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sabato 17 agosto 2019

Blessing Okoedion parla dell'Esodo dalla Nigeria


Blessing Okoedion parla dell'Esodo dalla Nigeria


Dovrebbero leggerlo Salvini, la Meloni e tutti i loro supporter. 
Niente è come viene raccontato da queste losche figure politiche.

Questi racconti fanno ben capire il legame che c'è, NON tra ONG e scafisti, come ci raccontano, ma tra scafisti e guardie libiche, che sono quelle che il nostro governo
 ha scelto di finanziare con nuove motovedette.

Nei villaggi africani i trafficanti si mostrano come "salvatori", promettono lavoro e una nuova vita dignitosa in cambio di 40 euro. Poi fanno arrivare i migranti nei lager libici, dove vengono torturati fino al pagamento di un riscatto. Una volta liberati dalle guardie (solo tramite pagamento e dopo lunghe torture) i migranti NON possono tornare indietro. I libici non li fanno tornare. Quindi sono costretti a partire sui gommoni dove: o muoiono o vengono salvati dalle ONG.


Racconto la tratta, perché nei villaggi della Nigeria nessuno sa la verità
di Sara De Carli  




Blessing Okoedion è nigeriana, ha trent'anni ed è una mediatrice culturale. È stata vittima della tratta, ingannata, nonostante la sua laurea. In Italia sono 70mila le donne vittime della tratta, di cui la metà giovani nigeriane. «Nei villaggi i trafficanti appaiono come salvatori, con 40 euro si prendono una ragazza. Ma è forse una colpa vivere in un villaggio e non sapere l'inglese?». Lei si è liberata e ha raccontato la sua storia in un libro
Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione. Blessing è una ex vittima della tratta. È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello». Ha una laurea in informatica Blessing, ma non è bastato a riconoscere l’inganno, tanto era studiato il “travestimento”: «appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa”». La catena di Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, 
Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Blessing Okoedion parla dell'Esodo dalla Nigeria



Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini. “Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro servile: ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente. È un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi. Se ne è parlato nel convegno “Migrazioni e traffico di persone”, a Milano. È un fenomeno che tocca anche l’Italia, in ogni sua zona. Solo in Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane: ogni mese qui in Italia da loro si acquistano 9-10 milioni di prestazioni sessuali. Lo sfruttamento del lavoro riguarda invece 150mila persone: lavoro schiavo, non semplicemente lavoro nero, con sottrazione di documenti, salario di poche decine di euro per 12 ore di lavoro, condizioni abitative disumane, fornitura di beni di prima necessità obbligatoria e a caro presso. Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi: le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state 11mila: erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile”.

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si prendono una ragazza», racconta Blessing. La sua voce si leva forte, potente: «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?».

Blessing
Il problema che Blessing denuncia - tecnicamente lo chiamano "gap informativo" - è un nodo cruciale delle migrazioni odierne e dei tentativi di arginare i numeri del traffico di esseri umani, tant'è che l'OIM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta», afferma Flavio Di Giacomo, portavoce OIM. Il progetto si chiama Aware Migrants. Non sanno, dice Di Giacomo senza mezzi termini, che «la Libia è inferno. I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma a i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione e soprattutto della travbersata torni indietro per raccontarlo. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume, the river, c'è una sorta di marketing incentrato sulla facilità della trasversata. Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro: ma non possono, una volta che hai pagato devi partire. Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hano raccontato di persone uccise perché non volevano più partire». Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia: queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. «Non abbiamo il diritto di dire "non partite"», spiega Di Giacomo, tornando alla campagna sui social, «ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono "non immaginavo"».

Una mano tesa Blessing l’ha trovata da suor Rita Giaretta, a Casa Rut, a Caserta. «Non volevo stare lì da loro. Altre donne, come quella che mi aveva tradita. Perché questa donna mi tende la mano? Cosa vuole da me? Io non avevo mai pensato prima che una donna e una donna cristiana potesse vendere un’altra donna: avevo paura. Non è facile avere fiducia quando sei stata tradita», racconta. Poi pian piano ha capito che Casa Rut «era una mano tesa vera, che non dà false speranze. Nelle parole delle suore di Casa Rut ho visto un messaggio, “siete capaci di cose belle, non siete condannate alla tristezza della morte, dentro di voi c’è la possibilità di una rinascita». Oggi è questo il messaggio che Blessing grida forte: «mi sto facendo voce per dire a tutte le ragazze trafficate che c’è una possibilità di rinascita. E di gioia».



#salvini #Dimettiti.
Informatelo che “la parola agli italiani” è stata data pochi mesi fa. Lui, 
probabilmente non lo sa, ma la Costituzione recita all'articolo 60...


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venerdì 19 ottobre 2018

Fondi Lega, parla l’ex segretaria di Bossi

Dissi a Salvini che i soldi stavano sparendo, ma lui non fece nulla

«Dissi a Salvini che i soldi stavano sparendo, ma lui non fece nulla»
Daniela Cantamessa ha accusato il vice premier salvini, 
all’epoca vice segretario federale del Carroccio, 
di essere stato informato sugli ammanchi.



Daniela Cantamessa, ex segretaria storica di Umberto Bossi, ha accusato Roberto Maroni di aver dilapidato il patrimonio della Lega e Matteo Salvini di esserne al corrente, ma di non aver fatto nulla. È quanto ha detto l’ex dipendente della Lega in una video intervista pubblicata da The Post Internazionale, in cui sostiene che tutto cominciò dopo il 5 aprile 2012, all’indomani delle dimissioni dell’allora segretario della Lega Umberto Bossi. «Quando Bossi si è dimesso aveva lasciato nelle casse del partito circa 40 milioni di euro», ha raccontato Cantamessa. 

Poi con la «gestione Maroni», ci fu un cambio di organizzazione delle attività: «Maroni, invece di usare la struttura storica della Lega, utilizzava strutture esterne che avevano dei costi molto alti», ha proseguito Cantamessa. «Il 18 aprile (2012, otto giorni dopo le dimissioni di Bossi, ndr) è stato fatto un contratto all’avvocato di Maroni di qualche centinaio di euro all’ora. Poi è stato portato lì un commercialista, anche lui esterno e presentava fatture su fatture, nonostante la Lega avesse la sua struttura contabile che funzionava». L’ex segretaria ha poi aggiunto che i consulenti esterni a cui si affidò il partito in quel periodo erano tutti vicini a Maroni, divenuto segretario federale della Lega Nord nel luglio di quello stesso anno, ricoprendo l’incarico fino al dicembre 2013. Cantamessa ha detto inoltre di aver avvertito l’attuale ministro dell’Interno e vice premier, allora vice segretario federale della Lega, di quanto stava accadendo: «A Salvini segnalai tutto, lui era vice segretario federale, e con lui avevo un rapporto cameratesco. Era uno di noi. Gli dissi di fare qualcosa perché stavano sparendo tutti i soldi. Ma non si sbilanciò molto quando glielo dissi. Tutto questo disastro è stato impostato dal 2012 in poi». Come sono spariti i 49 milioni della Lega Nord ???



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venerdì 24 agosto 2018

Grandi Opere: Parla il Primo Pentito

Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.

Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.
Così la corruzione uccide
DI PAOLO BIONDANI E GIOVANNI TIZIAN      

Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.


Perché le grandi opere costano sempre molti miliardi in più del dovuto? Come mai in Italia sono così frequenti crolli di viadotti, cedimenti di gallerie e altri disastri? Perché la Tav e gli altri mega-appalti ferroviari e autostradali sono al centro di continue retate per corruzione? A rispondere a queste domande, per la prima volta, è un super-tecnico interno al sistema: un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali. Il primo pentito delle grandi opere.
  
Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.


