvini» sostiene Di Maio con i suoi. Altra ipotesi, la Lega arriva prima: «Berlusconi metterà il veto su Salvini premier, magari usando il suo amico Roberto Maroni, per spaccare la Lega». Risultato: sarebbe negli interessi del leader leghista cercare un ’intesa con il M5S, «piuttosto che con un Berlusconi che va in Europa a dare rassicurazioni sulla subalternità dell’alleato nel futuro governo». L’ultima prova è la lite sullo sforamento del 3% del rapporto Debito/Pil. Di Maio sa che nella sfida all’Europa potrebbe più facilmente trovare un spalla in lui che in Berlusconi, anche se il leader 5 Stelle sta accentuando il proprio profilo europeista proprio per rassicurare Bruxelles in vista di un eventuale accordo con Salvini.

Ma basta guardare i venti punti del programma grillino per intuire quanto sia stato costruito in modo da attirare le convergenze di partiti tra loro agli antipodi. Sull’economia, però, al netto del reddito di cittadinanza, la genericità delle misure delineate aiuta a renderle appetibili per la Lega: la riduzione delle aliquote Irpef (non si dice come e quanto) potrebbe benissimo amalgamarsi con la flat tax che propongono i leghisti. «La manovra choc per le piccole e medie imprese» e «la riduzione drastica dell’Irap» non vogliono dire nulla senza cifre, ma fanno gola allo stesso elettorato della Lega. Poi la no-tax area, le 10 mila assunzioni nelle forze dell’ordine, una politica più muscolare su sicurezza e migranti («stop al business dell’immigrazione»), la cancellazione della Fornero sulle pensioni, e in politica estera i rapporti da ricostruire con Vladimir Putin: c’è tanto da offrire ai leghisti in cambio di un sostegno in Parlamento. Ma a una condizione, sulla quale Di Maio non arretrerà: 
«Il presidente Mattarella dovrà dare a noi l’incarico».


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venerdì 5 gennaio 2018

Elezioni in Russia : Donna Musulmana Sfida Putin



Aina Gamzatova, giornalista 46enne daghestana, ha ufficializzato la sua candidatura.

Di fede islamica, sarà la rivale di Putin nella 

corsa alla presidenza della Russia nelle elezioni del prossimo mese di marzo. 

La candidatura è stata 

ufficializzata nei giorni scorsi di fronte a centinaia di supporter a Makhachkala, la capitale del 

Daghestan, repubblica dell’ex Unione sovietica.

Lo Stato caucasico è da anni al centro dell’attenzione dell’intelligence russa per i fermenti islamisti 

provocati dalla vicinanza con la Cecenia, Paese da sempre fulcro di rivolte secessioniste. L’attuale 

marito della Gamzatova, Akhmad Abdulaev, è il Mufti del Daghestan e fa parte della corrente sufi 

dell’Islam, considerata eretica dagli integralisti ma che, di fatto, ha un ampio seguito nel Paese.

Il primo consorte della donna, Said Muhammad Abubakarov, noto leader musulmano, è stato fatto 

saltare in aria nel 1998. I suoi assassini non sono mai stati trovati, ma i sospetti sono andati da subito 

ai gruppi wahabiti operanti nel Daghestan.

La lotta contro l’integralismo islamico, in corso da un decennio, 

ha provocato centinaia di morti tra i civili 

e le forze di sicurezza del Paese e la Gamzatova si è da sempre battuta contro

 i gruppi radicali islamici 

che minano la stabilità del piccolo Stato e la coesione della comunità credente.

Appare ovvio che per la candidata daghestana non vi sono possibilità di vittoria nelle elezioni 

presidenziali, ma la stessa ha tenuto a precisare che “è di fondamentale importanza partecipare alla 

tornata elettorale” per fornire un segnale di speranza per il ritorno alla normalità delle piccole 

repubbliche caucasiche tormentate da squilibri interni e dal fondamentalismo islamico, in nome di un 

ritorno alla convivenza civile tra i vari credo religiosi.

La Gamzatova è a capo della più grande holding mediatica russa musulmana (Islam.ru)  che 

comprende televisioni, radio e tipografie. 

Scrive libri e gestisce un’organizzazione benefica.

La sua candidatura ha creato scalpore, soprattutto all’interno della parte più conservatrice della 

comunità musulmana che vede il ruolo della donna relegato all’ombra del marito.
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lunedì 7 novembre 2016

Elezioni Usa: vince Clinton


Secondo un sondaggio Demos, il 77% degli Italiani voterebbe per la candidata democratica, mentre solo l'11% darebbe il proprio consenso al repubblicano che piace soprattutto
 a destra e tra lavoratori autonomi e disoccupati

Alla vigilia del voto presidenziale negli Usa, le previsioni sono divenute più incerte. Almeno, rispetto a un paio di settimane fa. Quando il distacco a favore di Hillary Clinton appariva rilevante. Poi, l'Fbi ha riaperto l'inchiesta sulle mail private di Clinton e l'esito delle elezioni è divenuto più incerto. La distanza fra i due candidati si è ridotta ulteriormente e le stime dei sondaggi, per la prima volta dopo molto tempo, hanno riportato il calcolo dei grandi elettori di Clinton ("sicuri") sotto la soglia necessaria per vincere. In Italia, però, se si votasse per la presidenza americana, secondo un sondaggio condotto da Demos nelle ultime settimane, non cambierebbe nulla.

Certo, valutando le interviste effettuate "dopo" le rivelazioni dell'Fbi, anche da noi la distanza tende a ridursi. Ma resta, comunque, larghissima. Tale da impedire a Trump ogni possibilità di rimonta. Naturalmente, alle elezioni "americane" votano i cittadini "americani". Così, l'orientamento di voto degli italiani d'Italia (non d'America) ha un significato semplicemente "indicativo". In quanto "indica" le preferenze elettorali di un alleato "fedele". Un Paese nel quale, peraltro, sono presenti numerose basi militari, utili, agli Usa, per garantirsi un controllo sul Mediterraneo. Sulle aree critiche del Medio Oriente. Ma anche verso l'Est europeo. 
Visto che l'attenzione nei confronti della Russia di Putin è cresciuta.

D'altra parte, proprio in questi mesi decorre il decennale della decisione di costruire una base militare americana a Vicenza, nell'area dov'era presente l'aeroporto civile Dal Molin. Progetto successivamente realizzato, nonostante manifestazioni durate molti mesi. "No Dal Molin" è uno slogan che resiste ancora. Evocato da un Movimento che si è progressivamente indebolito. Anch'io, peraltro, ho marciato e ri-marciato contro la costruzione della base. Senza risultati concreti, visto che il bersaglio delle proteste è lì. Visibile e appariscente. Una città a due passi dalla città-capoluogo. Vicenza. E da Caldogno, dove abito (talora, vista la mia vita itinerante).

Tuttavia, al di là del Dal Molin e delle altre basi militari americane in Italia - oltre 100 (Air-Force, Navy, Army, NSA) - il sentimento degli italiani nei confronti degli Usa risulta largamente positivo. Condiviso da due persone su tre. Mentre l'attenzione verso le elezioni imminenti resta molto elevata. La quota del campione che si dichiara "incompetente" è, infatti, di poco superiore al 10%. Tutte, o quasi, le persone intervistate dichiarano, invece la loro scelta di voto, meglio: per chi voterebbero, fra i due contendenti. Si tratta di una quota di risposte superiore a quella che emerge quando si indaga sul voto in Italia. E ciò non deve sorprendere. Infatti, è più facile dichiarare le proprie preferenze quando non dobbiamo esprimere le "nostre" scelte di voto e di partito, relativamente alla "nostra" realtà e alla "nostra" competizione politica-nazionale. Inoltre le presidenziali americane sono al centro dell'attenzione dei media, da molti mesi. E l'interesse dell'opinione pubblica in Italia (e non solo) è stato ulteriormente alimentato da Trump. Figura sicuramente "non convenzionale", nella storia e nel panorama politico americano. Per molti versi, coerente con i "nuovi" soggetti politici e antipolitici che si sono affermati in Europa negli ultimi anni.

Presso l'opinione pubblica italiana, però, la storia di queste elezioni sembra già scritta. Almeno, secondo il campione intervistato da Demos. L'85%, infatti, ritiene che Hillary Clinton abbia già vinto. D'altronde, la voterebbe il 77% degli elettori "italiani", se dovesse partecipare al voto presidenziale americano. Solo l'11% voterebbe, invece, per Trump. Mentre i rimanenti (poco più del 10%) non saprebbero che fare. Oppure si asterrebbero. Un notevole grado di sostegno per Clinton, in particolare, viene espresso dai giovani e dagli studenti. Che, a differenza di quanto emerge in Usa, non sembrano aver perso la loro "fede", o meglio, più modestamente: la loro preferenza democratica.

LE TABELLE

Il sostegno per Trump, invece, cresce presso i lavoratori autonomi e, soprattutto, i disoccupati (tra i quali sfiora il 20%). Ma resta, comunque, limitato. Tuttavia, l'aspetto che condiziona maggiormente la scelta di voto (virtuale) - nelle elezioni americane - è, sicuramente, l'orientamento di voto - in Italia. Trump, infatti, verrebbe votato dal 33% degli elettori della Lega. Uno su tre, dunque. Ma anche dal 24% della base dei Fratelli d'Italia. Infine, dal 18% dell'elettorato di Forza Italia. Coerentemente, la sua immagine è più apprezzata fra coloro che esprimono un elevato grado di fiducia verso Salvini (19%) e Berlusconi (18%). In misura più limitata: 
verso Grillo e Meloni, in entrambi i casi intorno al 14%.