Giampiero De Michelis, nato in Abruzzo 54 anni fa, ha guidato i lavori dell’Alta velocità, i cantieri infiniti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e molti altri appalti, sempre con ruoli cruciali di “direttore dei lavori”: il primo e decisivo controllore pubblico delle imprese private. In ottobre è finito nel carcere di Regina Coeli con la retata (31 arresti) che ha coinvolto anche manager di colossi come Salini-Impregilo e Condotte. In novembre De Michelis ha cominciato a vuotare il sacco con i magistrati di Roma e Genova. Il suo è un racconto nero, che svela intrecci spericolati e dagli anni Novanta arriva ai nostri giorni, coinvolgendo ministri, grandi imprenditori, progettisti eccellenti, figli di politici e burocrati, funzionari di altissimo livello dello Stato.

L’inchiesta di carabinieri e guardia di finanza mostra anche costi e danni della corruzione, con risvolti drammatici: intercettato prima dell’arresto,
 De Michelis parlava di «cemento troppo liquido: sembra colla».

“Deroga”: la parola magica
In carcere il pm genovese Paola Calleri gli contesta altre intercettazioni con parole pesantissime: «Sta venendo giù la galleria di Cravasco. E anche in quella di Campasso si sono arricciate le centine!». I magistrati, preoccupati, hanno chiesto una serie di perizie sui tre tunnel più importanti della nuova ferrovia Milano-Genova. Una prima consulenza è stata consegnata: gli esperti, per ora, escludono l’ipotesi di forniture tanto scadenti da provocare crolli. Le indagini sulla sicurezza però continuano e l’allarme resta altissimo.

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La mappa delle infrastrutture strategiche fotografata da Giampiero De Michelis, il primo pentito delle grandi opere che i magistrati stanno ascoltando nell'ambito di un'indagine sulla corruzione. Nei verbali descrive un sistema fondato sulla corruzione. A spartirsi la torta miliardaria professionisti, burocrati e politici.
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L’indagine è stata chiamata «Amalgama»: è la parola usata dagli stessi indagati, mentre erano intercettati dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, per descrivere l’evoluzione del malaffare. Nella vecchia Tangentopoli la corruzione era diretta: buste di soldi in cambio di appalti d’oro. Oggi c’è una corruzione strutturata su almeno tre livelli, più difficile da scoprire. Il fulcro è ancora il controllore pubblico che favorisce una cupola di imprese privilegiate, che ora lo ripagano indirettamente, dividendo la torta con altre società private, attraverso subappalti, consulenze o compartecipazioni in apparenza regolari. Il trucco è che dietro queste aziende c’è lo stesso pubblico ufficiale, che le controlla segretamente tramite soci occulti. Con questi giochi di sponda, le grandi imprese comprano il controllore-direttore dei lavori, che a quel punto non controlla più niente.

L’11 novembre 2016 De Michelis ammette di aver beneficiato di questo sistema corruttivo e confessa, in particolare, che era suo il 50 per cento della Oikodomos, un’azienda intestata a un socio-prestanome, l’imprenditore calabrese Domenico Gallo, a sua volta arrestato in ottobre, ma conosciuto vent’anni fa nei cantieri della Salerno-Reggio. Confermando l’accusa-base, l’ingegnere delle grandi opere spiega che il sistema esiste da decenni e non l’hanno certo inventato lui e Gallo: «È sempre stato così. Prima c’era la Spm di Stefano Perotti. Dopo gli arresti di Firenze il sistema è continuato con la Crono e la Sintel di Giandomenico Monorchio. E prima ancora c’era Lunardi».

Perotti è il progettista arrestato nel marzo 2015 con il potente direttore ministeriale Ercole Incalza. La Sintel è la società d’ingegneria dove lavorava De Michelis. Il suo titolare Giandomenico è il figlio di Andrea Monorchio, l’ex ragioniere generale dello Stato. L’ingegnere Pietro Lunardi è l’ex ministro del governo Berlusconi che nel 2002 ha varato la contestatissima legge-obiettivo per accelerare le grandi opere in deroga a tutte le regole.
Qui il pm Giuseppe Cascini, titolare del fascicolo romano dell’inchiesta, interrompe l’interrogatorio per avvertire l’indagato che, se accusa altri, diventa testimone e, se dichiara il falso, verrà incriminato. De Michelis se ne assume la responsabilità e giura di voler raccontare tutto dall’inizio.

I disastri del progettista-ministro
«La storia nasce ancora prima che Lunardi diventi ministro ( LEGA NORD ), quando progettava le gallerie per l’alta velocità Bologna-Firenze», esordisce De Michelis. «Lunardi era il progettista che doveva garantire certi ricavi alle imprese private. Da allora il sistema è rimasto sempre lo stesso: il progetto è fatto male in partenza, così poi si devono fare le modifiche, le varianti, che portano soldi in più alle imprese. Anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria è un progetto di Lunardi fatto malissimo. Le perizie di variante le faceva lo stesso Lunardi. C’era un accordo a un livello molto più alto del mio, che coinvolgeva i vertici del consorzio di imprese:
 io l’ho saputo dal manager Longo di Impregilo».

I magistrati gli chiedono riscontri oggettivi. Il tecnico arrestato descrive un caso esemplare di progetto disastroso targato Lunardi. Si riferisce alla galleria Piale, a Villa San Giovanni, sulla Salerno-Reggio. De Michelis premette che per iniziare uno scavo del genere bisogna puntellare la montagna «con paratoie e micropali». Una muraglia fondamentale per impedire le frane, per cui dovrebbe essere studiata al millimetro. Ricorda invece De Michelis: «Il capo-cantiere mi chiama e mi dice: “Ingegnere, qui non c’è niente, che facciamo?”. Sono andato a vedere: il progetto di Lunardi prevedeva più di 30 metri di paratoie e micropali dove in realtà non c’era la montagna, c’era solo il vuoto». De Michelis non crede ai suoi occhi. Bisognerebbe fermare tutto e chiedere una variante: allo stesso Lunardi. Soluzione: «A quel punto ho tirato una riga dritta, siamo scesi con i micropali lì dove arrivava la montagna e siamo andati avanti».

De Michelis fa notare ai pm che il problema dei progetti variabili (e dei costi gonfiabili) è facilmente verificabile sulle carte: «Le varianti tecniche sono ammissibili solo per le gallerie. All’esterno le modifiche non dovrebbero esserci: se il progetto cambia, dovrebbero pagare le imprese private. Invece paga sempre la parte pubblica. Anche nel 2016, dopo le mie dimissioni dalla Sintel, hanno continuato imperterriti a fare varianti: me lo dicono i tecnici che sono ancora lì in cantiere».

Queste accuse colpiscono il cuore del sistema dei “general contractor”, inaugurato con l’avvio della Tav nel 1991 dall’amministratore delle Ferrovie Lorenzo Necci (morto dopo una condanna definitiva per corruzione) e poi perfezionato con la legge obiettivo di Lunardi ( LEGA NORD ). In sintesi, lo Stato delega tutto a un consorzio di imprese private, che gestiscono direttamente i soldi pubblici: in cambio, dovrebbero assumersi tutti i rischi, tecnici e finanziari, e consegnare l’opera finita, “chiavi in mano”, al prezzo prefissato. «In realtà non c’è mai un progetto chiavi in mano», sostiene De Michelis. «La legge prevede un’alta sorveglianza sui general contractor, che spetta all’Anas per le autostrade e all’Italferr-Rfi per la Tav, che dovrebbero controllare e approvare tutte le varianti che aumentano i costi. Ma tutta l’alta sorveglianza è finta. Per le mie opere Italferr non ha mai controllato niente».