Donald Trump, in altri termini, in Italia risulta più popolare a destra. E fra gli elettori che esprimono un sentimento "anti-politico". Tuttavia, il consenso nei suoi confronti appare più limitato rispetto alla base elettorale anti-politica e di centro-destra che si rileva nel nostro paese. Forse perché l'Italia (come ha osservato Marc Lazar) è una sorta di laboratorio politico (oggi, "anti-politico"), che anticipa ed enfatizza quel che, in seguito, si verifica nelle altre democrazie.

Ma oggi lo specchio americano riflette immagini inquietanti e un po' grottesche. Persino per noi. Che pensavamo di essere abituati a tutto. E a tutti. Mentre oggi ci sarebbe difficile cantare, con Vasco: "Non siamo mica gli americani".




  
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martedì 29 ottobre 2013

Berlusconi Ideatore e Organizzatore della Frode Fiscale


Berlusconi ideatore e organizzatore frode fiscale

Nel giorno in cui la Giunta per le elezioni del Senato è chiamata a decidere sul voto, segreto o meno, sulla decadenza dell' ex Cavaliere ecco le motivazioni della Corte d'Appello sui due anni di interdizione dai pubblici uffici.
"Berlusconi è stato ritenuto ideatore, organizzatore del sistema e fruitore dei vantaggi relativi".
Lo scrivono i giudici della corte di appello di Milano nelle motivazioni della condanna a due anni di interdizione dai pubblici uffici come conseguenza della condanna a frode fiscale in relazione ai diritti tv di Mediaset. Motivazioni che arrivano proprio nel giorno in cui la Giunta per le elezioni del Senato è chiamata a decidere sul voto,
segreto o meno, sulla decadenza del Cavaliere.

"Il ruolo pubblicamente assunto dall'imputato, non più e non solo come uno dei principali imprenditori incidenti sull'economia italiana, ma anche e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta".

SISTEMA MONDIALE - "L'oggettiva gravità del fatto deriva - si legge nelle motivazioni del collegio -
dalla complessità del sistema creato anche per poter più facilmente occultare l'evasione, sistema operante in territorio mondiale, attraverso numerosi soggetti, societa' fittizie di proprieta' di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest". E attraverso "un meccanismo di contrattazione secretata (creazione di contratti ''master'' e subcontratti ); dalla durata del protrarsi dell'illecito sistema, ideato a partire dalla metà degli anni '80, trasformato dal 1995 con la creazione tra l'altro della International Media Service, società maltese di fatto gestita dalla vecchia struttura di Finvest Service di Lugano, e sfruttato ancora ai fini della presentazione delle dichiarazioni dei redditi qui esaminate; dalla gravità del danno provocato all'Erario e quindi allo Stato,
danno che solo per i due anni sopravvissuti alla prescrizione ( in totale erano 600 milioni ) ora ammonta a 7 milioni e 300.000 euro".

"IDEATORE E ORGANIZZATORE" - In particolare le indagini hanno "definitivamente accertato che Berlusconi è stato l'ideatore ed organizzatore negli anni '80 della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici di fondi neri e - per quanto qui interessa - apparenti intermediarie nell'acquisto dei diritti televisivi; lo stesso Berlusconi ha continuato ad avvantaggiarsi del medesimo meccanismo anche dopo la quotazione in borsa di Mediaset nel 1994, pur essendo state parzialmente modificate le società intermediarie, in particolare con la già citata costituzione di IMS, avvalendosi sempre della collaborazione dei medesimi soggetti a lui molto vicini: Lorenzano e Bernasconi, quest'ultimo finché in vita; tant'è vero che in quel periodo Berlusconi aveva continuato a partecipare alle riunioni per decidere le strategie del gruppo".

L' ex  Cav sceglie i servizi sociali
La pena da scontare di un anno (tre dei quattro anni della condanna sono coperti da indulto) è ancora oggetto di discussione. Berlusconi ha chiesto una settimana fa l'affidamento in prova ai servizi sociali, ma su questo punto dovrà decidere il Tribunale di Sorveglianza nei prossimi mesi,
 forse non prima della primavera 2014.

"Via il titolo di Cavaliere a Berlusconi".
Lo chiede con una mozione l’intero gruppo M5S al Senato,
 primi firmatari Gianluca Castaldi ed il capogruppo Nicola Morra.
Nel testo si legge: "La condanna per frode fiscale confermata dalla Suprema Corte di Cassazione appare tale da rendere indegno il titolare della onorificenza dell’Ordine cavalleresco al merito del lavoro" Silvio Berlusconi. Per queste ragioni la mozione dei 5 Stelle "impegna il Governo ad attivare le procedure di revoca previste dalla Legge 15 maggio 1986, n. 194".
Intanto l’Aula del Senato ha bocciato la richiesta, avanzata dal Movimento 5 Stelle, di procedere con urgenza all’esame del ddl di iniziativa popolare sull'ineleggibilità
 (ovviamente l'argomento di tanta urgenza è Berlusconi). 
La maggioranza ha votato contro, a favore solo i 5 Stelle e i senatori di Sel.


leggi anche : http://cipiri17.blogspot.it/2013/10/eliminare-per-sempre-il-voto-segreto-al.html

Eliminare per sempre il voto segreto al Senato



Al Presidente del Senato, Pietro Grasso e ai membri della Giunta per il Regolamento
 e dell'Ufficio di Presidenza del Senato:

In quanto cittadini vi chiediamo di eliminare per sempre il voto segreto al Senato.
Il voto segreto è uno strumento che è stato usato non per garantire l'indipendenza dei parlamentari ma per consentire accordi sottobanco e compravendita di voti che hanno sempre incentivato l'impunità e diminuito la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
 Il voto di decadenza su Berlusconi deve essere pubblico
 e trasparente e rappresenta un'occasione unica 
per abolire questa pratica anti-democratica...

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leggi anche 


NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://maucas.altervista.org/imago_carte.html

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venerdì 11 gennaio 2013

Movimento 5 Stelle e i loghi truffa


La denuncia di Beppe Grillo su Facebook. 

A rischio le elezioni?



Le conseguenze di quello che vedete potrebbero essere molto gravi. Come fa notare Beppe Grillo sulla sua pagina Facebook qualcuno ha depositato un logo falso del Movimento 5 Stelle prima che lo facessero quelli del Movimento "vero".

L'ipotesi è che possa trattarsi di una mossa premeditata per far escludere il Movimento dalle elezioni. Non possono essere ammessi loghi simili ed entro i prossimi due giorni verrà presa una decisione in merito alla spinosa questione.

Nel caso in cui dovesse arrivare un parere negativo e venisse bocciato il simbolo del Movimento "vero", l'alternativa sarebbe quella di cambiare il simbolo, raccogliere nuovamente le firme e depositare un logo diverso per poter correre alle elezioni. 

È iniziato stamattina alle 8 come previsto al ministero dell'Interno il deposito dei contrassegni delle liste elettorali in vista del voto del 24 e 25 febbraio. I primi ad entrare nel palazzo del Viminale, dopo una attesa che è iniziata lunedì sera, sono stati i rappresentanti della lista 'Italiani all'estero'. Al secondo posto si piazza Movimento 5 stelle che però non ha nulla a che fare con il simbolo del movimento di Beppe Grillo 'Movimento Cinque stelle' con la dicitura beppegrillo.it. «La tenevano nascosta, non ne sapevamo nulla ma ce lo aspettavamo». Così il candidato al Senato in Lombardia del movimento di Beppe Grillo, Vito Crimi, commenta la presentazione della lista civetta e annuncia un ricorso.

Stesso problema si presenta anche per la lista di Antonio Ingroia. Il terzo contrassegno elettorale presentato, infatti, è costituito dalla lista civetta 'Rivoluzione civile' nella quale non compare il nome del magistrato candidato. Il simbolo del movimento 'Rivoluzione civile' di Ingroia, è al ventiduesimo posto.
Tra i candidati premier alle prossime elezioni, c'è anche Samuele Monti, al settimo posto, omonimo del presidente del Consiglio uscente Mario Monti. Samuele, consigliere comunale in una lista civica di un piccolo comune della provincia di Cuneo è il candidato di una lista civetta 'Monti presidente' depositata questa mattina al ministero dell'Interno. Il contrassegno con la dicitura Monti (in carattere nero) presidente per l'Europa precede le due liste 'Con Monti per l'Italia' e 'Scelta civica con Mario Monti per l'Italia', rispettivamente all'ottavo e al nono posto. «Chiamarmi Monti un problema? La definite una fortuna? Io sono oggetto di scherno e di offese», dice Samuele Monti davanti ai cronisti che chiedono come sia nata l'iniziativa di presentare una lista che ha un altro Monti candidato. «Non l'ho presentata io ma un delegato», risponde. Alla domanda quanto può valere in termini di voti la sua lista, Samuele Monti risponde: «Non lo so, vedremo». Teme a questo punto un ricorso? «Ricorso per cosa? Mi chiamo Monti».
Il simbolo del partito di La Russa, Meloni e Crosetto, Fratelli d'Italia centrodestra nazionale, si è aggiudicato il decimo posto in bacheca tra i contrassegni che per tre giorni saranno esposti al Viminale.