Quando è stato arrestato, De Michelis era il direttore dei lavori degli ultimi “macro-lotti” dell’autostrada Salerno-Reggio e della nuova Tav Milano-Genova. I magistrati gli chiedono se conosca altre grandi opere inquinate dal malaffare. La risposta è istantanea: «Il Brennero. Per i tunnel ferroviari di Aica e Mules, Perotti ha vinto la gara per la progettazione, mi pare nel 2008, con una falsa certificazione firmata dal manager Z. ex dirigente Fiat. Questo perché, per l’alta velocità Emilia-Toscana, il general contractor era il gruppo Fiat. Impregilo è nata dalla fusione tra Fiat-Impresit, Girola e Lodigiani». Tre aziende travolte da Tangentopoli.

Il verbale integrale è discorsivo, De Michelis parla al presente storico: «Quindi l’ex manager Fiat gli fa questo certificato e lo manda a Impregilo. Io sapevo che la gara era finta: erano previsti certi requisiti che io come Sintel ero l’unico ad avere. Invece così vince Perotti, che ha dietro Incalza. Quindi Giandomenico Monorchio mi dice: “Adesso vado da Incalza con mio padre e vedo di ottenere qualcosa in cambio”. Infatti gli danno in cambio il progetto della Porto Empedocle in Sicilia, quello fatto dalla Cmc. Tolgono il lavoro a Perotti e lo danno a Sintel, senza gara, con affidamento diretto. E così Sintel non fa ricorso per i tunnel del Brennero».

La superstrada al centro del presunto baratto è un’opera strategica per la Sicilia: il raddoppio della Caltanissetta-Agrigento. Va ricordato che in questo come in altri casi più gravi, De Michelis parla di appalti pubblici gestiti dalle imprese private senza alcun vincolo, grazie a una «norma criminogena», come viene definita nelle ordinanze d’arresto: un articolo della legge-obiettivo ha autorizzato le aziende controllate a scegliersi il controllore-direttore dei lavori (e a pagargli legalmente un ricco compenso). Una norma-scandalo che ha trasformato le grandi opere in un festival dei conflitti d’interesse ed è stata abolita con il nuovo codice degli appalti sollecitato nel 2014 dall’autorità anti-corruzione. Proprio le scelte dei progettisti, controllori e subappaltatori permetterebbero ai privati, ieri come oggi, di agganciare i grandi protettori a livello di governo, che De Michelis definisce «santi in paradiso».

«Il sesto macro-lotto della Salerno-Reggio l’ha vinto la cordata Impregilo-Condotte, che è la stessa del Cociv, il consorzio dell’alta velocità Milano-Genova. Allora l’affare comprendeva tutto: general contractor e direzione lavori. A quella gara globale, gestita dall’Anas, ho partecipato io come persona fisica su richiesta di Impregilo. Però poi il contratto l’hanno fatto alla Sintel, che mi ha confermato, ma come dipendente. Bisognava dare la direzione lavori alla società del figlio di Monorchio perché il padre era al vertice di Infrastrutture spa, cioè era lui che decideva i finanziamenti pubblici, e poi è diventato anche presidente della commissione di collaudo. Quindi in pratica è Monorchio senior che impone il figlio. Lo stesso succedeva con la Spm: era Incalza che sbloccava i finanziamenti e di fatto imponeva Perotti. Monorchio padre e Incalza erano i santi in paradiso di Sintel e Spm». I pm gli chiedono come fa a saperlo. Risposta: «Me l’ha detto personalmente Monorchio figlio, titolare della Sintel». Anche dietro la Spm ci sarebbero storie di famiglia: «Il padre di Perotti aveva fatto lavorare Incalza, il rapporto è nato da lì».

Nelle sue lunghe confessioni, il pentito indica ai magistrati un’altra società che sarebbe stata utilizzata dalle imprese delle grandi opere per arricchire Monorchio junior: «Il consorzio di Impregilo ha affidato alla Crono le prove di laboratorio per i cantieri della Salerno-Reggio. Sono contratti da cinque milioni di euro. Che la Crono fosse di Monorchio lo sapevano tutti».

Giandomenico Monorchio, finito agli arresti domiciliari, nega di aver commesso illeciti e sostiene di non aver mai approfittato dei poteri pubblici del padre. Anche Perotti e Incalza, a Firenze, hanno respinto tutte le accuse. Lunardi non è neppure indagabile: i fatti a lui addebitabili sono ampiamente prescritti. Fino a prova contraria, dunque, bisogna presumere che siano tutti innocenti. Anzi, dopo Tangentopoli, è sparito il reato: la spartizione privata dei lavori pubblici si può fare a norma di legge.


Il metodo dei santi in paradiso
De Michelis conferma ai magistrati di possedere addirittura la copia di un patto segreto per dividersi i progetti in tutta Italia, siglato quando Impregilo era controllata dal gruppo Gavio, prima di essere scalata dalla Salini: «È un accordo scritto per la spartizione delle direzioni dei lavori tra la Sintel, la Spm e la Sina che allora era di Gavio».

Questo sistema spartitorio nato dopo Tangentopoli, secondo l’ex direttore delle grandi opere, rende inutile o quantomeno marginale la corruzione classica. Quando i magistrati gli chiedono se Monorchio junior, per avere quei contratti, abbia pagato tangenti, De Michelis risponde così: «Non sono cose che si dicono. A volte Monorchio mi diceva che doveva fare un regalo, certo, ma solo questo. Di più non so. Ma in questo sistema non c’è più bisogno delle buste di denaro. Dietro Sintel e Spm ci sono i santi in paradiso. Se non davano i lavori a loro, Monorchio padre e Incalza non finanziavano i progetti».

De Michelis, in pratica, ammette di aver dirottato sulle società dell’amico Gallo gli appalti che prima finivano a Monorchio e prima ancora venivano spartiti con Perotti. Di qui le proteste degli imprenditori intercettati: «Abbiamo creato un mostro!». Un’affermazione a doppio taglio: nelle grandi opere c’è un mostro che divora soldi, ma è stato creato dalle stesse aziende che lo pagano.

De Michelis parla anche della massa di subappalti gestiti direttamente dai general contractor. E mette a verbale i nomi di vari dirigenti di Impregilo che avrebbero incassato tangenti dai subappaltatori («Me l’hanno detto loro stessi»), uno dei quali è soprannominato «mister 3 per cento». L’ingegnere arrestato denuncia anche una cordata di manager che si arricchirebbero da anni con «ruberie enormi»: una «Impregilo parallela», la chiama De Michelis, chiarendo che «nel gruppo ufficiale comanda Pietro Salini», mentre «lì comanda il signor C., in passato ha avuto un ruolo di peso nella gestione della tratta toscana dell’alta velocità, ora ufficialmente è solo un consulente esterno, ma in realtà è a capo di un ordine gerarchico: c’è, ma non compare». Le grandi opere, precisa il pentito, producono colossali quantità di detriti e terre di scavo che dovrebbero essere accumulate in «cave di deposito», per essere poi rivendute e ridurre i costi. «Dai cantieri escono i camion con tonnellate di materiale, ma nelle cave ufficiali non arriva niente: quelli dell’Impregilo parallela intascano milioni rubandosi gli inerti e rivendendoli in nero».

Anche questa «Impregilo parallela» nascerebbe da rapporti di famiglia. De Michelis, infatti, spiega che il signor C. era «amico del papà» di un manager arrestato di Impregilo: «È lui che gli ha fatto assumere il figlio nel consorzio per l’alta velocità». Per questo l’erede continua ancora a obbedire a quella «eminenza grigia di Impregilo». De Michelis aggiunge che aveva chiesto «un incontro a Pietro Salini, per fargli sapere della struttura parallela che aveva dentro Impregilo, perché avevamo tutti il dubbio se lui sapesse o no. Salini però non ha voluto vedermi».

Questo presunto contrabbando di materiale da cava, sostiene De Michelis, sarebbe proseguito anche in Liguria, con le gallerie del Terzo valico. Ma qui emergono profili più inquietanti.