AL VIMINALE DEPOSITATO ANCHE SIMBOLO 'IO NON VOTO'
Tra i simboli presentati figura anche una lista 'Io non voto'. Il contrassegno è stato depositata da Carlo Gustavo Giuliana, palermitano ma residente da trent'anni a Belluno. «Sembra un ossimoro ma non lo è - spiega Giuliana -. 'Io non voto' è il primo partito d'Italia se si considera che l'area dell'astensionismo rappresenta oltre il 40% degli elettori. Perché non dare visibilità a chi non vota?».

I SIMBOLI PIÙ STRANI
Tanti i loghi di piccoli movimenti e realtà territoriali, alcuni dei quali a dir poco particolari. Come i due simboli presentati da Loreto Aratari, 74 anni, dal volto rubizzo e un forte accento abruzzese, leader del movimento Lega Federale del Sud che promette, in caso di vittoria, di «mandare a casa quelli che c'hanno governato da venti anni a questa parte e portarli tutti all'isola di Pianosa, nudi. E levargli tutti i peli che hanno».
O ancora Domenico Savio, settantaduenne segretario del Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista: «L'unico vero partito comunista della classe lavoratrice oggi esistente in Italia. Il primo punto del nostro programma è cambiare l'attuale costituzione borghese della Repubblica Italiana, attraverso l'elezione di una apposita costituente che introduca i primi elementi di una società socialista».
Non potevano mancare gli estremisti di destra, come Raffaele Bruno, segretario nazionale del Movimento Idea Sociale che si autodefinisce «erede di Pino Rauti»: «Noi ci presentiamo in molte regioni d'Italia, correndo da soli, per affermare un dato storico, la presenza dei missini in Italia, con un programma ben preciso, la tutela dello stato sociale e dei diritti degli indifesi». Della stessa area anche il Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale, i cui rappresentanti si sono presentati davanti al Viminale con una camicia marroncina e un cravattino nero, che qualcuno potrebbe aver scambiato per una divisa nazista: «Noi siamo italiani perciò tra i nostri punti c'è anche che non dobbiamo più usare l'inglese, io infatti non sono la candidata premier sono il capo perché premier è una parola inglese -, spiega Maria Antonietta Canizzaro, “capo” del movimento che si definisce “nazionalista e conservatore”.
Tra i simbolo presentati anche quello della Fratellanza Donne, movimento presieduto da Mirella Batini: «Il punto fondamentale del nostro programma è la carta dei diritti delle donne, non siamo né di destra né di sinistra». O ancora il Movimento Autonomo degli Autotrasportatori Europei.

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giovedì 15 novembre 2012

Impresentabili: chi non voto alle prossime elezioni


Nei primi mesi del 2013, la regione Lombardia sarà chiamata a rinnovare il proprio Consiglio Regionale, ormai decimato dai numerosi scandali che lo hanno colpito, a partire proprio dall’indagine che riguarda lo stesso Governatore Formigoni.
In calce il nutrito gruppo degli ex consiglieri finiti nelle maglie della magistratura per reati diversi, una casistica veramente impressionante, che va dai rapporti con la ‘ndrangheta all’appropriazione indebita, dalla truffa al falso, dalla corruzione alla concussione, alla bancarotta fraudolenta, al finanziamento illecito dei partiti, al favoreggiamento della prostituzione, alla produzione di dossier per screditare gli avversari, per terminare col tifo sportivo violento.

Membri del Consiglio Regionale della Lombardia inquisiti:

Roberto Formigoni – Pdl, Governatore Regione Lombardia
Massimo Buscemi – Pdl, Assessore  alle risorse Idriche della regione Lombardia
Massimo Ponzoni – Pdl, Assessore alla Prot. Civile e Ambiante regione Lombardia
Nicole Minetti – Pdl, Consigliere regionale della Lombardia
Gianluca Rinaldin – Pdl, Consigliere regionale della Lombardia
Angelo Giammario – Pdl, Consigliere regionale della Lombardia
Romano La Russa – Pdl, Assessore alla Sicurezza della regione Lombardia
Franco Nicoli Cristiani – Pdl, Vicepesidente del consiglio regionale della Lombardia
Domenico Zambetti – Pdl, Assessore alla Casa della Regione Lombardia
Piergianni Prosperini – An, Assessore al Turismo della regione Lombardia
Antonio Simone -  ex Dc, ex Assessore regionale alla Sanità, Turismo e Urbanistica
Guido Bombarda – An, ex Assessore regionale alla Formazione professionale
Davide Boni – Lega Nord, Presidente del Consiglio regionale della Lombardia
Monica Rizzi – Lega Nord, Assessore allo Sport e ai giovani regione Lombardia
Daniele Belotti – Lega Nord, Assessore al Territorio e Urbanistica regione Lombardia
Renzo Bossi – Lega Nord, Consigliere della regione Lombardia
Filippo Penati
– Pd, Vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia



AMMINISTRATORI LOCALI




POLITICI NAZIONALI

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POLITICI

 IN EUROPA

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DA http://www.impresentabili.it/regione-lombardia/

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giovedì 8 novembre 2012

De Magistris: elezioni politiche con Lista arancione


De Magistris candida la lista arancione alle prossime elezioni politiche

Lista arancione, De Magistris: “Ingroia candidato? Non lo escludo”

Il sindaco di Napoli conferma che il suo movimento si presenterà alle politiche. E sul pm di Palermo dice: "Farlo ministro della Giustizia? Rispetto a Mastella sarebbe da stappare una bottiglia di champagne. E' come se uno mi chiede se voglio ministro del Lavoro Landini o la Fornero"

Il plauso di Paolo Ferrero - Ovviamente da soli a così poco tempo dal voto non si va molto lontani, e lo sa bene il sindaco di Napoli che intervistato a “Comincio lunedì” ha spiegato “gli alleati dipendono dalla legge elettorale” precisando però che le possibile unioni sono “o in una coalizione ampia di centrosinistra o di sinistra e basta”. Probabilmente la scelta potrebbe ricadere più sulla seconda alternativa visto le parole poco lusinghiere riservate da De Magistris al Pd. “Le loro primarie non mi interessano, neanche andrò a votare perché mi sembrano un confronto personale, non politico” ha spiegato il sindaco di Napoli che invece vorrebbe una maggiore discontinuità con l'attuale governo Monti. Chissà che non la possa trovare più nelle sinistra viste le parole di apprezzamento alla lista espresse dal segretario nazionale di Rifondazione comunista Paolo Ferrero. “Ho molto apprezzato le parole di Luigi de Magistris sulla necessità di costruire una lista o una coalizione di liste alternative e di sinistra per le prossime elezioni perché occorre costruire una lista che aggreghi tutte le forze che si oppongono al governo Monti” ha spiegato il leader della federazione della sinistra.

http://www.luigidemagistris.it/
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lunedì 5 novembre 2012

Elezioni Usa, Obama-Romney, Palestina indifferente

 

Elezioni Usa, Palestinesi indifferenti

Scarso entusiasmo nei Territori: Obama o Romney, la politica mediorientale non cambierà. E se in Israele il 57% voterebbe repubblicano, gli ebrei americani appoggiano Obama

- Obama o Romney, in Palestina non farà poi grande differenza. Se svariati sondaggi danno la politica e l'opinione pubblica israeliana apertamente schierate con il candidato repubblicano, il rassegnato popolo palestinese non vede nelle elezioni presidenziali di domani alcuna prospettiva di cambiamento nella politica mediorientale a stelle e strisce.

Scarso entusiasmo al di là del Muro di Separazione: "La situazione negli Stati Uniti è nota: sosteranno Israele chiunque sia il nuovo presidente - spiega Muhanned Abdelhamid, analista politico di Ramallah - Sono gli Stati Uniti ad adattarsi alla realtà israeliana e alla natura del suo governo e non il contrario: ciò significa che le posizioni americane riguardo Israele sono sempre le stesse".

Per ragioni economiche, in primis: la potente lobby ebraica, capitanata dall'AIPAC, finanzia le campagne elettorali e copre grandi fette dei costi dei candidati. Si dice che ogni presidente americano che abbia vinto in passato, abbia ricevuto le chiavi della Casa Bianca solo grazie all'appoggio ebraico. Senza quei soldi, quei contatti, quelle pressioni, difficile che si vinca. Ultima mossa in campo finanziario dell'amministrazione Obama per assicurarsi il benvolere ebraico è stata l'estensione per altri quattro anni delle garanzie sui prestiti concessi a Tel Aviv: quattro miliardi di dollari di garanzie da qui al 2016.

E in campo di cooperazione militare Washington ha lanciato una settimana fa nel Mediterraneo e in Negev la più grande esercitazione congiunta tra Israele e Stati Uniti, un'operazione che durerà tre settimane, con il coinvolgimento di 3.500 soldati americani.

E a spegnere definitivamente le già flebili speranze palestinesi di un cambiamento di rotta della comunità internazionale, sono stati i primi quattro anni di amministrazione Obama: il primo presidente afroamericano a Washington aveva fatto sognare orizzonti di trasformazione - soprattutto dopo il noto discorso al Cairo con cui aprì al mondo arabo. Orizzonti subito traditi: nulla è cambiato, gli Stati Uniti non hanno messo in discussione il loro sostegno incondizionato a Tel Aviv, non hanno lavorato per gettare le basi di un processo di pace realistico (non imponendo ad Israele il congelamento dell'occupazione coloniale della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) e hanno bloccato sul nascere il tentativo palestinese alle Nazioni Unite, nel settembre 2011.

Un anno fa il voto del Consiglio di Sicurezza sulla richiesta di ingresso della Palestina come Stato membro è stata bloccata dal veto americano. Ed oggi, a pochi giorni dalle elezioni, l'amministrazione di Washington chiede a Ramallah di posporre nuovamente la richiesta, stavolta molto più "moderata": l'intenzione del presidente Abbas sarebbe quella di presentarsi il 15 o il 29 novembre all'Assemblea Generale per chiedere il riconoscimento della Palestina come membro osservatore.