Emergenze amianto e cemento
«Il problema più grosso, per il consorzio guidato da Salini-Impregilo, è l’amianto, soprattutto per la parte ligure», denuncia il pentito. Anche i magistrati, nelle domande, parlano di materiale «marcio». E l’arrestato conferma che le terre dove si scava per la nuova Tav sono altamente contaminate dall’amianto: «Ce n’è tanto», sostiene l’ingegnere. La legge impone di analizzare tutto il materiale e smaltirlo in totale sicurezza. Il direttore dei lavori però non sa neppure dove sia finito con esattezza. Salvo poi indirizzare gli inquirenti verso una cava, la Isoverde, tra le più grandi della Liguria. «Poi parliamo anche di questo», lo blocca il pm, che sembra molto interessato alla questione. Ma preferisce trattare in successivi interrogatori questo capitolo che potrebbe riservare brutte sorprese per il territorio. Probabile, dunque, che l’ingegnere venga riascoltato per chiarire i misteri dello smaltimento delle fibre di amianto.

In questo mare di ammissioni, tuttavia, De Michelis nega ostinatamente solo l’accusa di aver diviso con Gallo anche i soldi di società come la Breakout, che forniscono cemento. «È vero che presentavo Gallo alle grandi imprese e portavo i manager a vedere le sue cave, ma lo facevo gratis, per amicizia. Per la Oikodomos facevamo al 50 per cento, ma con la Breakout io non c’entro». Una posizione che ai magistrati sembra assurda: che senso ha ammettere la corruzione con alcune società e negare la stessa accusa con le altre? Proprio qui l’ingegnere minimizza anche le intercettazioni sul cemento scadente: «È un problema di consistenza, non di qualità. Mandavo indietro i camion solo per rifare le bolle formali». Il pm Cascini non gli crede: «Perché quando viene fuori che il cemento è colla o è troppo liquido, lei cerca di evitare che emerga?». La domanda resta senza risposta. Forse perché è un segreto inconfessabile: chiunque ammettesse di aver usato cemento pericoloso, rischierebbe di rispondere non solo di corruzione, ma anche delle eventuali vittime di nuovi crolli di grandi opere.



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Previsioni per il 2018



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giovedì 24 ottobre 2013

Strage di Ustica il supertestimone parla



Confermato il depistaggio sulla strage di Ustica

Le indagini sulla strage di Ustica hanno subìto un depistaggio. Lo ha stabilito una sentenza della terza sezione civile della cassazione, che ha accolto il ricorso di Luisa Davanzali, erede del presidente della compagnia aerea Itavia, fallita sei mesi dopo l’incidente del 27 giugno 1980.

Secondo la corte di cassazione “il depistaggio delle indagini deve considerarsi definitivamente accertato”. I giudici inoltre hanno chiesto un nuovo processo civile per stabilire la responsabilità del ministero della difesa e dei trasporti nella chiusura dell’Itavia. Il tribunale ha quindi accolto la tesi secondo la quale l’aereo Dc-9 sarebbe stato abbattuto da un missile sparato da un aereo sconosciuto.

Il 28 gennaio del 2013 la corte di cassazione ha condannato in sede civile lo stato italiano a risarcire le famiglie delle vittime della strage. Anche in questa occasione i giudici avevano sostenuto l’ipotesi del missile, negando l’ipotesi dell’esplosione di una bomba a bordo.

La storia di Ustica. Il 27 giugno del 1980 l’aereo di linea Douglas Dc-9 della compagnia aerea italiana Itavia, decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a Palermo, esplose in volo e scomparve nel tratto di mare tra le isole di Ponza e di Ustica. Nell’incidente, diventato noto come la strage di Ustica, persero la vita tutti le 81 persone che si trovavano a bordo.

Subito dopo la strage, le procure di Palermo, Roma e Bologna hanno aperto delle indagini, mentre il ministro dei trasporti Rino Formica ha nominato una commissione d’inchiesta, che però non finì mai il suo lavoro e fu sciolta nel 1982. Il ministro dei trasporti disse che l’aereo era precipitato per un cedimento strutturale, forse dovuto a una cattiva manutenzione.

Nessuna delle sentenze in questi anni ha stabilito chi ha lanciato il missile. Tra le principali ipotesi emerse c’è quella di un coinvolgimento francese. Francesco Cossiga, che all’epoca della strage era presidente del consiglio, nel 2007 ha dichiarato che il Dc-9 sarebbe stato colpito per errore da un missile sparato da aerei militari francesi e destinato a un caccia libico che si trovava nelle vicinanze, su cui pare che viaggiasse il leader libico Muammar Gheddafi.
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Strage Ustica,
 il supertestimone nella sala operativa: 
"Ecco cosa successe con il Mig libico,
 i due Mirage e il Tomcat"

“Fu all’inizio degli anni Ottanta. Una domenica in cui giocava l’Italia. Partii da Roma armato, con una scorta armata, e questo documento classificato segretissimo nella cartella. Una relazione completa sulla strage di Ustica che doveva essere controfirmata dal ministro della Difesa Giovanni Spadolini e trasmessa urgentemente al presidente del Consiglio Bettino Craxi. Arrivai alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, da lì una gazzella dei carabinieri mi portò nella sua residenza a Pian dei Giullari. Spadolini mi ricevette in biblioteca, indossava una vestaglia da camera rossa. Mi conosceva bene, lavoravo già da qualche anno nella sua segretaria particolare, mi chiamava per nome. Gli consegnai il documento. Lui si sedette, cominciò a leggere. Erano sette o otto pagine: il resoconto dettagliato di ciò che era accaduto quella sera, con allegate alcune carte del Sismi, il servizio segreto militare. Si parlava di due Mirage, di un Tomcat, si parlava del Mig. Mi resi subito conto che quello che c’era scritto non gli piaceva, scuoteva la testa. Finché a un certo punto sbattè un pugno sulla scrivania. Era infuriato. Ricordati, Giuseppe - mi disse - non c’è cosa più schifosa di quando i generali si mettono a fare i politici. Ma alla fine, controvoglia, firmò”.

Il maresciallo Giuseppe Dioguardi oggi ha 53 anni, ha prestato servizio in Aeronautica fino al 2008. Alla scadenza del suo nullaosta di segretezza, il Cosmic, che è il livello più alto, è stato ascoltato da Maria Monteleone ed Erminio Amelio, i due magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage di Ustica. Parte dell’interrogatorio è ancora secretato, ma il maresciallo ha accettato lo stesso di raccontare quello che sa. E sa molto. Nei 33 anni che ha trascorso nell’arma azzurra e alla Difesa, in posizioni di estrema responsabilità e delicatezza, un filo rosso lo ha tenuto sempre agganciato, spesso da supertestimone, a questa storia. Fin da quella sera del 27 giugno 1980, quando si trovò nella sala operativa della Prima regione aerea a Milano. Esattamente negli istanti in cui il DC9 Itavia veniva abbattuto nel cielo di Ustica.

Come mai quella sera lei era nella sala operativa della Prima Regione aerea?

“Per puro caso, ero andato a trovare un collega di turno”.

Quindi, seguì tutto in diretta?

“Sì, fin dalla prima comunicazione della base radar di Monte Venda”.

Che cosa sentì?

“Rimbalzavano notizie confuse. Non si capiva cosa era successo, dicevano che un aereo era stato abbattuto. C’era molta tensione. E appena l’ufficiale di servizio comunicò quello che stava succedendo al comandante della Regiona aerea, che all’epoca era il generale Mura, il Centro operativo dello Stato Maggiore da Roma alzò il livello d’allarme al grado più alto in tutte le basi italiane”.

Cosa che non accade per un semplice incidente aereo.

“No. Quel tipo d’allarme scatta solo se c’è un pericolo concreto per la sicurezza del Paese. Che so, un attacco a una base o una minaccia dall’esterno al nostro spazio aereo. Per capirci, lo stesso allarme del giorno dei missili libici su Lampedusa o della notte di Sigonella”.

Dalla prima comunicazione all’allarme quanto tempo trascorse?

“In quella situazione, la sala operativa della Regione aerea aveva un tempo massimo di cinque minuti per avvertire Roma. Faccia lei i conti”.

Che altro fece il generale Mura?

“Chiese a chi non era in servizio di uscire subito dalla sala. Poi la mattina dopo, al circolo, mi chiamò e mi disse che bisognava stare sereni e tranquilli, che purtroppo erano situazioni che potevano capitare e che stavano cercando di capire chi aveva provocato cosa”.

Le comunicazioni che ascoltò erano telefoniche?

“Certo. Ma dallo Stato Maggiore di Roma arrivarono anche messaggi classificati che vennero decrittati e letti”.

Cerchi di essere più preciso.

“Non posso, i dettagli sono nelle parti dell’interrogatorio secretate dai magistrati. Diciamo che la confusione era provocata dal fatto che si sapeva che c’erano dei caccia in volo ma non la nazionalità, né la provenienza o la direzione. E comunque, un allarme c’era già prima dell’abbattimento…”.

Chi lo aveva lanciato?

“I due piloti che poi sono morti nell’incidente delle Frecce tricolori a Ramstein nel 1986, Nutarelli e Naldini. Loro hanno incrociato il DC9 tra Bologna e Firenze e hanno visto quello che si muoveva intorno al velivolo civile… loro sono rientrati alla base di Grosseto segnalando il pericolo con la formula da manuale, attivando il microfono senza parlare. E tutte le sale operative delle tre regioni aeree, che sono collegate da una linea diretta, stavano cercando di capire. La fase più concitata è andata avanti per circa un’ora e mezza e l’allarme massimo è stato tolto solo dopo sette, otto ore”.

I radaristi militari di Ciampino hanno dichiarato negli interrogatori di aver visto dei caccia americani, hanno addirittura chiamato l’ambasciata per sapere qualcosa da loro.

“Nella relazione del Sismi controfirmata da Spadolini si parlava di due Mirage, e all’epoca quei caccia li avevano solo i francesi, e di un Tomcat, che era un caccia imbarcato sulle portaerei americane”.

Possibile che nessuno dei nostri radar, ad eccezione di Ciampino, li avesse visti e identificati?

“Mettiamola in questo modo. Quella sera c’erano dei siti radar aperti, che nel giro di due o tre anni da quell’evento sono stati chiusi, ufficialmente per un riordino interno. Uno addirittura dopo sei mesi. E chi ha indagato nella prima fase di questa inchiesta, o non ha saputo cercare i nastri radar giusti o non li ha voluti trovare”.

Ma quella notte, dopo la confusione, si capì come erano andate le cose.

“Le dico di più. La mattina dopo, al circolo ufficiali, parlavano tutti dell’abbattimento. E siccome era un sabato, chi stava lì c’era perché aveva lavorato tutta la notte nella sala operativa o nei centri dove passavano le comunicazioni classificate”.

Si parlava di aerei italiani coinvolti, a parte l’F-104 di Nutarelli e Naldini?

“No. E il loro coinvolgimento fu molto preciso. Vedere un caccia militare sotto la pancia di un aereo civile non è una cosa normale”.

Se per giunta non è italiano…

“Il modello non era italiano. E quando non ci sono nemmeno coccarde che lo identifichino, fai fatica a non sganciare il pulsante d’allarme”.

Si fa fatica anche a non credere che almeno una base radar lo abbia visto entrare nel nostro spazio aereo.

“Probabilmente, lo hanno visto”.

E cancellato…

“Probabilmente”.

Ma nessuno lo ha mai confessato.

“Gliel’ho detto. Se eri un militare e avevi a che fare con un documento o un’informazione a qualunque livello di segretezza, da riservato a segretissimo a top secret che sia per quelli Nato, e le rivelavi rischiavi fino a venti anni di reclusione. Ora la norma è cambiata. Ma allora era così. E guardi, non sono state le minacce o gli ordini dei superiori, che pure ci sono stati, a tappare la bocca ai militari. Era la paura di andare in galera. Ma la gente sapeva, e le carte c’erano”.

E sono sparite per sempre, queste carte?

“Io ho spiegato ai giudici che ogni documento ha una vita. Molti sono stati distrutti ma molti esistono ancora. Bisogna saperli cercare. Prenda il giudice Priore. E’ arrivato a cinque centimetri dalla verità, ma non ha trovato la pistola fumante. I suoi finanzieri non sono potuti entrare nelle segreterie speciali o nelle stanze o nei depositi dove c’erano le carte classificate, perché ci vogliono dei permessi che un magistrato non può dare. E se ci fossero entrati, non avrebbero saputo cosa cercare e come. Un registro di protocollo classificato non si distrugge mai nella vita. Ma bisogna trovarlo e poi saperlo leggere. E adesso prenda me. Dopo Milano sono stato otto anni a Roma nella segreteria particolare di sei ministri della Difesa, poi a Bari alla Terza regione aerea, sempre col nullaosta di sicurezza Cosmic che al mio livello in Italia avevamo solo in ventiquattro. Priore ha chiesto di interrogare i componenti della segreteria speciale ma il mio nome non è mai stato inserito nell’elenco che gli ha fornito l’Aeronautica. Sarà un caso?”.


Torniamo a Spadolini, a quella relazione segreta e alla sua sfuriata.

“Era fuori di sé. Prima di firmare fece anche una telefonata, a cui però io non ho assistito”.

Ce l’aveva coi generali perché cercavano di giustificare politicamente quello che era successo?

“C’era un tentativo di girare le carte. D’altra parte anche De Michelis parlò di carte sopra il tavolo e carte sotto il tavolo. All’epoca i generali di squadra aerea erano solo tredici e ciascuno di loro aveva una linea telefonica diretta con un apparecchio cripitato che comunicava con le altre dodici, una specie di teleconferenza via Skype ante litteram. Qualunque decisione dovevano prendere e presero, lo fecero insieme, in tempo reale”.

Mai nessuno fuori dal coro?

“Il generale Moneta Caglio. Era un giorno di Pasqua. Vado a Roma a discutere questa faccenda, mi disse. Prese la macchina, andò a casa del capo di stato maggiore, ci fu una lite violentissima e lo misero in pensione con un anno d’anticipo”.

Non condivideva la linea sulla strage di Ustica?

“Esatto. Chi ha gestito questa storia, chi era in determinati posti di comando e controllo, ha fatto carriere inimmaginabili. Generali che sono diventati capi di stato maggiore e sottufficiali che hanno avuto trasferimenti lampo in sedi dove c’era una lista d’attesa di quindici anni. Chi ha imbrogliato non è stata l’Aeronautica. È stato un numero ben preciso e ristretto di persone dentro l’Aeronautica. Gli altri ci hanno solo rimesso”.

Oppure sono morti.

“Oppure. L’ultimo in ordine di tempo è stato il generale Scarpa. Tre anni fa”.

Trovato nella sua casa di Bari con la faccia tumefatta e una ferita alla testa.

“Esatto”.

Aveva avuto a che fare con questa storia?

“Diciamo che ci si era trovato vicino”.

Quando i piloti Nutarelli e Naldini sono morti nell’incidente di Ramstein, nessuno di voi si è fatto qualche domanda? “Come devo risponderle?”.

Non lo so. Ha fatto un sospiro.

“Ecco. Ma mica è l’unico fatto strano”.

Per esempio?

“Nessuno si chiede mai nulla sul povero generale Giorgieri”.

È stato ucciso dalle Brigate Rosse.

“Era uno dei tredici generali di squadra, che erano tutti collegati fra loro. Era anche uno dei pochi che non aveva la scorta”.

In quelle pagine che hanno fatto infuriare Spadolini si parlava anche del Mig. “Era collegato”.