Insomma, Obama non accende l'entusiasmo palestinese. Dall'altra parte sta lo sfidante repubblicano Romney che dal canto suo accusa il popolo palestinese di essere il responsabile del conflitto: "I palestinesi non si interessano alla pace con Israele, un percorso verso la pace è assolutamente impensabile", aveva detto Romney a maggio, catturato e tradito da un video girato a sua insaputa durante una riunione.

All'epoca il candidato dei repubblicani aveva chiaramente espresso la sua opinione riguardo la politica che gli Stati Uniti dovrebbero adottare in Medio Oriente: quello israelo-palestinese è un problema senza soluzione, per cui non vale la pena spendere fatica e denaro, nella speranza che "in un modo o nell'altro, qualcosa arriverà a risolverlo".

I risultati dei sondaggi, viste le premesse, si ribaltano al di qua del Muro. Se il popolo palestinese guarda con scarsa attenzione a quanto accade oltre oceano, in Israele le posizioni sono chiare. Secondo il sondaggio pubblicato dall'Istituto Israeliano per la Democrazia/Peace Index, solo il 21,5% degli israeliani ritiene la politica di Obama vicina agli interessi d'Israele, contro il 57,2% che vede in Romney un fedele alleato.

"Gli israeliani sospettano di Obama e preferiscono Romney. Questo sia a causa del rapporto personale tra Obama e il premier Netanyahu che al raffreddamento delle relazioni a livello diplomatico", spiega Eytan Gilboa, professore alla Bar Ilan University, secondo il quale lo stesso primo ministro israeliano tifa Romney per le tensioni che hanno caratterizzato il suo rapporto con Obama (dagli screzi sul congelamento delle colonie all'aperto boicottaggio americano al piano di attacco militare israeliano contro l'Iran).

Eppure, se in Israele i sondaggi danno il Paese schierato con il partito repubblicano, negli Stati Uniti gli ebrei americani appoggiano strenuamente Obama il democratico: nel 2008 il 78% della popolazione americana di religione ebrea ha votato per l'attuale presidente, contro il 22% a favore dello sfidante McCain. Lo scarto è dovuto non solo alle visioni liberali della comunità ebraica, ma anche alla consapevolezza del sostegno - finanziario innanzitutto - che l'amministrazione democratica non ha mai fatto mancare ad Israele.

Tanto che oggi, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, un sondaggio della Gallup dà Obama in vantaggio netto su Romney tra la comunità ebraica: 64% contro 25%.

di Emma Mancini 
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=39935
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giovedì 18 ottobre 2012

..AMORE..: Palestina, un partito di donne sfida la tradizione...


un partito di donne sfida la tradizione


Elezioni in Palestina, un partito di donne sfida la tradizione

 Nella conservatrice Hebron un gruppo al femminile corre per le elezioni municipali del 20 ottobre. Con un obiettivo: dimostrare che le donne possono fare meglio degli uomini.

Territori Palestinesi Occupati, la sorpresa arriva da Hebron: tra i candidati spunta un partito tutto al femminile.

Si chiama "Partecipando, possiamo"... continua a leggere
..AMORE..: Palestina, un partito di donne sfida la tradizione...: Elezioni in Palestina, un partito di donne sfida la tradizione  Nella conservatrice Hebron un gruppo al femminile corre per le elezioni...

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giovedì 11 ottobre 2012

Cisgiordania: Elezioni , Fatah e l'unità palestinese


Il partito di Abu Mazen si prepara a ritornare in sella nelle amministrazioni locali in Cisgiordania. Si approfondisce la spaccatura Hamas che intanto crea staterello islamico a Gaza

Gerusalemme - Parlando ai giornalisti, qualche giorno fa, Ghassan Shakaa aveva già il tono del sindaco di Nablus. «Faremo tante cose per i giovani che non hanno molto a disposizione in questa città - prometteva - avvieremo progetti di sviluppo e di recupero di aree verdi per le nostre famiglie. Nablus risorgerà».

Tono più che giustificato. Shakaa, a meno di sorprese clamorose, presto tornerà ad essere il primo cittadino della città più popolosa (120mila abitanti) della Cisgiordania. Grazie all'assenza di liste del movimento islamico Hamas - che boicotta la consultazione e non ha permesso il voto a Gaza -, il 20 ottobre Fatah tornerà a dominare le amministrazioni comunali e locali dopo averle perdute in buona parte nel 2005. Fu quello il segnale più importante della vittoria netta alle legislative che Hamas avrebbe conseguito l'anno successivo.