Perché anni dopo, terminata la sua audizione in Commissione stragi, disse: “Scoprite il giallo del Mig e troverete la verità su Ustica”. “E’ così. Glielo confermo al cento per cento”.

Di quella relazione non si è saputo mai nulla. Sparita.

“Finchè sono rimasto al ministero della Difesa a Palazzo Baracchini, una copia di quella relazione c’è sempre stata. E so da amici comuni che fu conservata per molto tempo anche dopo il 1988. Quando fui trasferito alla segreteria del comandante della Terza regione aerea a Bari e poi alla segreteria speciale del comandante di regione, anche nelle loro casseforti c’erano documenti su Ustica. Noi potevamo vederli, leggerli, avevamo il nullaosta giusto”.

Noi chi, scusi?

“Noi della segreteria speciale, eravamo in otto e non dipendevamo da nessuno. La sera del 27 giugno, due di noi si trovavano a Monte Scuro, sulla Sila. Dove poi furono rimandati il 18 luglio a vedere ufficialmente i resti del Mig che avevano già visto segretamente il 27 giugno”.

Quella sera in cielo il Mig se l’erano perso o no?

(pausa) “Non lo so”.

Però seppero subito dove era caduto. (pausa) “Non lo so”.

I magistrati le hanno chiesto perché ha aspettato tutti questi anni per raccontare quello che sa? “Certo. Lo dico anche a lei. Primo. Perché nel 2010 è scaduto il mio nullaosta di sicurezza e mi sono sentito finalmente una persona libera. Secondo. Perché in tutti questi anni, ogni volta che mi parlavano di Ustica mi sono sentito una merda”.

DA : http://www.huffingtonpost.it/2013/10/23/strage-ustica-supetestimone_n_4147081.html?utm_hp_ref=italy


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NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

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giovedì 15 novembre 2012

Anche Vendola parla di Glass-Steagall

Anche Vendola parla di Glass-Steagall. Il PD ne discuterà nelle Primarie?

InGlass-Steagall su novembre 15, 2012 a 6:00 AM Nel corso della trasmissione televisiva Omnibus il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola si è dichiarato a favore della separazione tra banche commerciali e banche d’investimento citando esplicitamente la legge del 1933 di Franklin Roosevelt.


Pur facendo un po’ di confusione sull’efficacia della Legge Dodd-Frank – che non ripristina affatto Glass-Steagall – l’uscita di Vendola potrebbe rappresentare l’inizio di un dibattito su questo tema fondamentale nelle primarie del centrosinistra, dove finora ci sembra di aver ascoltato tanti ossequi alla linea del Governo Monti e della BCE, ma poche proposte concrete su come ripristinare una politica economica veramente capace di aiutare la gente.
Ospite a Ballarò su Rai Tre nella puntata del 14 novembre di nuovo Nichi Vendola ha citato Roosevelt come esempio indiscusso ed unico per uscire dalla crisi con le leggi del 1933.

Presentiamo il link al video della trasmissione Omnibus. Il segmento dove Vendola tratta l’argomento della separazione bancaria va dal minuto 9:30 al minuto 15:00 circa: http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50289374
”Bisogna limitare il potere dei mercati finanziari, reintroducendo la norma messa nel 1933 di Roosevelt che separa le banche d’affari dalle banche di risparmio e bisogna ridiscutere il mitico obiettivo del pareggio di bilancio entro l’anno prossimo, perche’ si rischia uno schianto della tenuta sociale del nostro paese”. Lo ha detto Nichi Vendola a Omnibus su La7.
Nel rilanciare il nostro claim “Salviamo la Gente. Riformiamo le Banche” invitiamo a indirizzare la protesta sociale verso forme di cambiamento reale. La riforma bancaria ispirata alla Legge Glass-Steagall di Franklin Delano Roosevelt rappresenta uno dei passi importanti, irrinunciabili, per cominciare a rimettere ordine in un sistema finanziario ormai del tutto irresponsabile ed irrimediabilmente collassato.

Nichi Vendola
In questi giorni, con l’avvitamento della crisi, che rappresenta il fallimento politico del Governo Monti, abbiamo visto un uno-due che in termini giornalistici vale più di ogni altra cosa.
1) I Ministri Corrado Passera e Fabrizio Barca sono stati costretti a fuggire dalla Sardegna in elicottero per le forti contestazioni degli operai.
http://www.radiopress.it/2012/11/39408ksibisterquatervfrokfrteteutrtgr/
2) Con lo sciopero generale indetto dalla Confederazione Europea dei Sindacati per dire no all’austerità, si sono registrati scontri tra le forze di polizia e i manifestanti in diverse città d’Italia.
Ciò detto, chi usa la violenza ha sempre torto.
http://nobigbanks.it/2012/05/07/collasso-politico-i-cittadini-protestano-in-tutta-europa/
Ci ripetiamo: siamo al Collasso politico. I cittadini protestano in tutta Europa, ma in giro non si scorge nessuno in grado di tirarci fuori dalla depressione.
Trionfano i movimenti di protesta per le politiche di austerità, ma se non si riprende l’esempio di FD Roosevelt, si aprirà la strada agli estremismi.

così la pagina facebook “Accelerare il Declino” per NoBigBanks.it
Mai e poi mai vorremo ripetere la stagione degli anni di Piombo: con il terrorismo internazionale e l’eversione, l’irrazionalismo che prende il posto di una sana politica per lo sviluppo.
Che cosa fare per scongiurare questo ritorno agli anni bui?
Dobbiamo schierarci apertamente contro gli speculatori, ridare impulso a produzione e commercio con una autentica politica del credito.
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Facciamo crescere il progetto NOBIGBANKS con un semplice clic.
Salviamo la Gente. Riformiamo le Banche.
E’ in corso la raccolta firme per Glass-Steagall, diffondetela tra i vostri contatti: http://www.firmiamo.it/nobigbanks
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LEGGI ANCHE http://cipiri.blogspot.it/2012/10/oppure-vendola.html

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giovedì 4 ottobre 2012

SCANDALO LAZIO: PARLA RENATA POLVERINI


Foto Andrea Santoro

Scandalo Lazio: Polverini non ha speso neanche un euro in campagna elettorale. Lo dice in un documento ufficiale

SCANDALO LAZIO: PARLA RENATA POLVERINI

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  Corrado Formigli a Renata Polverini: "non c'è nessuno che le ha detto Renata, dimettiti?
Cosa deve succere perchè si dimetta un precedente di regione?
Marrazzo ad esempio si era dimesso"

Neanche un centesimo. Sembra paradossale, ma è quanto avrebbe speso Renata Polverini per la campagna elettorale che l'ha vista trionfare alle regionali del Lazio. E' quanto risulta da un documento consultabile sul sito del consiglio regionale. Quando però lo scorso 20 settembre nel corso della trasmissione Piazza Pulita il giornalista Corrado Formigli le chiese quanto avesse speso per le elezioni, dopo aver inizialmente risposto che non ricordava bene la cifra, alla fine disse: “Tanti soldi naturalmente, una parte dei quali, come sempre accade, poi rimane sul candidato, al di là della coalizione che l’ha sostenuta, e che in qualche modo la deve pagare”. Cifre precise no, ma spiegò chiaramente che una parte del debito doveva pagarlo la candidata, cioè lei.
Ma andando a vedere la dichiarazione resa per il 2010, dalla stessa presidente dimissionaria sul sito ufficiale della regione si legge, con tanto di timbro della corte d’appello di Roma in data 19 luglio 2010: “Dichiaro che per la campagna elettorale non ho sostenuto spese, né ho ricevuto alcun contributo”. Si tratta di una dichiarazione che per legge i candidati devono presentare entro tre mesi dalla elezione e nella quale deve essere allegato un rendiconto relativo ai contributi e servizi ricevuti ed alle spese sostenute, sottoscritto dal candidato e controfirmato dal mandatario, che ne certifica la veridicità in relazione all'ammontare delle entrate.
Ci sarà certamente un motivo tecnico che ha portato la Polverini a rappresentare due verità almeno apparentemente diverse, quella televisiva ( “tanti soldi una parte dei quali rimane sul candidato che la deve pagare” ) e quella formalmente presentata presso il collegio regionale di garanzia elettorale della corte d’appello di Roma (“dichiaro che per la campagna elettorale non ho sostenuto spese, né ho ricevuto alcun contributo” ). Ma tant’è, ad una prima lettura quelle due verità appaiono non perfettamente sovrapponibili.

 L'Huffington Post  |  Di


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venerdì 10 dicembre 2010

PARLA CHIARO IL PRESIDENTE LULA

PARLA CHIARO IL PRESIDENTE LULA


Parla chiaro il presidente Lula, ventidue giorni prima di lasciare il potere, e non è la prima volta. Fino ad oggi, 9 dicembre, è l’unico uomo di governo ai massimi livelli che ha avuto l’ardire di difendere Assange: “Invece di incolpare chi ha divulgato quei documenti, bisognerebbe accusare coloro che li hanno scritti.” Una semplice verità, questa di Lula, che fa sempre meno parte del sentire comune. Invece di accusare il corruttore, si accusa il giudice che lo accusa. Invece di lavorare a Copenaghen prima, a Cancun adesso, per l’urgente rispetto del Trattato di Kioto, le grandi potenze si rimbalzano scuse e pretesti. Invece di togliere il segreto bancario che consente ai grande narcotraffico di far circolare il loro denaro di banca in banca, si permettono gli eccessi sanguinari di polizia, esercito, sicari e paramilitari.. Il Presidente della Bolivia, Evo Morales, lo ha detto chiaro: “Credete forse che il grande narcotrafficante, il pesce grosso del narcotraffico se ne vada trascinando il suo denaro nello zaino, in valigia, viaggiando in aereo? No. Quel denaro circola nelle banche.” Invece di sbrigarsi a portare ad Haiti tutto l’aiuto necessario, si insiste su una popolazione ribelle e ingovernabile.
Torno a Lula: era davvero scandalizzato quando a Brasilia, dove pronunciava uno dei suoi ultimi discorsi da Presidente, ha protestato contro l’attentato alla libertà di espressione rappresentata dall’arresto di Assange. Lula denuncia la caccia l’uomo e ironizza sul fatto che ci mancava solo che affiggessero dappertutto i cartelli di “Cercasi vivo o morto”, come nei film western. Ci sarà chi lo seguirà in questa presa di posizione al fianco del creatore di Wikileaks?

Non parla chiaro (ma non è una novità), lo scrittore peruviano con passaporto spagnolo Mario Vargas Llosa, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura. Il suo discorso all’Accademia di Svezia, condito da commozione e lacrime, pieno di riferimenti biografici, con uno sperticato ringraziamento a sua moglie, vera anima della sua carriera di scrittore grazie alle sue doti organizzative e di pianificazione economica, è stato un elogio –senza se e senza ma- al liberalismo come un sistema senza macchia, un meccanismo perfetto che conduce l’uomo ala sua realizzazione totale. Ha rivolto il suo pensiero non solo all’amato Perù natale, ma anche a tutti gli altri paesi del suo continente dividendoli fra buoni e cattivi. Inutile dire che Cuba e il Venezuela sono cattivi, molto cattivi; da Mario Vargas Llosa non potevamo aspettarci altro. Ma che fra i buoni ci mettesse il Messico supera davvero la fantasia più sfrenata. Il Messico è oggi fra i paesi più violenti e corrotti del mondo. I cartelli del narcotraffico fanno il buono e il cattivo tempo, il femminicidio è un crudelissimo strumento di eliminazione delle donne. Ma di tutto questo Mario non si accorge. Gli vorrei suggerire, se gli avanzasse un pò di tempo nella sua agenda dei festeggiamenti a Stoccolma, di leggere il País del 9.12 dove troverà una notiziola che, nella sua leggerezza, ci dà la misura del potere ormai raggiunto dai cartelli messicani: Venti sicari membri del famigerato cartello Los Zetas, hanno attaccato un carcere in Guatemala e hanno liberato Elmer Aroldo Zelada Galdaméz, in galera con l’accusa di aver ucciso un calciatore e di svariati altri omicidi. Ma tant’è, in Messico si tengono regolarmente elezioni –spesso truccate-, non viene messa in discussione la collaborazione con gli Stati Uniti e non si parla nemmeno di integrazione latinoamericana. Viva il liberismo!



di Gianni Minà

Fonte: giannimina-latinoamerica.it

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venerdì 9 luglio 2010

Nella giornata del silenzio parla la Costituzione






di Alessandro Cardulli

Un silenzio ingombrante, che fa rumore. Un frastuono destinato a lasciare il segno in questa dura e difficile battaglia per ricacciare nei cunicoli più oscuri il disegno di legge Alfano, che colpisce libertà fondamentali della democrazia, quella dei cittadini ad essere informati, quella dei magistrati impegnati a combattere la criminalità organizzate, le “cricche” di vario genere, che devono garantire la legalità la sicurezza dei cittadini.



Dice, con disprezzo e cinismo, il capo del governo che contro la legge bavaglio si muovono esigue minoranze, giornalisti e magistrati che fanno politica, che difendono privilegi. Anche se fossero solo questi due soggetti a ribellarsi, sarebbe già un fatto di grande valore. Ma non è così.

La giornata del silenzio proclamata dalla Federazione nazionale della stampa è stata il “ motore” di una grande mobilitazione che è andata via crescendo, ha fatto tappa a Piazza Navona e in tante altre piazze italiane, ripartendo più forte che mai. Un’onda che non si fermerà. C’è chi ha temuto che nella giornata del silenzio potessero fare il bello e il cattivo tempo le testate del padrone, i cortigiani di Berlusconi. Il timore è giustificato, ma l’ampiezza della protesta non lascia dubbi.

Tutto lascia prevedere che non ci saranno in edicola giornali degni di questo nome, la televisione e la radio resteranno in silenzio, i tanti siti, il web, i nuovi media, daranno il segnale della loro partecipazione.

Il rumore di una lotta per i diritti dei cittadini

Ognuno operai perché venerdì nove luglio il silenzio entri nelle case degli italiani, chiami tutti a riflettere, a valutare il rumore che una mobilitazione di tal genere è capace di generare. Riconoscere, come è stato fatto in questi giorni anche da personalità che Berlusconi non può certo additare come pericolosi estremisti, sovversivi, che la libertà di stampa è un “valore preminente” in una società che voglia definirsi democratica, suona come un richiamo a tutte le forze politiche, sociali, che nella Costituzione si riconoscono, a sbarrare la strada a tentativi, sì eversivi, quali quelli che la maggioranza, il governo, stanno portando avanti. Il disegno di legge sulle intercettazioni è solo un tassello di una strategia a più ampio raggio. Berlusconi vuole ad ogni costo l’immunità per l’oggi, il domani e anche ieri. Per sé stesso, i ministri e quanti altri. Nel corso delle audizioni decise

dalla presidente della Commissione giustizia della Camera, la Bongiorno, magistrati di grande prestigio, hanno parlato con chiarezza: la lotta alla criminalità, la sicurezza dei cittadini, la legalità subiranno un colpo mortale se la legge dovesse essere approvata. Insomma in poche parole l’effetto devastante sarebbe quello di rendere i cittadini meno sicuri e meno informati.