Quei giorni appaiono distanti a personaggi come Ghassan Shakaa, che, con la sua famiglia, domina la scena politica di Nablus sin dagli anni '50 e che adesso si prepara al grande rientro. Una situazione che dovrebbe ripetersi in buona parte dei 245 consigli di villaggi, 98 consigli comunali e 10 consigli locali che andranno al voto. Assenti i rivali, i candidati di Fatah, quelli "indipendenti" e in misura molto minore i candidati della sinistra, avranno vita facile. «Se Hamas vuole la sua fetta di torta allora deve partecipare», taglia corto Shakaa, già sindaco di Nablus per dieci anni, dopo gli accordi tra Olp e Israele del 1993-94 che sancirono la nascita dell'Autorità nazionale palestinese (Anp).

A contrastarlo, con poche speranze, ci sono solo Amin Makboul, un veterano di Fatah che guida la lista «Indipendenza e Sviluppo» e i candidati della inconsistente «Nablus per Tutti».

«Shakaa e Makboul sono due facce della stessa medaglia e io non ho ancora deciso se andrò a votare. Con Hamas sarebbero state elezioni vere», spiega Maher Salah, un commerciante di detersivi.

Altri abitanti dicono che il sindaco uscente, l'islamista Adli Yaesh, «ha fatto bene» e che avrebbe meritato la riconferma. E altri ancora non hanno esitazioni ad affermare che non avrebbero votato per la lista del movimento islamico. Motivo? Non ideologico o di schieramento politico ma per la paura di ulteriori riduzioni dell'aiuto occidentale ai Territori occupati e di inevitabili ritorsioni israeliane nel caso di un nuovo successo elettorale di Hamas. Khalil Shikaki, un noto analista politico, sostiene che se si tenessero oggi le elezioni legislative, Fatah le vincerebbe. Una previsione che altri esperti non condividono.

Adesso però si vota per rinnovare i consigli comunali e locali e per eleggere i sindaci. E il dato più rilevante di questa consultazione non è come ripetono i media vicini all'Anp «il ritorno alle urne» di centinaia di migliaia di palestinesi per la prima volta dal 2006 ma la tragica conferma che la riconciliazione nazionale palestinese ormai è un miraggio.

«Il 20 ottobre è la prova che le due entità (Cisgiordania e Gaza, ndr) procedono verso una separazione sempre più netta, inesorabile, sebbene non dichiarata», dice Hani Masri, il presidente di «Badael», un think tank di Ramallah. Le due parti offrono le loro motivazioni. Quelli di Fatah affermano che non si potevano non rinnovare i consigli locali, "scaduti" due anni fa e che avrebbero dovuto essere rieletti nel luglio 2010. «Non possiamo rimandare di continuo il voto amministrativo - ha detto Abdullah Abdullah, parlamentare di Fatah -. La riconciliazione è importante ma dobbiamo anche occuparci di questioni come l'acqua, la raccolta dei rifiuti, l'elettricità, le strade. Dobbiamo rivitalizzare il mandato dei leader comunali. È la democrazia».

Quelli di Hamas replicano che era impossibile partecipare al voto in assenza di un accordo di riconciliazione e di fronte alle campagne di arresti che l'Anp compie contro militanti e simpatizzanti del movimento islamico. «Appena qualche giorno fa, ad esempio, oltre 150 dei nostri attivisti sono stati arrestati dalla polizia dell'Anp e solo 40 sono stati liberati. Prendere parte al voto sarebbe stato insensato in queste condizioni», denuncia Mahmud Rahmi, un deputato di Hamas. Accuse che l'Anp respinge ma che sono di recente sono state confermate anche dai centri per i diritti umani.

In ogni caso Hamas non resta in attesa degli eventi e, grazie anche all'appoggio crescente di alcuni paesi arabi, poco alla volta sta creando uno staterello islamico a Gaza. Nelle scorse settimane il vice ministro degli esteri Ghazi Hamad aveva annunciato corsi di formazione per «diplomatici» di Gaza, evidentemente alternativi a quelli dell'Olp. Ora si apprende che il Qatar, principale sponsor economico di Hamas e artefice del divorzio tra la Siria di Bashar Assad e il movimento islamico palestinese, si prepara ad aprire una «ambasciata» a Gaza City, anche se ufficialmente sarà descritta come una semplice «rappresentanza qatariota».

In questo quadro sconfortante per le aspirazioni palestinesi di fine dell'occupazione militare israeliana e di ricostruzione dell'unità nazionale, l'unica buona notizia dal voto del 20 ottobre è la partecipazione delle donne: 1.100 sui circa 5mila candidati. Più o meno una su cinque. La percentuale è largamente sbilanciata a favore degli uomini ma è comunque un segnale positivo, unito a quello della presentazione della lista «Partecipando, possiamo», legata a un piccolo partito di donne che correrà a Hebron.

 Nena News di Michele Giorgio

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=37108
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