L’attacco ai diritti del mondo del lavoro


Non è solo un fatto temporale la coincidenza fra legge Alfano e i tagli previsti dalla manovra economica che si accanisce contro la cultura, l’università, la ricerca, la scuola, tutto ciò che produce conoscenza per i cittadini. Così come non è un caso che nei propositi e negli atti concreti del governo, come una ossessione, vengono presi di mira i diritti dei lavoratori, si tenti di smantellare lo Statuto, l’articolo 18 e si utilizza ogni mezzo, fino al ricatto, per addomesticare e imbavagliare gli operai, quelli di Pomigliano, che non accettano lo scambio indecente fra diritti e il osto di lavoro. Si attacca a testa bassa la Fiom, si tenta di isolare la Cgil. E quando si scopre che gli operai esistono ancora, vengono indicati come i responsabili della disastrosa situazione economica in cui il governo e i padroni sguazzano, i ricchi si fanno più ricchi, gli evasori portano ceri alle varie madonne.

Dice la Cgil che ha chiamato allo sciopero i poligrafici delle testate giornalistiche, delle agenzie di stampa, i lavoratori delle emittenti private, che si tratta di “uno sciopero e una giornata di silenzio per fare sentire che non può essere sottratto al Paese il racconto di vicende giudiziarie di rilievo pubblico, pur nel rispetto del diritto delle persone alla riservatezza; per respingere gli interventi punitivi ai danni della produzione culturale e salvaguardare il diritto dei cittadini alla conoscenza; per contrastare il pericolo di chiusura di testate giornalistiche colpite dalla indiscriminata riduzione dei fondi pubblici, per tenere accese le luci dei media sul mondo del lavoro e sui drammatici effetti della crisi”.

La scesa in campo della Cgil a fianco della Fnsi


La presa di posizione del più grande sindacato italiano non è solo un fatto di solidarietà con i giornalisti, la Federazione della stampa. E una scesa in campo che dà a questa giornata del silenzio un valore di estrema attualità che richiama, deve far riflettere, anche il mondo del giornalismo: la libertà dell’informazione la si difende facendo informazione, dando voce ai tanti soggetti, a tanti temi, per esempio la vita, i sacrifici, i salari con cui vivono le famiglie dei lavoratori, per non parlare dei precari e dei cassaintegrati che subiscono una sorta di oscuramento.

Nella giornata del silenzio la parola è alla Costituzione.

http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=11052%3Anella-giornata-del-silenzio-parla-la-costituzione&catid=39%3Aopinioni&Itemid=156

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lunedì 7 dicembre 2009

Spatuzza fa il nome di Berlusconi


Spatuzza parla in aula. E fa il nome di Berlusconi

Giuliano Santoro

Al processo contro il senatore Pdl Marcello Dell'Utri, il pentito racconta la strategia stragistica degli anni novanta e la ricerca di nuovi equilibri nel rapporto tra politica e mafia attraverso l'ascesa di Berlusconi: «Graviano mi disse che ci avevano messo il paese nelle mani». Berlusconi cancella all'ultimo momento la visita in Calabria.

Mancano pochi minuti alle 13 quando la desposizione del pentito Gaspare Spatuzza al processo a carico del senatore Marcello Dell’Utri, in corso a Torino nell’aula bunker davanti alla Corte d’Appello di Palermo, si fa il nome del presidete del consiglio. Dopo l’aertura dedicata alle schermaglie tattiche e al tentativo della difesa di Dell’Utri di rinviare la deposizione, Spatuzza entra in aula e racconta la storia che già era trapelata nei giorni scorsi: la strategia stragista degli anni che precedettero la rapida ascesa di Berlusoni al potere non sarebbe frutto solo della mano mafiosa ma anche di una precisa tattica volta a destabilizzare il potere nel momento in cui la Democrazia cristiana affondava nella palude di Tangentopoli e la mafia cercava nuovi equilibri, nuovi riferimenti politici.
«Ho fatto parte dagli anni ottanta al Duemila di un’associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa nostra – ha detto Spatuzza all’inizio della lunga deposizione – Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D’Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre». E poi: «Quando avviene la strage di Capaci noi abbiamo gioito vigliaccamente, quando c’è stato l’attentato a Borsellino ripeto vigliaccatamente abbiamo gioito». In precedenza Spatuzza aveva detto che a fine 1993 c’era stato un incontro con Giuseppe Graviano durante il quale venne incaricato di fare un attentato a Roma, quello poi fallito all’Olimpico. A quella richiesta il pentito obietta che «che ci stavamo portando un po’di morti che non ci appartengono: 5 morti a Milano, 5 morti a Firenze tra cui quella bellissima bambina». A quel punto Graviano riferisce a Spatuzza che «è bene che ci portiamo un po’ di morti chi si deve muovere si dà una mossa». Spaventosi i particolari sul famigerato attentato allo stadio Olimpico. «Era gia’ tutto pronto per l’attentato allo stadio Olimpico di Roma per uccidere i carabinieri – racconta Spatuzza – ma all’ultimo minuto quando Benigno premette il telecomando, fortunatamente, grazie a Dio, il telecomando non funzionò. Benigno continuò a premere il telecomando ma non succedeva niente per l’Olimpico dovevamo usare una tecnica esplosiva che non avevano mai usato neppure i talebani, mettendo tondini di ferro, oltre all’esplosivo, per aumentare la deflagrazione». Spatuzza ricorda che l’attentato andava fatto «al termine della partita all’Olimpico. Dopo il fallito attentato tornammo a Palermo».
Poi, in un’escalation di tensione, si arriva al momento clou, davanti a 200 giornalisti di mezzo mondo. «Nel ‘94 incontrai Giuseppe Graviano in un bar in Via Veneto, aveva un atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato aavnti quella storia. Mi vennero fatti due nomi tra cui quello di Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi disse: sì. C’era pure un altro nostro paesano. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani». «Di Berlusconi sapevo che era il proprietario di Canale 5», risponde Spatuzza, che poi alla domanda se era a conoscenza di interessi politici di Berlusconi e Dell’Utri in quel momento risponde di no, così come dice di non aver chiesto altre spiegazioni su quell’affermazione di Graviano.
Spatuzza ha anche fatto riferimento all’«endorsement mafioso» nei confronti dei socialisti, alla fine degli anni ottanta. Periodo in cui in effetti ci fu un boom di consensi, in Sicilia, per il Psi di Craxi. Rispondendo ad una domanda del procuratore generale di Palermo che gli chiede «chi sono i quattro crasti socialisti» a cui poco prima aveva fatto riferimento, Spatuzza risponde «non so se si trattava delle elezioni nazionali dell’88 o dell’89 ma sono stato incaricato di impegnarmi a sostenere quattro candidati socialisti. All’epoca capolista era Claudio Martelli, poi Fiorino e altri che ora non ricordo. A Brancaccio facemmo di tutto per farli eleggere e i risultati si videro, facemmo Bingo».
Nel frattempo, Berlusconi annunciava la strategia difensiva ai membri del governo nel corso del Consiglio di ministri, «Sono accuse che si commentano da sole, ma in Italia non c’è nessuno disposto a credere a queste assurdità». Lo stesso faceva Dell’Utri dall’aula bunker: «La mafia ha tutto l’interesse a buttare giù un governo che sta lottando contro Cosa Nostra come nessun altro aveva mai fatto prima – ha detto Dell’Utri – Gaspare Spatuzza non è un pentito dell’antimafia ma un pentito della mafia».
Berlusconi, che aveva fatto cancellare per «legittimo impedimento» l’udienza odierna del processo Mills a Milano, si è poi chiuso nella sua abitazione privata di Palazzo Grazioli e ha cancellato la visita in Calabria. Dove era atteso per l’inaugurazione di un tratto della autostrada Salerno-Reggio Calabria e soprattuto per l’annuncio della candidato del Pdl alla presenza della Regione per le elezioni del marzo prossimo: è in atto un duro scontro ancora senza vincitori tra l’ex-An Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio, e il medico personale di mamma Rosa Berlusconi, Bernardo Misaggi. Ma evidentemente le emergenze del premier adesso sono altre.

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